martedì 29 dicembre 2009

L’Europa, la Germania e il proletariato tedesco


Sono sempre meno gli illusi che vedono nell’Unione Europea la soluzione di tutti i problemi. Ma s’inganna anche chi vede i difetti di questa gigantesca costruzione, ma si attende ancora qualche vantaggio. Vede la pesantezza dell’apparato burocratico, la struttura oligarchica, il parlamento senza poteri, la cui esistenza è octroyée, concessa, non più dal re, ma dal capitale finanziario. Vede il peggioramento delle legislazioni sociali, con un livellamento verso il basso, e il servilismo verso le multinazionali, esemplificato dall’accettazione dei prodotti OGM (organismi geneticamente modificati), contro la volontà della stragrande maggioranza della popolazione. Ma pensa che l’Unione Europea almeno preservi i paesi europei dalla guerra e dall’ascesa di regimi totalitari.

Nessuna struttura federale o confederale ha mai evitato le guerre. Non solo ci sono solo gli esempi ottocenteschi della guerra del Sonderburg in Svizzera o di quella di secessione americana. Abbiamo visto il crollo dell’Unione Sovietica (che ben poco aveva a che fare ormai con l’organismo rivoluzionario dei tempi di Lenin), con la guerra cecena, la distruzione della Jugoslavia, su cui pesarono anche i finanziamenti e i “doni” di armi della ex DDR, concessi dalla Germania unita (con le benedizioni di Wojtyla) alla Croazia.

Quando sorge un problema internazionale importante, l’Europa si divide in due o più parti. Allorché Germania e Francia dimostrarono scarso entusiasmo per la guerra irachena, gli USA fecero leva sulla nuova Europa, da contrapporre alla vecchia, non abbastanza succube ai comandi di Washington. La diplomazia ha poi riattaccato il vaso rotto col mastice della più trita retorica europeista e atlantica, ma nulla vieta di pensare che, in una situazione più incandescente, certe liti possano avere soluzioni militari. I recenti eventi georgiani, con le regioni di Ossezia del sud e Abkhazia, insegnano, almeno a chi desidera capire, che uno stato plurietnico può sempre andare a pezzi. Abbiamo eccezioni come la Svizzera, ma perché la convivenza di popoli diversi possa divenire la regola, occorre abbattere il capitalismo.

Questi contrasti tra potenze non hanno impedito ai paesi “critici” dell’avventura irachena di precipitarsi, insieme con gli amici dell’America, all’asta del petrolio di Bagdad. Le russe Lukoil e Gazprom, la cinese Cnpc, Petronas, Total, Shell, Exxon Mobil, British Petroleum, la statunitense Occidental Petroleum Corporation e la sudcoreana Kogas. E l’ENI, vessillo dell’imperialismo italiano. Uno spettacolo edificante. Alla faccia di chi vede in Russia e Cina, o nell’Europa unita un freno all’imperialismo americano. Si spartiscono le spoglie dell’Iraq, come i soldati romani, all’ombra della croce, si giocavano a dadi le vesti di Cristo.

Il nazionalismo non è superato negli stati plurinazionali, federazioni, confederazioni, ecc., prende solo forme diverse. Nell’Unione Europea, inoltre, fiorisce il più volgare regionalismo, localismo, comunalismo, parrocchialismo, di cui la Lega è una degna rappresentante, e di cui il paese dei balocchi, la Padania, è il modello fantasy. Si brandisce il crocifisso come arma impropria per colpire gli immigrati musulmani.

Inutile pensare che l’Europa preservi dai regimi autoritari. Fascismo e nazismo affermavano apertamente il loro dispotismo, oggi si può fare la stessa politica in nome della democrazia. Si condanna a parole la discriminazione etnica, ma la si pratica verso gli immigranti, e si inneggia ad Israele che realizza l’Apartheid e affama i palestinesi. Nei paesi baltici si discriminano le minoranze russe e si rivalutano i nazisti. L’esempio viene dall’alto. Nel 1984 Reagan, accompagnato da Kohl, a Bitburg depose una corona di fiori su una tomba di SS.

Per l’Italia, ci fu chi s’illuse che l’Europa mettesse un limite alle cosiddette riforme di Berlusconi, fermasse la xenofobia della Lega, o le pesanti intromissioni del Vaticano.

In realtà, ci fu chi individuò i caratteri reazionari del federalismo europeo fin dalla gestazione. In un articolo del 1950, Amadeo Bordiga, dopo un’ampia analisi storica della natura antimarxista del federalismo, disse che il movimento federalista europeo mascherava un’organizzazione di guerra a comando extraeuropeo e che nello stesso tempo era una garanzia, mediante un sistema di polizie, contro il sorgere di comuni rosse a Parigi, a Milano, a Bruxelles o a Monaco.

Soprattutto si trattava di mettere in catene il formidabile proletariato tedesco, la cui vittoria era la condizione essenziale della rivoluzione europea. Per Lenin, Trotsky, lo stesso Bordiga e tutta l’Internazionale Comunista, la rivoluzione russa avrebbe potuto avanzare ulteriormente e diffondersi solo se ci fosse stata la vittoria proletaria in Germania. In seguito, la teoria del socialismo in un solo paese sostituì all’internazionalismo proletario lo sciovinismo grande russo. Lenin, con l’occhio fisso alla Luxemburg e a Liebknecht, lavorò per l’opposizione alla guerra e la fraternizzazione tra i soldati dei fronti contrapposti, e vide un pericolo mortale ogni cedimento al nazionalismo imperialista. Tornato in Russia, indignato per i cedimenti della Pravda verso i menscevichi, il governo provvisorio e la guerra, definì Stalin uno “sciovinista cosacco”. Bella espressione! Come si attaglia perfettamente ai militaristi di oggi, da La Russa a D’Alema e a Bush Terzo Obama, premio Nobel per la pace eterna!

