sabato 31 ottobre 2009

E Angelino Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?"


I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia.

Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".

Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.

Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.

Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.

Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".

Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.

Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.

Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.

Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".

Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".

È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.

Negli anni caldi dello scontro politicamagistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".

di Lirio Abbate


venerdì 30 ottobre 2009

La resistenza dei popoli dell’Amazzonia contro le multinazionali (Documentario:"Il richiamo del fiume Madeira")


Il documentario mostra la resistenza dei popoli dell’Amazzonia contro i grandi progetti, filmato tra il 2007 2008 è uno dei documentari più recenti che riflette sulle principali problematiche dell’America Latina.
Il documentario affronta le tematiche relative all’avanzo di grandissimi progetti di sviluppo, che ogni giorno mettendo in pericolo la sopravvivenza di culture antiche e dell’ecosistema della regione Amazzonica.
Il progetto "complesso del fiume Madeira" è una delle dieci fasce territoriali previste nell’IIRSA che a partire dall’anno 2000 stanno ridisegnano il territorio Sud Americano. IIRSA ( Iniziativa per l’integrazione dell’infrastruttura regionale Sudamericana ). Il progetto "complesso del fiume Madeira" comprende tre paesi dell’America Latina . ( Perù, Brasile e Bolivia ).
Il Progetto si potrebbe definire, come la spina dorsale di una serie di progetti a catena, che intendono trasformare i fiumi dell’Amazzonia in elettricità e idrovie, allo scopo di rendere più semplice, economica e veloce la ritirata di materie prime da parte di imprese e multinazionali.
Il progetto complesso del fiume Madeira, si realizza pertanto come un fiume non più fiume, con la negazione di tutte le forme di vita e di cultura, che nel fiume e per causa del fiume si sono proliferate ed anno fino ad oggi interagito.
Il richiamo del fiume Madeira è la risposta viva dei movimenti sociali e di tutte le comunità, all’eccessiva devastazione della foresta Amazzonica. Per le imprese, tanto le popolazioni quanto l’ecosistema, sono una difficoltà e un ostacolo da superare, la foresta è vista come fonte di ricchezza da devastare ed esplorare senza limiti.
Questo documentario è la rivendicazione di popoli indigeni e Ribeirinhos ( comunità e villaggi pescatori e agricoltori che abitano ai margini del fiume ) che hanno perso il diritto della propria identità. Un’identità negata dall’avanzo di un progresso distruttivo che deve rispettare gli unici interessi della politica economica globale. Un altro diritto umano negato, ancora uno nel corso della storia dell’umanità di cui non se ne parla! Diritto di vivere nelle proprie comunità, coltivando e pescando in equilibrio con l’ambiente, nelle sponde generose di un fiume millenario.

Il filmato è disponibile da una collaborazione con Arcoiris TV

Visita il sito: www.nuoviorizzonti.eu

mercoledì 28 ottobre 2009

"Pm e Giudici comunisti", Totò Riina lo disse nel'94 dando la linea a Berlusconi


Totò Riina aveva dato la linea nel '94: «Il governo Berlusconi si deve guardare dai comunisti, dai Violante, dai Caselli, dagli Arlacchi». Più o meno le stesse cose aveva poi ripetuto il Cavaliere....

Mar Egeo: fra le vittime, in fuga dall'Afghanistan, c'erano cinque bambini


ATENE - Almeno otto persone sono morte a bordo di una piccola imbarcazione che trasportava un gruppo di migranti e che è affondata al largo dell'isola greca di Lesbo, nel mar Egeo, dopo aver urtato delle rocce. Lo hanno annunciato le autorità greche, precisando che fra le vittime, in fuga dall'Afghanistan, c'erano cinque bambini.

Un comunicato della guardia costiera ha informato che i soccorritori hanno localizzato una decina di superstiti; una persona, forse un bambino, risulta ancora dispersa. Elicotteri e imbarcazioni della guardia costiera sono impegnati nelle ricerche. L'incidente è avvenuto intorno alle 8 del mattino locali (le 7 in italia), quando la barca ha urtato le rocce nell'area di Korakas, nella costa nordorientale di Lesbo.

I migranti erano partiti dalla costa turca con un forte vento, a bordo di una imbarcazione di legno che si è schiantata contro gli scogli dell'isola Mytilini.

Decine di migliaia di migranti provenienti da Africa e Medio Oriente partono ogni anno dalla costa turca per raggiungere la Grecia. Nel 2008 oltre 13mila migranti sono sbarcati sull'isola di Mytilini.

martedì 27 ottobre 2009

David Mills:"Corrotto da Berlusconi"


Dopo 4 ore di riunione in camera di consiglio i giudici della seconda sezione della corte d'Appello di Milano, presidente Flavio La Pertosa, a latere Rosario Spina (relatore) e Marco Maiga, confermano la condanna decisa il 17 febbraio scorso dal Tribunale a carico di David Mills: 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari e 250 mila euro da risarcire alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, parte civile, rappresentata in aula dall'Avvocatura dello Stato.

