sabato 3 gennaio 2009

Bush conclude il suo mandato col pieno appoggio ai massacri di civili a Gaza e inguaia Obama


Gaza: una gran brutta uscita di scena per George W. Bush, una gran bella sfida per Barack Obama. Il presidente uscente vede sgretolarsi ogni prospettiva legata alla conferenza di pace che aveva promosso poco più di un anno fa ad Annapolis. Entro il 2008, era stato detto, doveva arrivare un accordo tra le parti, che invece continuano a tirar missili. Il presidente entrante, d'altra parte, si ritrova tra le mani un'ennesima patata bollente e viene pure accusato di essere troppo filo-israeliano, di non aver chiarito la sua posizione sul nodo mediorientale.
Ieri
la Casa Bianca di Bush ha puntato ancora una volta il dito contro Hamas, bollandola come «organizzazione terrorista». Un portavoce del presidente, Gordon Johndroe, ha detto che il gruppo «ha mostrato la sua natura di organizzazione terrorista che rifiuta persino di riconoscere il diritto di Israele di esistere» e «ha violato per mesi la tregua» lanciando razzi contro lo stato ebraico. Il quale rimane indubbiamente l'alleato numero uno di Washington, ma gli uomini di Bush hanno sottolineato che bisogna arrivare a una tregua «durevole» e «praticabile». Insomma, la politica, più che i missili, daranno la risposta definitiva, se mai ci sarà, al nodo israelo-palestinese.
Ma come assicurare una tregua? Bush, che sta passando le vacanze nel suo ranch a Crawford, in Texas, ne ha discusso ieri in video conferenza con Washington, dove si trovavano il vice-presidente Dick Cheney, il consigliere per la sicurezza nazionale, Steve Hadley, e il capo dello staff Josua Bolten. Il presidente uscente, inoltre, ha avuto contatti con il re di Giordania, Abdallah II, e con il re Abdallah dell'Arabia Saudita.
Allo stesso tempo il segretario di stato Condoleezza Rice ha avuto una intensa serie di consultazioni telefoniche con i leader internazionali per arrivare a una nuova tregua: dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon al ministro degli esteri europeo Javier Solana, passando per il premier israeliano Ehud Olmert, il collega libanese Fouad Siniora, e i ministri degli esteri di Francia, Gran Bretagna, Canada, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Israele.
Il portavoce di Bush, esprimendo preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza, ha detto che Israele deve fare tutto il possibile per evitare danni alla popolazione, «evitando altre vittime civili». Tutte «le parti coinvolte», inoltre, devono agevolare l'arrivo di viveri e medicinali alla popolazione. Johndroe ha anche sottolineato che lo stato ebraico ha chiarito più volte «che non intende riconquistare
la Striscia», ma desidera solo fare in modo che la popolazione nel Sud di Israele «possa vivere in pace», senza la continua minaccia dei razzi lanciati dai militanti palestinesi.
Il presidente uscente lascia un'eredità difficile al successore: non solo Annapolis si è rivelato un flop imbarazzante, ma le violenze sono riprese con lo spettro di un attacco via terra da parte di Israele. Il neo-eletto continua a ripetere che «c'è solo un presidente alla volta», ma attenzioni e speranze puntano tutte su di lui. Difficile indovinare come Obama - aiutato dal segretario di Stato, Hillary Clinton - giocherà le sue carte sulla questione mediorientale. Durante la campagna elettorale, la sua promessa di una Gerusalemme capitale di Israele «non divisa» aveva suscitato un putiferio. Era seguita ammenda per aver usato un «frasario troppo povero».
La scorsa estate, l'allora candidato aveva fatto visita in Medio Oriente, anche e soprattutto per accalappiare i voti dell'importante elettorato ebraico degli Usa, e aveva assicurato che non avrebbe mai messo in gioco la sicurezza di esistere di Israele. Obama si era pure fatto fotografare in una cittadina a pochi passi dalla Striscia di Gaza, mentre brandiva una maglietta con scritto «I love Sderot», alimentando l'idea di chi lo giudica filo-israeliano. In realtà la posizione del neo-presidente è molto articolata e prevede un approccio pragmatico e multilaterale: «Non è realistico - aveva detto durante il tour mediorientale - che un presidente schiocchi le dita e risolva la situazione». Durante la tappa giordana (non in quella israeliana, però), l'allora candidato aveva posto enfasi sui palestinesi e sulle loro sofferenze. Su questo punto, diceva Obama, c'era una speranza di «cambiamento», una delle sue parole preferite.

di Matteo Bosco Bertolaso

Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20081230/pagina/04/pezzo/238295/

 

Quella notte del 1° gennaio 1959...


