martedì 6 ottobre 2009

Delta del Niger, i boys consegnano le armi al governo


Alla fine, in extremis, hanno deciso di deporre le armi. Tre leader combattenti «di peso» del Delta del Niger hanno accettato la proposta di amnistia del governo federale, la cui scadenza era prevista per la mezzanotte di domenica. Farah Dagogo, capo di una fazione del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) particolarmente attiva nello stato di Rivers, Ateke Tom, capo dei Niger Delta Vigilantes (Ndv), e Government Ekpemupolo, meglio noto come Tompolo, capo della Federazione delle comunità ijaw del Delta del Niger (Fndic), gruppo anch’esso affiliato al Mend, si sono arresi insieme ai loro combattenti e hanno consegnato le armi al governo.
Tompolo, definito anche il «generalissimo» e piuttosto influente nello stato del Delta, ha accettato l’amnistia dopo aver incontrato ad Abuja il presidente Umaru Musa Yar’Adua ed essere stato accolto al suo ritorno a Warri, capitale del Delta, da una folla immensa che innegiava a lui. «Io e la mia gente accettiamo l’offerta di amnistia. Lavorerò con il presidente perché i sogni di questo paese si realizzino», ha detto il capo ribelle all’uscita del suo incontro con il presidente.
L’offerta di amnistia, proclamata il 6 agosto scorso e attiva per un periodo di due mesi, prevede la non punibilità per le azioni commesse e il reinserimento dei combattenti nella società, con l’offerta di tirocini di formazione e posti di lavoro. Ma proprio su questo punto i pareri sono discordanti. Il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, ha detto che il suo gruppo rifiuta l’offerta perché «il disarmo è fraudolento, dal momento che non prende in considerazione le radici dei problemi del Delta».
Una considerazione condivisa in parte anche da altri gruppi, come il Niger Delta People's Volunteer Force (Ndpvf), guidato da Alhaji Dokubo-Asari, inattivo ormai da alcuni anni. A quanto racconta la Bbc, l’avvocato Festus Keyamo ha depositato una causa ad Abuja contro il governo per conto dell’ex gruppo ribelle, sostenendo che l’offerta di amnistia sarebbe illegale. «L’amnestia vuol dire: "vi perdoniamo". Ma non c’è nulla da perdonare se stai lottando per l’autodeterminazione del tuo popolo», ha detto Keyamo all’emittente britannica.
Il gruppo dirigente del Mend ha deciso di non accettare la proposta e ha nominato alcuni giorni fa un team di mediatori molto autorevole - di cui fa parte anche lo scrittore premio Nobel Wole Soyinka - per avviare un dialogo con il governo federale. «Il dialogo porterà a una risoluzione giusta e alla pace, al di là di questo processo di disarmo fraudolento», ha detto Henry Okah, il leader del Mend recentemente rilasciato dal carcere dopo un anno e mezzo di detenzione. Okah ha poi aggiunto che «la violenza è ben lungi dall’essere terminato».
A quanto sostiene il Mend, «tutti i comandanti sono stati sostituiti da comandanti sconosciuti a la prossima fase della nostra campagna comincerà presto». Ma non è chiaro che tipo di capacità d’azione abbia oggi il gruppo. I suoi principali leader - responsabili delle azioni che nei mesi e negli anni scorsi hanno compromesso la capacità estrattiva del gigante africano - hanno infatti aderito all’amnistia del governo. E con i capi si sono consegnati anche i boys, i soldati semplici che conducevano gli attacchi.
D’altra arte, è senz’altro vero quanto sostiene Okah. Che cioè l’offerta di amnistia non è per il momento supportata da proposte politiche serie per risolvere la questione del Delta. Il metodo utilizzato dal governo è quello della pura cooptazione dei combattenti, senza minimamente analizzare le richieste che da anni portano avanti i gruppi ribelli, in particolare un aumento del principio di derivazione (ossia la percentuale di profitti derivanti dall’estrazione del greggio che viene rigirata agli stati produttori del Delta, per il momento ferma al 13%) e una compensazione per i danni ambientali che l’estrazione produce.

di Stefano Liberti

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