venerdì 27 novembre 2009

LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI A ROMA: «Risposte contro la crisi o da qui non ci muoviamo»



Cinquantasei ore di marcia, 1200 chilometri ai trenta all'ora sulla cima dei loro trattori, una lunghissima marcia dalla Sicilia a Roma. Dieci giorni fa esatti, la prima manifestazione che ha chiamato a Roma agricoltori provenienti da quasi tutte le regioni centromeridionali. Da allora non si sono più mossi, dormono ospiti in una cooperativa agricola alle porte della capitale, e non hanno alcuna intenzione andarsene, come hanno ribadito ieri al presidio sotto il ministero delle politiche agricole, fino a quando dal governo non arriveranno risposte certe.
Risposte alla loro crisi, che è un'altra grande crisi, parallela a quella che tutti gli altri settori stanno attraversando. Nelle campagne italiane quel che sta detonando è un modello tenacemente costruito almeno negli ultimi quindici anni. Da quando l'Unione europea ha iniziato lo smantellamento della Pac (la politica agricola comune), per imboccare la strada delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. «La Pac aveva un sacco di problemi, ma il risultato è stato un disastro»», spiega Gianni Fabris che con Altragricoltura segue i comitati spontanei di agricoltori sorti un po' in tutto il mezzogiorno.
Oggi gli agricoltori dicono di essere giunti «al capolinea». Materialmente, indebitati fino al collo e con le banche che non esitano a pignorare terreni e macchinari, ma anche psicologicamente, uomini che «dopo anni di investimenti e sacrifici» non possono più garantire un futuro ai propri figli. Sono costretti a produrre sottocosto: «Prendi le patate. Ci costano 15 centesimi al chilo, le vendiamo a 8, e il cittadino al supermercato le paga 1 euro al chilo». Tanta è la sproporzione, e tale il rincaro dalla terra alla tavola, che gli ortaggi a volte non vale nemmeno la pena di raccoglierli, raccontano gli agricoltori. Così chili su chili di frutta e verdura restano nei campi a marcire o, quando già raccolti, finiscono al macero. «È la terra che buttiamo. Perchè tanti bambini muoiono di fame e noi siamo costretti a buttare i nostri prodotti?», hanno chiesto in occasione del vertice Fao a Roma. La risposta è stata un'altra domanda: «Perchè sulla vostra buona pizza italiana ci finiscono i pomodori cinesi?», ha chiesto un dirigente Fao agli agricoltori che durante il vertice hanno organizzato un sit in. «Perchè i nostri pomodori restano nei campi», gli hanno risposto.
Gli agricoltori sono convinti che quella del libero mercato sia tutta un'invenzione. Il mercato si è globalizzato, è vero, ma i metodi (e le regole) di coltivazione restano diverse paese per paese: «Ci impongono di coltivare in un certo modo, ma se gli agricoltori francesi fanno altrimenti, questo ha delle ricadute sui prezzi». Oggi a fare i prezzi, raccontano, è un 'cartello' di multinazionali. Dettano legge, e il diniego non è contemplato, perchè ci sono chili su chili di pomodori cinesi o siriani pronti ad arrivare sulle nostre tavole se dalle campagne italiane si decide che a quel prezzo non si vende. «In Italia è sufficiente lavorare qui un prodotto perchè diventi, automaticamente, italiano anche se è stato prodotto altrove», ragionavano ieri gli agricoltori radunati davanti al ministero delle politiche agricole. In altre parole: se entra un'automobile nel nostro paese deve essere certificata e omologata, una cassa di pomodori o di patate, invece no.
E dire che loro, piccoli e medi agricoltori per lo più, la loro frutta e verdura la «regalerebbero» anche. Non chiedono profitti, ma «sopravvivenza», e come spesso si sente ultimamente, «un lavoro, ti rendi conto, siamo qui per chiedere di lavorare». Non chiedono neppure di aumentare il prezzo alla produzione, ma che perlomeno sia il governo a sobbarcarsi della differenza. Anche perchè sommersi dai debiti come sono, non possono neppure utilizzare i fondi che l'Unione europea stanzia e che invece si potrebbero destinare alla sanatoria dei debiti.

Ieri, come anche nelle scorse settimane, la protesta è dilagata anche in Puglia: lunghe file di trattori hanno bloccato il traffico un po' ovunque. Al governo, nell'immediato, gli agricoltori chiedono «una moratoria delle ingiunzioni nei confronti delle aziende agricole e anche dei debiti Inps, alle regioni, alcune delle quali hanno già dichiarato lo stato di crisi per l'agricoltura, «un riordino dei prorpi strumenti d'intervento». Un miliardo di euro circa, dice Gianni Fabris, su cui il governo si è impegnato. Il 4 dicembre dovrebbe esserci una risposta, loro aspettano e per quel giorno hanno già organizzato una manifestazione.

di Sara Farolfi 

Link: il manifesto

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori