lunedì 30 novembre 2009

ITALIA, il Paese delle scorie e dei papelli



Guardare l’Italia oggi è un po’ come guardare un Giano bifronte.
Un paesaggio naturale da togliere il fiato dall’alto delle montagne giù per le colline fino al mare. Un patrimonio artistico unico al mondo, con bellezze eterne, prodotto dell’ingegno creativo di Maestri inimitabili. Culla del pensiero, della filosofia e delle arti, terra di Dante, di Leonardo, di Giordano Bruno e di un numero ineguagliato di intelletti stupefacenti.

Ma allo stesso modo un paesaggio naturale deturpato, depredato, inquinato che si ribella con la violenza del suolo e dell’acqua alla sua devastazione.
Terra abitata da mostri capaci di ogni nefandezza, di versare sangue innocente pur di mantenere potere e arroganza.
Un’Italia fatta del male dei misteri più orribili e delle infinite debolezze del bene.
Italia di eroi che per quello slancio innato riescono a tradurre in vita pratica quello che per molti è l’Amore universale e per altri l’Amore di Cristo. Eroi cui questa patria distratta e irriconoscente non ha nemmeno reso l’onore della Giustizia se non qualche barlume dopo anni.
E oggi, dopo 17 anni, qualche lampo di verità emerge dal silenzio della vigliaccheria o forse semplicemente della superficialità e della leggerezza.
Abbiamo finalmente il famigerato “papello”, la prova ulteriore che quel dialogo tra Stato e Mafia è avvenuto e poi le tardive rivelazioni di questi ultimi tempi a dimostrarci che le responsabilità della tragedia di quegli anni sono da ricercare in un quadro molto più ampio rispetto alla sola Cosa Nostra.
Non è per autocelebrazione e nemmeno per vana gloria ma fin dai primi anni della nostra pubblicazione ANTIMAFIADuemila aveva sostenuto che Paolo Borsellino era stato eliminato perché ostacolo della trattativa, perché probabilmente aveva capito chi erano i nuovi protagonisti del gioco grande.
Servizi segreti, verità non dette, dettagli nascosti per anni, tutto ha lasciato intuire che la strage di via D’Amelio sia stata una “strage di stato” così come ci aveva detto personalmente la signora Agnese Borsellino. “L’omicidio di mio marito è un omicidio di Stato”.
Ora non ci resta che aspettare e vedere dove ci porteranno questi nuovi elementi, se la magistratura riuscirà e potrà accertare tutta la verità.
Perché uomini e donne delle istituzioni parlano solo ora? Sono in buona fede o meno?
Cosa ci vuole dire Riina, da artefice a vittima della trattativa, attraverso le parole del suo avvocato Luca Cianferoni che dai microfoni di Annozero ha sostenuto la strumentalizzazione della mafia così come di altri organismi violenti del passato al fine di creare una nuova stabilità economico-politica del Paese?
A Palermo, lo scorso luglio, nel corso del nostro convegno presso l’università di giurisprudenza, la stessa dove studiarono Falcone e Borsellino, invitai la società civile tutta a sostenere i giudici Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, così come il procuratore Lari e gli altri magistrati impegnati su questo fronte. Se li sapremo proteggere con la nostra attenzione, se non li ostacoleranno o peggio non cercheranno di eliminarli fisicamente potremo forse intravvedere la verità. Una verità che farà male e che potrà mettere in discussione molti settori di potere: politico, finanziario, imprenditoriale… su su fino al ruolo non trascurabile del Vaticano.
Gli stessi “grumi di potere”, questi sì, che hanno usato la criminalità organizzata per disfarsi delle scorie che con assurda incoscienza hanno gettato in fondo al mare mettendo a rischio l’incolumità di tutti noi.

Ora si abbia coraggio, per una volta, di andare ad assicurarsi di ciò che è stato nascosto sotto i mari della Calabria e chissà di quali altre coste e ci si dica se siamo in pericolo noi e soprattutto il futuro dei nostri figli. Chi pagherà per questa ultima vergognosa e ignobile offesa alla nostra Italia bifronte bella e dannata allo stesso tempo, vittima di figli ingrati e folli?

Che abbiano il coraggio, almeno una volta, di dirci la verità.

di Giorgio Bongiovanni - ANTIMAFIADuemila

Editoriale ANTIMAFIADuemila N°63

Tratto da: antimafiaduemila.com

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Nichi Vendola è il solo che dice e fa qualcosa di sinistra!



“Fate qualcosa di sinistra” implorava qualche anno fa Nanni Moretti all’indirizzo dei dirigenti degli allora DS e degli altri. E questa invocazione abbiamo continuato a formulare in tanti negli anni successivi, ahinoi!, con scarso successo. E se ne vedono i risultati!
Però qualcosa di a sinistra si può fare e ce n’è una che ci viene dalla Puglia e dalla giunta di quella regione, presieduta da Nichi Vendola, a riprova che se c’è volontà politica e si hanno le idee chiare si possono fare molte cose e importanti sicuramente “di sinistra”.
Ecco il documento, è una deliberazione della Giunta regionale n.1959 del 20 ottobre 2009, che ha ad oggetto l’approvazione di principi orientati al concetto dell’acqua quale “bene comune dell’umanità”. E già questo è un bel leggere!
Sentite cosa propone l’Assessore alle Opere Pubbliche Avv. Fabiano Amati.
“L’acqua è un bene essenziale ed insostituibile per la vita. Pertanto, la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile ed all’acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni collettivi, costituiscono un diritto inviolabile dell’uomo, un diritto universale, indivisibile che si può annoverare fra quelli di riferimento previsti dall’ art. 2 della Costituzione; a partire dalla promulgazione della Carta Europea dell’Acqua Strasburgo 1968) la concezione dell’acqua come “bene comune” per eccellenza si è affermata a livello mondiale.
Peraltro, il “bene acqua”, pur essendo rinnovabile, per effetto dell’azione antropica può esaurirsi: è quindi responsabilità individuale e collettiva prendersi cura di tale bene, utilizzarlo con saggezza, e conservarlo affinché sia accessibile a tutti nel presente e disponibile per le future generazioni.
La risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo 2006 dichiara “l’acqua come un bene comune dell’umanità” e chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l’accesso all’acqua alle popolazione più povere entro il 2015 ed insiste affinché “la gestione delle risorse idriche si basi su un’impostazione partecipativa e integrata che coinvolga gli utenti ed i responsabili decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua livello locale e in modo democratico”.
Inoltre, la risoluzione del Parlamento europeo dell’11 marzo 2004 sulla strategia per il mercato interno - priorità 2003-2006 – già affermava, al paragrafo 5, “essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”.
Gli stessi organi della UE hanno più volte sottolineato che alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza; si veda ad esempio la comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo COM (2004) 374: “…le autorità pubbliche competenti (Stato, Regioni, Comuni) sono libere di decidere se fornire in prima persona un servizio di interesse generale o se affidare tale compito a un altro ente (pubblico o privato)”; è peraltro noto che non esiste alcuna norma europea che sancisce l’obbligo per le imprese pubbliche di trasformarsi in società private (come ribadito da: Corte di giustizia CE, 2005; Commissione CE 2003 e 2006; Parlamento CE, 2006).
La delibera prosegue, dando atto “che già diversi esponenti istituzionale della Regione Puglia hanno proclamato “che l’acqua è un diritto e non una merce, un bene comune e pubblico” (relazione del Presidente della Regione Nichi Vendola al Consiglio del 25/02/2009) che, “al pari dell’aria che respiriamo, l’acqua non può né deve avere padroni, ma – in quanto risorsa fondamentale – deve essere a disposizione di tutto il genere umano” (intervento del Presidente del Consiglio Prof. Pepe del 28/05/2009).
Si prende anche in giusta considerazione il fatto “che solo in Puglia 30.000 cittadini dei 400.000 a livello nazionale, hanno apposto la propria firma a sostegno della Legge di Iniziativa Popolare concernente “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”.
Si fà poi riferimento ad un vasto movimento nel quale “diverse Amministrazioni provinciali e comunali pugliesi hanno sottoscritto con propria delibera la Legge di Iniziativa Popolare sopra citata ed hanno contestualmente dato vita ad un Coordinamento Regionale degli Enti Locali per la ripubblicizzazione dei servizi idrici.
In ragione di tutto questo, “per sostanziare il principio del diritto dell’acqua come universale e inalienabile, nonché per riorientare il sistema di tariffazione agevolata per le fasce sociali meno abbienti verso un sistema che assicuri maggiore responsabilizzazione degli utenti e politiche di risparmio idrico, appare opportuno introdurre all’interno dell’ordinamento la definizione del servizio idrico integrato come servizio pubblico essenziale, di interesse generale, privo di rilevanza economica”.
Si ricordi poi che l’Acquedotto pugliese è il più importante d’Europa e che l’ente autonomo acquedotto pugliese (EAAP) nasce, grazie alla volontà e all’impegno finanziario dello Stato, con la finalità di sopperire all’insostenibilità e all’inadeguatezza dell’industria privata ad assicurare le opere di interesse generale a garanzia dell’approvvigionamento idrico e del risanamento igienico-sanitario e ambientale, ed ha ottenuto in concessione la gestione del servizio idrico ai sensi della legge fino al 2018, e che il D.Lgs 11/05/1999, n. 141 trasforma l’EAAP in società per azioni, riconfermando all’art. 2 l’affidamento alla nuova società delle finalità precedentemente attribuite all’Ente.
La Regione Puglia dichiara infine espressamente che, nel condividere sostanzialmente gli obiettivi del movimento mondiale per il diritto all’acqua, che coinvolge un sempre maggior numero di Enti Locali in tutto il Paese, appare opportuno che la Regione Puglia si doti degli strumenti istituzionali e di un quadro legislativo di riferimento per
sviluppare un’azione in tal senso.
In ragione di tutto questo la Giunta delibera:
- di approvare e fare propri i seguenti principi:
- l’acqua è un bene comune, un diritto umano universale non assoggettabile a meccanismi di mercato;
- la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili e inviolabili della persona umana e si estrinsecano nell’ impegno a garantire ai cittadini un minimo vitale giornaliero;
- la proprietà e la gestione del servizio idrico devono essere pubbliche e improntante a criteri di equità, solidarietà (anche in rapporto alle generazioni future) e rispetto degli equilibri ecologici;
- il consumo umano delle risorse idriche deve avere la priorità rispetto ad altri usi;
- il servizio Idrico Integrato è un servizio pubblico essenziale, di interesse generale, privo di rilevanza economica, e come tale non soggetto alla disciplina della concorrenza ma rientrante nella competenza esclusiva della Regione (art. 117 Cost.) che deve essere gestito con meccanismi che garantiscano la partecipazione sociale.
E in conseguenza la Giunta Regionale si impegna:
- a proporre l’introduzione dei principi suesposti nello Statuto della Regione Puglia;
- a presentare, in attuazione di tali principi, una legge regionale che regolamenti il servizio idrico integrato come servizio privo di rilevanza economica e che consguentemente trasformi l’AQP S.p.a. in un soggetto giuridico di diritto pubblico improntato a criteri di economicità, efficienza e trasparenza nei confronti dei Cittadini;
- ad avanzare alla Assemblea delle Nazioni Unite, tramite il Governo Nazionale, la proposta di organizzare in Puglia una conferenza internazionale per la formalizzazione del riconoscimento del diritto universale all’acqua per tutti;
- a formare, al fine di dare attuazione agli obiettivi di indirizzo programmatico prima indicati, a cura della Presidenza della Giunta Regionale e di concerto con l’Assessorato alle Opere Pubbliche, un Gruppo di lavoro composto da 1 presidente, da 5 membri nominati dalla Giunta e da 5 membri designati dal Comitato Pugliese Acqua Bene Comune e dal Forum dei Movimenti dell’acqua con il compito di presentare, entro il 31 dicembre 2009, alla Giunta una proposta di concretizzazione dei principi suesposti.
E, dulcis in fundo, la Giunta s’impegna ad impugnare l’art. 15 del D.L. n. 135/2009 dinanzi alla Corte Costituzionale a difesa dell’autonomia regionale e, indirettamente, a conferma della ferma determinazione della Regione Puglia di considerare l’acqua un bene comune e di reimetterlo nell’alveo della gestione pubblicistica. Infatti, l’art. 15 lascia alle amministrazioni locali la facoltà di scegliere le forme di gestione dei “servizi pubblici ambientali”, purché essi ricorrano esclusivamente a società private selezionate mediante gara o all’affidamento a società pubblico/private, con la presenza del partner privato scelto con gara che abbia una quota di partecipazione non al di sotto del 40% e i compiti operativi connessi con la gestione del servizio o a società quotate. Insomma, una facoltà di “scelta” che lede l’aitonomia regionale perché impone comunque una soluzione privatistica.
Bravo Nichi! Stavolta hai fatto veramente una cosa di sinistra ed anzitutto una cosa buona e giusta!

