mercoledì 30 settembre 2009

Una sanatoria che dal 30 settembre proietta un’ombra sulla vita di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri


L’Inps attendeva tra le 500.000 e le 700.000 domande di emersione dal lavoro irregolare ed invece, le statistiche del Ministero, in attesa dei dati ufficiali di fine procedura, parlano di circa 300.000 moduli inoltrati.

La provincia da cui sono state inviate più domande è quella di Milano seguita da Roma e Napoli.
La regolarizzazione riguarda per la maggiore cittadini provenienti dall’Ucraina, oltre quarantamila, seguiti dai cittadini del Marocco, della Moldavia, della Cina Popolare.

Sono colf circa 150.000, badanti invece, circa 100.000. Non è però ancora possibile sapere (il Ministero non ha reso pubblici i dati) quale sia la distribuzione per sesso delle domande.
Questi i dati diffusi dal Viminale che però non ha diramato alcuna notizia rispetto all’emersione di cittadini italiani o comunitari. Non c’era dubbio, prevedere la loro possibilità di regolarizzazione era apparsa fin dall’inizio come una operazione di facciata.

Ma davvero colf e badanti "in nero" sono solamente 300.000?

Le domande inviate con il decreto flussi 2007 riguardavano per la metà proprio lavoratori domestici. Si trattava di 350.000 richieste di assunzione. Sono passati due anni da quel famoso click day e se è vero che molti nulla osta sono stati consegnati e che alcune di quelle domande riguardavano lavoratori veramente ancora residenti nel loro paese d’origine, è vero anche che moltissimi altri cittadini stranieri, in questo biennio, avranno fatto ingresso nel territorio dello stato italiano.
In più, la previsione della possibilità di emersione legata esclusivamente al settore dell’assistenza alla persona e del sostegno al bisogno familiare, ha sicuramente incentivato molti, magari impiegati in altri settori, ad inserirsi nella procedura figurando come colf o badanti per ottenere il tanto sperato permesso di soggiorno.

Perchè allora così poche domande?

Le risposte sono sotto gli occhi di tutti.
I parametri di reddito per regolarizzare un lavoratore come colf si attestavano sui 20.000 euro, una capacità economica che in pochi possono vantare. Inoltre l’impianto della procedura di regolarizzazione ha funzionato da deterrente verso i datori di lavoro, che spesso si sono rifiutati di mettere in regola i lavoratori.
L’assunzione è sconveniente, mentre invece il mantenimento della situazione di irregolarità, con stipendi ovviamente più bassi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo nazionale e soprattutto senza dover pagare i contributi, insieme all’implicita possibilità di ricatto legata all’introduzione del reato di clandestinità, permette certamente una flessibilità ed una utilità maggiore del rapporto lavorativo a vantaggio del datore di lavoro.
La norma poi, pur prevedendo la sospensione dei reati commessi dal momento dell’invio della domanda, non offre alcuna sicurezza. Solo con il perfezionamento del contratto di soggiorno infatti si avrà l’estinzione dei reati, sia relativi alle norme sull’ingresso ed il soggiorno, sia relativi alla normativa sul lavoro. Ma tra la data di invio della domanda e quella della convocazione presso lo Sportello Unico potrà passare molto tempo durante il quale potranno verificarsi le situazioni più disparate.

In questo senso la sanatoria è stata scritta lasciano spazio a dubbi ed incertezze dai risvolti ovviamente drammatici.
Le uniche precisazioni del Ministero dell’Interno sono arrivate attraverso le faq pubblicate nel sito del Viminale ed in ogni caso non sono sembrate così sufficienti da regalare qualche certezza a datore di lavoro e lavoratore.

Il testo poi è sembato fin da subito lasciare allo stesso datore di lavoro la facoltà di scegliere se regolare o meno il rapporto di lavoro. Questo forse è stato il punto che più di tutti ha contribuito a mantenere così bassi i numeri delle domande inviate.
Ma davvero non vi era l’obbligo di regolarizzare il lavoratore?
Impiegare una persona irregolarmente costituisce un illecito. Vi è sempre un obbigo di formalizzare e regolare un rapporto di lavoro. Tant’è vero che quando i controlli da parte delle autorità competenti verificano l’esistenza di un rapporto di lavoro sommerso, subentra in primo luogo l’intimazione a regolarizzare quello stesso rapporto.
Questo obbligo dovrebbe essere rafforzato proprio nel momento in cui vi è anche una norma, quella di regolarizzazione, che mette in campo una facilitazione.
Più semplicemente: esiste un rapporto di lavoro irregolare, non è lecito, sempre e comunque sarebbe dovuto essere stato regolarizzato, tantopiù nel momento in cui una norma prevede la possibilità di farlo.
In questo senso è stato illuminante il caso sollevato davanti al Tribunale di Brescia da parte di una cittadina straniera che, dopo aver chiesto di essere regolarizzata, si è vista licenziare dal datore di lavoro. Il Tribunale di Brescia ha intimato l’immediata emersione di quel rapporto decretando l’illegittimità del licenziamento proprio perchè legato alla volontà di evitare la procedura di emersione.
Caso però troppo isolato e forse anche verificatosi troppo a ridosso della conclusione dei tempi della procedura, per dare un pò di speranza in più a quei lavoratori che dopo la data del 30 settembre, oltre ad essere impiegati "in nero" e magari sottopagati, dovranno anche guardarsi continuamente intorno per fuggire ai controlli che dall’8 agosto comportano la denuncia per il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

Una sanatoria che lascia dunque l’amaro in bocca e dal 30 settembre proietta un’ombra sulla vita di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.

di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Link: http://www.meltingpot.org/articolo14858.html

Se la società civile sarà compatta, gli uomini come Pecorella non ci sconfiggeranno




Lettera di due cittadini "colpevoli" di "lesa maestà" nei confronti di un esponente politico.