Sempre Bordiga chiarì che la divisione della Germania in 4 zone d’occupazione non aveva lo scopo di impedire il ritorno del nazismo, ma di scongiurare un’ondata di lotte proletarie, come quelle che nel primo dopoguerra portarono milioni di operai in piazza sotto la guida di Rosa e di Karl, di Leviné, di Jogisches, e di cento altri grandi agitatori e propagandisti, e che fecero tremare l’Europa borghese.

Se il Patto atlantico aveva lo scopo, come disse Lord Ismay, primo segretario generale dell’Alleanza, di «tenere i russi fuori, l’America dentro, e la Germania sotto», il federalismo europeo aveva una funzione analoga, creare un involucro nel quale l’economia tedesca potesse svilupparsi, a patto della rinuncia ad essere un protagonista della politica mondiale. Non a caso si definì la Germania un gigante economico e un nano politico.

Il nazismo era indissolubilmente legato alla grande industria e alla finanza, tedesca e americana. Tra gli amici del nazismo troviamo Ford, il nonno di Bush, la IBM, che si incaricò della schedatura degli ebrei, come dimostra Edwin Black nell’ormai classico “L’IBM e l’olocausto”. La Coca Cola produsse in Germania la Fanta, la General Motors, il cui presidente definì la Germania nazista “il miracolo del XX secolo”, lucrò somme enormi con la Opel. Quando Colonia fu rasa al suolo, la fabbrica della Opel rimase un’oasi di pace, e destino analogo toccò alla stragrande maggioranza delle fabbriche a capitale americano. A volte, invece della fabbrica, si bombardavano le baracche degli operai. Lo slogan rivoluzionario “Guerra ai castelli, pace alle capanne” capovolto. Quando la guerra finì, il capitale americano si riprese le sue fabbriche pressoché intatte.

Alla fine della guerra, c’era tra la popolazione la consapevolezza dei legami tra il capitale e il nazismo, e persino la destrissima CDU (Unione Cristiano Democratica) era costretta a tuonare contro il capitale. Poi si crearono spiegazioni fittizie, vere e proprie leggende metropolitane, per cui gli orrori del nazismo e della guerra vennero spiegati con la pazzia di Hitler, o con la nascita di una organizzazione criminale, o col carattere peculiare del popolo tedesco. I grandi industriali e finanzieri, tedeschi e americani, ma non solo, e i leader che avevano trescato con fascismo e nazismo, si mutarono in antifascisti con effetto retroattivo, e si criminalizzò il popolo tedesco, e persino il suo proletariato. Eppure, l’elenco dei tedeschi vittime del nazismo è impressionante. Già nei primi tempi furono comminati 600.000 anni di galera. Dal 1933 al 1938 ci furono 12.000 condanne a morte. Nel 1939 c’erano 302.562 detenuti politici e 2 milioni registrati dalla Gestapo. Nel 1942 vi furono 10 condanne a morte ogni giorno, e al processo di Berlino del 1943 310 condanne capitali.

Con la guerra fredda, si sostenne che la divisione della Germania era voluta dall’URSS. Stalin ha gravissime colpe, ma non questa. Voleva una Germania unita e disarmata, che provvedesse al risarcimento degli enormi danni di guerra. In realtà, tutto questo era impossibile, perché, ha calcolato lo storico Clive Ponting, la guerra rappresentò 25 anni di PIL perduto.

Gli Stati Uniti non volevano che la Germania pagasse, se lo avesse fatto, non avrebbe potuto assorbire le importazioni americane. La IBM, le filiali della General Motors e della Coca Cola temevano di essere costrette a contribuire al risarcimento, quindi si misero a gridare che non bisognava finanziare il comunismo. Le industrie a proprietà americana erano quasi tutte nella parte occidentale, quindi non ci si rimetteva se si lasciava l’est alla Russia. L’URSS ebbe dalla Germania occidentale solo 600.000 milioni di dollari circa, soprattutto in macchinari, ma la piccola Germania orientale dovette pagare circa 4 miliardi e mezzo di dollari, e questa moneta valeva assai più di oggi. La somma del risarcimento delle due Germania, tuttavia, non superò il 4% dei danni effettivamente subiti dall’URSS.

Ufficialmente, gli Stati Uniti non chiesero risarcimento, ma prima di lasciare ai russi certe zone della Turingia e della Sassonia, vi fecero una razzia epocale, rapendo anche un grande numero di scienziati e di tecnici, che furono portati nella Germania occidentale.

Il bottino USA in tutta la Germania è enorme: brevetti e informazioni tecniche a non finire, riguardanti il procedimento per estrarre la benzina dal carbone, il tunnel del vento, la gomma sintetica, il registratore a nastro, tecniche di sviluppo fotografiche, di ottica, ceramiche e chimica, microscopi elettronici, condensatori elettrici, il procedimento per estensione a freddo dell’acciaio, solo per indicarne alcuni. Si portarono via von Braun e gli scienziati che avevano fabbricato le V2, le antenate dei moderni missili.

Asportarono anche l’oro rubato dalle SS agli ebrei, almeno quello che non era finito in Svizzera.

Con i guadagni di queste enormi rapine, che facevano impallidire tutte le gesta di pirati, avventurieri, conquistadores dei secoli passati, le banche e le imprese americane potevano permettersi di finanziare la ripresa tedesca. Non regalavano niente, al contrario di ciò che sosteneva la propaganda del “mondo libero”. Le imprese a controllo americano sciolsero i consigli operai, i “liberatori” rimisero in sella direttori e borgomastri deposti perché fascisti. Sparirono monumenti, lapidi, vie intestate alle vittime dei nazisti, e a Berlino Ovest una strada fu intestato a John Foster Dulles, amico dei fascisti da vecchia data. Alla chiesa furono conservati i privilegi concessi dal concordato col governo nazista, ad esempio la tassa ecclesiastica raccolta dallo stato.