di Red

Fonte: Democrazia oggi

domenica 29 novembre 2009

I Graviano rispettano Spatuzza



Continua a parlare Spatuzza, che sarà in aula il 4 dicembre nel processo a Dell’Utri. Ma non è il solo. Parlano anche i suoi vecchi capi, i fratelli Graviano che, pur non pentendosi, dicono di «rispettarlo».
Parlerà nell’ambito del processo a Marcello Dell’Utri il 4 dicembre a Torino. La scelta di sentire il pentito Gaspare Spatuzza nella città piemontese è dovuta a ragioni di sicurezza. Quindi, la corte di Palermo sarà obbligata a una trasferta che si preannuncia evento, perché al mafioso di Brancaccio, assassino di padre Puglisi e stragista a partire dall’attentato di via D’Amelio, sarà chiesto di raccontare delle testimonianze rilasciate in questi mesi che chiamano in causa Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Quindi del presunto ruolo che i due imprenditori e successivamente uomini politici avrebbero avuto nella cosiddetta seconda fase della trattativa fra Stato e Cosa nostra durante il periodo delle stragi del ’93. Intanto le dichiarazioni di Spatuzza, in particolare quelle relative alla strage del 19 luglio 1992 di cui si autoaccusa, sono state confermate – aumentando di conseguenza la credibilità del teste – dal dichiarante (ancora non pentito) Vittorio Tutino, uomo della cosca palermitana di Brancaccio, che nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta, davanti ai magistrati del pool che indaga proprio sulle stragi del ’92, ha fornito una versione coincidente con quella, appunto, di Gaspare Spatuzza, confermando agli inquirenti di aver preso parte ai preparativi della strage Borsellino, fornendo l’auto, poi imbottita di esplosivo e posteggiata sotto casa della madre del giudice in via D’Amelio. L’ex soldato del mandamento di Brancaccio, già condannato a 28 anni per le autobombe del ’93, ha confermato di aver agito assieme a Spatuzza. Fin qui la parte relativa all’omicidio Borsellino.

Per Spatuzza però la situazione si complica per quanto riguarda le sue dichiarazioni nei confronti di Dell’Utri. Iniziando da Tutino che, chiamato a parlare dalla Procura di Caltanissetta della dinamica sulla strage del luglio ’92, non ha confermato la testimonianza rilasciata dal killer di Brancaccio su altri aspetti di quegli anni. Invece, si è tenuto un confronto, gestito dalla Procura di Firenze, fra Filippo Graviano e lo stesso Spatuzza che sostiene che tra Giuseppe e Filippo Graviano (capi del mandamento di Brancaccio a Palermo), Berlusconi e Dell’Utri, ci furono «contatti diretti» e ripetuti. Per ottenere, ipotizza il pentito, una copertura politica dei piani stragisti. Secondo la tesi del pentito, le stragi vennero eseguite per poi fare apparire alcuni ambiti politici, indicati come “vicini” a Cosa nostra, come chi le avrebbe fatte cessare. Spatuzza riconosce che si tratta di una sua deduzione ma conferma di essere certo che i Graviano abbiano trattato direttamente con questi ambienti politici.