Dunque l'impianto accusatorio, Mills corrotto da Silvio Berlusconi con almeno 600 mila dollari affinché dicesse il falso o fosse reticente in due processi a carico del fondatore della Fininvest, regge anche in Appello. Il collegio non indica termini per il deposito delle motivazioni e questo significa che lo farà entro 15 giorni e che in sostanza è cominciata la corsa contro la prescrizione. I fatti al centro del processo per Mills scadranno nei primi giorni di aprile del prossimo anno, mentre la data che interessa Berlusconi, il cui processo dopo l'annullamento del Lodo Alfano, riprenderà con ogni probabilità tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre, è fissata al 2011, a meno di modifiche legislative di cui si parla sui mezzi di informazione da qualche settimana.

I difensori di Mills avranno 30 giorni di tempo per ricorrere in Cassazione e hanno già detto che lo faranno. Spiega Federico Cecconi: "Non è finita qui, abbiamo elementi forti per ribaltare la sentenza". Il collega Alessio Lanzi si dice "profondamente amareggiato e a disagio", e precisa: "la sentenza mette a dura prova la buona fede nello Stato di diritto".
Più duro ancora è Nicolò Ghedini, legale di Silvio Berlusconi, "l'imputato di pietra" nel processo, com'è stato definito in aula a Milano. "La decisione della Corte d'Appello di Milano nel processo Mills -dice- è del tutto illogica e nega in radice ogni risultanza in fatto e in diritto. Un processo svolto in tempi record negando qualsiasi prova e rifiutando qualsiasi possibilità di difesa.
Tale decisione non potrà che essere annullata dalla Corte di Cassazione. Comunque, ancora una volta, si conferma che a Milano non si possono celebrare processi quando, ancorché indirettamente, vi sia un collegamento con il Presidente Berlusconi". Nei motivi d'appello, così come in discussione, i difensori di Mills avevano chiesto più volte di riaprire parzialmente il dibattimento per ascoltare alcuni testi, primo tra tutti Silvio Berlusconi, il coimputato, per il quale però il processo di primo grado era stato 'congelato' nell'ottobre dello scorso anno in attesa che la Consulta si esprimesse sulla legittimità del Lodo Alfano. A giudizio, da allora, in una condizione processuale quantomeno 'anomala' nel caso di un reato (la corruzione in atti giudiziari, ndr) a concorso necessario, è rimasto il solo Mills. Ma la Corte presieduta da Flavio La Pertosa, evidentemente, ha deciso diversamente, chiudendo il giudizio in quattro udienze e rinviando una spiegazione sul punto in sentenza.

La Suprema Corte, com'è ormai prassi da alcuni anni, darà una corsia preferenziale a questo come ad altri processi a rischio di prescrizione. E la Cassazione dirà l'ultima parola nel merito della vicenda anche sulla stessa prescrizione, sulla quale ci sono come spesso accade interpretazioni diverse e che è stato oggi il terreno di scontro tra le parti prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio per la sentenza.
In sede di replica, infatti, ha preso la parola il sostituto procuratore Laura Bertolè Viale per ribadire la sua versione: il momento consumativo del reato c'è nel 2000 e non nel 1998, ci sono tre lettere sui flussi di denaro che inchiodano Mills alle sue responsabilità. Situazione opposta per la difesa Mills: quei flussi di denaro indicati nelle lettere citate dal pg nulla hanno a che vedere con l'oggetto del processo.

L'ultima battaglia legale ha riguardato anche una polemica che dura da 13 anni, da quando i legali di Berlusconi lamentarono che Mills non fosse stato iscritto al registro degli indagati già nel 1996 come "creatore gestore di società off-shore".
"Anche se fosse stato sentito come testimone imputato di reato connesso avrebbe avuto l'obbligo di dire la verità" afferma il pg, introducendo una novità rispetto ala sua requisitoria. E Lanzi controreplica seccamente: "Sì, ma mai sarebbe stato pubblico ufficiale e quindi accusabile di corruzione".
Se ne riparlerà in Cassazione. Piero Longo, uno dei legali del premier rifiuta di commentare in attesa del deposito delle motivazioni: "Non era il processo a Berlusconi ma a Mills".

Ora, se per il premier ancora non si conosce la data nella quale il collegio presieduto da Nicoletta Gandus fisserà un'udienza per smistare il caso ad un altro collegio (il suo è ormai incompatibile, ndr) e far ripartire così la causa di primo grado, per Mills si tratta di attendere un paio di settimane per leggere i motivi per i quali la Corte ha accolto la tesi dell'accusa e ha confermato la condanna all'imputato.
"Corrotto per garantire, mentendo, l'impunità a Silvio Berlusconi. Non con una "banale" bustarella ma attraverso una "artificiosa, tanto opaca quanto raffinata, modalità di trasferimento di 600.000 dollari". Somma che comprendeva anche il ‘disturbo' per ‘tutte le operazioni di riciclaggio' messe in atto per ‘nascondere, mascherare, trasformare, schermare' la mazzetta". Questo affermavano, a maggio, i giudici di primo grado nelle motivazioni della sentenza di condanna di David Mills, potente e famoso legale inglese, marito del ministro inglese Tessa Jowell, colpevole del reato di corruzione giudiziaria.

di Frida Roy

PD, scosse di assestamento a Sinistra


A due giorni dall'elezione a segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani ha già fatto due passi avanti nella costruzione del profilo del Pd che ha in mente. Ieri si è occupato di lavoro, scegliendo come pubblico per il suo primo discorso da leader gli operai di una fabbrica tessile a Prato. Oggi è stato il turno delle riforme istituzionali e del rapporto con la maggioranza.

