venerdì 2 gennaio 2009

Scongiurare il vero obiettivo dell'aggressione israeliana


Non è Hamas il vero motivo dell’attacco militare a Gaza: la Cisgiordania si è impegnata in una tregua unilaterale, ma anche laggiù l’aggressione israeliana continua – afferma l’analista palestinese Hani al-Masri. Il vero obiettivo dell’attacco israeliano è quello di imporre una nuova tregua a condizioni ancora più dure per i palestinesi, e di mettere il neopresidente americano Barak Obama di fronte ad una nuova situazione di fatto - sostiene al-Masri

Sarebbe stato effettivamente possibile evitare il massacro collettivo e continuato di Gaza, ma solo estendendo la tregua alle condizioni volute da Israele, rendendo in questo modo vani i pretesti dello stato ebraico: in altre parole, una tregua accompagnata dalla continuazione dell’assedio, della fame, della chiusura dei valichi, e senza sparare un solo colpo contro Israele, neanche una rondella.

Ma anche in questo modo, non sarebbe stato possibile evitare massacri più contenuti, né evitare le aggressioni e le umiliazioni israeliane nei confronti dei palestinesi. Ne è una prova il fatto che la Cisgiordania si è impegnata in una tregua unilaterale, e non ha sparato un solo colpo di mortaio, né un solo razzo, né ha compiuto operazioni contro l’occupazione, mentre l’ANP ha dato applicazione unilateralmente agli obblighi palestinesi della roadmap; e nonostante ciò – e malgrado la prosecuzione dei negoziati bilaterali – l’aggressione israeliana in Cisgiordania non si è fermata, né l’espansione degli insediamenti, né gli assedi, gli omicidi e gli arresti, né la frammentazione della Cisgiordania, né l’imposizione di nuove realtà sul terreno che mirano a costringere i palestinesi ad adottare le condizioni israeliane al tavolo dei negoziati.

Hamas aveva annunciato (sebbene esprimendo erroneamente una posizione che, di fatto, è sembrata essere contro l’estensione della tregua), insieme a tutte le altre fazioni palestinesi, di essere pronto a rinnovare la tregua a condizione che Israele non l’avesse violata continuamente, che fosse tolto l’assedio e che venissero aperti i valichi di confine. Israele, invece, voleva una tregua che gli permettesse di conservare il diritto di attaccare militarmente tutte le volte che lo avesse voluto, e di continuare ad assediare e ad affamare Gaza.

In precedenza il governo israeliano, per bocca del ministro della difesa Ehud Barak, aveva lodato il rispetto della tregua da parte di Hamas. Sono state le forze di occupazione israeliane a violare la tregua fin dall’inizio, e poi a violarla in maniera palese a partire dal 4 novembre, compiendo alcune incursioni nella Striscia di Gaza e portando a termine una serie di bombardamenti che hanno assassinato circa una ventina di persone in poche settimane.

Israele, che aveva sancito la tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana, aveva poi parzialmente rivisto le proprie posizioni, ritenendo che la tregua avrebbe rafforzato Hamas poiché era un accordo stabilito su un piano di parità che costituiva, di conseguenza, un riconoscimento israeliano dell’autorità di Hamas a Gaza. Dopo non essere riuscito, attraverso il sempre più soffocante assedio di Gaza, ad imporre nuove condizioni per la tregua, Israele ha deciso l’aggressione, il cui primo obiettivo è ripristinare il potere di deterrenza dello stato ebraico, che aveva subito un duro colpo nell’ultima guerra libanese (l’aggressione è dovuta solo parzialmente ai rudimentali razzi che continuano ad essere lanciati da Gaza verso Israele). In secondo luogo, l’attacco punta ad imporre una tregua alle condizioni israeliane, ed in terzo luogo ad imporre una nuova situazione all’amministrazione del neoeletto presidente americano Barak Obama, obbligando quest’ultimo ad accontentarsi di gestire il conflitto, invece di impegnarsi in un tentativo per risolverlo prima che Israele abbia portato a termine i suoi progetti. Tali progetti sono finalizzati ad imporre una situazione di fatto che renda quella israeliana la sola soluzione sul tappeto, e l’unica realmente praticabile.

Pertanto, dobbiamo prepararci ad una prosecuzione dell’aggressione, la quale non dev’essere vista soltanto come un attacco contro Hamas, o volto esclusivamente a rovesciare l’autorità del movimento islamico a Gaza, come hanno dichiarato Tzipi Livni e Benjamin Netanyahu, bensì come un attacco teso a spezzare la volontà di resistenza dei palestinesi, ad indebolire Hamas, ed a sancire la completa separazione di Israele da Gaza, visto che lo stato ebraico vuole imporre al mondo il fatto di non essere più lo stato occupante della Striscia di Gaza, e di non avere più alcuna responsabilità nei confronti di quest’ultima, senza peraltro porre fine realmente alla sua occupazione. Israele vuole affermare che, dopo la presa del potere da parte di Hamas a Gaza, quest’ultima è diventata un’ “entità ostile”, e che è suo diritto rispondere con spietatezza e spaventosa brutalità a qualsiasi azione militare palestinese contro Israele che parta da Gaza.