I due tronconi della Germania iniziarono una corsa all’accumulazione del capitale tra le più rapide di tutti i tempi. Il saggio di profitto era alto, perché le distruzioni della guerra avevano svalorizzato i macchinari. Era come ripartire da zero, per quanto riguarda l’accumulazione, però con una manodopera specializzata a prezzi bassi, e un mercato che aveva bisogno di tutto. E’ noto che le guerre ringiovaniscono il capitalismo. Non è un caso se i paesi dell’Asse, gravemente devastati dalla guerra, ebbero un boom strepitoso.

Se in occidente le ricchezze rubate in Germania riapparvero sotto forma di investimenti americani, la piccola Germania orientale dovette ricostruire i capitali con sforzi enormi, e pagare anche le indennità di guerra. Questo spiega in parte il lungo permanere del lavoro a cottimo, la pesante pressione politica, le fughe in occidente, l’insurrezione del 1953, la costruzione del muro.

Al momento dell’unificazione, la Germania orientale subì un altro brutale saccheggio, perché molte industrie furono svendute o chiuse, e una disoccupazione massiccia si sviluppò in quelle zone, costituendo così un’armata di riserva che contribuì a frenare l’ascesa salariale nella parte occidentale.

Tutti gli “amici” del popolo tedesco si rivelarono contrari all’unificazione. Gorbaciov disse che era intollerabile l’unificazione e l’uscita dal patto di Varsavia, poi dovette addolcire i toni. Per gli USA, Baker disse che una cosa era la libera circolazione delle persone, un’altra l’unificazione, il più creativo Giscard D’Estaing disse che bisognava unire i tedeschi, non la Germania, contrario anche Andreotti, Mitterand parlò di fallimento del comunismo, e disse che i tedeschi dovevano capire che, essendo scosso l’equilibrio, se non si creava un nuovo ordine, la situazione poteva diventare pericolosa.

Dei documenti che il Foreign Office di Londra ha reso pubblici, dieci anni prima del previsto, il Süddeutsche Zeitung del 5 settembre ha visionato in anticipo le carte del periodo dall'aprile 1989 al novembre 1990, e scrive "l'accettazione di una moneta unica europea da parte della Germania fu il prezzo che Mitterrand esigé, e ottenne, da Kohl per l'unificazione".

Ancora una volta, l’Unione Europea si confermava uno strumento per imbrigliare e controllare lo sviluppo tedesco. Ma gli espedienti possono essere utili fino a un certo punto. Anche se l’integrazione tra le due economie ebbe un costo enorme, sopportato soprattutto dai lavoratori, e anche se la stampa economica britannica definì la Germania “l’uomo malato” - espressione che nell’ottocento era usata per indicare il decadente impero turco - questo paese ebbe una ripresa brillante, divenne il primo esportatore mondiale, davanti alla stessa Cina, e la crisi dimostrò che l’espressione “uomo malato” si attagliava più facilmente all’Inghilterra. Joseph Halevi ha osservato che, quando la paura per la crisi colpì l’Europa, l’assicurazione che i paesi dell’euro sarebbero intervenuti se uno di loro fosse stato in difficoltà non venne dalla UE, ma dal ministro delle finanze tedesco di allora, Peer Steinbrück. Nei momenti di difficoltà, si vede quale paese realmente è forte. Ma la crisi è tale che neppure la roccaforte tedesca la potrà superare indenne. E il tipo di aiuto offerto ai paesi più deboli comporta lacrime e sangue per questi ultimi.

Si profilano poi contrasti con gli Stati Uniti: l’accordo GM-Magna è saltato, dopo che il governo tedesco ha sborsato un miliardo di dollari per salvare GM dal fallimento. La condotta degli affari della finanza e dell’industria americana è sempre più inaffidabile. Intanto, a farne le spese sono gli operai tedeschi della Opel, che rischiano il posto di lavoro, proprio come quelli di Termini Imerese. “Prendi i soldi e scappa”, è il titolo di un articolo di Programma comunista, che vi vede l’inizio di una guerra commerciale tra USA e Germania. E invita i lavoratori a non arruolarsi nella difesa della cosiddetta economia nazionale, dietro cui si nasconde sempre il capitale, ma a difendere il proprio interesse di classe.

Un articolo di Ellen Brown individua nella Grecia il primo paese che sfida Bruxelles e rifiuta la cura da sanguisughe di una deflazione dei salari. Un piano di austerità in una situazione grave come quella greca porterebbe senz’altro a una ribellione sociale. Non è neppure possibile ricorrere alla svalutazione, perché la Grecia ha come moneta l’euro. All’Islanda, invece, si prescrive l’ingresso nell’unione e la sottoscrizione di un accordo per risarcire i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, controllata dalla maggiore banca privata islandese. E’ un ricatto, che metterebbe le risorse del paese e la stessa popolazione alla mercé della finanza europea. Alla Lettonia hanno richiesto di tagliare la spesa del 38 per cento quest’anno nel settore pubblico e di aumentare le tasse per ridurre il deficit di bilancio. I precedenti tagli di circa l’11% hanno provocato il crollo della produzione. Brown cita anche Marshall Auerback, che denuncia l’atteggiamento dei paesi europei più ricchi verso le zone ex sovietiche: “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”. E questa sarebbe la solidarietà europea? La UE è un’associazione tra usurai e vittime dell’usura.

Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph propone per la Grecia di reintrodurre una propria valuta, svalutarla, trasformare il debito interno in euro in valuta locale, e rinegoziare i contratti con l’estero.

La ribellione alla UE e al Fondo Monetario Internazionale avanza.

I vincoli europei e la moneta unica si rivelano sempre più un ostacolo per paesi che hanno livelli di sviluppo assai diverso e differenti velocità di crescita. Un primo tentativo di legare fra loro le monete d’Europa, il cosiddetto serpente monetario, è fallito miseramente sotto i colpi della speculazione, che ha colpito soprattutto Gran Bretagna e Italia. L’Argentina, quando legò la propria moneta al dollaro, aprì la via al disastro economico, e la ripresa dello sviluppo avvenne solo quando rifiutò i ricatti e le pressioni del FMI e della finanza internazionale.