Le riforme e Berlusconi. In un'intervista a Bruno Vespa per il suo nuovo libro in uscita, il segretario del Pd ha detto: "Va bene il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la compensazione tra i maggiori poteri al presidente del Consiglio e i maggiori poteri di controllo del Parlamento. Su questi temi ci siamo, come sul federalismo. Ma ogni progetto diventa più credibile se partiamo da una costola che si chiama 'riforma della legge elettorale'".

Secondo Bersani, infatti, "non bisogna consentire ai partiti di nominare i parlamentari - perché adesso il governo ha il comando della sua maggioranza. La deformazione del sistema nasce da qui. Tutti i partiti interessati a una discussione di questo genere sono i benvenuti".

Bersani ha poi precisato: "Sono contrario a un ritorno al sistema proporzionale. Credo che si debba dare spazio ai collegi territoriali, in modo da avvicinare i candidati al cittadino, e discutere poi su un buon equilibrio tra maggioritario e proporzionale".

Quanto all'elezione diretta del presidente della Repubblica o del primo ministro, Bersani risposto: "Nelle democrazie del mondo, sistemi parlamentari e sistemi presidenziali hanno la stessa dignità. Ma il nostro problema è di arrestare una degenerazione che ci porta a un sistema padronale. Noi dobbiamo partire, perciò, da un parlamentarismo rafforzato".

L'ex ministro del governo Prodi ha promesso di recuperare "la Canzone popolare di Ivano Fossati, che fu la colonna sonora della stagione dell'Ulivo, perché allora c'era un movimento di riscossa civica che va recuperato". Quanto al rapporto con il presidente del Consiglio, Bersani ha detto di pretenderlo "civile": "In un Paese normale, il fatto che il capo del governo e un suo predecessore come D'Alema s'incontrino a una cerimonia pubblica e si stringano la mano non può essere una notizia. Ma Berlusconi ci metta un po' di suo. Non può essere aggressivo, non può ridurre al mutismo il Parlamento. Con 25 voti di fiducia e 38 decreti legge omnibus in un anno e mezzo, l'opposizione è frustrata".

Le grandi manovre di Rutelli. Passo dopo passo, lentamente ma di certo non in punta di piedi, il cofondatore del Pd Francesco Rutelli prepara l'addio al partito. Si sapeva che l'ex presidente della Margherita avrebbe abbandonato il Pd in caso di vittoria di Bersani, e se quello di oggi - alla presentazione del suo libro, "la svolta" - non è un annuncio, poco ci manca. Rutelli ha espresso l'auspicio che si possa "iniziare un tragitto differente, unendo persone differenti, con culture diverse", che non facciano riferimento "all'Italia del rancore". Poi, più esplicito, ha detto: "Mi metterò al servizio di un trasparente tentativo di dare a questo Paese un'offerta politica che permetta di governare l'Italia domani e dopodomani, senza lasciarla nelle mani di un populismo che sta logorando irrevocabilmente il Paese, l'economia, la società, lasciando crateri e non orizzonti per il futuro della politica".

Praticamente è l'adesione al progetto del "partito della Nazione" prospettato dal leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. Infatti, secondo il presidente del Copasir, "di fronte alla Lega che diventa il contraente decisivo della destra al nord, potremmo avere in tempi molto rapidi la nascita di un partito del sud. Se avremo un cambiamento dello scenario politico italiano tutto interno alle file della destra, un centrosinistra, che diventi sinistra, non avrebbe parole decisive da spendere e si ritroverebbe in minoranza". Da qui, perciò, la volontà di rafforzare l'offerta politica "al centro". Con l'Udc è tutto un amoreggiamento, il vicecapogruppo alla Camera dello scudo crociato, Michele Vietti, oggi gli ha lanciato un altro segnale: "Noi siamo impegnati a costruire un soggetto che vada oltre l'Udc se Rutelli riterrà di incrociare la nostra strada sarà il benvenuto". L'ex presidente della Margherita starebbe preparando un percorso a tappe, che avrebbe come primo passo quello di costituire un movimento autonomo.

Rutelli, tuttavia, non ha rinunciato a un'analisi - in larga parte critica - del "Pd che verrà" e dei problemi che si troverà ad affrontare con Bersani segretario. Ha voluto fare due previsioni: "Il rapporto con la sinistra sparsa porterà ad una riunificazione come è utile che avvenga, ma qualunque cosa accada mi aspetto una sorpresa positiva da Bersani. Come tutti coloro che hanno partecipato alle primarie, mi auguro che arrivi una sorpresa positiva, un messaggio di novità".

