martedì 20 ottobre 2009

Il «papello» tiene sotto scacco tutta la «catena di comando» dei Ros


Con il «papello» nelle mani dei procuratori siciliani le indagini sulle stragi e sulla «trattativa» si stringono sui reparti speciali dei carabinieri. Su tutta la «catena di comando» dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott' accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D' Amelio nel 1992. Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell' agosto del 2009: «Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu». Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra, probabilmente il procuratore ucciso voleva indicare una certa spregiudicatezza investigativa che prevedeva sempre negoziazioni coni boss. La deposizione di Agnese Borsellino è stata secretata ma da ieri si rincorrono voci su nuovi «avvisati» alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni. Qualcuno parla di un «atto dovuto» dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro - anche se la notizia è ufficialmente smentita - racconta che l' alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento. Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l' ufficiale - poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi - che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni. Nello stesso procedimentoè ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l' archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari. Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni. È il capitano Giuseppe De Donno - ma lui nega e annuncia querela - che viene citato dall' ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l' ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che «Ciancimino sta collaborando». È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il «papello». È sempre Mori, secondo l' ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto «politico» con Ciancimino.È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, «che in un primo momento era il referente capo» di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla «trattativa» con i Corleonesi alla vigilia dell' uccisione di Borsellino. Le domanda, diciassette anni dopo, sono poche e precise.I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? «Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni», dichiara a verbale Massimo Ciancimino. Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non «ha mai saputo nulla». L' inchiesta di Palermo riparte da questi passaggi, da questi sospetti. Chi ha «autorizzato» la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra? E riparte proprio nel giorno della discovery del «papello» di Totò Riina, le 12 richieste che il boss ha presentato allo Stato per fermare le stragi. La copia del documento è in una cassaforte della procura palermitana, all' inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il «papello» originale. Solo allora i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina. I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell' estate del 1992. La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni - altra promessa di Massimo Ciancimino- dei colloqui avvenuti fra don Vitoe il colonnello Morie il capitano De Donno durante la «trattativa». Ha spiegato il figlio dell' ex sindaco: «Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto». Il contenuto del «papello» già noto ieri l' altro nel dettaglio oggi è un «atto pubblico».I 12 punti sono elencati, uno dopo l' altro: dalla revisione del maxi processo fino alla defiscalizzazione della benzina «come Aosta». In più c' è anche quel foglio anticipato da L' espresso e scritto da Vito Ciancimino. Appunti e riflessioni per il suo libro. I nomi di Mancino e Rognoni, una riga sulla «riforma della giustizia all' americana sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio Es. Leonardo Sciascia». Un' altra riga sull' abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a «Sud partito». La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai.

di ATTILIO BOLZONI FRANCESCO VIVIANO

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