Perciò, abbiamo potuto osservare come Israele abbia imposto, e continui ad imporre, la propria separazione dalla Striscia di Gaza, tanto che l’intera questione della Striscia sembra ormai legata esclusivamente all’apertura del valico di Rafah sul confine egiziano, e non alla precedente e brutale aggressione costituita dal soffocante assedio imposto a Gaza – un assedio che, secondo il diritto internazionale, rappresenta un atto ostile. Inoltre, secondo il diritto internazionale, uno stato occupante resta tale se continua ad esercitare una qualsiasi forma di azione contro la regione che occupava, o che continua ad occupare.

A Hamas viene chiesto di sottostare alle condizioni israeliane, ormai accettate a livello internazionale, affinché Israele continui a portare avanti i propri piani ostili ed espansionistici, coloniali e razzisti, il cui completamento metterà in grado lo stato ebraico di imporre la propria soluzione alla questione palestinese. Israele preferisce che Hamas, a Gaza, resti ostile all’ANP, cosicché lo stato ebraico abbia gioco facile nel ricattare le due “autorità” in Cisgiordania e nella Striscia, spingendole ad entrare in un confronto per stabilire chi sia più meritevole di essere accettato da Israele, garantendo l’immunità all’occupazione ed accettando soluzioni di sicurezza inadeguate e separate per la Cisgiordania e la Striscia, ciascuna per proprio conto, spianando così la strada alla soluzione israeliana che liquida la questione palestinese a tutti i livelli.

La risposta all’aggressione israeliana dovrebbe essere invece unitaria a livello palestinese, arabo ed internazionale, senza cadere nell’imperdonabile errore di aggravare la frattura esistente a livello palestinese ed arabo, malgrado l’amarezza suscitata da alcune posizioni ufficiali arabe riguardo al conflitto di Gaza. Impegnarsi in una resa dei conti a livello palestinese ed arabo distoglierebbe l’attenzione dalla minaccia reale e più grave per tutti, quella rappresentata da Israele, lo stato occupante che sta portando avanti questa aggressione spingendola ai limiti del massacro collettivo che, come ha annunciato lo stesso governo israeliano, è appena agli inizi.

La risposta all’aggressione israeliana sarebbe molto efficace se si desse nuovo impulso al dialogo nazionale palestinese senza precondizioni – e sarebbe ancora meglio se ciò avvenisse di pari passo con una scarcerazione di tutti i detenuti politici in Cisgiordania e a Gaza, ed abbandonando gli sforzi di imporre agende di parte al dialogo ed all’accordo che ne potrebbe derivare. La stessa questione palestinese è infatti in pericolo, ed il progetto nazionale palestinese rischia di andare in fumo, mentre i palestinesi patiscono spaventose sofferenze, che aumentano in maniera incessante.

La risposta palestinese può e deve includere la sospensione dei negoziati israelo-palestinesi, affinché Israele non usi questi negoziati per giustificare l’aggressione, con la scusa che esso sta trattando con una controparte palestinese e combattendo contro l’altra. Tanto più che le trattative sono realmente paralizzate, e non hanno ottenuto alcun risultato se non quello di servire da copertura alla politica di Israele di imporre la propria occupazione come un fatto compiuto.

Israele prende di mira i palestinesi nel loro complesso, poiché l’aggressione a Gaza indebolisce tutti i palestinesi. La rioccupazione di Gaza non allontanerà Hamas dal potere per riportarvi l’ANP. Quest’aggressione svela le reali intenzioni di Israele: lo stato ebraico non è pronto per la pace, e non è serio quando parla di pace. L’ANP non può tornare a Gaza a bordo dei carri armati israeliani.

La reazione popolare palestinese ed araba resta la vera speranza, attraverso la continuazione e l’intensificazione delle manifestazioni e delle proteste popolari. In particolare, esse rafforzano l’unità e la resistenza contro l’occupazione, e spingono per un’accelerazione del dialogo interpalestinese e per la realizzazione dell’unità. Israele non fermerà la propria aggressione fino a quando avrà raggiunto i propri obiettivi, a meno che il popolo palestinese non dimostri di essere unito contro l’aggressione, e di non voler permettere che Gaza venga isolata; e a meno che la mobilitazione popolare e politica palestinese, araba ed internazionale non faccia capire ad Israele che, proseguendo l’aggressione, rischia di perdere più di quanto ha da guadagnare. Solo così sarà possibile fermare l’attacco israeliano. Quanto all’eventualità di sottomettersi alle condizioni israeliane, questo ci permetterebbe di evitare massacri su vasta scala, ma ci assoggetterebbe ad un’aggressione israeliana continuata e ad interminabili massacri su scala più ridotta, che finiranno soltanto quando Israele avrà raggiunto tutti i suoi obiettivi!

di Hani al-Masri

Hani al-Masri è un noto analista politico palestinese; risiede in Cisgiordania; l’articolo qui proposto è apparso il 30/12/2008 sul sito di AMIN (Arabic Media Internet Network)

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/02/fermare-l’aggressione-a-gaza-e-scongiurare-i-suoi-veri-obiettivi/

Titolo originale:

وقف العدوان على غزة وإفشال أهدافه أولاً

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