La seconda previsione riguarda Di Pietro ed è partita denunciando "il rischio di come si sia passati dalla questione morale alla teorizzazione di una superiorità morale rispetto ai problemi che abbiamo oggi. C'è un giustizialismo che non sa distinguere chi ha ragione e chi ha torto e che attacca il Presidente della Repubblica, non sapendo finalizzare le campagne se non accumunando tutti nel dire che tutti sono uguali". Secondo Rutelli non c'è bisogno "delle tribune di Di Pietro ma di una nuova cultura politica. "Di Pietro - ha proseguito Rutelli - prospera su quella che sarà il più grande problema che domani avrà Bersani, perché Di Pietro dirà che è D'Alema che governa veramente nel Pd, vuole fare l'accordo con Berlusconi e sosterrà quindi di essere lui l'unica e vera opposizione. Ci ritroveremo quindi con una minoranza che si occuperà soprattutto di fare le bucce al suo principale alleato". A Bersani, Rutelli ha in ogni caso voluto concedere "una dichiarazione di fiducia e il riconoscimento di serietà e affidabilità per potere governare il Pd".

L'organigramma. L'elezione di Bersani, inevitabilmente, porterà a un rimescolamento delle posizioni di comando nel partito. Domani si riuniranno i gruppi di Camera e Senato, con i capigruppo Antonello Soro e Anna Finocchiaro dimissionari. Il primo non sarà riconfermato, ha precisato lui stesso si ritenere giusto "un ricambio del gruppo dirigente di direzione politica del gruppo parlamentare". Incerto il destino dell'omologa al Senato, molto dipenderà da chi andrà a riempire le altre caselle, a cominciare da quella di presidente del partito.

di Andrea Scarchilli

Link: aprileonline.info

"Vi prego non solo di leggere ma far sapere,almeno un po’,a chi non sa niente,e non per cattiva volontà,ma per il Pasto Fisso che i Media propongono"


Conosciamo sempre meglio i gusti e gli orientamenti sessuali di chi ci governa e di chi li frequenta privatamente, pubblicamente. Conosciamo sempre meglio le loro case e famiglie, le loro difficoltà, i loro disagi psicologici e materiali nell’ affrontare le loro quotidiane “lotte e vicissitudini”, e i Media danno una mano, a volte anche tutto il corpo e la mente, nel farci sapere. E via via ci allontaniamo sempre più le une dagli altri, donne da uomini, cittadine dai cittadini, giovani e anziane. La tecnologia della comunicazione sembra fare brutti scherzi, questi non sono fantasmi ma persone che vivono in Italia, come noi, malamente. Vi prego non solo di leggere ma far sapere, almeno un po’, a chi non sa niente, e non per cattiva volontà, ma per il Pasto Fisso che i Media propongono, deliberatamente, dai Posti che appaiono lontanissimi, come le Tendopoli rimaste in balia del freddo anche solidale della stampa, presa da ben altre emergenze comunicative.

Quanto segue è un comunicato stampa, un appuntamento, un’ iniziativa, video recenti e testimonianze, tratte da 3e32 che è “rete cittadina no-profit, apartitica ed autogestita, nata a seguito del sisma che ha devastato L’Aquila e la sua provincia alle 3e32 del 6 aprile 2009. La frammentazione in centinaia di campi e la mancanza di spazi sociali condivisi ha infatti reso ancora più fragile la popolazione, costretta ad abbandonare le proprie case e i propri riferimenti sociali e strutturali”.

Le 3 e32 siano non solo ore di morte ma di vita. Sta anche a noi, ricaricare manualmente l’orologio, mettere una sveglia e decidere le priorità quotidiane dell’Informazione. Non ci conviene, mai, tacere.

di Doriana Goracci

Comparso su Circolo Pasolini

OTTOBRE 2009: ALL’AQUILA E’ EMERGENZA UMANITARIA

link del video dalle Tende http://www.youtube.com/watch?v=6J4Tj8lQ6dE

english version click here

version française, click ici

Testo e per donazioni e contatti emergenzaottobre2009@gmail.com

Comunicato stampa dalle tendopoli aquilane

Gli abitanti delle tendopoli di Paganica, Tempera, San Gregorio, Italtel2, San Giacomo, Globo, Arischia.

Abbiamo vissuto per sette mesi nei campi di accoglienza allestiti subito dopo il terremoto.

Siamo rimasti nei nostri comuni di residenza e abbiamo contribuito alla ripresa socioeconomica del territorio.

Adesso ci dicono di allontanarci a 100 km da qui, costringendoci ad affrontare spostamenti che per la nostra condizione sono insostenibili.

E’ un nostro diritto restare sulla nostra terra, pertanto richiediamo soluzioni abitative immediate per non essere deportati lontano dal nostro lavoro, dalle nostre scuole, dai nostri affetti e dalle nostre esistenze.