Quando vuole, la giustizia è veloce. Siamo Dario e Alessandro, due cittadini che si interessano alla politica. Vorremmo raccontare quel che può accadere oggi in Italia a chi osi fare una domanda a un parlamentare.
Un nostro dipendente, come dice Beppe Grillo. In questo caso l'onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella.
L'abbiamo incontrato lunedì sera a Milano, a una trasmissione di Telelombardia. Lui era ospite di un dibattito su mafia e politica; noi eravamo tra il pubblico in qualità di co-organizzatori di una manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla strage di via D'Amelio. Durante la diretta io (Dario) ho rivolto una domanda a Pecorella sul caso Dell'Utri. Non prova imbarazzo, ho chiesto, a sedere in parlamento a fianco a un condannato in primo grado per mafia, uno che per sua stessa ammissione ha frequentato fior di mafiosi? Non dovrebbero scattare, proprio come diceva Borsellino, più severi meccanismi di selezione al momento
delle candidature? Pecorella ha liquidato la faccenda dicendo che il fondatore di Forza Italia è stato eletto democraticamente, quindi lo vogliono gli italiani. Punto e basta. Non c'è stato tempo di replicare: il conduttore ha mandato in tutta fretta la pubblicità. Durante la pausa pubblicitaria, io (Alessandro) ho chiesto conto all'avvocato Pecorella di un episodio della sua carriera che mi aveva paritcolarmente colpito leggendo il romanzo di Roberto Saviano: il fatto che accettò di difendere, mentre era presidente della commissione Giustizia della Camera, Nunzio De Falco, boss di camorra imputato e poi condannato come mandante dell'omicidio di don Peppino Diana. Una figura istituzionale non dovrebbe forse astenersi, per non far perdere credibilità alle istituzioni, da simili esperienze professionali?
Pecorella mi ha accusato di essere un ignorante: "lei con qualla faccia lì non sa niente!". Poi mi ha invitato a leggere gli atti del processo, dai quali a suo dire si apprenderebbe che don Peppino Diana era uno che teneva in casa le armi della mafia. A quindici anni dalla morte evidentemente la demolizione della reputazione di questo martire dell'antimafia non è ancora finita. Nando dalla Chiesa, presente al dibattito, gli ha risposto: "difendi pure Dell'utri, ma non infangare le vittime della camorra!". Al termine della diretta, fuori dagli studi, abbiamo garbatamente chiesto a Pecorella di chiarire meglio il suo pensiero. Pecorella e la signora che l'accompagnava hanno inveito contro di noi, la signora ci ha detto di "andare a chiedere queste cose a Saviano", ci ha dato dei "poveracci" e dei "cretini", ha detto che Gaetano "fa l'avvocato, mica il contabile, e difende chi vuole". Gaetano ha chiuso il discorso con una manata sulla telecamerina accesa. Il giorno dopo ci ha querelati per violazione della privacy! Tre giorni dopo alle 6,30 del mattino io (Dario) ho ricevuto la visita di tre poliziotti (la pattuglia era guidata dall'ispettore capo Vincenzo Calabrese) con un mandato di perquisizione (firmato a tempo di record dal pubblico ministero di Milano Sandro Raimondi). Avevano l'ordine di sequestrare la cassetta. Lo stesso giorno il comando dei carabinieri di Vimodrone ha convocato me (Alessandro) per notificarmi l'indagine in corso a mio carico per la medesima ipotesi di reato: concorso in violazione della privacy di Gateano Pecorella.
Insomma, tira davvero una brutta aria per la libertà di espressione (e per la credibilità delle istituzioni). Certo è che noi non abbiamo fatto nulla di male e non ci lasceremo intimidire.

Un caro saluto, Dario Parazzoli, Alessandro Didoni

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/


Guinea, il massacro senza voce


C'è solo una cosa peggiore di un'esecuzione di massa. Un'esecuzione di massa che passa sotto silenzio. Senza alcuna condanna da parte della comunità internazionale. Senza sanzioni. Senza embarghi. Senza quel genere di attenzione politica che dovrebbe essere garantita alla protezione di ogni essere umano in quanto depositario di diritti civili inalienabili. Uno di questi è consacrato solennemente dall'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948. "Ogni individuo - riporta l'articolo - ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere".

In Guinea da lunedì il popolo non solo non ha visto riconosciuto il diritto alla libertà d'opinione senza essere molestato ma è stato addirittura sterminato dalla polizia del capitano Moussa Dadis Camarà, salito al potere in seguito ad un golpe lo scorso 23 dicembre. Motivo? I guineiani non vogliono che il dittatore si presenti alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio. Lo hanno detto chiaramente prima di scendere in piazza e, dopo il diktat del governo che aveva minacciato provvedimenti in caso di manifestazione, lo hanno ribadito riunendosi in 25mila di fronte allo stadio della capitale. Un grido di protesta unanime contro la legalizzazione elettorale di una dittatura al quale il governo ha risposto con l'esercito. Manganelli e lacrimogeni sulla folla che ha resistito pacificamente nella sua protesta. Fino al fuoco. "Sparate ad altezza d'uomo" questo sembra essere stata la direttiva dei colonnelli di Dadis agli uomini in pantaloni mimetici, berretti verdi e maglietta nera. L'ultimo bollettino, in perenne stato d'aggiornamento, parla di 157 vittime, migliaia di feriti e decine di arrestati. Tra questi i due principali leader dell'opposizione Cellou Dalein Diallo, capo dell'Unione delle forze democratiche della Guinea e candidato alle presidenziali, e Sidya Tourè, capo dell'Unione delle forze repubblicane.

Nella prima mattina di oggi è arrivata la testimonianza che attribuisce al massacro risvolti, se possibile, ancora più abominevoli. E' la dichiarazione di un medico del pronto soccorso del Centro ospedaliero di Donka, il più grande nosocomio di Conacry. "E' una macelleria, un massacro, ci sono decine di cadaveri". L'immagine è quella di un medico che lotta contro il tempo per salvare vite umane. Un uomo che, forse inconsapevolmente, offre la chiave di ciò che accade in Guinea in una scarna e frettolosa dichiarazione ai media. Alla comprensione dei fatti basterrebbe la sua prima parola: "macello". Si potrebbe pensare al Rwanda o alla Somalia. Il fatto è che in quei posti, seppure con alterne fortune, la comunità internazionale si era mobilitata.
Qui, oggi, a testimoniare e condannare un vero e proprio massacro contro un popolo che protesta pacificamente ci sono solo le foto e gli articoli in rete.
La comunità internazionale, ad esclusione di Usa e Francia, resta immobile a guardare e, forse, ignorare ciò che accade in un paese dove chi protesta va al "macello".
E se l'Eliseo ha condannato "con la più decisa fermezza la violenta repressione" messa in atto dall'esercito della Guinea, da Washington il governo Usa, che in Afghanistan schiera quasi 30 mila uomini, si è limitato a dirsi "profondamente preoccupato" per le violenze e esortando la giunta militare al potere a dare prove di moderazione.
Prove di moderazione che si sarebbero potute chiedere anche a Saddam Hussein a questo punto. Solo che la Guinea non ha le stesse risorse dell'Iraq e, quindi, lo stesso peso nella definizione degli equilibri internazionali. Per questo nessuno parla di fronte a 157 morti. Fino ad ora.

di Antonio Marafioti

martedì 29 settembre 2009

Dove è finita l'agenda rossa di Paolo Borsellino?


Roma. L'impatto è notevole. Un migliaio di persone con le agende rosse in mano si impossessa di una piazza di Roma. Si stima che vi siano tra le 1500/ 2000 presenze, il solito balletto delle cifre rimbalza dalle forze dell'ordine agli organizzatori. La realtà è che sotto un sole tutt’altro che autunnale un intero popolo proveniente da tutta Italia si è ritrovato nella Capitale con una richiesta specifica. Dove è finita l'agenda rossa di Paolo Borsellino?Chi e perché l'ha fatta sparire dalla borsa del giudice assassinato dalla mafia pochi minuti dopo lo scoppio dell'autobomba in via D'Amelio? Si tratta della seconda marcia del “popolo delle agende rosse” dopo quella del 19 luglio scorso a Palermo. "Organizzata da Salvatore Borsellino, dal sito 19luglio1992.com insieme all'associazione nazionale familiari vittime di mafia." Salvatore Borsellino è l'indomito condottiero di un vero e proprio esercito pacifico formato da quell'Italia onesta che pretende verità e giustizia.