Per quanto riguarda invece il confronto fra Spatuzza e Filippo Graviano, il boss ha dichiarato più volte di non avere nulla contro il suo ex sottoposto, e conferma alcuni fatti storici e i colloqui con lui avuti («dovevamo fare una scelta di legalità, per noi e per i nostri figli») ma lo smentisce circa i propri intenti di parlare con i pm se la politica non avesse rispettato i patti, riferendosi perciò proprio all’incontro nel carcere di Tolmezzo e riportato ai pm dal pentito. Sono i toni del confronto che stupiscono. Graviano infatti ammette che in carcere di «dissociazione» e di un’ipotetica «vita di legalità» lui e Gaspare avevano effettivamente parlato. Poi si lascia sfuggire un «mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te, ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore. Non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione». E poi il colpo di teatro, per chi sa leggere nel linguaggio mafioso: «Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette». Quindi? C’è anche un altro dettaglio che ci aiuta a capire queste battute di Filippo Graviano. E non è un dettaglio da poco. L’altro fratello Graviano, Giuseppe, nel processo contro l’ex senatore Dc Enzo Inzerillo (imputato di mafia a Palermo e indagato per le stragi a Firenze ma poi archiviato da questa seconda accusa), aveva dichiarato di «rispettare» Spatuzza. Nonostante respingesse tutte le dichiarazioni che lo riguardavano rese dall’accusatore del senatore del Pdl sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Quel termine, «rispetto», ha per un mafioso del calibro di Giuseppe Graviano un peso specifico che va ben oltre al senso letterale del termine. Qui si parla di rispetto fra uomini d’onore. Ed è quindi anche emblematico che, mentre Spatuzza sta affrontando il percorso per ottenere la totale copertura offerta dalla normativa sui collaboratori di giustizia, i fratelli Graviano non sembrano finora avere alcuna intenzione di “collaborare”. E quindi, ancora di più, quel «rispetto» pesa. E anche i magistrati ne sono rimasti particolarmente impressionati. Spatuzza per Giuseppe Graviano non è un “infame”, un “traditore” ma un uomo d’onore che merita «rispetto». Questa o è una rivoluzione (si tratterebbe del primo caso in assoluto nella storia di Cosa nostra di un atteggiamento simile verso un pentito), oppure Spatuzza non è un normale pentito, anzi forse è solo un portavoce di un pezzo di quell’organizzazione che avrebbe deciso di trattare con la giustizia. Il confronto fra Filippo Graviano e Gaspare Spatuzza apre una fase nuova, comunque. Ora l’accusa del processo a Dell’Utri ha chiesto di acquisire anche l’interrogatorio del pentito Salvatore Grigoli, l’assassino reo confesso di padre Pino Puglisi. La richiesta è stata avanzata dal procuratore capo di Palermo alla Corte d’appello. Sempre il pg Antonino Gatto ha depositato presso la sua segreteria, a disposizione della difesa, 29 nuovi atti, tra cui i verbali dell’interrogatorio del pentito Gaspare Spatuzza e il confronto tra lo stesso Spatuzza e Filippo Graviano. Per la difesa di Dell’Utri, che era riuscita a far respingere l’eventualità di una deposizione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, e dichiarante sia sulla vicenda della trattativa che sui tanti intrecci che coinvolgerebbero anche il senatore del Pdl alla vigilia della  di Forza Italia, è un duro colpo. E il ruolo che assume questo “dichiarante” che sta riaprendo processi del peso di quelli sulle stragi del ’92 e del ’93 e quello sulla trattativa fra Stato e mafia, diventa un fattore determinante nelle paure giudiziarie di un gran pezzo della politica italiana.

di Pietro Orsatti

Fonte: orsatti.info

sabato 28 novembre 2009

I fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico


A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico, così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente. Chiamo così quella modalità di discorso pubblico che da almeno due secoli è tipica delle società che rispettano le libertà d’espressione e che si articola di solito nelle forme della controinformazione, cioè rivelare cose di cui il discorso pubblico ufficiale non parla, e della critica dell’ideologia, cioè la demistificazione delle ipocrisie, delle contraddizioni e delle parzialità di quella che il discorso pubblico ufficiale presenta come la verità. Le ragioni di questa crisi in Italia oggi non stanno certo nella mancanza di ingegni in grado di ottemperare a questo compito perché al contrario sono numerosi gli scrittori che hanno la preparazione culturale e il rigore morale necessari per svolgerlo, ma piuttosto in mutamenti della società tanto profondi quanto recenti. Dico subito che tra questi mutamenti non considero qui quello dell’apparato mediatico-televisivo perché il discorso critico è sempre stato recepito da piccole minoranze culturalmente e politicamente consapevoli, salvo in alcune circostanze storiche molto particolari, capaci però di tradurre in comportamenti e in risposte anche di massa i suggerimenti creativi che venivano da quello.

In particolare penso che siano due i fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico. In primo luogo il trionfo dell’individualismo, che si è accompagnato a quel fenomeno che i politici tipo Walter Veltroni chiamano fine delle ideologie, ha ridotto ai minimi termini o cancellato quel processo di politicizzazione dei cittadini che era la base etica e sociale del discorso critico. In pratica il discorso critico ha ragione di essere solo se ci si percepisce come parte di un corpo politico che compie scelte decisive per noi, quando la percezione dominante è, come accade oggi, quella di individui isolati che possono partecipare alla vita politica unicamente in veste di tifosi con il voto o con il televoto, non ha molto senso criticare il discorso ufficiale: se esso non piace, si può andare all’estero perché ci si vergogna di essere italiani o provare a cambiare se stessi con i fiori di Bach, visto che è impossibile cambiare il mondo, o entrare a far parte del popolo della notte. In questo senso è vero, tanto per fare un’osservazione alla maniera di Houellebecq, che nessuna epoca ha mai visto tanta libertà come questa, il problema è che la si paga con una radicale perdita di senso dell’esperienza.

L’altro fattore che ha determinato la crisi del discorso critico riguarda lo statuto della verità nel discorso ufficiale della nostra società e i rapporti di questa con il sapere e il potere. Infatti se il discorso ufficiale nel passato si è sempre presentato come la verità di una società, come la verità del potere, al quale il discorso critico opponeva un’altra verità nascosta che rivelava la menzogna del potere, oggi non è più così perché il discorso ufficiale non pretende di dire la verità, ma semplicemente di dire cose interessanti, utili e piacevoli ad ascoltarsi. A sua volta una trasformazione del genere è stata resa possibile da quella modificazione del sapere che Lyotard ha descritto nel suo ormai trentennale libro La condizione postmoderna (un libro dal destino curioso perché nato quasi come un’apologia di questa trasformazione è divenuto un utile strumento nelle mani di chi voglia riprendere il filo della critica): il sapere postmoderno non punta più a una validazione universale, cioè a cercare di scoprire la verità per usare un’espressione un po’ più sfacciata ma comprensibile, ma alla performatività delle conoscenze parziali, cioè a cercare di conoscere cose che siano utili e spendibili nell’immediato senza troppe domande sulla verità. Ora gran parte del sapere contemporaneo è figlio di questa trasformazione e quindi è indifferente alla verità, e pertanto è naturalmente omogeneo al nuovo tipo di discorso ufficiale fatto dal potere.

Di più, senza una tensione etica, cioè senza porsi una domanda radicale sulla verità, non è possibile nessun discorso critico. Ma se colui che ha il potere può tranquillamente vivere senza la verità perché l’ascolto e l’efficacia delle sue parole vengono per così dire da sé in virtù della posizione che occupa, colui che è escluso dal potere se non parla in nome della verità è come se non parlasse.

Non è una questione astratta questa, ma drammaticamente concreta: oggi l’agenda dei temi da dibattere, anche in ambienti che si vogliono d’opposizione, è scelto sulla base di una supposta efficacia e utilità comunicative: che il senato approvi il decreto legge che privatizza l’acqua pubblica non deve essere discusso perché non interesserebbe il grande pubblico, perché non avrebbe audience. E non è solo un problema di censura, di controllo dei media da parte di una sola persona o di quel gruppo di persone con forti interessi economici che si fanno chiamare sui giornali da loro posseduti “i mercati”, è come se quasi tutti avessero interiorizzato una concezione della democrazia da ufficio stampa, per la quale la libertà di parola coincide con la spendibilità della stessa nel commercio della comunicazione. E la vera democrazia muore perché essa non è un sistema di regole da confermare o da cambiare, ma è una pratica politica collettiva, che vive grazie alla critica.