Per questi motivi oggi abbiamo esposto striscioni e protestato nelle nostre tendopoli.


MERCOLEDI’ 28 OTTOBRE ORE 17.00

AUDITORIUM VIA STRINELLA 88

ASSEMBLEA CITTADINA
CON IL SINDACO MASSIMO CIALENTE

Per discutere i problemi dell’emergenza abitativa a L’Aquila. Confronto sulle soluzioni per garantire a tutti una sistemazione dignitosa nel proprio territorio di appartenenza.
I cittadini hanno il diritto di essere partecipi del processo di ricostruzione.

sono invitati
STEFANIA PEZZOPANE
presidente della provincia
GUIDO BEROLASO
capo del dipartimento nazionale della protezione civile

Roma risponde all’appello

Esprimiamo la nostra viva riconoscenza a tutti coloro i quali hanno partecipato oggi all’iniziativa romana indetta dal gruppo Action – diritti in movimento, che hanno montato le loro tende nel cuore di Roma, sotto la sede del Dipartimento della Protezione Civile. Una dimostrazione di appoggio concreto

“Per dare sostegno a chi, a rischio della propria sopravvivenza, ha deciso di rimanere a L’Aquila. Restare per resistere, restare per partecipare alla ricostruzione della loro città, perché quelle persone a L’Aquila ci lavorano, studiano o possiedono animali o terreni a cui provvedere.
La protezione civile ha ormai abbandonato gli aquilani. Non solo non prende in considerazione le richieste di stufe, container o roulotte che vengono inoltrate di continuo, ma minaccia di togliere acqua, luce e servizi a chi non accetta le destinazioni (posti lontanissimi) a cui è stato condannato.
Un altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l’ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite”.

Il gruppo di dimostranti ha richiesto un incontro tra i cittadini aquilani e la Protezione Civile per discutere dell’emergenza.

La risposta è stata l’identificazione e lo sgombero di tutti i partecipanti.

Esprimiamo il nostro sdegno per il disprezzo delle istanze democratiche nel nostro paese, e la nostra solidarietà agli amici romani.

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Il codice marittimo non è stato abrogato, 300 profughi salvati da una petroliera


MALTA - Sono giunti a Pozzallo (Rg) i 300 eritrei e somali del peschereccio rimasto per quattro giorni nel mare in burrasca, senza che Malta prestasse i dovuti soccorsi. Tra di loro anche 46 donne, quattro delle quali incinte, 29bambini e il cadavere di un uomo morto nella traversata. Dieci dei passeggeri sono stati ricoverati in ospedale in precarie condizioni di salute. Il vecchio peschereccio su cui viaggiavano è stato soccorso a una decina di miglia da Portopalo di Capo Passero da una motovedetta veloce della Guardia costiera e da un rimorchiatore d'altura di una vicina piattaforma off-shore. Si chiude così l'odisseadei 300 passeggeri, tra cui molte donne e bambini, che da venerdì erano in balia del brutto tempo, che tra sabato e domenica ha raggiunto mare forza 7 e vento 31 nodi. Ma il finale avrebbe potuto essere drasticamente diverso. Duecento persone su una barca instabile con il mare in burrasca sono state abbandonate alla sorte per quattro giorni dalle autorità libiche e maltesi, prima del loro ingresso nelle acque italiane. A salvare loro la vita è stato il pronto intervento della petroliera italiana Antignano, dirottata sul posto già venerdì sera, dopo che la Guardia costiera italiana aveva ricevuto l'allarme dai parenti di alcuni dei passeggeri a bordo, che avevano dato l'sos con il telefono satellitare a bordo. La petroliera, lunga 176 metri per una stazza di 40.000 tonnellate, ha scortato la barca navigando sopra vento per rompere l'onda e rendere la traversata verso nord meno pericolosa. All'equipaggio dell'Antignano va la nostramassima ammirazione.

Ma quanto sono costate all'armatore della petroliera queste quattro giornate perse di lavoro? Perché un mezzo civile è obbligato a effettuare un salvataggio, mentre i mezzi militari di Malta possono soprassedere? Perché la politica prevale sull'urgenza di salvaguardare la vita umana? E se fosse occorso qualche problema alla navigazione? E se il peschereccio avesse imbarcato acqua e fosse affondato? Perché Malta non è intervenuta? E ancora, perché fino all'anno scorso la nostra Guardia costiera era libera di intervenire anche in acque internazionali di competenza maltese, quando si trattava di emergenze come questa, e da dopo il caso Pinar invece, a decidere se e quando intervenire è il Ministero degli Interni?

Dal canto suo Malta rispedisce le accuse al mittente. Il portavoce delle forze armate maltesiIvan Consiglio dice: "Quando il barcone ha lanciato l'sos ha contattato l'Italia; secondo le convenzioni Sar il Paese a ricevere la richiesta di aiuto è obbligato a coordinare le operazioni di soccorso". Come se si parlasse di un servizio di recapito pacchi, e non di 300 persone che hanno rischiato la vita, abbandonate senza soccorsi nel mare in tempesta per quattro giorni. Mentre la politica decideva della loro sorte.