Verso le 15,30 da piazza Bocca della verità parte finalmente il corteo dietro lo striscione: “Apri gli occhi osserva non chiudere le orecchie... ascolta... solo così sentirai il fresco profumo di libertà”.
In prima fila tra gli altri anche Luigi De Magistris, Nicola Tranfaglia, Sonia Alfano, Gioacchino Genchi, Pino Masciari e Benny Calasanzio.
Centinaia di agende rosse spiccano verso il cielo mentre si susseguono gli slogan gridati da questo fiume di persone. “Fuori la mafia dallo Stato”, “Fuori Mancino dal Csm”, ma anche “Fuori Dell'Utri dal Senato”, “Fuori Mastella dall'Europa” e ancora “Paolo è vivo e lotta insieme a noi”.Ma è il grido di Salvatore Borsellino “Resistenzaaa!!” a infuocare gli animi. E' lui che fa da apripista con la sua agenda rossa alzata in alto.Poco prima delle 17 si arriva a Piazza Navona. Al centro è stato collocato un palco per gli interventi dei relatori. Salvatore legge la lettera di sostegno alla manifestazione scritta da sua sorella Rita impossibilitata a venire per i postumi di un'influenza.
Subito dopo è il giornalista Benny Calasanzio, familiare di vittime di mafia, a prendere il microfono. Tanta rabbia e sete di giustizia nelle sue parole con l'appello finale a tenere duro e a resistere. Resistenza. Come un leit motiv echeggia in ogni angolo di questa piazza. Anche nell'intervento del giornalista pugliese Gianni Lannes quando racconta della visita di Renato Schifani alla redazione de La Stampa in merito ad un’inchiesta, da lui non gradita, condotta su una superstrada in Sicilia. L'inchiesta di fatto non è stata più pubblicata e Lannes ha fondato un proprio giornale, Terra Nostra, subendo successivamente due attentati.
Subito dopo sale sul palco il testimone di giustizia Pino Masciari. “La persona che combatte il sistema viene isolata e messa da parte – esordisce Pino – ma io griderò sempre ad alta voce, io credo nelle istituzioni e nella giustizia e se tutti vogliamo questo paese può riemergere”. “Tutti insieme possiamo farcela – conclude l'imprenditore calabrese – perché combattere le mafie non significa essere schierati con un partito o con l’altro”. E in piazza non ci sono ne bandiere ne simboli di partito. L'Idv ha contribuito all'organizzazione dell'evento ma per mantenere intatta la pluralità della manifestazione è stato deciso di evitare qualunque strumentalizzazione politica.
La caporedattrice di ANTIMAFIADuemila, Anna Petrozzi esordisce con un profondo ringraziamento a Salvatore Borsellino “per averci unito nel nome di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e tutti i martiri del nostro stato”. Il cuore del suo intervento riguarda proprio la strage di via D'Amelio e il furto dell'agenda rossa di Borsellino dietro il quale “si nasconde la chiave per capire cosa è successo veramente in quel biennio stragista”. Siamo di fronte a quegli ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere extraistituzionale, settori devianti dello stato che avrebbero messo in forse l’esercizio della democrazia nel nostro Paese. E che oggi si ripetono con gli attacchi a giudici come De Magistris, al sistema dell'informazione libera, della giustizia e della scuola.
“Dobbiamo protestare e alzare la voce – conclude Anna Petrozzi – ma soprattutto dobbiamo informarci, studiare, leggere, capire il nesso tra tutte le stragi che sono state realizzate nel nostro Paese e che ne hanno cambiato la politica. Le emozioni salgono e scendono, la conoscenza crea invece quella consapevolezza che non può scemare”. Si susseguono le testimonianze toccanti di Martina Di Gianfelice e di una giovane studentessa di 14 anni, Cecilia. Entrambe sono state, più di ogni cosa, il simbolo di quella rivoluzione culturale nella quale credeva Paolo Borsellino.
Parte il primo collegamento telefonico, a parlare è l'attore Giulio Cavalli, sotto scorta da diversi mesi per il suo impegno di denuncia attraverso il teatro e la satira. “Siamo stufi di vedere il brodo schifoso politica-mafia compiere adulteri – sottolinea Cavalli – a differenza della tv noi facciamo sentire l'odore marcio e allo stesso modo saremo capaci di far sentire quel fresco profumo di libertà. E' questo il lavoro di chi, come noi, ha deciso di rinnegare una vita <> come una sorta di brigantismo intellettuale”. Gli applausi della piazza continuano senza sosta mentre ci si collega telefonicamente con Marco Travaglio. “Per arrivare alla verità sulle stragi del ’92 e del ’93 – esordisce il giornalista de Il Fatto – dobbiamo tenere il fiato sul collo del potere. Noi giornalisti, ma soprattutto la società civile”.
Travaglio inizia a elencare le tante “anomalie” del nostro Paese attraversato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, di Gaspare Spatuzza e dalle strane “dimenticanze” di uomini come Nicola Mancino, Luciano Violante e Giuseppe Ayala. “Dove non c’è la cittadinanza a fare da scudo umano a protezione dei suoi magistrati migliori – ha evidenziato Marco Travaglio riferendosi ai Pm che si occupano delle indagini sulle stragi – le inchieste vengono chiuse con la violenza”.