di Giorgio Mascitelli

Fonte: NAZIONE INDIANA

L'ennesimo assalto all'Africa



I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia dall’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G .222 ex AMI sono stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti italiani Alenia. 
Grazie a chissà quale ennesimo segreto accordo nel nome della “lotta al terrorismo” e della difesa degli oleodotti petroliferi sulla rotta Asia-Occidente, aerei militari italiani giungeranno via Stati Uniti ad un paese in guerra da otto anni e con un governo delegittimato dalla recente farsa elettorale. E ciò, bypassando i controlli e le autorizzazioni previste dalla legge n. 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vietando le esportazioni a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di “accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umani”. La triangolazione potrebbe però aprire scenari interessanti per il complesso militare industriale, specie in vista della coproduzione di una versione più aggiornata del velivolo da trasporto C-27. Si tratta dello “J Spartan”, in grado di superare i 500 Km/h di velocità e di volare con un’autonomia di 5.930 Km a 500 Km/h .
Nel 2005, Alenia-Finmeccanica, congiuntamente ai colossi statunitensi L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce, Honeywell e Dowty, ha costituito la joint venture Gmas - Global Military Aircraft Systems, candidandosi come principale contractor del programma “Joint Cargo Aircraft” per l’ammodernamento dei mezzi di trasporto militare USA. Il modello offerto al Pentagono, appunto il C-27J, stando alle industrie produttrici, consentirà “molteplici missioni tra le quali il trasporto di truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il pattugliamento marittimo, la ricerca e il soccorso (Sar)”. Con il velivolo, inoltre, verrebbe assicurata “un’elevata efficienza operativa, un’estrema flessibilità d’impiego, le migliori prestazioni per i velivoli della sua categoria in tutte le condizioni operative e caratteristiche uniche d’interoperatività con gli aerei da trasporto di classe superiore in servizio con le forze aeree della NATO”.
La trattativa tra il consorzio italo-statunitense e il Dipartimento della difesa è stata seguita passo dopo passo dall’allora governo Prodi e si è sbloccata positivamente proprio nei mesi in cui si è concretizzata l’offerta del vecchio scalo “Dal Molin” di Vicenza quale base avanzata delle truppe d’élite aviotrasportate dell’US Army. Nel giugno 2007, in occasione della visita in Italia del presidente Gorge Bush, l’esercito e l’aeronautica militare USA hanno annunciato di volere acquistare sino a 145 velivoli C-27J, con un’opzione per altri 62 velivoli entro dieci anni. Nei piani delle aziende, l’assemblaggio dei C-27J si realizzerebbe negli stabilimenti L-3/Boeing di Waco (Texas) e in quelli di Alenia Aeronautica di Pomigliano (Napoli) e Torino-Caselle. Valore stimato della commessa, tra i sei e i sette miliardi di dollari.
A raffreddare gli entusiasmi è arrivata però poi la decisione dell’amministrazione USA di ridurre il programma a soli 38 aerei da trasporto; sino ad oggi, però, gli ordini veri e propri da parte de Joint Cargo Aircraft Program Office ammontano a 13 C-27J, per una spesa di “appena” 400 milioni di dollari. A rendere meno cupo l’orizzonte per la joint venture, l’interesse espresso dal Comando per le Operazioni Speciali dell’aeronautica militare USA per una versione modificata del velivolo da usare come “cannoniera volante” (nome in codice, AC-27J Stinger II). Fonti USA riferiscono inoltre che le triangolazioni degli C-27 potrebbero avere un seguito in Ghana. Quattro velivoli starebbero per essere acquistati dal Pentagono alla L-3 Communications Integrated Systems per poi essere rivenduti alle forze aeree del paese dell’Africa occidentale. Sembra poi che la produzione dei C-27J “ghanesi” verrebbe sub-appaltata all’Alenia Aeronautica. Chissà che commesse e fatturati non crescano allora secondo le stime auspicate dai manager Finmeccanica al tempo in cui il governo di Roma si piegava agli scellerati programmi USA di militarizzazione del territorio italiano: oltre al “Dal Molin” di Vicenza, il potenziamento delle infrastrutture di Aviano, Camp Darby, Napoli, Sigonella e Niscemi.

di Ama Biney

Link: Contropiano

venerdì 27 novembre 2009

Messico, equipaggi antisommossa contro il Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME)




Lo “sciopero civico”, capeggiato da integranti e simpatizzanti del Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), dello scorso mercoledì (11), è finito con una repressione da parte della polizia. La manifestazione – contro la chiusura, da parte dello Stato, della compagnia elettrica Luz y Fuerza del Centro (LyFC) e la dimissione di 44 mila lavoratori, avvenuta lo scorso 10 ottobre- si è conclusa con diverse persone ferite e 10 arresti.

In conformità alle informazioni di Telesur, la Polizia Federale del Messico ha scagliato equipaggi antisommossa e gas lacrimogeni contro i manifestanti che si trovavano nelle strade del paese. Le persone trattenute e quattro veicoli sono stati portati al Ministero Pubblico Federale Tlalnepantla, Città del Messico.

I manifestanti richiedevano la deroga del decreto sulla chiusura della compagnia e l'allontanamento della Polizia Federale dagli stabilimenti della LyFC. Alle mobilitazioni hanno partecipato non solo gli elettricisti e i lavoratori della compagnia, ma anche organizzazioni sociali, donne, studenti e sindacalisti di varie regioni del paese.

Anche gli studenti dell'Università Autonoma del Messico (Unam) hanno promosso mobilitazioni in diversi luoghi. Secondo le informazioni di Kaos en la Red, gli universitari hanno organizzato scioperi all'interno di istituti superiori, Scuola di Scienze Umanistiche Azcapotzalco, Preparatoria 5 e Facoltà di Studi Superiori Acatlan.

Gli studenti dell'Università Autonoma Metropolitana hanno ricevuto opposizioni dai membri della Polizia Federale e dalla polizia del Distretto Federale per aver scioperato nell'edificio Xochimilco. Le mobilitazioni sono avvenute anche nella zona metropolitana di Città del Messico.

Nonostante il sostegno della popolazione messicana, il governo federale e le autorità locali hanno risposto alla dimostrazione con la repressione. Secondo le informazioni di Kaos en la Red, le manifestazioni hanno ricevuto almeno tre attacchi da parte delle truppe di Polizia Federale Preventiva (PFP) in tre distinte aree del centro Messico.

Secondo Kaos en la Red, nel Distretto Federale e nello Stato del Messico, le attività della Polizia includevano elicotteri e vari agenti del Corpo dei Granatieri.

Le repressioni sono avvenute anche sulle autostrade Messico-Puebla e Messico-Cuernavaca, dove gli agenti della PFP hanno lanciato gas lacrimogeni per respingere i manifestanti. La repressione più violenta è avvenuta sull'autostrada Messico- Querétaro, con gas lacrimogeni e aggressioni ai lavoratori.

di Adital
Traduzione di Ramona Capaldo
Link: A SUD

LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI A ROMA: «Risposte contro la crisi o da qui non ci muoviamo»



Cinquantasei ore di marcia, 1200 chilometri ai trenta all'ora sulla cima dei loro trattori, una lunghissima marcia dalla Sicilia a Roma. Dieci giorni fa esatti, la prima manifestazione che ha chiamato a Roma agricoltori provenienti da quasi tutte le regioni centromeridionali. Da allora non si sono più mossi, dormono ospiti in una cooperativa agricola alle porte della capitale, e non hanno alcuna intenzione andarsene, come hanno ribadito ieri al presidio sotto il ministero delle politiche agricole, fino a quando dal governo non arriveranno risposte certe.
Risposte alla loro crisi, che è un'altra grande crisi, parallela a quella che tutti gli altri settori stanno attraversando. Nelle campagne italiane quel che sta detonando è un modello tenacemente costruito almeno negli ultimi quindici anni. Da quando l'Unione europea ha iniziato lo smantellamento della Pac (la politica agricola comune), per imboccare la strada delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. «La Pac aveva un sacco di problemi, ma il risultato è stato un disastro»», spiega Gianni Fabris che con Altragricoltura segue i comitati spontanei di agricoltori sorti un po' in tutto il mezzogiorno.
Oggi gli agricoltori dicono di essere giunti «al capolinea». Materialmente, indebitati fino al collo e con le banche che non esitano a pignorare terreni e macchinari, ma anche psicologicamente, uomini che «dopo anni di investimenti e sacrifici» non possono più garantire un futuro ai propri figli. Sono costretti a produrre sottocosto: «Prendi le patate. Ci costano 15 centesimi al chilo, le vendiamo a 8, e il cittadino al supermercato le paga 1 euro al chilo». Tanta è la sproporzione, e tale il rincaro dalla terra alla tavola, che gli ortaggi a volte non vale nemmeno la pena di raccoglierli, raccontano gli agricoltori. Così chili su chili di frutta e verdura restano nei campi a marcire o, quando già raccolti, finiscono al macero. «È la terra che buttiamo. Perchè tanti bambini muoiono di fame e noi siamo costretti a buttare i nostri prodotti?», hanno chiesto in occasione del vertice Fao a Roma. La risposta è stata un'altra domanda: «Perchè sulla vostra buona pizza italiana ci finiscono i pomodori cinesi?», ha chiesto un dirigente Fao agli agricoltori che durante il vertice hanno organizzato un sit in. «Perchè i nostri pomodori restano nei campi», gli hanno risposto.
Gli agricoltori sono convinti che quella del libero mercato sia tutta un'invenzione. Il mercato si è globalizzato, è vero, ma i metodi (e le regole) di coltivazione restano diverse paese per paese: «Ci impongono di coltivare in un certo modo, ma se gli agricoltori francesi fanno altrimenti, questo ha delle ricadute sui prezzi». Oggi a fare i prezzi, raccontano, è un 'cartello' di multinazionali. Dettano legge, e il diniego non è contemplato, perchè ci sono chili su chili di pomodori cinesi o siriani pronti ad arrivare sulle nostre tavole se dalle campagne italiane si decide che a quel prezzo non si vende. «In Italia è sufficiente lavorare qui un prodotto perchè diventi, automaticamente, italiano anche se è stato prodotto altrove», ragionavano ieri gli agricoltori radunati davanti al ministero delle politiche agricole. In altre parole: se entra un'automobile nel nostro paese deve essere certificata e omologata, una cassa di pomodori o di patate, invece no.
E dire che loro, piccoli e medi agricoltori per lo più, la loro frutta e verdura la «regalerebbero» anche. Non chiedono profitti, ma «sopravvivenza», e come spesso si sente ultimamente, «un lavoro, ti rendi conto, siamo qui per chiedere di lavorare». Non chiedono neppure di aumentare il prezzo alla produzione, ma che perlomeno sia il governo a sobbarcarsi della differenza. Anche perchè sommersi dai debiti come sono, non possono neppure utilizzare i fondi che l'Unione europea stanzia e che invece si potrebbero destinare alla sanatoria dei debiti.