Ormai la UE è sempre più chiaramente un ostacolo per tutti, Germania compresa. Le modalità di disgregazione possono essere diverse. Si può cercare di salvare la forma, ricominciando a parlare di Europa a più velocità, e permettendo ai paesi più deboli di uscire dall’euro. Alcuni paesi, invece, (Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, ecc.) sono così integrati nell’economia tedesca, che si può parlare di Anschluss (annessione) economico. Comunque l’illusione dei paesi più deboli d’Europa di poter disporre di una moneta forte, in grado di sostituire il dollaro sui mercati internazionali, sta svanendo rapidamente. Se questa moneta resisterà, sarà riservata ai paesi dall’economia più solida, gli altri saranno costretti ad uscirne, e faranno pagare il prezzo alle proprie classi sfruttate, mediante la svalutazione.

I lavoratori non hanno interesse ad appoggiare i loro governi, né quando questi cercano di integrarsi maggiormente in questa galera di popoli che è la UE, né quando agitano la bandiera nazionale.

La borghesia può essere nazionalista, o cosmopolita, ma è sempre contro la classe operaia.

L’unica via per i lavoratori è l’internazionalismo, e quel legame stretto che è impossibile per le borghesie nazionali, che hanno interessi divergenti - salvo quello comune della repressione e del controllo politico e militare delle masse – è invece possibile tra i lavoratori, se non si lasciano deviare dalle falsificazioni della borghesia, che trova mille pretesti per schierare i lavoratori gli uni contro gli altri.

Il proletariato potenzialmente più forte si trova in Germania, e da decenni è il sorvegliato speciale. Tutti i trucchi e lenocini sono stati impiegati per cancellare la sua memoria storica, per controllarlo e asservirlo. Ma la sua ripresa potrà cambiare il clima politico, a livello europeo e forse mondiale. Probabilmente, come altre volte, sarà il gallo rosso proletario di Francia a risvegliare col suo grido il gigante operaio tedesco

di Michele Basso

Fonte: sotto le bandiere del marxismo

Testi e articoli utilizzati:

Jacques R. Pauwels, “Il mito della guerra Buona. Gli USA e la Seconda Guerra Mondiale”

Giuliana Sgrena: “ Bagdad vuole entrare tra i grandi del greggio”, Il Manifesto, 13 dicembre 2009.

Amadeo Bordiga:” United States of Europa”, in Prometeo, n. 14. “Vae victis, Germania”, in “Programma Comunista” n. 11, giugno 1960, rintracciabile in internet in “Libreria internazionale della sinistra comunista”.

“Spinte e controspinte all’unificazione della Germania” Il Programma Comunista, n.1 e 2, 1990.

“La Germania fu costretta ad accettare l'euro” ComeDonChisciotte Set 21, 2009,

Joseph Halevi: “Crisi, il debito pubblico alla resa dei conti. Titoli greci: spazzatura come i subprime USA”, Il Manifesto.

“Prendi i soldi e scappa. Ovvero l”affare GM-Opel”, Il programma comunista, n.6, 2009.

Ellen Brown “Grecia, Islanda e Lettonia potrebbero guidare la rivolta contro UE e FMI”, L’articolo contiene anche citazioni da Daily Telegraph.. In ComeDonChisciotte, 20 dicembre 2009

lunedì 28 dicembre 2009

2009 - Annus horribilis: il medioevo dei diritti tra razzismo, pacchetto sicurezza e respingimenti


L’anno che va chiudendosi merita di essere raccontato, fissato negli annali dei nostri pensieri, perché sono tante, troppe, le novità che lo hanno caratterizzato ed i segni indelebili di scelte folli che sono una eredità pesante per il nostro futuro.

Un anno orribile in un decennio altrettanto malefico in cui, con l’introduzione della legge Turco Napolitano fino al pacchetto sicurezza dell’ultimo agosto, è stata disegnata la forma di governo (o meglio, i tentativi di controllo e mala gestione) dei fenomeni migratori nel nostro paese: processi secolari, inarrestabili, complessi e variabili, che si confrontano quotidianamente con tentativi più o meno posticci di gestione, di management, di avversione. Ma soprattutto vite di uomini e donne, comprese quelle nostre, che sono costrette a subire le conseguenze di leggi ingiuste, che producono scenari di invivibilità generalizzata.

Prima il testo unico del ’98, poi la legge Bossi Fini del 2002 avevano abbondantemente tracciato il solco, ma ciò che quest’anno è accaduto ha sicuramente accentuato i caratteri peggiori di una legislazione già tremendamente ingiusta e di una politica che sull’immigrazione ha scelto di giocare la pericolosa partita del consenso.

Già nei primi mesi dell’anno abbiamo affrontato il dibattito sulla cancellazione del divieto di segnalazione da parte del personale sanitario nei confronti degli stranieri senza permesso di soggiorno, che ci aveva in qualche modo introdotti in una dimensione in cui apparivano chiare la crudeltà e la volontà di superare il limite, anche quello della ragione, da parte del legislatore. Poi la questione ancora irrisolta dei presidi-spia, ha confermato tutta la precarietà delle garanzie messe su carta da tutte le convenzioni e le dichiarazioni internazionali che mai purtroppo hanno però trovato forme e dispositivi in grado di trasformarle in vincoli materiali.

E poi i respingimenti, la battaglia del mare, la guerra spettacolare quanto illegale della frontiera Sud, la "riconsegna" di uomini e donne in fuga alla Libia delle torture, messa in campo violando ogni tipo di obbligo in materia di asilo e di diritto internazionale, accompagnata dai respingimenti silenziosi, ma altrettanto illegittimi, portati alla luce anche dalle inchieste del Progetto Melting Pot Europa, effettuati nei porti dell’Adriatico.
Un tassello fondamentale per comprendere la crudeltà, l’arbitrarietà e la brutalità delle attuali politiche di controllo dell’immigrazione.