E' la volta di Emiliano Morrone ed Alex Cimino che con la loro canzone “Resistenza” interrompono la scaletta degli interventi riportando in musica il tema dell'incontro. Di seguito prende la parola il giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio. Attraverso la sua esperienza di “epurato” a causa delle sue inchieste “scomode” Vulpio ripercorre la metodologia di un sistema di potere che dopo aver colpito Clementina Forleo, Luigi De Magistris ed altri magistrati continua con Desirèe Digeronimo “colpevole” di fare il suo lavoro. "Dopo la testimonianza di Lucia Castellana delComitato 19 luglio 2009 (il comitato che ha organizzato la marcia delle agende rosse a Palermo lo scorso 19 luglio), tocca a Beppe Grillo che interviene telefonicamente..". “Questa cosa che è iniziata con Salvatore Borsellino e portata avanti da Sonia Alfano, Luigi De Magistris, Antonio Di Pietro e da tante altre persone di buona volontà – grida al telefono Grillo – pretende di sapere la verità su chi ha ucciso Paolo Borsellino”. “Noi vogliamo i nomi - rimarca il comico genovese – perche questo è un omicidio di Stato e non molleremo mai finché non sarà fatta luce su queste cose”. La gente continua ad applaudire anche quando sul palco sale Luigi de Magistris. “Il nostro programma politico è l'agenda rossa – afferma con convinzione l'europarlamentare – è un programma perché se noi riusciamo a far sì che i magistrati che stanno indagando sulle stragi arrivino alla verità capiremo il perché la mafia delle bombe sia passata al controllo delle istituzioni”. “Dobbiamo sapere perché tutto ciò è accaduto, solo così potremo riappropriarci della nostra libertà, da quella d'informazione, al pluralismo, al diritto al lavoro”. Successivamente il parlamentare europeo accenna all'incontro avuto il giorno precedente con il Presidente della Repubblica (il 25 settembre Giorgio Napolitano ha ricevuto i neo europarlamentari italiani eletti recentemente e in quella occasione ha affermato che: “Il Parlamento europeo non può essere cassa di risonanza di polemiche e conflitti che si svolgono nei singoli Paesi e nei Parlamenti nazionali. L'Assemblea di Strasburgo non può nemmeno diventare un'istanza d'appello rispetto a quanto deciso nei Parlamenti o negli esecutivi nazionali” ndr). “Di cosa dovremo parlare al Parlamento Europeo? - replica quindi de Magistris alla piazza - in Italia non danno voce a Salvatore Borsellino e nessuno parla di queste cose anzi cercano di occupare le coscienze e narcotizzare sensibilità e cuori. In Europa invece ci ascoltano e questo dà fastidio”. “Continueremo questa lotta – conclude infine – perché lo dobbiamo a chi, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ha sacrificato la propria vita. Lo dobbiamo ai cittadini che non piegano la schiena e noi saremo lo strumento per chi ha sete di giustizia”.
E' la volta di Antonio Di Pietro che domanda alla folla il perché stia accadendo tutto questo e perché non cambi nulla “nonostante Mani Pulite e le inchieste sulla mafia nel nostro Paese”.
“Ho capito che il vero conflitto di interessi è quello che sta dentro il Parlamento, perché certi parlamentari sono disposti a fare compromessi per mantenere quelle lobby di potere che governano questo Paese”. Il leader dell'Idv dà poi un affondo sulla legge per lo scudo fiscale “fatta per permettere a chi ha capitali nascosti all’estero di riportarli in Italia pagando una tangente come se non fosse successo niente”. “Ricordatevi che chi approverà questa legge in Parlamento farà un’azione criminale”. “Oggi c’è una mafia che sta dentro le istituzioni – conclude – che le utilizza, che non ha più bisogno di commettere reati. Oggi la mafia ha sbiancato i reati”. Sale sul palco Gioacchino Genchi. “Ho avuto da poco la notizia che un nuovo ignobile provvedimento disciplinare è arrivato al capolinea – grida con rabbia ed amarezza Genchi - dopo il mio intervento a Vasto, in occasione del congresso dell’Italia dei Valori, il governo mi ha somministrato un’ulteriore sospensione dal servizio di Polizia di sei mesi, il massimo previsto dalla legge per qualunque tipo di violazione”.
“Con il provvedimento di sospensione – spiega il vicequestore della polizia sospeso - mi si è voluto impedire di aiutare Luigi de Magistris e i magistrati di Salerno a fare verità su una delle più grandi vergogne della giustizia italiana”. “E con la complicità della Corte di Cassazione, della procura generale di Cassazione, del Csm e poi del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio si è cercato di impedire che quel funzionario di polizia potesse dare ai magistrati di Caltanissetta e Palermo quell’aiuto necessario ad arrivare al capolinea delle indagini che rappresentano lo snodo sulle verità negate. Su chi ha voluto dimostrare che nelle stragi del ’92 non c’è solo la responsabilità della mafia, su chi ha voluto dimostrare che in fondo Vittorio Mangano non era solo uno stalliere. Mangano era un mafioso pluri-assassino, che con Dell’Utri era stato accolto alla corte di Arcore di Silvio Berlusconi”. Sui maxi schermi le immagini ingigantite del palco riflettono la rabbia di chi ha lavorato per lo Stato e che ora assiste allo scempio delle istituzioni da parte di una classe politica venduta e prezzolata.
“Da oggi esiste un nuovo partito, quello delle agende rosse e non accetteremo censure e intimidazioni da parte di nessuno”. Non usa mezzi termini Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia Beppe Alfano ed ora europarlamentare una volta salita sul palco.
“Ieri, quando mi sono presentata al capo dello Stato per dargli l’agenda rossa con un pensiero scritto da Salvatore, non mi sono sentita sola, sapevo che dietro di me c'eravate voi”. Ma nelle sue parole c'è ancora tanta disillusione e rabbia per il silenzio del Capo dello Stato sulla richiesta di verità e giustizia per le stragi del '92 e del '93 e sul suo diniego a partecipare alla manifestazione delle agende rosse. La Alfano cita come esempio l'ex presidente della Repubblica Sandro Pertini e la sua partecipazione attiva tra la gente. “Nonostante i richiami – continua Sonia Alfano - bisogna urlarlo forte e di continuo: in questo Stato c’è la mafia, in questo governo c’è la mafia. Altrimenti fuori persone come dell’Utri dal nostro, anzi, dal loro governo”. “Questa è una manifestazione per dire alla gente come il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e a tutti gli altri magistrati che noi siamo al loro fianco e, se serve, entreremo nelle aule dei tribunali per dire che siamo accanto a loro”. “Noi siamo qui per chiedere verità e giustizia. A che serve mettere il tricolore sulle bare dei magistrati e degli agenti quando la gente scende nelle piazze per commemorarli e mancano i pezzi più grossi delle istituzioni?”.
L'ultimo intervento è quello di Salvatore Borsellino. La piazza è tutta per lui.
Il suo spirito continua a sprigionare forza mentre con voce rotta dall'emozione ringrazia tutti i partecipanti. “Non mi è rimasta tanta voce ma so che anche se non riuscirò a gridare la mia voglia di resistenza lo farete voi. Vi voglio leggere una cosa che aveva annotato Paolo nella sua agenda - ha proseguito Salvatore - <>. A me questa Italia di oggi non piace e se penso che mio fratello è morto per questa Italia mi prende lo sconforto”.
Molta commozione tra i presenti di fronte alla sete di giustizia di quest’uomo.
“Domani – conclude il fratello di Paolo Borsellino – i giornali scriveranno che qui si sarà svolta una manifestazione di partito e che Salvatore Borsellino si è fatto strumentalizzare da Antonio di Pietro, ma loro non hanno capito niente! Io sono venuto per far sì che Di Pietro faccia diventare il suo partito il partito della gente onesta, il partito della giustizia e della verità. E io dico: Antonio se tu vuoi che questi giovani ti seguano tu devi liberare il tuo partito da quelle scorie che ancora ci sono”. C'è ancora spazio per un'ultima riflessione sull'assenza di Napolitano: “Un Presidente della Repubblica che firma il Lodo Alfano non difende la costituzione!” La piazza esplode in un lunghissimo applauso. “Spero che un giorno non firmi pure un decreto sul riciclaggio di Stato – continua Salvatore Borsellino – perché allora io non so se riuscirò ancora a chiamarlo Presidente della Repubblica”. “Paolo e i suoi ragazzi sono stati eliminati – conclude Salvatore – per mano di uno Stato deviato. Oggi purtroppo la criminalità organizzata è arrivata ai vertici di questa costituzione ed è per questo che noi dobbiamo lottare ed è per questo che noi abbiamo il nostro dovere che è solo quello di resistere!”. Terminata la frase con un salto che fa rabbrividire gli organizzatori Salvatore scende dal palco e si avvicina alle prime file. Tutti lo vogliono abbracciare, toccare, stringergli la mano. Un'ennesima tappa di un lungo viaggio alla ricerca della verità. Questa volta proprio sotto i palazzi del potere che hanno dovuto subire l'onta delle grida di un intero popolo.
Un popolo su cui grava ora la forte responsabilità di mantenere vivo questa ricerca di verità e giustizia, informandosi, ricercando i tanti pezzi sparsi di questo mosaico scomposto che è la storia del nostro disgraziato Paese. Non saranno certo i “grandi” dell'informazione a lasciare memoria di tutto questo. L'esempio lo ritroviamo in queste ore dove, salvo rarissime eccezioni, la manifestazione di ieri è stata completamente censurata.
Al popolo delle agende rosse quindi, e a tutti coloro che si riconoscono in questa battaglia di civiltà l'onere e l'onore di proseguire questo cammino.