Ieri, come anche nelle scorse settimane, la protesta è dilagata anche in Puglia: lunghe file di trattori hanno bloccato il traffico un po' ovunque. Al governo, nell'immediato, gli agricoltori chiedono «una moratoria delle ingiunzioni nei confronti delle aziende agricole e anche dei debiti Inps, alle regioni, alcune delle quali hanno già dichiarato lo stato di crisi per l'agricoltura, «un riordino dei prorpi strumenti d'intervento». Un miliardo di euro circa, dice Gianni Fabris, su cui il governo si è impegnato. Il 4 dicembre dovrebbe esserci una risposta, loro aspettano e per quel giorno hanno già organizzato una manifestazione.

di Sara Farolfi 

Link: il manifesto

Erano sulle tracce delle cosiddette "navi dei veleni", adesso ptrotestano sul tetto


Foto tratta da "www.nonsparateallaricerca.org"

Dal primo gennaio 200 precari dell'Ispra rischiano il posto
Dai tetti dell'Ispra di via Casalotti, a Roma, il mare non si vede proprio. Ma la trentina di ricercatori precari che da martedì mattina vi si è arrampicata su per protestare contro il piano licenziamenti, sa che il mare potrebbe sparire definitivamente dall'orizzonte della loro vita lavorativa. Sono oceanografi, biologi marini, geologi, chimici, esperti in scienze ambientali che da anni lavorano con contratti precari (co.co.co, assegni di ricerca, borse di studio, contratti occasionali a tempo determinato) per l'Icram, l'istituto per la ricerca applicata al mare, confluito poi per effetto della legge 133/08 nell'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, ente vigilato dal ministero dell'Ambiente tramite un commissario straordinario. Tra loro anche alcuni dei ricercatori che il 20 settembre partirono sulla nave oceanografica dell'Ispra Astrea e poi sulla Mare Oceano della Geolab - più attrezzata - per compiere rilievi al largo di Cetraro, in Calabria, sulle tracce delle cosiddette "navi dei veleni". Senza di loro nemmeno quell'operazione sarebbe stata possibile.
«Un mare di precari in un mare di guai», hanno scritto sullo striscione tirato giù dal tetto dove hanno deciso di trasferirsi almeno fino a quando qualcuno non dirà loro quale futuro li attende e cosa ne sarà dei loro lavori, destinati a naufragare come tutta la ricerca ambientale in Italia. Tra loro molti delegati sindacali dell'Usi Rdb Ricerca, perché la protesta è cominciata proprio con un'assemblea indetta dal sindacato di base. Dal primo gennaio prossimo, infatti, 200 precari storici dell'Icram verranno messi alla porta come è già avvenuto ad altri 250 loro colleghi nel giugno scorso, raggiungendo così complessivamente un taglio del 40% del personale in forze all'inizio del 2009. I ricercatori, che hanno trascorso già due notti all'addiaccio sul tetto dell'istituto muniti di brandine e sacchi a pelo, hanno chiesto almeno di incontrare il commissario straordinario dell'Ispra, ma del prefetto Vincenzo Grimaldi nessuna traccia.
La dieta dimagrante messa in atto dalla legge 133 e dal decreto Brunetta secondo i ricercatori «non è finalizzata al risparmio, ma allo smantellamento dell'ente pubblico in modo da poter controllare e indirizzare la ricerca scientifica secondo i bisogni dell'industria, e favorire gli istituti privati dove, non a caso, molti di noi vengono ricollocati con condizioni contrattuali addirittura peggiori di quelle attuali», spiega Michela Mannozzi, al lavoro precario da sei anni sul monitoraggio marino. D'altra parte i ricercatori del mare sono troppo specializzati per poter trovare lavoro nello stesso campo in Italia. Una vecchia storia, insomma, che segue il filo delle università trasformate in fondazioni e ricalca la notizia diffusa ieri dall'Invg secondo cui il monitoraggio dei terremoti, scippato agli scienziati, passerebbe alla Protezione civile. Ed infatti qualche giorno fa il ministero dell'Ambiente ha lanciato un bando di gara da oltre un milione di euro per la costruzione di una banca dati sulle diversità ambientali pur sapendo che, come scrive in una lettera inviata dal dirigente del Servizio tutela delle biodiversità, Paolo Gasparri, a Grimaldi, «l'Ispra ha già tutte le conoscenze e i mezzi necessari per realizzarla».
«Fanno i tagli senza nemmeno l'idea di una governance», lamenta Ezio Amato, dirigente tecnologico delle emergenze ambientali in mare, unico assunto tra gli inviati speciali a caccia delle "navi dei veleni". Il gruppo di Amato, per esempio, da gennaio si ridurrà da 13 a due ricercatori. «È impossibile - spiega - sostituire un ricercatore con competenze tanto dettagliate e particolari». «A differenza degli altri due enti che sono stati accorpati nell'Ispra - aggiunge Mannozzzi - l'Icram riceve pochissimi fondi ministeriali e le nostre ricerche sono finanziate soprattutto con fondi esterni: europei, regionali, degli enti portuali. Rinunciando a noi e ai nostri lavori, l'Ispra rinuncia anche ai soldi che con tante difficoltà avevamo trovato».

Gli scienziati del mare non hanno alcuna intenzione di mollare: «Chiediamo di trasformare tutti i contratti a tempo determinato, cosa possibile per ricercatori di "chiara fama", secondo l'articolo 5 del contratto nazionale». A scendere, almeno fino al primo dicembre, giorno in cui è previsto il primo tavolo di incontro tra commissario e sindacati, non ci pensano nemmeno.