Ma l’anno in corso è stato soprattutto segnato dall’approvazione del pacchetto sicurezza, del reato di ingresso e soggiorno irregolare, insieme ad una serie di norme disumane nei confronti degli irregolari e altrettanto barbare nei confronti di chi un permesso ce l’ha, ma oggi più di prima è messo nella condizione di perderlo in ogni istante.

Questa traccia, questo sfondo spietatamente disegnato all’interno di uno scenario di crisi economica che accentua le divisioni e inasprisce le tensioni, anche e soprattutto all’interno dello stesso corpo sociale, è stata poi la base su cui hanno trovato fondamenta molti tra i tanti episodi e avvenimenti che hanno caratterizzato l’anno in corso.
Il white christmas o i parcheggi gratuiti per i soli italiani, le ordinanze e le delibere discriminatorie messe in campo da comuni e provincie, gli autobus gabbia anti-clandestini, i cori razzisti negli stadi, i pestaggi nelle notti dei quartieri o quelli alla luce del sole dei ritrovi leghisti, sono segni piuttosto inequivocabili di un presente carico di tensione.

L’immigrazione è scontro, lo è perché sempre i processi di mutamento, di confronto tra identità, di impoverimento e di precarizzazione producono fratture che non conoscono ricette facili per essere ricomposte. Ma all’interno di questo scenario contemporaneo non sentivamo certo il bisogno di queste tristi ingiuste e spietate leggi che ci ha regalato il 2009.

Fonte: Meltingpot.org

Paparcuri e l'archivio di Falcone


Diciassette anni dopo, i misteri che avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della Giustizia, all'indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone davvero particolare racconta a Repubblica Palermo che prima di lasciare Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk. Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell'ufficio di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che ce ne fossero altri.


Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola scheda Ram, un'estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l'esplosione di Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c'era il diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato...

alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall'ufficio di Falcone al ministero della Giustizia.

Ha il volto stanco l'uomo che parla per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l'autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell'antimafia». Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso».

Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare importantissimo per l´avvio dell'inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone.

Nella stanza di Paparcuri c'è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l'amministrazione della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello che ho subito nel 1983».

Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma sarà un'altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa - racconta - sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Diceva: "Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato: Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi computer - spiega Paparcuri - però so per certo che su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c'era l'archivio di Giovanni Falcone».

di SALVO PALAZZOLO

Fonte: Pressante.com

domenica 27 dicembre 2009

Fitto e quei 150 milioni bruciati


L'hanno appena rinviato a giudizio per corruzione, ipotizzando che abbia intascato tangenti per favorire le cliniche private della famiglia Angelucci, e già spunta una nuova inchiesta sulla sua gestione della Puglia.

Stiamo parlando di Raffaele Fitto, rampante ministro per gli Affari regionali e le Autonomie locali. La procura adesso indaga su una spericolata operazione finanziaria condotta dalla sua giunta: l'emissione di due bond da 600 e 270 milioni di euro. Una manovra che è già costata alle casse pubbliche 150 milioni di euro, divorati dai prodotti finanziari impazziti.

Lo stesso problema lo hanno avuto molti enti locali ma secondo i primi accertamenti della procura - descritti dalle pagine baresi di Repubblica - la Regione Puglia si sarebbe mossa con parecchia leggerezza. Incluso un contratto multimilionario in inglese firmato da un dirigente che non conosceva la lingua. Tanto a pagare sono i cittadini.

Fiat, Eutelia, Alcoa, Rockwool, Ave Industries... Un Natale di lotta per operai, cassintegrati e precari


Le luci sfavillanti dei centri storici delle nostre città e le artificiose rappresentazioni di allegria e serenità delle nostre tv non corrispondono alla realtà di un paese duramente colpito dalla crisi. Nonostante le festività infatti migliaia di operai, lavoratori precari o cassintegrati stanno portando avanti dure forme di lotta per difendere il proprio posto di lavoro e rivendicare un futuro degno per sé e le proprie famiglie e comunità. Mentre media e politici continuano a parlare ossessivamente di fine della recessione, le statistiche ufficiali descrivono un Natale che verrà ricordato per la scarsezza dei regali: lo conferma l’Istat che, evidenziando come siano oltre 500mila i posti persi soltanto nel terzo trimestre del 2009, lascia pochi dubbi sulla pesantezza della crisi e sui suoi effetti.

A Pomigliano d'Arco, in Campania, 92 lavoratori precari della Fiat che stanno per perdere il posto di lavoro continuano ad occupare il locale municipio, invaso lo scorso 16 dicembre. Con loro, oltre al sindaco, anche il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, che ieri alle 18 ha celebrato la messa di Natale nel municipio insieme agli occupanti e alle loro famiglie. Il problema non è solo di coloro che stanno per perdere il posto di lavoro: anche gli altri 5000 dipendenti sono da tempo in una situazione estremamente incerta, lavorano sì e no una settimana al mese ormai da un anno, sostenuti da una Cassa Integrazione che non basta certo a mantenere la famiglia. Le assicurazioni dell'amministratore delegato della Fiat, realizzate lo scorso 22 dicembre nel corso dell'incontro con il governo a Palazzo Chigi, non li hanno tranquillizzati per niente: "Il 30 avremo un nuovo incontro in prefettura, con il prefetto, i sindacati e un paio di sindaci che ci sono vicini. Però non vediamo novità immediate, - spiega Domenico Loffredo, Rsu della Fiom - continuiamo a lavorare tre, quattro giorni al mese al massimo, e dalle dichiarazioni che sono state fatte a Palazzo Chigi penso che questa situazione andrà avanti per un bel po'. Certo, nel 2012 dovremo entrare nel ciclo produttivo della Panda e lavorare un pochino di più. Però intanto l'altro modello che abbiamo, la 159, tra due anni sarà finito, ci ritroveremo probabilmente nella stessa situazione, visto che la 147 è ormai praticamente dimessa. Siamo preoccupati, non vorremmo che parlare della Panda fosse solo un modo per tenerci buoni nel frattempo". Intanto, gli operai di Pomigliano, nonostante abbiano dormito nel municipio, con le loro proteste, non hanno rinunciato al pranzo della vigilia di Natale per poter stare con le proprie famiglie.
Anche gli operai della Fiat di Termini Imerese, stabilimento che verrà chiuso entro la fine del 2011, come ha annunciato Marchionne alcune settimane fa, hanno organizzato scioperi e proteste anche per i giorni di festa. Volti scuri, poca voglia di parlare, tanta rabbia. Gli operai della Fiat e delle aziende dell’indotto sono tornati a Termini Imerese, dopo la manifestazione in piazza Montecitorio a Roma, con l’umore nero. “In questo momento serve unità, bisogna fare blocco sociale in difesa della fabbrica” afferma il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, proponendo l’occupazione immediata dello stabilimento e lo sciopero a oltranza per fermare subito la produzione.

