mercoledì 14 ottobre 2009

L’Aquila: "un Piano C.a.s.e" o "un Piano Deportazione"? I costosi danni del Governo "dell'apparire"


Guido Bertolaso aveva definito il G8 tenutosi a L’Aquila un’occasione per “rilanciare il territorio e per fare stare i grandi vicino alla tragedia della gente comune”. Ma i cittadini dell’Aquila, a sei mesi dal terremoto, raccontano come lo spostamento del G8 nel capoluogo abruzzese sia stata l’ennesima strumentalizzazione del dolore e del senso di precarietà della popolazione abruzzese. “Si sono preoccupati innanzitutto di utilizzare questo territorio e il suo dolore, con il pretesto di portare l’Aquila all’attenzione del mondo, ma in realtà è stata solo un’operazione di autocelebrazione” è quello che ci racconta Luigia, nella nostra visita al campo di Piazza d’Armi dove, dopo essere stati assediati per mesi da un apparato militare asfissiante, gli sfollati sono stati lasciati senza nulla: senza cibo, senza assistenza, senza un presidio medico e senza servizi igienici. Uno smantellamento subdolo, che sta avvenendo anche nelle altre tendopoli dove il cibo inizia ad essere sempre più scarso e la protezione civile sta sottraendo gradualmente tutti i beni di prima necessità.
Dunque, soldi ed energie impiegati per il G8, opere precarie e di facciata per ospitare questo grande evento in tempi rapidi, operai sfruttati anche 13 ore al giorno per ampliare la strada che va dall’aeroporto di Preturo alla caserma della guardia di finanza, luogo che ha accolto i “grandi del mondo”, mentre i cittadini aquilani venivano spediti sulla costa e in alberghi anche a 100 km di distanza e si tralasciava l’allestimento degli alloggi provvisori e soprattutto la ricostruzione.
Il Governo Berlusconi infatti, anziché interessarsi della ricostruzione delle città distrutte dal sisma, ha rivolto la sua attenzione al Piano C.a.s.e., annunciato dalla Protezione Civile a poche ore dal terremoto e dunque senza che avvenisse una valutazione della specificità della situazione. È forse per questo motivo che adesso, con il freddo che incalza e con la gente ormai esasperata, ci si rende conto che le c.a.s.e. sono insufficienti e basteranno solo per un terzo degli sfollati, senza calcolare i circa 20 mila studenti de L’Aquila che, come ci raccontano gli abitanti del posto, sono stati completamente abbandonati e lasciati in pasto a chi sta trasformando la situazione di emergenza abitativa in un’occasione per speculare, raddoppiando i prezzi degli affitti.
Con gli slogan berlusconiani “dalle tende alle case” e “tutti al mare a spese dello stato” di si è avviata dunque una vera e propria deportazione degli abitanti aquilani sottraendo tra l’altro centinaia di milioni di euro alla ricostruzione. Nella nostra visita ai centri storici colpiti dal sisma, da quello de L’Aquila, a quello di Onna, al borgo medioevale di Castelnuovo completamente raso al suolo, quello che emerge è una situazione di staticità: le zone sono blindate, le macerie non sono ancora state smaltite e nessun programma di recupero è ancora stato varato. A L’Aquila in particolar modo, il centro storico rappresentava, fino al sisma del 6 Aprile scorso, il cuore della comunità: per la sua qualità architettonica, per la presenza delle sedi di rappresentanza delle amministrazioni e per la sua forza simbolica, esso era l’elemento primario dell’identità culturale degli aquilani. La sua importanza era anche funzionale, viste le 800 attività commerciali presenti. Nonostante ciò si è preferito disperdere la popolazione abruzzese in 19 new town.
La denuncia di questa situazione arriva, oltre che dagli stessi aquilani che per mesi hanno vissuto nelle tende con la vana speranza di trovare poi una collocazione decente nel territorio d’origine, anche da un gruppo di professionisti e urbanisti che in un dossier dal titolo emblematico “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?” hanno criticato il progetto C.a.s.e. che blocca qualsiasi tipo di ricostituzione di un tessuto sociale. Gli esperti dimostrano inoltre, basandosi sugli stessi dati della Protezione Civile, che per assistere per mesi le 10 mila persone residenti nel centro storico e costruire loro un alloggio nel Piano C.a.s.e. si spende la stessa cifra necessaria a ricostruire le abitazioni distrutte. Una scelta, dunque, dannosa e non di certo economicamente conveniente se si considera che in ogni caso bisognerà stanziare dei fondi per la ricostruzione che prima o poi dovrà essere realizzata.

di Marina D’Ecclesiis

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