di Eleonora Martini 

Link: il manifesto

Manganelli contro lavoro e lavoratori



Gli operai dell'Alcoa dei due stabilimenti italiani oggi hanno invaso il centro di Roma, molto determinati a difendere il loro posto di lavoro e il futuro di migliaia di famiglie. A rischio ci sono 720 operai diretti, a cui si aggiungono un centinaio di lavoratori delle aziende di manutenzione e circa un migliaio di operatori dell'indotto.Questa mattina, a partire dalle 10.30, in più di mille hanno sfilato da Piazza della Repubblica, dopo essere arrivati in tanti dallo stabilimento occupato di Portovesme, nel Sulcis sardo, ma anche da Fusina (Marghera). Dopo aver marciato molto lentamente ma anche molto rumorosamente dietro lo striscione "Energia e basta" hanno deciso di non proseguire sul percorso prestabilito (via Molise), ed in largo Santa Susanna hanno deviato in via Bissolati, forzando il cordone della polizia per spingersi fin sotto il Ministero dello Sviluppo Economico (il cui titolare Scajola però non si è fatto trovare visto che era all’estero…) e individuando anche la vicina ambasciata americana come luogo sotto il quale portare la protesta (visto che l'Alcoa è una multinazionale statunitense).Intorno alle 12,40, di fronte al tentativo di sfondamento del cordone di polizia da parte degli operai, le forze dell'ordine presenti in gran numero ed in assetto antisommossa hanno caricato, cercando di impedire che i lavoratori raggiungessero sedi che evidentemente non potevano avvicinare per ordini superiori. Ma alle manganellate gli operai hanno resistito, non disperdendosi e continuando a manifestare contro la prospettiva sempre più concreta della chiusura degli stabilimenti e della cassa integrazione. Ieri infatti l’azienda ha comunicato che questo provvedimento scatterà per tutti e 2000 dipendenti del gruppo dal prossimo 20 di dicembre. Bel regalo di Natale! Alla conferma della cassa integrazione da parte dell’azienda giunta durante la manifestazione gli operai, che manifestavano in alcuni casi insieme alle loro famiglie e accompagnati dai gonfaloni e dai sindaci di ben 23 comuni dell’Iglesiente, hanno risposto con un sonoro ‘buuuuh’ collettivo. “Noi la cassa integrazione non la vogliamo, non possiamo mantenere le nostre famiglie con la cassa integrazione. Vogliamo lavorare e guadagnarci il nostro stipendio lavorando onestamente” ha detto ai nostri microfoni Pierpaolo Gai, un lavoratore dell’Alcoa di Portovesme e delegato sindacale.«Le forze dell'Ordine non hanno effettuato alcun tipo di intervento repressivo né tantomeno fatto uso di manganelli, ma solo azioni di contenimento» hanno detto dalla Questura tramite un comunicato ufficiale, ma un operaio sardo di 40 anni è finito all'ospedale per le botte prese in testa durante gli scontri tra polizia e lavoratori. Lo hanno spiegato fonti sindacali che parlano di un «colpo alla tempia ricevuto durante la carica degli agenti in tenuta antisommossa nel momento in cui il corteo ha deviato dal percorso previsto». E a smentire la Questura di Roma ci sono parecchi video, tra i quali quello visibile a questo link http://www.youtube.com/watch?v=RsVM3_gCIgg nel quale si vedono distintamente alcuni celerini usare il loro manganello contro i lavoratori.Il lavoratore colpito alla testa è stato costretto a ricorrere alla cure mediche e, secondo quanto riferito dai manifestanti, l'autoambulanza è arrivata dopo circa 38 minuti di attesa. A quanto affermano i manifestanti, che hanno accolto l'ambulanza con un «vergogna», il «lavoratore ferito ha perso i sensi due volte».Al momento dello sfondamento del cordone di Polizia a Piazza Barberini i lavoratori imbestialiti dalle tante promesse non mantenute hanno letteralmente travolto agenti e sindacalisti che tentavano di convincerli a starsene buoni. Dopo aver appreso che il titolare del Ministero delle Attività Produttive Scajola non c’era e che probabilmente non gli sarebbe stato permesso di arrivare sotto Palazzo Chigi la rabbia è esplosa. Venerdì scorso, quando i lavoratori avevano occupato gli stabilimenti di Portovesme ‘trattenendo’ per alcune ore alcuni manager mentre tre colleghi salivano per protesta su una gru alta decine di metri, l’azienda e il governo avevano cercato di smontare la protesta facendo promesse presto rivelatesi false e infondate. Il che ha aumentato la tensione, tanto che lunedì un commando di lavoratori ha occupato per quattro ore la centrale dell’Enel di Portovesme impendendo lo scarico del combustibile fossile da una nave mentre proseguiva il blocco delle consegne dell’alluminio ai clienti della multinazionale USA.Dopo lo scontro operai-polizia la delegazione sindacale che già era stata ricevuta al ministero del lavoro ha interrotto le trattative per incontrare i manifestanti. Gli operai dell'Alcoa, ai quali è stato impedito di raggiungere Palazzo Chigi, si sono quindi spostati in presidio in piazza Barberini, mentre al ministero sono ripartire le trattative. Nella piazza hanno sfilato, come è consuetudine, il leader della CGIL Guglielmo Epifani e quello dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Ma i lavoratori non hanno accettato di buon grado di essere ‘sequestrati’ a Piazza Barberini senza avere l’opportunità di raggiungere in massa le sedi del governo: a lungo hanno gridato slogan, e poi ad un certo punto hanno cominciato a battere i loro caschi sul selciato, hanno usato fumogeni. Dopo di che alcuni gruppi di operai hanno di nuovo tentato di forzare i cordoni dei Celerini che circondavano tutta la piazza. Afferma la Questura in una sua nota: "I manifestanti hanno lanciato in più riprese alcune sedie di un bar della piazza e bottiglie contro gli uomini delle Forze dell'Ordine”.A metà pomeriggio dall’interno del Ministero arriva la notizia che l’azienda sarebbe stata convinta a rinunciare per ora alla cassa integrazione. ''C'e' l'accordo che prevede il ritiro della procedura di cassa integrazione prevista per i lavoratori Alcoa degli stabilimenti di Fusina in Veneto e Portovesme in Sardegna. Ci rivedremo per un primo confronto tra le parti al dicastero dello Sviluppo economico il prossimo 9 dicembre'' ha detto Mario Ghini, segretario nazionale della Uilm, dopo quasi sei ore di trattativa tra sindacati, amministratori regionali, azienda e governo. ''L'intesa - specifica Ghini - prevede l'istituzione di un tavolo permanente di natura tecnica per definire tutti gli strumenti utili all'approvvigionamento energetico a prezzi calmierati nel rispetto di quanto previsto dal decreto legge sulla competitività.” Il dirigente della Uil si dice soddisfatto, i lavoratori non si fidano e annunciano che torneranno di nuovo a Roma, ancora più numerosi, se l’azienda si rimangiasse l’impegno sottoscritto oggi come è già accaduto tante volte in passato.

di Marco Santopadre - Radio Città Aperta

giovedì 26 novembre 2009

Il Giornale, i suoi lettori e il giornalista-autore del falso volantino delle Brigate Rosse con cui si autominaccia



Due intere pagine di messaggi solidali. Che restano in Rete, a rendere ancora più paradossale la vicenda di Francesco Guzzardi, collaboratore del Giornale. Guzzardi è infatti l'autore del falso volantino delle Brigate Rosse trovato la settimana scorsa sotto la portad'ingresso della redazione locale del quotidiano. A tradire il giornalista, denunciato dalla Digos per simulazione di reato e procurato allarme, la prova calligrafica a cui reporter 50enne era stato sottoposto dagli inquirenti, che cercavano di capire la provenienza del volantino che conteneva minacce alla redazione, al capo della sede Massimiliano Lussana e allo stesso
collaboratore, per alcune inchieste sulla circoscrizione genovese della Valbisagna.

Ma il solidale popolo del Giornale non molla: "Caro Francesco, conservo i tuoi articoli e resoconti nella mia rassegna stampa come esempio del coraggio «normale» e quotidiano di un lavoratore, di un giornalista «colpevole» di informare e svolgere attentamente il proprio mestiere. Forza Francesco, forza «Il Giornale». Forza! Con affetto. Milena Pizzolo Ass. Territorio Municipio Centro Est. E ancora: "Sono un lettore dal primo numero e per la prima volta scrivo a quello che considero anche un po’ il mio Giornale per dare tutta la mia solidarietà al dottor Francesco Guzzardi e alla redazione per i vili attacchi che vi sono stati rivolti. Vi prego, continuate così, la libertà di idee e di valori che vi contraddistingue è un baluardo per noi lettori. Continuate a informarci di ciò che accade e denunciare le malefatte di certa politica. Antonio Schenone".

Guzzardi avrebbe confessato agli agenti di aver agito per far uscire allo scoperto una vicenda di minacce gravi da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese della quale lo stesso giornalista e la sua famiglia sarebbero stati oggetto nelle scorse settimane. Il giorno dopo la falsa lettera di minacce delle Br, il giornalista aveva scritto un appassionato elzeviro: "Per me, non lo nego, il mio lavoro è una missione. Quella di raccontare i fatti, cercare i retroscena, portare alla luce le ombre di una cattiva amministrazione del territorio che da oltre 10 anni porto avanti per cercare di migliorare la Valbisagno, vallata che amo e dove vivo. Una zona dove, nel giro di 20 anni, sono cambiate (in peggio) talmente tante cose da renderla irriconoscibile a coloro che da sempre la abitano e considerata, da chi la segue da lontano, area degradata e, come l'ha definita Roberto Cassinelli in occasione dell'incontro in Municipio, zona del terzo mondo. Ho sempre ritenuto importante informare la gente di fatti che reputo gravi.... Impossibile non descrivere i disagi degli abitanti di San Gottardo a causa di frequenti scippi, risse e vigliacche angherie alle quali sono sottoposte mamme e bambini che frequentano i giardini pubblici per colpa degli extracomunitari che da anni bivaccano in zona. Indisturbati. Talmente tanti problemi da raccontare e denunciare per i quali ci vorrebbe, ogni giorno, una pagina intera del giornale".

A proposito di pagine intere, la notizia di Guzzardi non ha trovato spazio nell'edizione nazionale del quotidiano diretto da Feltri. Neppure cinque righe.

Fonte: l'Unità

"Maledetti voi ricchi....!" Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell'acqua



Non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell'acqua, che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi : "Maledetti voi ricchi....!" 

Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell'acqua.

Noi continueremo a gridare che l'acqua è vita, l'acqua è sacra, l'acqua è diritto fondamentale umano.
E' la più clamorosa sconfitta della politica. E' la stravittoria dei potentati economico-finanziari, delle lobby internazionali. E' la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.
A farne le spese è ‘sorella acqua', oggi il bene più prezioso dell'umanità, che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l'aumento demografico. Quella della privatizzazione dell'acqua è una scelta che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese (bollette del 30-40% in più, come minimo), ma soprattutto dagli impoveriti del mondo. Se oggi 50 milioni all'anno muoiono per fame e malattie connesse, domani 100 milioni moriranno di sete. Chi dei tre miliardi che vivono oggi con meno di due dollari al giorno, potrà pagarsi l'acqua?"
Noi siamo per la vita, per l'acqua che è vita, fonte di vita. E siamo sicuri che la loro è solo una vittoria di Pirro. Per questo chiediamo a tutti di trasformare questa ‘sconfitta' in un rinnovato impegno per l'acqua, per la vita, per la democrazia. Siamo sicuri che questo voto parlamentare sarà un "boomerang" per chi l'ha votato.
Il nostro è un appello prima di tutto ai cittadini, a ogni uomo e donna di buona volontà. Dobbiamo ripartire dal basso, dalla gente comune, dai Comuni.