Ciad, le speranze annegate nel petrolio


L’aggressivo sfruttamento delle risorse energetiche che negli ultimi anni ha cambiato la faccia politica e sociale dell’Africa, non ha certo portato la ricchezza e lo sviluppo sperato, la pace ed il benessere promesso da chi invece ha girato la testa di fronte a tragedie umanitarie quali il Darfur o il Corno d’Africa, il Nord Kivu o il Sahara Occidentale, il Delta del Niger o le foreste dell’Uganda settentrionale.

Al contrario, la politica del profitto ha sconvolto la vita di un numero incalcolabile di persone, vittime di un saccheggio incontrollato che ha ricompensato i potentati ed ha premiato l’egoismo di quelle nazioni che in cambio di un paventato sviluppo economico hanno dato vita ad una nuova corsa all’Africa, ad una nuova forma di colonialismo politico-militare che in chiave moderna ricorda quello che tra la fine dell’Ottocento e l'inizio della prima guerra mondiale si spartì il continente. Ed è in questo contesto, in un continente come l’Africa, dove il 40% della popolazione “vive” con meno di un dollaro al giorno e un numero molto maggiore “sopravvive” con meno di due, che il Ciad rappresenta l’ennesimo esempio di come i poveri pagano sempre il prezzo più alto.

Pressato dalla fame e dei cambiamenti climatici, dalle crisi umanitarie e dalle scorribande dei predoni, sovrani incontrastati del Sahel e dell’Africa sub-sahariana, dalle crisi regionali e dalla concreta possibilità di una guerra civile, il Ciad sconta infatti, più di altri Paesi, l’illusione di una “ricchezza” che probabilmente non arriverà mai. Quasi dieci milioni di abitanti che negli ultimi 40 anni hanno assistito all’irreversibile desertificazione del loro Paese e alla conseguente riduzione delle acque della loro unica fonte di sostentamento, il lago Ciad, passato da una estensione di 25 mila chilometri quadrati a poco più di 5 mila; dieci milioni di persone che hanno riposto tutte le loro speranze sulla pioggia di dollari che sarebbe dovuta arrivare con l’oro nero ma che non ha nemmeno bussato alla porta.

Sviluppatosi alla fine del secolo scorso, lo sfruttamento dei giacimenti non ha infatti cambiato lo standard di vita dei ciadiani e, per ora, i profitti derivanti dai prezzi record del greggio registrati negli ultimi anni hanno solo rimpinguato le casse del governo. Entrate gestite dalle autorità, in gran parte appartenenti all’etnia Zaghawa e al Mouvement Patriotique du Salut (MPS), che hanno praticamente dilapidato centinaia di milioni di dollari per armare l’esercito e premiare e la classe politica più accondiscendente alla decisioni della presidenza. Una ricchezza il cui utilizzo è diventato soprattutto strategico, ben lungi dall’alleviare la condizione di povertà in cui versa il Paese, ma elemento importante per mantenere al potere chi di fatto ha favorito una endemica situazione di instabilità.

Il fallimento brucia ancora di più se si ripensa al 2000, a quando la Banca mondiale ed alcune agenzie pubbliche e private di credito decisero di sostenere con 370 milioni di dollari il Chad-Cameroon Oil and Pipeline. “Un progetto per lo sviluppo”, conosciuto anche come “Doba oil”, da quattro miliardi e duecento milioni di dollari, appaltato ad un consorzio di compagnie petrolifere comprendenti la Exxon-Mobil, la Chevron-Texaco e la malese Petronas. Il fine ultimo era la realizzazione e l’apertura di 300 pozzi petroliferi e la costruzione di un oleodotto lungo 1.070 chilometri che attraverso la foresta pluviale avrebbe collegato la città di Doba, nel Ciad meridionale, al porto camenurense di Kibri, nel Golfo di Guinea. Un concetto completamente rivoluzionario nel finanziamento ai Paesi poveri, il più grande in tutta l’Africa, diverso dai classici prestiti a fondo perduto e i cui profitti sarebbero dovuti servire a ridurre la povertà in Ciad ed in Camerun, a stimolare il microcredito, ad avviare nuove attività, a sovvenzionare l’acquisto di macchinari agricoli, a realizzare scuole, ospedali, ed infrastrutture.

In realtà il Chad-Cameroon Oil and Pipeline ha provocato danni irreversibili: flussi migratori e violazioni dei diritti umani collegati alla realizzazione dell’opera, confisca delle terre agricole senza risarcimenti e gravi danni sociali ed ambientali. Un ecosistema distrutto, malaria e malattie della pelle causate dal misterioso smaltimento dei rifiuti tossici, quasi cento villaggi scomparsi, intere tribù pigmee costrette a rinunciare ad intere aree, crollo nell’esportazione del cacao e del caffè, disoccupazione, violenza e crimine alle stesse, così come la prostituzione e i casi di HIV. Tutti fatti denunciati dalle popolazioni locali e dalle Organizzazioni non governative internazionali, così come i 225 mila barili di greggio prodotti ogni giorno dal consorzio; i profitti annui della Exxon-Mobil, pari a 40 volte il Pil del Ciad; i 36 milioni di petrodollari ricevuti da Deby nel 2006, utilizzati per armare la guardia presidenziale, “vincere” le elezioni e sconfiggere i ribelli del Rally for Democratic Forces, e il miliardo e 200 milioni di dollari incassati dal Ciad nel solo 2007.

Con un tasso di analfabetismo che tocca 87% e un reddito pro capite annuo pari a 150 euro all’anno, il Ciad è tra i cinque Paesi più poveri al mondo: 170mo su 179 nazioni secondo il rapporto 2008 delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano; 173mo su 180 per la speciale classifica sulla corruzione stilata dall’associazione non governativa Transparency International. La maggioranza della popolazione vive sotto la soglia della povertà estrema, soltanto il 10% ha accesso ai servizi sanitari di base e meno del 30% può disporre di acqua potabile di buona qualità; il tasso di mortalità infantile fino ad un anno di vita colpisce 102,6 neonati su mille e la speranza di vita alla nascita è di poco superiore ai 50 anni. In Ciad sono presenti 12 campi profughi che accolgono più di 260 mila rifugiati, 220 mila civili provenienti dal Darfur e 40 mila dalle foreste della Repubblica Centro Africana. Gli sfollati interni, fuggiti dai villaggi in seguito alle incursioni delle milizie sudanesi e al conflitto interno tra forze governative e ribelli, sono circa 170 mila.

Una situazione tragica, soprattutto perché negli ultimi dieci anni, anziché mantenere gli accordi presi con la Banca Mondiale - 80% delle entrate destinato a programmi di sviluppo (sanità, istruzione e infrastrutture) e il 10% a un fondo bancario riservato alle generazioni future - il governo di N’Djamena ha preferito portare le spese militari dai 14 milioni di dollari del 2000 ai 315 milioni di dollari del 2009, una cifra che supera abbondantemente il 4% del Pil (4,2% nel 2006) e che Deby giustifica con il rischio di una possibile invasione sudanese. Grazie ai partners principali, Francia, Stati Uniti e Cina, alla costante presenza della Legione Straniera e ai soldi della Exxon-Mobil e della Elf, oggi N’Djamena ha infatti uno dei più equipaggiati e preparati eserciti dell’Africa sub-sahariana.

