lunedì 16 novembre 2009

Vertice FAO, le grida dei poveri e degli affamati rimarranno inascoltate


Sprechi di risorse, assenza di un quadro strategico globale, sovrapposizione di interventi, mancanza di comunicazione e coordinamento tra le sedi, strutture gerarchiche troppo rigide, processi decisionali lenti e costosi.

Due anni fa, nel novembre 2007, una commissione indipendente, l'Iee (Independent external evaluation) guidata dall'economista Leif Christofferson e incaricata dalla stessa Fao di studiare la crisi dell'agenzia Onu, aveva lanciato l'allarme: se la Fao non opererà subito "un cambiamento strutturale radicale e sconvolgente, non si risolleverà dalla crisi che la attanaglia da anni". Nè, si potrebbe aggiungere, risolverà il problema della fame nel mondo. "Sono venti anni che la Fao tenta di riformarsi - spiegava Christoffersen - ma ha finito con il chiudersi in se stessa, emarginandosi dal contesto globale". In un volume di oltre 360 pagine vennero elencate cento raccomandazioni e trecento interventi da cui partire per una riforma. Riforma e crescita, le parole-chiave inascoltate.Tra le priorità immediate, lo snellimento della burocrazia, la nuova definizione di ruoli e livelli, il taglio dei dipendenti, una maggiore sinergia tra le sedi nazionali, regionali e sub-regionali, il decentramento dell'autorità al fine di responsabilizzare i soggetti territoriali locali, maggiore coerenza nei progetti di sviluppo , abbandono di settori d'intervento obsoleti e lotta agli sprechi.

A dire il vero, l'agenzia accolse positivamente il documento, definendolo una "pietra miliare decisiva" nella propria storia. Di più: nel gennaio 2008 venne adottata una risoluzione e un 'immediato piano d'azione per il rinnovamento dell'agenzia'. Lo scorso novembre, il piano venne approvato dalla trentacinquesima sessione della Conferenza della Fao. Nella risoluzione si chiedeva, tra le altre cose, ciò che si chiede oggi agli Stati sovventori: 21,8 milioni di dollari in più per il 2009 per la creazione di un Fondo speciale che risani il bilancio dell'agenzia. Il limite temporale per la riforma è fissato nel 2011.

Il vertice apertosi stamani ha annunciato in abstracto una nuova strategia per combattere la fame, ma non ha previsto impegni, fondi e responsabilità. Dall'allarme lanciato da Christoffersen due anni fa gli affamati sono cresciuti di 200 milioni. Al vertice si parla di riformare l'agenzia ma non si è fatto cenno - anzi, lo si è cancellato - al riferimento temporale del 2025 per l'eradicazione totale della fame nel mondo. Così come è stato ignorato l'appello del direttore generale della Fao, Jacques Diouf, di stanziare 44 miliardi di dollari l'anno per il sostegno all'agricoltura.

Oltre alla Fao, esistono altre agenzie che si occupano di sviluppo, fame, agricoltura e via dicendo. Ovvero degli stessi problemi della Fao: il Fondo internazionale per lo sviluppo dell'agricoltura ingoia 435,7 milioni di dollari l'anno; il World Food Programme 5 miliardi di dollari l'anno; il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite 4 miliardi e 440 milioni.

In effetti, come è stato anche evidenziato al vertice parallelo delle Ong riunite a Roma, il vero problema non sarebbero i soldi. Ma il fatto che le politiche agricole e alimentari e la gestione delle risorse vengano formalmente demandate a organismi come la Banca mondiale, che ha enormi responsabilità nell'aver causato l'attuale crisi alimentare. E che tali soldi vengano spesi per la gestione delle agenzie, anzichè venire investiti direttamente sul campo. Sovranità alimentare, autonomia, gridano a gran voce le organizzazioni di agricoltori e di pescatori dei Paesi africani e asiatici in crisi. Ma finché si spenderà mezzo milione di dollari per organizzare un vertice internazionale come il G8 dell'Aquila, e allo stesso vertice si prometteranno soldi (20 miliardi di dollari) per i poveri e gli affamati che non arriveranno, le loro grida rimarranno inascoltate.

di Luca Galassi

Link: PeaceReporter

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