Il fatto che l'Italia abbia accolto i 300 naufraghi e che abbia rinunciato all'idea del respingimento, di cui si era parlato fino a ieri sera, non può che rallegrarci. Perché oltre ad avere avuto salva la vita, i 300 potranno anche far valere il proprio diritto d'asilo, essendo in maggior parte eritrei e somali. Paradossalmente a salvare i naufraghi è stato proprio il mare in burrasca. Lo sostiene il prefetto Rodolfo Ronconi, responsabile della Direzione centrale immigrazione e polizia della frontiera del Viminale, che ha dichiarato all'Ansa: "Il barcone si trovava in acque libiche [70 miglia a nord di Bengasi, ndr.] e se la petroliera italiana avesse preso a bordo i migranti, li avrebbe poi condotti, in accordo con Tripoli, verso le coste libiche da cui erano partiti. La Antignano non è però riuscita ad avvicinarsi al barcone: ha comunque lanciato viveri. Le cattive condizioni del mare hanno vanificato in seguito anche i tentativi (ben quattro) di una motovedetta libica di raggiungere l'imbarcazione, che nel frattempo aveva raggiunto le acque maltesi".

I due organizzatori del viaggio dei 300 (un eritreo e il libico proprietario della nave) sono statiarrestati oggi in Libia in un'operazione di polizia italo-libica. Ma gli altri intermediari che continuano a organizzare le traversate potrebbero fare tesoro della lezione: più il mare è brutto, minori sono i rischi di essere respinti. Se così fosse, la prossima stagione degli sbarchi - e conseguentemente delle stragi - non sarà più l'estate del mare piatto, ma questo inverno di burrasche.

Pubblicato da Daniele Del Grande

lunedì 26 ottobre 2009

SudTerrae: quando Totò Cuffarò aggredì Giovanni Falcone

Giovanni Falcone(ancora vivo) durante il Maurizio Costanzo Show viene aggredito e accusato verbalmente da un sconosciuto politico democristiano che diventerà Presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro.

domenica 25 ottobre 2009

Lungo i canali dei Regi Lagni dello "SpazzaTour" campano. Ecco dove vanno a finire i rifiuti


Gabbiani, ruspe e camion sopra una montagna di immondizia. Provincia di Caserta, località San Tammaro, sito di «Maruzzella 3». Un mezzo compattatore del comune di Bacoli (Na) esce dal «sito di interesse strategico nazionale» di fronte a noi. Siamo su una strada provinciale, affacciati su questa discarica a cielo aperto abitata da uomini e gabbiani. Piove. Saremo a mezzo chilometro in linea d’aria. Sono le tre del pomeriggio. Passa una camionetta con a bordo alcuni militari. Fa un’inversione a «U».

Scende un soldato. Vuole sapere che ci facciamo qui con notes, macchine fotografiche e telecamere. Chiede lumi al proprio comando per sapere se si possa riprendere la montagna di immondizia. «No, non sono all’interno del perimetro... », chiarisce al suo interlocutore. La terminologia militare ha un che di grottesco: stiamo parlando pur sempre della montagna puzzolente sorvolata da gabbiani che abbiamo di fronte. «È tutto ok», sentenzia. Possiamo continuare. Nessuno sequestrerà girato o taccuini alla stampa estera, arrivata, a distanza di due anni dal primo «SpazzaTour», a vedere cosa accade in concreto nella «soluzione» del problema rifiuti in Campania.

Dietro il bluff dell’inaugurazione dell’inceneritore di Acerra che oggi brucia una quantità minima di rifiuti senza fornire un solo megawatt di corrente alla rete elettrica (alla quale non è collegato) e con una raccolta differenziata ancora da inventare in molte province, sono i luoghi come «Maruzzella» ad accogliere la spazzatura campana. Discariche militarizzate che da Savignano (Av), a Chiaiano (Na), da Serre (Sa) a Terzigno (Na), in pieno Parco Nazionale del Vesuvio e in zona evidentemente vulcanica, sono e verranno riempite di spazzatura nelle settimane a venire, in barba a qualsiasi norma ambientale praticata in Europa (Italia compresa).

Eccola la soluzione, «il retro della cartolina» per dirla con Nicola Capone, giovane professore di Storia e membro del Co.re.ri, il Coordinamento regionale dei rifiuti della Campania nato dalla buona pratica dei movimenti ambientalisti e dell’Assise di Palazzo Marigliano. Accompagnati dai ragazzi e dai professori che si sono tassati per pagare il bus che da Roma ci ha condotti qui, i colleghi esteri, capitanati dal segretario Yossi Bar, hanno visto uno scenario inedito. Quello di uno Stato che militarizza le discariche e non controlla i luoghi dove la malavita sversa quotidianamente tonnellate di rifiuti pericolosi. Dopo la visita obbligatoria al «sito di stoccaggio provvisorio» di Taverna del Re, nel giuglianese, dove le «ecoballe» non a norma stazionano «provvisoriamente» dal 2006, nella quantità di sei milioni di tonnellate, eccola la vera emergenza campana.