Anche i dipendenti dell'Agile (ex Eutelia) di Pregnana Milanese sono rimasti all'interno della loro azienda, occupata da ormai quasi due mesi. Lo hanno deciso durante l'assemblea organizzata dai sindacati per "valutare le forme di mobilitazione" dopo la decisione adottata il 23 dicembre dal Tribunale civile di Roma di disporre il sequestro dei beni dell'azienda e di nominare tre custodi per gestire l'ordinaria amministrazione, le commesse e il pagamento degli operai senza salario in molti casi anche da sei mesi. "Siamo soddisfatti di questo passo avanti - ha detto Angelo Pagaria, delegato della Fiom-Cgil - e ci auguriamo di incontrare i custodi subito dopo Natale. In questa fase bisogna agire molto velocemente, ripristinare le attività produttive, saldare i debiti con i fornitori e garantire ai dipendenti, da mesi senza stipendio, il pagamento degli arretrati". I lavoratori hanno annunciato che manterranno il presidio all’interno dello stabilimento "fino a quando non verranno date garanzie alle 200 persone che rischiano il licenziamento nello stabilimento di Pregnana", che conta circa 400 dipendenti. "Rimaniamo nell'azienda in turni di 10-15 persone, e qualcuno di noi ha trascorso il Natale in presidio. Abbiamo portato spumante e panettone e abbiamo comunque festeggiato". L’udienza per decidere l’amministrazione controllata del gruppo si terrà il prossimo 17 febbraio. I posti a rischio in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo sono circa duemila per una vicenda che presenta molti lati oscuri nella gestione del personale.

“Sotto l’albero vorremmo trovare un accordo che non significhi assistenza, ma che guardi davvero al futuro. Insieme, chiediamo all’Inps di erogarci l’assegno di dicembre prima di Natale in modo da fare almeno la spesa e i regali”. E’ questo quello che chiedono i 3.200 operai della Merloni di Fabriano in cassa integrazione addirittura dall’ottobre del 2008.

Nei giorni scorsi, mentre si inaugurava a Ferentino (Frosinone) il nuovo casello autostradale dalla A1 Roma-Napoli, è giunta anche la nuova, ennesima protesta degli operai Videocon di Anagni, ormai licenziati dalla multinazionale indiana ex Videocolor: i 1.400 lavoratori sono scesi di nuovo in piazza dopo che già lo scorso ottobre avevano bloccato l’autostrada per oltre cinque ore.

Pranzo di Natale in fabbrica anche per gli operai della ''Ave Industries'' di Spinea (Venezia), azienda in crisi che da qualche giorno è occupata dalle maestranze. Menù ridotto all'osso per i 100 dipendenti della fabbrica, che produce linee altamente tecnologiche per l'imbottigliamento. Si sono scambiati gli auguri di Natale davanti al panettone, ad un po' di frutta e a qualche bottiglia di spumante, sperando che il 2010 porti per loro uno spiraglio positivo. Qualche dipendente ha portato la famiglia al rinfresco natalizio, allestito in un reparto di produzione. L'azienda sta vivendo una fase di forte difficoltà finanziaria, con le banche che hanno bloccato le linee di credito verso l'estero. Secondo i sindacalisti l’azienda non avrebbe però problemi sul fronte delle commesse, al punto che si è fatto avanti un compratore, un gruppo industriale trevigiano, concorrente della Ave. Il nuovo gruppo però, per rilevare in affitto le linee produttive, avrebbe posto delle condizioni ''capestro'', tra le quali la rinuncia del 50% dei dipendenti ad essere riassunti.

Natale di attese e speranze per migliaia di lavoratori sardi in cassa integrazione, molti dei quali hanno scelto di trascorrere il 25 dicembre in fabbrica, continuando i presidi con mogli e figli al seguito. E' successo alla Rockwool di Iglesias, dove ieri mattina è stata celebrata la messa di Natale davanti ai cancelli dello stabilimento che produce lana di roccia. A rischio ci sono 200 posti di lavoro, compreso l'indotto, in un territorio colpito da una crisi industriale sempre più profonda: almeno 30 mila disoccupati e più di 2.000 cassintegrati. Eurallumina, Portovesme srl, Alcoa: sono solo la punta dell'iceberg della crisi del Sulcis Iglesiente. Dice Bruno Usai, operaio Alcoa: “La multinazionale ha avuto in regalo un’azienda dalle partecipazioni statali e poi ha attenuto sconti sull’energia e altre regalie. Oggi, cambiate le condizioni di favore, decide di andarsene lasciandoci solo povertà. Cercheremo di impedire in ogni modo il blocco della produzione”. Anche per gli altri poli produttivi dell'Isola questo non è un periodo di festa. C'e' poi il petrolchimico di Porto Torres, in perenne crisi: ieri uno spiraglio con lo sblocco di una fideiussione fino a 20 milioni di euro deciso dalla Sfirs, la finanziaria regionale, a favore della Vinyls Italia. Ma per essere definitiva, l'operazione necessita del via libera della Commissione europea.