Oltre agli Aermacchi SF-260 strappati alla Libia durante la guerra per la striscia di Aozou e ai vecchi mezzi sovietici (i tank T-55, i veicoli da trasporto truppe BTR-80, i blindati BRDM, gli elicotteri Mil Mi-8/-17, gli aerei trasporto Antonov An-26 e quelli da attacco al suolo e supporto Sukhoi Su-25 Frogfoot), il Ciad dispone degli anfibi francesi ERC 90 Sagaie e dei veicoli americani Humvee, gli High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle usati dall’esercito Usa in Iraq ed Afghanistan; dei missili terra-aria FIM-92 Stinger, degli anticarro a medio raggio Milan e sistema d'arma BGM-71 Two; degli aerei da trasporto C130-Hercules e dei velivoli da attacco leggero Pilatus PC-9M; degli elicotteri da trasporto Mi-171 e di quelli da attacco Mil Mi-35.

Anche in Ciad il binomio petrolio-armi quindi funziona, sicuramente meglio di quello petrolio-sviluppo e almeno quanto il progetto “Doba oil”, una speranza di affrancamento dalla povertà che si è trasformato nel core business delle spese militari, fatto che nel settembre 2008 ha portato la Banca Mondiale a ritirate il proprio sostegno al finanziamento. E certamente non è di aiuto all’economia nazionale che, a causa del brusco crollo dei prezzi petroliferi, negli ultimi anni ha visto un andamento del Pil in vertiginosa discesa, passando dai livelli record del 2004 (+33,6%) al –0,4% del 2008. Una situazione economica che desta preoccupazioni e che a causa dell’instabilità regionale e del sistema di governance, uno dei più corrotti al mondo, è destinata a peggiorare, almeno per quegli otto milioni di ciadiani che già vivono sotto la soglia della povertà estrema.

di Eugenio Roscini Vitali

Link: http://www.altrenotizie.org/esteri/2730-ciad-effetto-petrolio.html

domenica 27 settembre 2009

Honduras, la situazione peggiora di giorno in giorno


"La situazione peggiora di giorno in giorno. Sempre più feriti e detenuti, ci sono già diversi compagni dichiarati prigionieri politici e noi corriamo con le delegazioni dei diritti umani da un quartiere all´altro per impedire che la polizia si porti via i giovani, che entrino nelle case sparando lacrimogeni e che facciano tutto quello che gira loro per la testa malata che si ritrovano.
Nonostante tutto, la gente si sta organizzando ogni notte in barricate e contro gli attacchi della polizia e dei militari, sta nascendo una coscienza ormai di classe! Da tutto il paese sta arrivando gente per unirsi alle mega marce della capitale, però ci sono azioni ovunque anche nelle comunità disperse, tutte contro il golpe".
Cooperante italiana in Honduras.
Carlos Umberto Isaguirre, torturato dalla polizia in honduras

E poi ancora. "Un minorenne è stato ferito da un proiettile sparato dagli agenti di polizia che sono arrivati, in sei pattuglie intorno alle otto di sera, per reprimere le proteste tra la 10 e la 27, nel sudest di San Pedro Sula.
Il ferito è stato portato all'ospedale Mario Rivas e adesso è fuori pericolo.
La Resistencia ha bloccato le strade incendiando quel che trovava e gridando contro il governo golpista. I poliziotti hanno sparato per disperderli.
Nei pressi della 23, qualcuno ha sparato contro le pattuglie. Una marea di militari ha circondato la zona e è arrivata una ambulanza, che fa supporre che un agente sia rimasto ferito.
A Juan Ramón Molina, uscita Puerto Cortés, dove la maggioranza dei residenti sono maestri e maestre.
Dopo mezzora, una pattuglia della polizia che seguiva da vicino la protesta, ha sparato per terra, varie volte, senza preoccuparsi della presenza di bambini che stavano giocando lì attorno. A sentire gli spari, sempre più gente si è riversata per la strada e i poliziotti si sono dispersi. Ci sono state proteste a Satelite e Céleo Gonzales, verso La Lima e nei settori Chamelecón e Cofradía, verso Tegucigalpa e verso occidente.
Il giorno dopo, 15mila honduregni si sono riversati nelle strade di tegucigalpa. Ma la repressione è stata forte proprio nei quartieri popolari. Militari e agenti della polizia nazionele, uniti ai Cobras hanno aggredito i manifestanti in pieno centro della capitale. Nelle foto si puo vedere che le vittime sono state colpiti e torturati. È il caso di Walter Javier Rodríguez, 21 anni.
A quanto riferito da Radio Globo, i detenuti sono portati su una collina nei pressi dell'edificio dei pompieri e torturati dalla polizia.
Dall'Honduras, Dick Emanuelsson

di Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/18016/Honduras.+Storie+di+ordinaria+follia

Ghana, lo sguardo basso e rassegnato tra i NOSTRI rifiuti di materiale elettrico ed elettronico


Soltanto qualche chilometro separa Jamestown, zona turistica segnalata su tutte le guide, da Agbogbloshie. Spostandosi a piedi verso nord, ci si lascia alle spalle il fascino delle vestigia coloniali britanniche per finire quasi senza accorgersene nella desolazione della più grande discarica di materiale elettrico ed elettronico del Ghana. Il primo segnale inquietante lo si ha attraversando il ponte sul corso d'acqua, il Densu River, che si congiunge con la Korle Lagoon. Una melma fatta di buste di plastica, detriti e oggetti di varia natura crea un vero e proprio tappeto galleggiante. Si tratta della fogna a cielo aperto che scorre nel quotidiano vivere dei duemila lavoratori di Agbogbloshie. Un'intera comunità musulmana è emigrata dal Nord del Ghana, zona poverissima, e già all'inizio degli anni '90 ha preso possesso della discarica inventandosi il lavoro di «riciclaggio» dei metalli. Durante il giorno lavorano, poi attraversano il fiume e riposano in uno dei rifugi con vista discarica, una baraccopoli che negli anni è diventata un villaggio.
Una serie di dettagli, più di altri, colpiscono la sensibilità di noi occidentali. Il continuo sciamare di bambini che si recano sulle sponde del fiume per fare i bisogni. Le zone della preghiera, piccole aree ritagliate nella selva intricata di rifiuti, dove ad intervalli regolari i lavoratori si recano per inginocchiarsi rivolti verso La Mecca. Le ragazze che vendono acqua, frutta, dolciumi, trasportandoli sulla testa e che sono l'unica macchia di colore di una distesa uniforme grigio-marrone fatta di vecchi frigoriferi arrugginiti, televisori, computer, parti di automobili, condizionatori.
Agbogbloshie è organizzato per zone. Vicino alla strada si trovano gli specialisti delle automobili. Sono lì per approfittare per primi dei camioncini che portano le parti delle auto che dovranno essere smontate e quindi fare acquisti convenienti. Materiale pesante e ingombrante. Nuru, un ragazzo di 16 anni, si occupa esclusivamente di cerchioni. Ha «la sua ditta», come dice lui. Il suo fratello minore lavora con lui. I cerchioni, una volta smontati e puliti, possono essere venduti come metallo grezzo oppure trasformati in altri oggetti, come i barbecue da campo, molto diffusi in Ghana. Per dieci cerchioni ripuliti 5 dollari.
«A volte riesco a fare fino a 8 dollari al giorno, dipende dai carichi in arrivo», dichiara. E aggiunge di essere molto privilegiato. È alla discarica da tre anni, conosce tutte le dinamiche che ne regolano i traffici interni ed è una guida perfetta. Insieme a lui è possibile attraversare gli altri gironi infernali di Agbogbloshie senza perdersi. Procedendo verso l'interno della vallata si incontra per primo il cimitero dei frigoriferi, che vengono meticolosamente smontati per ricavarne piccoli oggetti fatti con la lamiera. Naturalmente il gas contenuto nel motore, abbandonato con gli altri in enormi mucchi, verrà disperso nell'ambiente, ma in mezzo a una simile devastazione, non è che un dettaglio. Più avanti si vedono muri di batterie di auto usate, mucchi di scarti metallici e, soprattutto, ovunque casse svuotate di computer e televisori. Questi cadaveri plastici ricoprono intere aree ai margini della discarica e resteranno lì per sempre. Sono oggetti senza valore.