Sono i rifiuti speciali, quelli che si trovano nelle strade di campagna. Nell’entroterra di Lusciano, i piedi nel fango, i colleghi della stampa estera si avviano in una zona di vecchia cava che costeggia la bretella che porta a Pomigliano d’Arco. In mezzo alle coltivazioni, polveri di amianto, sabbie combuste, i soliti panni che servono a contenere le detonazioni dei liquidi industriali in quella che è ancora la «terra dei fuochi».

Eppure è davanti ai Regi Lagni, i canali costruiti dai Borbone che corrono per le campagne casertane irrigando campi di pere e di pesche, che gli ultimi nodi dello smaltimento campano vengono al pettine. È qui, che, ammassati sugli argini del canale che sfocia nel mare di Castel Volturno, si contano i residui delle lavorazioni provenienti dalla raccolta differenziata.

Massimo De Gregorio, vicepresidente del Comitato emergenza rifiuti di Caserta, spiega alla collega ceca: «Questi sono gli scarti della lavorazioni delle plastiche e dei cartoni. Sono materiali pericolosi. Contengono metalli pesanti». E che ci fanno qui? Aspettano che il livello dell’acqua si alzi. Poi saranno trasportati ad inquinare campagne e coste. A quel punto l’argine si sarà liberato e si potranno portare nuove scorie. Accade così da cinque anni. Anche oggi. Che l’emergenza è «risolta».

Link: l'Unità

Ecuador, Rafael Correa: "non permetteremo più che le multinazionali continuino a portarci via il nostro petrolio"


Rafael Correa, il presidente ecuadoriano, ha posto un ultimatum alle compagnie petrolifere straniere operanti nel paese avvertendo che dispongono di 45 giorni per modificare i loro contratti con lo Stato rispettando la legge di ottobre che riduce drasticamente i loro margini di guadagno, altrimenti dovranno sospendere le loro attività. Lo scrive il quotidiano El Comercio di Quito. In accordo con la politica di un più attivo intervento dello Stato nell'economia, Correa ha disposto il 4 ottobre per decreto che il 99% dei proventi straordinari delle vendite di petrolio effettuate dalle compagnie straniere vadano ora dall'Erario, quando prima andavano 50% all'impresa e 50% allo Stato.
"Se (le imprese petrolifere) - ha sostenuto Correa - non sono d'accordo con la nuova legge, bene, ci dicano quanto dobbiamo loro per gli investimenti fatti? Sono 200 milioni di dollari? Pagheremo questo prezzo. Poi trasferiremo tutto all'impresa statale Petroecuador, e non permetteremo più che le multinazionali continuino a portarci via il nostro petrolio".
Lunedì scorso sono iniziati i negoziati per riformulare i contratti che disciplinano le condizioni di estrazione di greggio per cinque imprese straniere operanti in Ecuador (la statunitense City Oriente, la cinese Andes Petroleum, la brasiliana Petrobras, la spagnola Repsol e la francese Perenco).
Intanto, proseguendo la politica del governo mirante a riprendere il controllo della gestione statale delle risorse naturali, venerdì è stata disposta dal ministro dell'Energia Galo Chiriboga la revoca di 587 licenze alle imprese miniere a causa del "mancato pagamento dell'imposta di conservazione" prevista dalla legge sulla Promozione degli investimenti e la partecipazione cittadina.
Tale revoca colpisce circa un ottavo della totalità delle 4.500 licenze concesse alle società minerarie in tutto il paese ed è in linea con il progetto di legge sulla disciplina dell'attività miniera che sarà presentato a breve dal governo all'Assemblea costituente.