Una parziale buona notizia è arrivata per i lavoratori della Yamaha di Lesmo (Monza). Nella notte del 22 dicembre è giunta l’intesa e i quattro operai che hanno passato sei notti sul tetto della fabbrica hanno interrotto la protesta. L’azienda si è impegnata “inderogabilmente” con i sindacati a chiedere la cassa integrazione per tutti i 66 dipendenti a rischio licenziamento. I dettagli saranno stabiliti in un incontro che si terrà martedì 29 dicembre al ministero del Lavoro. Un’altra parziale nota positiva riguarda lo stabilimento della Thyssen di Visano (Brescia). Dopo l’annuncio dei 55 licenziamenti, infatti, la mobilitazione dell’intero gruppo ha portato a un accordo che prevede ammortizzatori sociali per due anni. “Ma - dice Mauro Romanelli, operaio - il nostro sarà un Natale solo relativamente tranquillo: siamo preoccupati per i colleghi della altre aziende della provincia che non se la passano bene”.

di Marco Santopadre - Radio Città Aperta

venerdì 25 dicembre 2009

Honduras, Natale con il golpe e la dittatura


L'Honduras è piegato da una dittatura, legittimata da elezioni fasulle, volute e gestite da una giunta golpista, che il 28 giugno 2009 ha rovesciato il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya, con un colpo di stato militare che ha seminato repressione e violenza. Eppure, dopo impacciati tentativi di mediazione internazionale, la decisione emersa da urne disertate dal 60 percento degli elettori e da tutti i deputati d'opposizione, tiratisi indietro per gridare al mondo la gravità della farsa, sono state avallate da Stati Uniti e suoi paesi satellite, fra cui l'Italia. Che hanno salutato Porfirio Lobo come il presidente della nuova democrazia honduregna. Peccato che il presidente cacciato dal colpo di stato, Manuel Zelaya, che la maggioranza degli honduregni riuniti dietro il Fronte di resistenza al golpe considera l'unico legittimo, resti rinchiuso nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, alla faccia del ritorno alla legalità. E nel frattempo la repressione violenta dell'esercito continua, mietendo vittime.
A tirare le fila, i soliti noti dell'oligarchia economica del paese, legati a doppio filo ai falchi Usa, disseminati con poche distinzioni a destra e a manca, tra repubblicani e democratici. Che, nonostante la condanna unanime dei paesi progressisti latinoamericani, legittimano l'illegalità, brindando al fantasma della democrazia. Ma gli honduregni non ci stanno. E, non solo vogliono Zelaya al potere, non riconoscendo Lobo e dintorni, ma pretendono che il paese arrivi a un'assemblea costituente, che riformi alle radici un paese agonizzante.
Riproponiamo la voce di Betty Matamoros, responsabile del settore internazionale del Frente contra el golpe en Honduras, che abbiamo incontrato per capire implicazioni e retroscena di un golpe tutt'ora vivo e vegeto.

di Stella Spinelli

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe"


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

di Pier Paolo Pasolini

Fonte: Contropiano.org

Stato-Mafia: troppi aspetti oscuri


Colpita duramente l’ala militare ma ci sono troppi aspetti oscuri sulle connessioni tra pezzi degli apparati dello Stato e alcuni latitanti, soprattutto Provenzano.

Il decennio si conclude con una notizia, ripresa da pochissime testate giornalistiche e largamente sottovalutata, che fa tremare le vene ai polsi. Fra i pizzini e i documenti sequestrati al boss di Cosa nostra Domenico Raccuglia a Calatafimi il 15 novembre scorso, durante la sua cattura avvenuta dopo 13 anni di latitanza, c’è traccia della preparazione di un attentato. Non un omicidio qualunque, un regolamento di conti, ma un attentato di alto livello con tanto di autobomba. Per uccidere “un pezzo grosso? Rivali? Oppure figure della magistratura o della politica? Addirittura l’Espresso ha ipotizzato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Evidente che un’operazione del genere non potesse che essere coordinata e decisa insieme a quelli che sono a tutti gli effetti i vertici dell’organizzazione mafiosa, ovvero il trapanese Matteo Messina Denaro e l’agrigentino Giuseppe Falsone. Raccuglia, uomo di fiducia di Giovanni Brusca e di Leoluca Bagarella, salito al rango di capo grazie alla propria cautela e alla propria spietatezza, e poi Denaro e Falsone, uomini della stagione delle stragi. Che questi personaggi volessero riaprire una stagione stragista a 17 anni da quelle del 1992-93 dimostra due fatti: che nonostante l’“immersione” (l’invisibilità dell’organizzazione teorizzata e messa in pratica da Bernardo Provenzano), Cosa nostra ha mantenuto in piedi la sua struttura militare; e che i successi dello Stato verso l’ala militare e i boss latitanti grazie alle tante catture a partire dall’operazione “Gotha” del 2006 hanno rimesso in moto la paura, l’esigenza del conflitto diretto, della violenza come risposta alla legalità.

La trattativa

Messaggio chiaro, quello che volevano mandare i boss all’Italia. E che questa scoperta, il progetto di un nuovo attentato “eccellente”, arrivi proprio quando si stanno riaprendo le indagini sulle stragi del 1992-93 è anche indicativo di un nuovo clima, di una nuova tensione che, da latente e irrisolta, riemerge. Come riemerge, del resto, anche la vicenda della trattativa fra Stato e mafia, la quale, apprendiamo, non è mai terminata, è diventata elemento dinamico e progressivo, si è evoluta. Nonostante i grandi successi della polizia e della magistratura nella cattura di gran parte di quella che è stata la mafia stragista. Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di altri testi (fra cui il fratello Giovanni) e di collaboratori di giustizia in questo ultimo anno, hanno cominciato ad alzare il velo su una fase oscura, forse mai veramente conclusasi, della nostra Repubblica. Scoprire, oggi, che non solo la trattativa ci fu, ma che venne condotta da pezzi importanti dello Stato da un lato e da Bernardo Provenzano dall’altro, lui, uno dei protagonisti indiscussi, da quello che emerge, e che alla fine fossero a conoscenza del processo in atto ben più che pochi “pezzettini” marginali, come appare dagli improvvisi ritorni di memoria di tanti esponenti politici e funzionari dello Stato di allora: tutto questo lascia, oggi, molto più allarmati di quello che una democrazia si possa permettere.