Per questo chiediamo:

AI CITTADINI di

* protestare contro il decreto Ronchi, inviando e-mail ai propri parlamentari;
* creare gruppi in difesa dell'acqua localmente come a livello regionale;
* costituirsi in cooperative per la gestione della propria acqua.

AI COMUNI di

* indire consigli comunali monotematici in difesa dell'acqua;
* dichiarare l'acqua bene comune, 'privo di rilevanza economica';
* fare la scelta dell'AZIENDA PUBBLICA SPECIALE.

LA NUOVA LEGGE NON IMPEDISCE CHE I COMUNI SCELGANO LA VIA DEL TOTALMENTE PUBBLICO, DELL'AZIENDA SPECIALE, DELLE COSIDETTE MUNICIPALIZZATE.

AGLI ATO

* ai 64 ATO (Ambiti territoriali ottimali), oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico, di trasformarsi in Aziende Speciali, gestite con la partecipazione dei cittadini.

ALLE REGIONI di

* impugnare la costituzionalità della nuova legge come ha fatto la Regione Puglia;
* varare leggi regionali sulla gestione pubblica dell'acqua.

AI SINDACATI di

* pronunciarsi sulla privatizzazione dell'acqua;
* mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell'acqua.

AI VESCOVI ITALIANI di

* proclamare l'acqua un diritto fondamentale umano sulla scia della recente enciclica di Benedetto XVI, dove si parla dell'"accesso all'acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni o discriminazioni" (27);
* protestare come CEI (Conferenza Episcopale Italiana) contro il decreto Ronchi.

ALLE COMUNITA' CRISTIANE di

* informare i propri fedeli sulla questione acqua;
* organizzarsi in difesa dell'acqua.

AI Partiti di

* esprimere a chiare lettere la propria posizione sulla gestione dell'acqua;
* farsi promotori di una discussione parlamentare sulla Legge di iniziativa popolare contro la privatizzazione dell'acqua, firmata da oltre 400.000 cittadini.

L'acqua è l'oro blu del XXI secolo. Insieme all'aria, l'acqua è il bene più prezioso dell'umanità. Vogliamo gridare oggi più che mai quello che abbiamo urlato in tante piazze e teatri di questo paese: "L'aria e l'acqua sono in assoluto i beni fondamentali ed indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili - sono parole dell'arcivescovo emerito di Messina, G. Marra. L'acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto, e pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubbliche, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione al costo più basso possibile."

di Alex Zanotelli

Link: Megachip


Note:

Chi vuole aderire alla Lettera di Zanotelli scriva un'email all'indirizzo:
beni_comuni@libero.it

Ignazio La Russa, MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA ITALIANA: "Ed io spero che LE VENGA UN CANCRO..."



Salve,
sono un ragazzo di 31 anni che da due anni lavora e vive a Barcellona.

Premetto che purtroppo non abbiamo filmati ne' una documentazione audio circa l'accaduto, perciò posso solo limitarmi a raccontarlo.

Erano circa le 17 di martedì: io e i miei colleghi di lavoro ci godevamo gli ultimi minuti di pausa prima di tornare al lavoro. Improvvisamente qualcuno riconosce una nota fisionomia, la figura di un signore seduto al tavolino di un bar di Plaza Catalunya...

"E' La Russa!"

E che cosa faceva il nostro ministro li', a pochi metri a godersi la mite temperatura catalana?

Ma, chiaro, era venuto a vedere la "sua" Inter, impegnata nella partita di Champions contro il Barcellona (solo un'ipotesi, inizialmente, poi praticamente confermata da lui stesso).


Bene, per farla breve, qualcuno di noi non ha resistito, vista la ghiotta occasione, e si è così avvicinato al Sor Ignazio...

Questa la sua frase (ovviamente una provocazione, legittima, anzi, dovuta):

"Salve Ministro (stringendogli la mano), spero che la partita le vada male, così come sta andando male il nostro Paese guidato dal suo Governo..."

Una provocazione, certo, ma, garbata, mi pare...
Ed ecco l'incredibile risposta del signor Ignazio La Russa, ricordo MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA ITALIANA:

"Ed io spero che LE VENGA UN CANCRO..."


UN CANCRO.

Questa la vergognosa risposta di un MINISTRO alla provocazione di un cittadino italiano, un ragazzo di 26 anni.

"SPERO CHE LE VENGA UN CANCRO".

Bè, lo so che non c'è nessuna prova o documento ma noi qui siamo in molti a poterlo testimoniare (eravamo un poco lontani ma eravamo li').

Credo che si debba cmq sapere (anzi, forse meglio dire "ribadire") quale sia la caratura e il livello di chi in questo momento ci sta governando, l'arroganza, la maleducazione, la "violenza" verbale che questi signori si permettono di utilizzare nei confronti dei propri cittadini (di parte avversa, s'intende, ma pur sempre cittadini...)

Fine della storia, spero che venga diffusa il più possibile, almeno sul web.


Marco Pidalà
Davide Sellari

Barcellona

Link: la Repubblica.it

mercoledì 25 novembre 2009

Paraguay, multinazionale agroindustriale intossica oltre 200 indigeni Ava-Guaranì



Un «bombardamento» deliberato? E' molto sospetto il caso di intossicazione colletiva accusato da oltre 200 indigeni Ava-Guarani, abitanti della regione orientale dell'Alto Guaraní, in Paraguay. Il caso risale a una settimana fa, riguarda cinque comunitá della popolazione di Santo Tomas Ytakyry. Gli intossicati soffrono di cefalea, vomito, nausee e diarrea dopo aver inalato un coktail di agrochimici. Il punto è che non si tratta di un incidente: sembra proprio che terre e villaggi guaranì siano stati deliberatamente «fumigati», un capitolo terribile della disputa in corso con un'impresa agroindustriale che punta alle loro terre per coltivarvi soja (transgenica). La cosa è stata riconosciuta dalla ministra della salute del paese sudamericano, Esperanza Martinez. Il ministero dell'ambiente e quello degli affari indigeni hanno confermato, in separato comunicati, che ben 2.500 ettari sono stati fumigati ( benché non siano attualmente coltivati) per tentare di sloggiare dalla zona le popolazioni indigene, che reclamano queste terre per diritto ancestrale. Segnalano anche che i trattori dell'azienda hanno distrutto un cimitero tradizionale, un centro di culto (Jeroky Aky) e una scuola media, con l'obiettivo evidente di cancellare la presenza indigena nella zona. Cinque persone sono state ospedalizzate, in condizioni gravi. «Preferiamo morire qui nelle nostre terre che andare a elemosinare nelle strade della città» dichiarava un giovane guaranì al reporter di El Ciudadano (www.elciudadano.cl). Un dirigente dell'associazione degli agricoltori dell'Alto Paranà denuncia la «mafia della soia che usa veleni per cacciare via la gente con la complicità delle autorità»: e afferma che per fumigare la popolazione indigena e distruggere le loro coltivazioni è stato usato l'areo del latifondista Titté Alfonso. Le autorità ambientali, per ordine pare dello stesso presidente Lugo, ha aperto un procedimento imputando due brasiliani del delitto «di ecocidio e uso di sostanze tossiche non autorizzate».
La disputa per queste terre dura ormai da tempo. I coloni brasiliani e le companie della soja hanno acquistato all'inizio degli anni '80, con inganni e mazzette ai politici della regione, le terre indigene per coltivarvi soia transgenica. Gli Ava-Guaraní sei mesi fa hanno occupato queste terre, che considerano ancestrali, sostenuti in questo da un titolo agrario del 1995. Hanno installato degli accampamenti e cominciato a coltivare ortaggi, manioca e mais per autoconsumo. I coloni brasiliani, che non riuscivano a far applicare l'ordinanza di sgombero dettata da un tribunale locale - anzi, sono stati «aggrediti» con freccie e lance dai contadini guaranì, hanno deciso di bombardarli con agrochimici. All'inizio della settimana una commisione parlamentare incaricata di indagare l'ecocidio è stata cacciata via perché, secondo i rappresentanti guaraní, «sono complici delle autoritá giudiziare locali e fanno solamente politica. Quello che vogliamo è che ci lascino vivere in pace e che smettano di cacciarci come animali».

Nell'altro estremo del Paraguay, nelle foreste tropicali di una delle comunitá indigene amazzoniche fra le piú isolate, i todobiegosode, è incominciata invece la deforestazione da parte della compagnia brasiliana di allevamenti bovini Yaguarete Pora Sa. Lo denuncia la ong Survival, sulla base di foto satellitari, che informa che si stanno tagliando alberi illegalmente per fare spazio ai pascoli bovini - nonostante mesi fa il ministero dell'ambiente avesse revocato il permesso di estrazione di legna a questa impresa.

di Fulvio Gioanetto

Link: il manifesto.it

Quella formuletta che,come una filastrocca,deve essere recitata in tv al ritmo di 6,5 sillabe al secondo per conformare la mente del pubblico



SI dice: il processo sia "breve" e se questa rapidità cancella i processi di Silvio Berlusconi sia benvenuta perché contro quel poveruomo, dopo che ha scelto la politica (1994), si è scatenato un "accanimento giudiziario" con centinaia di processi.