Giocando a pallone tra i rifiuti
Nel cuore di Agbogbloshie c'è un campo di calcio. Alcuni ragazzi di Jamestown vengono qui ad allenarsi. In Ghana il pallone è una cosa seria. Poco più avanti si apre una grande vallata dove, ogni giorno, vengono accesi fuochi usando come combustibile la schiuma isolante dei frigoriferi, poliuretano altamente infiammabile. I fuochi servono per bruciare i cavi e le parti interne degli apparecchi elettronici. Questa operazione permette di liberarli tramite fusione dal materiale plastico che li avvolge o li contiene.
Greenpeace ha recentemente condotto una ricerca accurata sulle conseguenze ecologiche di questa pratica, prelevando campioni di terreno da diversi siti dove vengono accesi i fuochi. Dallo studio risulta che la concentrazione di piombo (elemento usato nelle saldature) in quella zona è cento volte superiore alla norma. Cinquanta volte per il cadmio (usato negli interruttori e nei monitor). Il piombo è altamente dannoso per il sistema nervoso, in particolare quello dei bambini. Il cadmio è cancerogeno se inalato. Inoltre la combustione delle parti di plastica, quindi di Pvc, libera il clorobenzene, che insieme ai metalli come rame e ferro reagisce e crea la diossina. Da notare che oltre a creare danni irreversibili alle persone che lavorano sul posto, durante la stagione delle piogge, le alluvioni trascinano tutte le sostanze tossiche nel Densu River e quindi nel mare.
A occuparsi dei fuochi sono per lo più ragazzini. La maggior parte di loro ha dai 12 ai 14 anni, ma ci sono molti bambini che non hanno più di 6 anni. «Raccolgo il metallo e lo porto al mio capo» spiega uno di loro, che avrà a occhio 8 anni. Il volto, le mani e i vestiti consumati che indossa sono completamente ricoperti dalla patina grigia provocata dal fumo dei falò che accende. «Se lavoro sodo riesco a fare anche due cedis al giorno», dice, mentre aggiunge un groviglio di cavi sul fuoco. Due cedis, un euro. Il suo capo non è altro che qualcuno così fortunato da essersi permesso l'acquisto di un mezzo di trasporto.

Il bronzo vale 20 cent al chilo
«Chi possiede una macchina, un furgone o un camion, qui può diventare ricco» spiega Nuru. Questi piccoli imprenditori assoldano una serie di ragazzini per fare il lavoro sporco. «Il metallo ricavato dai falò, a fine giornata viene caricato e portato a Tema, a 30 chilometri da qui», continua Nuru. «Lo acquistano delle aziende metallurgiche, sono ghanesi. Si possono ricavare fino a venti o trenta dollari al giorno da un lavoro del genere. Il bronzo, ad esempio, vale 20 centesimi al chilo». Incontrare uno di questi boss è un'esperienza cinematografica. È completamente vestito di bianco, pulito, siede su un motorino di marca orientale. Alle sue spalle c'è un grande camion azzurro con striature arancio, scintillante, segno del suo potere. L'uomo ha un sorriso stampato. È in attesa che la squadra di ragazzi appena ingaggiati finisca di bruciare un carico di cavi, una vera distesa di vermi plastici.
Sono lì a pochi passi. Lui controlla personalmente il lavoro. Poi si alza, fa grandi gesti per incoraggiare la squadra. Devono fare in fretta, è quasi il tramonto. Il fuoco è alto, il fumo denso, impenetrabile. A controllare che tutto si svolga regolarmente c'è un poliziotto in borghese. Siede anche lui su un motorino. È un sì della Piaggio. «Finché ci sono io, qui tutto fila liscio», tiene a dire, mentre la squadra di minorenni comincia a caricare il camion.
Il «capo» dell'intera Agbogbloshie viene chiamato rispettosamente «chairman», presidente. La sua attività principale è il commercio di batterie usate per automobili. Ma si occupa anche di supervisionare le attività di riciclaggio della discarica, risolvere problemi, decidere quanti e quali spazi ognuno può ricavarsi all'interno dell'area. È qui da 14 anni. «Il guaio principale è che c'è un sacco di gente che aspetta senza fare nulla», spiega. «Non hanno soldi per iniziare un'attività, per comprare un piccolo carico di materiale grezzo da lavorare. Quindi se ne stanno tutto il giorno ad aspettare che qualcuno dia loro lavoro. Alcuni sono degli esperti di computer, sono qui per guadagnare soldi sufficienti per comprarsi i libri e proseguire con gli studi».
Per scoraggiare gli occidentali a buttare in modo indiscriminato il loro vecchio computer, che inevitabilmente finisce in queste enormi discariche del Terzo mondo (l'altra discarica africana è in Nigeria), recentemente sono state giustamente segnalate molte storie di hackers africani in grado di usare il contenuto degli hard disk rubando codici e password. In effetti nella parte più esterna di Agbogbloshie, adiacente alla strada, si trovano una serie di bancarelle dove per 50 centesimi di dollaro si possono acquistare dischi rigidi di qualsiasi provenienza. Chiunque con una discreta abilità può far ciò che vuole con i dati che vi si trovano all'interno. Questione di fortuna. Ma per scoraggiare i consumatori dei paesi sviluppati a disfarsi con leggerezza di ogni aggeggio elettronico rotto o passato di moda, in realtà basterebbe la permanenza di qualche ora in questo posto, respirando l'aria tossica della vallata. Le regolamentazioni europee sul trattamento di ciò che si definisce e-waste parlerebbero chiaro: la direttiva chiamata Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) obbliga i produttori ad investire, proporzionalmente alle dimensioni dell'azienda, in sistemi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti elettronici.
In Europa soltanto il 25% del totale dei rifiuti viene avviato allo smaltimento e di questa percentuale il 75% (l'80% negli Usa) non è tracciabile. Insomma, quasi la totalità di apparecchi elettronici occidentali ha un destino ignoto (a chi non vuol sapere). Lo smaltimento presso Paesi al di fuori dell'Ocse (le nazioni «sviluppate») in Europa è vietato. Negli Stati uniti la Usepa (l'agenzia per la protezione dell'ambiente), invece, lo ritiene legittimo. Secondo Greenpeace, ogni anno riusciamo a produrre dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Asia e, più recentemente, Africa sono diventate vere pattumiere di questo materiale che spesso è importato in container con scritto «materiale di seconda mano» e non «e-waste». Questo per evitare problemi alle dogane.
L'ultima beffa è che esistono programmi dei paesi ricchi per donare ai paesi in via di sviluppo computer e attrezzature elettroniche; «colmiamo il gap digitale», così viene definita la manovra. Greenpeace ha calcolato che il 75% di queste attrezzature sono inutilizzabili, perché rotte, o perché mancano parti essenziali al funzionamento. Se non bastasse, centinaia di container sono bloccati al porto per problemi doganali. Ma nessuno verrà mai a chiederli indietro. Rimangono lì anni e tutto il contenuto si trasforma inevitabilmente in rifiuto elettronico.
Le giornate ad Agbogbloshie finiscono così come iniziano. Bambini piccoli che vagano per la discarica per recuperare le briciole. Il mattino presto per prendersi gli avanzi di chi ha approfittato dei camion che hanno scaricato i rifiuti. La sera per raccogliere frammenti rimasti dal lavoro degli altri, durante lo smontaggio. Hanno dei sacchetti di plastica che contengono ogni sorta di avanzo metallico. Si aggirano come fantasmi, il loro sguardo è basso, rassegnato. Venti centesimi per un chilo di quella immondizia, quindi una ciotola di riso. Forse per oggi la loro vita sarà in salvo.