Fonte: A Sud

Mezzogiorno: le regioni dei rifiuti


Da anni la Campania è sottoposta al potere di un commissario straordinario per l’emergenza rifiuti di nomina governativa; una figura introdotta più o meno nello stesso lasso di anni anche in Calabria, Sicilia, Puglia e ultimamente nel Lazio, per far fronte al problema dei rifiuti solidi urbani. A quindici anni dalla sua istituzione è ormai chiaro che questa figura non è stata la soluzione ma il problema. I commissari che si sono succeduti nel tempo non hanno fatto altro che ostacolare l’unica soluzione del problema dei rifiuti urbani, che è la raccolta differenziata domiciliare. Basta pensare che in meno di un anno e mezzo la città di Salerno, sottrattasi ai diktat del commissario, è riuscita a portare la raccolta differenziata da pochi punti percentuale al 72 per cento, piazzandosi al primo posto tra i comuni ricicloni e sfatando definitivamente la calunnia razzista secondo cui il disastro della Campania sarebbe colpa delle cattive abitudini delle sue popolazioni.
Ma il guasto maggiore indotto dal commissariamento è stato focalizzare l’attenzione del pubblico, a livello locale, nazionale e planetario, sul problema dei rifiuti urbani, che è il minore dei mali. Tutto quel clamore è servito solo a coprire il vero disastro campano – e di tutte le altre regioni commissariate – che sono i milioni di tonnellate di rifiuti tossici, di origine industriale e ospedaliera, o addirittura nucleare, che sono stati sversati nelle campagne di queste regioni durante tutto il periodo del loro commissariamento, e che continuano a venir sversati tutt’oggi, di notte e di giorno, spesso sotto gli occhi dell’esercito che presidia tutti gli impianti di trattamento e smaltimento della Campania: non per difendere il territorio dai soprusi della camorra, ma per difendere gli impianti dalla popolazione che vorrebbe vederli chiusi o funzionare nel rispetto dei più elementari principi di tutela della salute.
Questo è il vero disastro dei rifiuti in tutte o quasi le regioni del Mezzogiorno; un disastro contro il quale commissari e sottosegretari non hanno mosso un dito, limitandosi, come nel caso della Campania, a sperperare in una gestione demente e criminale dei rifiuti urbani i fondi a suo tempo stanziati per le bonifiche di un territorio devastato dai rifiuti industriali. Il problema è che per porre mano a queste bonifiche sono necessari stanziamenti dell’ordine di decine e decine di miliardi di euro. Un programma da far impallidire i fondi destinati alle “Grandi opere”, inutili e dannose, messe in cantiere o promesse dai Governi che si sono succeduti nel tempo. Un programma fatto però in gran parte di migliaia e migliaia di interventi - circoscritti e mirati, zona per zona, sulla tipologia particolare del terreno, dei rifiuti riscontrati, della destinazione d’uso dei suoli - che non può essere messo in opera senza un attivo coinvolgimento delle amministrazioni locali, dell’imprenditoria, soprattutto quella agricola, del coinvolgimento di migliaia e migliaia di tecnici da impiegare in loco e della conoscenza del territorio di cui dispongono solo coloro che ci vivono e ci lavorano. Esattamente come succede nel contenimento del dissesto idrogeologico.
In queste condizioni non era difficile prevedere che quello che stava emergendo in Campania, grazie all’opera di denuncia di decine e decine di cittadini e di associazioni che hanno sfidato e continuano a sfidare una delle organizzazioni criminali più pericolose del mondo, sarebbe ben presto emerso anche nelle altre regioni del mezzogiorno. E tra queste la candidata numero uno era la Calabria.
L’intempestivo riemergere all’onor delle cronache della vicenda delle “navi dei veleni” dolosamente affondate al largo delle coste calabre (e pugliesi: si calcola che quelle affondate nei nostri mari non siano meno di trenta), già assurta all’onore delle cronache anni fa tra l’indifferenza generale delle autorità competenti, mette il paese di fronte alle dimensioni catastrofiche di un disastro non solo regionale, ma di portata nazionale e europea. Come nazionali ed europee sono le origini accertate o presunte sia dei rifiuti che delle operazioni che questi affondamenti hanno organizzato. Ma non c’è solo il mare: una situazione di per sé sufficiente ad ammazzare in poco tempo il turismo e ogni attività agroalimentare in tutte le regioni del Mezzogiorno, oltre a consumare negli anni salute, vite e vivibilità di interi insediamenti umani.
Il fatto è che anche la Calabria è stata per anni il recapito finale di migliaia e migliaia di convogli che sotto la protezione e grazie alla mediazione della malavita locale, hanno interrato in ogni angolo del territorio milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Un’attività con alle spalle organizzazioni imprenditoriali che operavano alla luce del sole, con coperture governative, in grado di ricorrere a veri e propri sistemi industriali per occultare i loro carichi, come evidenzia anche la costruzione di veri e propri sarcofaghi in cemento armato per intombare i rifiuti radioattivi della Jolly Rosso. Nei loro confronti Governi nazionali e locali hanno scientemente chiuso gli occhi per anni. In parte, perché leconstiuencies elettorali dei partiti che si sono alternati al governo regionale e nazionale sono indissolubilmente intrecciate alle cosche della malavita locale che controllano il territorio. In parte - e la cosa non va sottovalutata, dato che volenti o nolenti, sarà uno dei temi politici di fondo dei prossimi anni – perché prendere atto del problema significa arrendersi alla necessità di un programma di risanamento del territorio capace di sovvertire completamente piani economici, criteri di spesa, rapporti tra centro e periferia, strutture produttive.
Oggi però, in Calabria come in Campania, la popolazione ha capito la gravità di quanto per anni è stato perpetrato alle sue spalle e ha deciso - nella sua parte più attiva, quella che oggi inizia il suo percorso con la manifestazione di Amantea - di riprendere in mano il suo destino. Una decisione che prelude a un lungo tragitto; perché non si tratta solo di ottenere l’individuazione e il perseguimento penale e civile dei responsabili, ma di promuovere, a partire da questa volontà, una bonifica del territorio che comporta la riconversione dell’intera politica economica nazionale.
di Guido Viale

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