Al fondo della diciottesima legge ad personam, favorevole al capo del governo c'è soltanto uno schema comunicativo, fantasioso, perché privo di ogni connessione con la realtà. È indiscutibile che un giudizio debba avere una ragionevole durata per non diventare giustizia negata (per l'imputato innocente, per la vittima del reato). "Processo breve", però, è soltanto un'efficace formula di marketing politico-commerciale. Nulla di più. Per credere che dia davvero dinamismo ai dibattimenti, bisogna dimenticare che le nuove regole (durata di sei anni o morte del processo) sono un imbroglio, se non si migliorano prima codice, procedura, organizzazione giudiziaria. Sono una rovina per la credibilità del "sistema Italia", se definiscono "non gravi" i reati economici come la corruzione. Con il tempo, la ragione privatissima del disegno di legge è diventata limpida anche per i creduloni, e i corifei del sovrano ora ammettono in pubblico che la catastrofica riforma è stata pensata unicamente per liberare Berlusconi dai suoi personali grattacapi giudiziari. L'effrazione di ogni condizione generale e astratta della legge deve essere sostenuta - per conformare la mente del "pubblico" - da un secondo soundbite, quella formuletta breve e convincente che, come una filastrocca, deve essere recitata in tv, secondo gli esperti, al ritmo di 6,5 sillabe al secondo, in non più di 12/15 secondi. Diffusa, ripetuta e disseminata dai guardiani vespi e minzolini dei flussi di comunicazione, suona così: Silvio Berlusconi ha il diritto di proteggersi - sì, anche con una legge ad personam - perché ha dovuto subire centinaia di processi dopo la sua "discesa in campo", spia di un protagonismo abusivo e tutto politico della magistratura che indebolisce la democrazia italiana.

Bene, ma è vero che Berlusconi è stato "aggredito" dalle toghe soltanto dopo aver scelto la politica? E quanto è stato "aggredito"? Davvero lo è stato con "centinaia di processi" tutti conclusi con un nulla di fatto? Domande che meritano parole factual, se si vuole avere un'opinione corretta anche di questo argomento sbandierato da tempo e accettato senza riserve anche dalle menti più ammobiliate.

Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso se si ascolta il presidente del consiglio. Dice il Cavaliere: "In assoluto [sono] il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. [Sono stato] sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni" (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l'iperbole paterna: "Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c'è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?" (Corriere, 10 ottobre). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l'alto: "I processi contro Berlusconi sono 109" (Porta a porta, 15 ottobre). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: "Non esageriamo, i processi sono 26".

Ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori (la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione); fondi neri per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell'affare Mediatrade (il pm si prepara a chiudere le indagini).

Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare "Sme-Ariosto/1" (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa del comma 2 dell'art. 530 del Codice di procedura penale che assorbe la vecchia insufficienza di prove: i fondi neri "Medusa" e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per "insufficienza probatoria". Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le "attenuanti generiche" che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le "attenuanti generiche" gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: "All Iberian/1" (finanziamento illecito a Craxi); "caso Lentini"; "bilanci Fininvest 1988-'92"; "fondi neri nel consolidato Fininvest" (1500 miliardi); Mondadori (l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, "compra" il giudice Metta, entrambi sono condannati).

È vero, l'inventario annoia ma qualcosa ci racconta. Ci spiega che senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) affatturate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato un "delinquente abituale". Anche perché, se non avesse corrotto un testimone (David Mills, già condannato in appello, lo protegge dalla condanna in due processi), non avrebbe potuto godere delle "attenuanti generiche" che lo hanno reso "meritevole" della prescrizione che egli stesso, da presidente del consiglio, s'è riscritto e accorciato.

L'imbarazzante bilancio giudiziario non liquida un lamento che nella "narrativa" di Berlusconi è vitale: fino a quando nel 1994 non mi sono candidato al governo del Paese, la magistratura non mi ha indagato. Se non si lasciano deperire i fatti, anche questo ossessivo soundbite non è altro che l'alchimia di un mago, pubblicità. Berlusconi viene indagato per traffico di stupefacenti, undici anni prima della nascita di Forza Italia. Nel 1983 (l'accusa è archiviata). È condannato in appello (e amnistiato) per falsa testimonianza nel 1989, venti anni fa. Nel 1993 - un anno prima della sua prima candidatura al governo - la procura di Torino già indaga sul Milan e i pubblici ministeri di Milano sui bilanci di Publitalia. Al di là di queste date, è documentato dagli atti giudiziari che Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest finiscono nei guai non per un assillo "politico" dei pubblici ministeri, ma per le confessioni di un ufficiale corrotto del Nucleo regionale di polizia tributaria di Milano. Ammette che le "fiamme gialle" hanno intascato 230 milioni di lire per chiudere gli occhi nelle verifiche fiscali di Videotime (nel 1985), Mondadori (nel 1991), Mediolanum Vita (nel 1992), tutti controlli che precedono l'avventura politica dell'Egoarca. Accidentale è anche la scoperta dei fondi esteri della Fininvest. Vale la pena di ricordarlo. Uno dei prestanomi di Bettino Craxi, Giorgio Tradati, consegna a Di Pietro i tabulati del conto "Northern Holding". Li gestisce per conto di Craxi. Sul conto affluisce, senza alcun precauzione, il denaro che il gotha dell'imprenditoria nazionale versa al leader socialista.

C'è una sola eccezione. Un triplice versamento non ha nome e firma. Sono tre tranche da cinque miliardi di lire che un mittente, generoso e sconosciuto, invia nell'ottobre 1991 a Craxi. "Fu Bettino a annunciarmi l'arrivo di quel versamento", ricorda Tradati. Le rogatorie permettono di accertare che i miliardi, "appoggiati" su "Northern Holding", vengono dal conto "All Iberian" della Sbs di Lugano. Di chi è "All Iberian"? Per mesi, i pubblici ministeri pestano acqua nel mortaio fino a quando un giovane praticante dello studio Carnelutti, un prestigioso studio legale milanese, confessa al pool di avere fatto per anni da prestanome per conto della Fininvest in società create dall'avvocato londinese David Mackenzie Mills.
Così hanno inizio le rogne che ancora oggi Berlusconi deve grattarsi. Il caso, la fortuna, la sfortuna, fate voi. Tirando quell'esile filo, saltano fuori 64 società off-shore del "gruppo B di Fininvest very secret", create venti anni fa e alimentate prevalentemente con fondi provenienti dalla "Silvio Berlusconi Finanziaria". È in quell'arcipelago che si muovono le transazioni strategiche della Fininvest che, come documenterà la Kpmg, consentono a Berlusconi e al suo gruppo di "alterare le rappresentazioni di bilancio"; "esercitare un controllo con fiduciari in emittenti tv che le normative italiane estere non avrebbero permesso"; "detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e in società non quotate per interposta persona"; "erogare finanziamenti"; "effettuare pagamenti"; "intermediare tra società del gruppo l'acquisizione dei diritti televisivi"; "ricevere fondi da terzi per finanziare operazioni di Fininvest effettuate per conto di terzi". È il disvelamento non di un episodio illegale, ma di un metodo illegale di lavoro, dello schema imprenditoriale illecito che è a fondamento delle fortune di Silvio Berlusconi. Per dirla tutta, e con il senno di poi, sedici processi per venire a capo di quel grumo di illegalità oggi appaiono addirittura un numero modesto. Nel "group B very discreet della Fininvest" infatti si costituiscono fondi neri (quasi mille miliardi di lire). Transitano i 21 miliardi che rimunerano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. E c'è altro che ancora non sappiamo e non sapremo?

Tutti i processi che Berlusconi ha affrontato e deve ancora affrontare nascono per caso non per un deliberato proposito. Un finanziere che confessa, un giovane avvocato che si libera del peso che incupisce i suoi giorni consentono di mettere insieme indagine dopo indagine, ineluttabili per l'obbligatorietà dell'azione penale, una verità che il capo del governo non potrà mai ammettere: il suo successo è stato costruito con l'evasione fiscale, i bilanci truccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Per Berlusconi, la banalizzazione della sua storia giudiziaria, che egli traduce e confonde in guerra alla (o della) magistratura, non è il conflitto della politica contro l'esercizio abusivo del potere giudiziario, ma il disperato e personale tentativo di cancellare per sempre le tracce del passato e di un metodo inconfessabile. Con quali tecniche Berlusconi ha combattuto, e ancora affronterà, questa contesa è un'altra storia.

di GIUSEPPE D'AVANZO

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