di Jean Marc Caimi


sabato 26 settembre 2009

L'oppio è il principale obiettivo della occupazione NATO dell’Afghanistan,...nonostante la pscico-guerra dell'informazione


L’uccisione dei sei parà italiani in Afghanistan ha riproposto dei temi di dibattito considerati particolarmente appassionanti, soprattutto la questione se la guerriglia afgana possa considerarsi resistenza, o sia valida l’etichetta ufficiale di terrorismo. Nel settembre del 1939, mentre le truppe tedesche invadevano la Polonia, la propaganda nazista definiva “terroristi” i partigiani polacchi, mentre il presidente della repubblica polacca era bollato come un “dittatore”. La rivista illustrata allora più diffusa in Italia, “Tempo Illustrato”, si adeguava a questo lessico, mostrando anche foto di mamme polacche che, con i loro figli, si mettevano spontaneamente sotto la protezione tedesca, e persino ufficiali delle SS che scrivevano alla mamma. Questi dettagli possono essere verificati in qualsiasi emeroteca. Viene in mente la storiella Zen del maestro che brandisce un bastone sopra la testa di un suo allievo e gli grida: “Se lo chiami bastone, ti colpisco. Se non lo chiami bastone, ti colpisco. Allora, come lo chiami”.
In realtà la propaganda ufficiale tende sempre a considerare terrorismo ogni forma di opposizione, e viene considerato un dittatore ogni governante nemico, perché ogni potere individua la libertà nel fare i propri comodi.
Un quotidiano come “La Repubblica” è fatto passare per giornale di sinistra e di opposizione, eppure in questi giorni non solo ha difeso l’invasione NATO dell’Afghanistan, ma ha anche presentato la protesta dei precari della Scuola con toni che suggerivano la minaccia terroristica; perciò la Gelmini non era più un destinatario delle proteste, ma veniva presentata ogni volta come colei che riusciva a sfuggire agli agguati dei precari. È ovvio che l’equazione “protesta dei precari- minaccia terroristica” è suggerita dai media in modo subliminale, perché se fosse esposta in modo esplicito sarebbe respinta per la sua palese assurdità.
Coloro che si battono per il riconoscimento di uno status resistenziale ai guerriglieri afgani, dovrebbero inoltre tenere conto del fatto che la Resistenza italiana si trova, a sua volta, nella condizione di bersaglio della propaganda ufficiale, che cerca di avvilirla alla condizione di fenomeno di criminalità politica, o criminalità tout court. Anche in questo caso l’idea che la Resistenza abbia analogie col terrorismo non è proposta quasi mai in modo diretto, ma attraverso messaggi insinuanti, che aggirino le soglie del senso critico. Le esigenze della propaganda comportano, peraltro, anche effetti paradossali e, probabilmente, controproducenti per il morale dei soldati inviati in queste “missioni di pace”. Il non voler riconoscere ai guerriglieri afgani lo status di combattenti, ha fatto sì che nei titoli dei palinsesti televisivi per la cerimonia del funerale dei parà non si usasse per loro il termine militare di “caduti”, ma dapprima di “soldati periti”; poi, constatato il ridicolo eccessivo del termine “periti”, si è ripiegato su quello generico di “morti”.
Per dei militari, per di più professionisti, uccisi con le armi in pugno, ciò significa vedersi negato, a propria volta, lo status di combattenti e il conseguente onore militare, per essere invece percepiti come una entità indistinta, “vittime della pace” esposte inermi e ignare agli attacchi di un male subdolo. L’effetto è risultato sconcertante anche per quella parte della pubblica opinione che non si è mai sognata di contestare la versione ufficiale sui motivi dell’invasione dell’Afghanistan, poiché la propaganda di questi giorni ha finito per seppellire assieme con i parà, anche la mitologia viriloide che da sempre avvolgeva la “Folgore”.
Le manifestazioni di cordoglio riservate ai parà uccisi, avrebbero infatti avuto un senso se si fosse trattato di ragazzine uccise mentre si recavano ad una festa di matrimonio; così come era accaduto a quella ragazza afgana di tredici anni che i militari italiani uccisero ai primi di maggio di quest’anno. In quel caso la giustificazione addotta dal governo italiano fu che la colpa era da attribuire al clima di guerra, invece stavolta la guerra non c’era più. Paradossi analoghi furono creati dalla propaganda israeliana quando presentava i propri soldati come “rapiti” dagli Hezbollah, come se fossero ragazzine vittime di un bruto; mentre le ragazzine morte sotto i bombardamenti israeliani erano vittime di guerra. Ciò indica che le esigenze della guerra psicologica prevalgono persino su quelle della guerra sul campo, dimostrando che per la NATO è prioritario dissimulare i veri motivi della occupazione dell’Afghanistan.
Una vittoria definitiva della NATO sulla guerriglia appare infatti irrealistica, mentre risulta significativo che la presenza USA tenda ad appropriarsi di aree circoscritte per disseminare il territorio con le solite basi militari. Anche la delegittimazione che i media del sedicente Occidente stanno operando nei confronti del presidente Karzai -di cui si è scoperto improvvisamente che è un misogino e un narco-trafficante-, va in questa direzione, a dimostrazione che gli USA non mirano più ad un Afghanistan ridotto a Stato satellite, quanto a una sua riduzione a territorio brado, esposto ai traffici ed ai saccheggi delle cosche affaristiche.
Il modello appare quello dell’attuale Congo, un Paese oggi saccheggiato direttamente dalle multinazionali, che non devono più neanche disturbarsi a prendere accordi con autorità-fantoccio. Anche in Iraq, dove il petrolio risulta ancora ufficialmente nazionalizzato, gli USA non premono per una privatizzazione -che neppure il governo collaborazionista potrebbe accettare-, ma si dedicano direttamente al saccheggio e al contrabbando del petrolio, e persino dell’acqua.
Tra gli obiettivi della invasione USA dell’Afghanistan, si è spesso messo in evidenza quello della costruzione di un gasdotto in grado di spiazzare l’egemonia russa nel settore orientale. Ma un accordo per questo gasdotto era già pronto nel 2001 con il governo talebano, eppure ciò non fermò l’invasione.
Sono tutti indizi che fanno ritenere che la gestione della produzione e del traffico di oppio non fosse un semplice affare collaterale, ma il principale obiettivo della occupazione NATO dell’Afghanistan.

di Comidad

Fonte: www.sottolebandieredelmarxismo.it

Link: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_internazionale/2009_09_comidad_vittime-di-psico-guerra-in-afghanistan.htm

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