Allarmati, più di quanto ci si potesse aspettare prima che iniziasse la pioggia di dichiarazioni, da Ciancimino a Spatuzza. Perché anche su queste catture ci sono tanti interrogativi irrisolti, in particolare sul mancato arresto a Mezzojuso nel 1995 di Bernardo Provenzano, o meglio il mancato intervento dei Ros (Reparto operativo speciale dei carabinieri) per cui sono sotto processo a Palermo il generale Mario Mori (per un periodo anche capo del Sismi) e il colonnello Obinu.

L’enigma Ros

Gli stessi Ros guidati oggi dal generale Giampaolo Ganzer, attualmente indagato per associazione a delinquere, e, nonostante la gravità dell’accusa, tuttora in carica. Il generale Ganzer e alcuni suoi uomini sono imputati a Milano per traffico di droga. Una vicenda che non sembrava poter avere un riscontro processuale. Istruito all’inizio dal pm di Brescia Fabio Salamone, il fascicolo aveva infatti conosciuto un gioco al rimbalzo durato anni tra procure della Repubblica per approdare in Cassazione ed essere quindi assegnato a Milano. Sono almeno venti i militari, tra ufficiali e sottufficiali, che avrebbero sistematicamente violato le norme che disciplinano le operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti in proprio. E non solo. Arresti, obbligatori, di latitanti sarebbero stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all’autorità giudiziaria che comunque sembra avere anch’essa le sue belle responsabilità per mancato intervento. E poi i soldi, tanti. Centinaia di milioni di lire di denaro contante frutto di sequestri durante le operazioni sarebbero stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. Le accuse dei pm milanesi al generale Ganzer sono terribili. Addirittura la Procura di Milano annota: il gruppo aveva connotazioni di «associazione per delinquere armata». Tutta questa vicenda, se non in qualche raro caso, non è arrivata sulle pagine dei giornali. Ma se la inseriamo in quello che sta emergendo oggi, con gli intrecci degli anni 90 fra pezzi dello Stato ed entità esterne, quando guardiamo al processo Mori-Obinu a Palermo, quando constatiamo quante corrispondenze ci siano fra gruppi e persone e funzioni in casi come quelli delle “centrali” di spionaggio in Telecom con Tavaroli e oggi in Wind con Cirafici, la preoccupazione diventa inevitabilmente allarme.

Sarà un caso, ma sia Giuliano Tavaroli sia Salvatore Cirafici prima di diventare responsabili della sicurezza rispettivamente di Telecom e di Wind erano anche loro dei carabinieri. Come sarà anche casuale che uno dei protagonisti della nuova vicenda relativa alla “centrale”, il maggiore Enrico Maria Grazioli, sia un carabiniere anche lui, e che sia indagato per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. Grazioli, inoltre, era spinto da Cirafici a entrare nell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) come suo uomo di fiducia e prima di essere indagato ricopriva, al tempo delle indagini “Why Not” e “Poseidone” condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, l’incarico di comandante del Nucleo investigativo di Catanzaro. Dice della sua attività in quel periodo il maggiore Grazioli: «Il timore paventato da Cirafici – racconta oggi agli inquirenti – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». Lo stesso Grazioli partecipò, per giunta, al sequestro del cosiddetto “archivio Genchi”, dove, a quanto risulta dalla cronaca giudiziaria di questi giorni con lo scandalo della security Wind, vi erano dati e riscontri su attività che lo riguardavano direttamente.

Dopo Provenzano

La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Per capire l’enormità della scoperta, basti leggere cosa scrive Matteo Messina Denaro a un tal Svetonio (Svetonio è Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arruolato dai servizi per fare da esca al latitante e tendergli una trappola): «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe – si legge nella lettera in mano agli inquirenti -. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano (…). D’altronde non avevo a che fare con una persona inesperta ed ero tranquillo anche perché io non ho lettere conservate di alcuno. Quando mi arriva una lettera, anche di familiari, rispondo nel minor tempo possibile e subito brucio quella che mi è arrivata. Tutto mi potevo immaginare, ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta. E forse ci sono le copie di quello che lui diceva a me, ma questa è solo un’ipotesi. Ormai c’è tutto da aspettarsi; siccome usava la carta carbone, può anche darsi che si faceva le copie di quello che scriveva a me e se le conservava, ma ripeto, questa è solo una mia ipotesi poiché ormai mi aspetto di tutto».

Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche dei Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Catturandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Racconta un membro della squadra: «Per garantirsi la libertà il latitante spende enormi quantità di denaro. La sua pericolosità risiede anche in questo. Attorno a lui si concentra questa enorme macchina di produzione illecita di denaro. Per catturarli bisogna spendere altrettanto, se non di più. È matematico». Spendere di più? Si apprende in questi mesi che agli uomini della Catturandi non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo.

Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis. C’è poco da gioire scoprendo che gli uomini della mobile per catturare Raccuglia si sono trovati a utilizzare risorse di altri reparti, ralentando indagini di altri settori, per benzina e spese di trasferta in provincia di Trapani ed eseguire l’arresto di un boss che, lo ripetiamo, aveva una capacità militare impressionante, in grado perfino di fare una strage con un’autobomba a Palermo.

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

Fonte: orsatti.info

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