Quella notte del 1° gennaio 1959 in cui Fulgencio Batista, il dittatore che governava Cuba con la complicità della mafia italo-americana, fuggì a Santo Domingo con un aereo carico di dollari nessun politologo o editorialista Usa si azzardò a presagire che il movimento di liberazione di Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos che era riuscito a cacciare quell'ex sergente sadico e torturatore, avrebbe guidato per decenni l'isola dei Caraibi, da sempre la più ambita dagli Stati uniti.  D'altronde, storici e critici di Cuba di ieri e di oggi sono stati sempre smentiti dagli eventi. Dall'insuccesso patito dai controrivoluzionari appoggiati dalla Cia nel tentativo di sbarco nella Baia dei Porci al collasso del comunismo Est-europeo che non si portò dietro quello della rivoluzione cubana, dalla drammatica stagione del periodo especial (quando Cuba, negli anni '90, perse i partner commerciali del mondo comunista ormai in dissoluzione e rischiò la fame, ma sopravisse) all'infermità di Fidel Castro, solo due anni fa, che pose l'interrogativo di sempre: che ne sarà della Revolución dopo di lui? E invece Cuba non si è persa, è lì, e festeggia i 50 anni della rivoluzione proprio mentre l'afro-americano Barak Obama assume, per la prima volta nella storia, la presidenza degli Stati uniti.  Due eventi epocali, in qualche modo collegati fra loro, perché sono i governi di Washington, a tenere da 50 anni in stato d'assedio politico l'isola più vasta dei Caraibi, colpevole, in definitiva, solo di aver rifiutato, ad un certo momento della propria storia, il credo indiscutibile del capitalismo e di essere scampata finora alle conseguenze di questo azzardo.  Così, per ironia della storia, ora saranno proprio le scelte che Obama farà sulle relazioni con Cuba, magari abolendo o attenuando l'immorale embargo (condannato quest'anno dall'Assemblea dell'Onu per la 17a volta consecutiva), a cambiare o no il futuro della terra di José Martí, l'eroe nazionale che già più di 100 anni fa, al tempo della guerra d'indipendenza dalla Spagna, intuì che il problema dell'autonomia e sopravvivenza cubana stava proprio nelle mire espansionistiche Usa. Per questo è già incredibile che Cuba, autonoma, indipendente e socialista, ancora esista dopo anni di ostilità della più poderosa potenza del mondo, segnati da tentativi incessanti di destabilizzazione politica e da atti terroristici impuniti preparati in Florida e New Jersey e compiuti nell'isola con copertura Cia e nel completo disinteresse delle cosiddette democrazie occidentali.  È singolare poi che la resistenza di Cuba sia diventata un esempio in America latina, un continente per anni martoriato dal Plan Condor, un progetto di annientamento di ogni opposizione progressista voluto dal presidente Nixon e dal segretario di stato Kissinger, negli anni '70.  Ma è ancora più emblematico che Cuba festeggi nel momento in cui, dopo il muro di Berlino è crollato anche il muro del capitalismo. Una constatazione che fa leggere diversamente, con un sorriso beffardo, le critiche alle scelte «azzardate» fatte da Cuba 50 anni fa.  La Revolución, pur non esente da errori, contraddizioni e illiberalità, festeggia infatti mezzo secolo di sopravvivenza con la più bassa mortalità infantile dell'intero continente americano, la più alta media di vita del Sudamerica, un sistema sanitario esemplare. Ma la Revolución sente anche l'orgoglio di aver influenzato, come ha ricordato recentemente il presidente brasiliano Lula, il riscatto e le scelte di progresso in atto in America latina, non solo in Brasile ma in Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e, con caratteri più tenui, in Uruguay e Cile. Ho sentito Lula spiegare questo concetto all'ambasciata brasiliana di Roma ad un sindacalista della Cisl chiaramente scettico sui rivoluzionari cambiamenti sociali in marcia: «Senza la resistenza di Cuba e il sacrificio di tanti Che Guevara, questo vento di autonomia e democrazia non sarebbe ancora soffiato in America latina».  Faceva tenerezza, quella sera, vedere parte della sinistra italiana, assolutamente incapace di capire cosa sta accadendo in America latina. E mi sono ricordato di un interrogativo che mi ha posto una volta Tomas Gutierres Alea (Titon) regista cubano di Memorie del sottosviluppo, oltre che di Fragola e cioccolata e Guantanamera): «Cosa ha fatto la sinistra italiana o europea per pretendere di insegnarci quello che dobbiamo fare? Noi la rivoluzione l'abbiamo fatta. E voi?». La realtà è che le notizie che denunciano le strategie imbarazzanti degli Usa in America latina non trovano posto nella comunicazione delle cosiddette democrazie occidentali. Solo nel 2007, per esempio, Washington, «per favorire un cambio politico» rapido e drastico nell'isola ha stanziato per l'operazione Cuba Libre (un ulteriore progetto di destabilizzazione dell'isola con il varo di una vera strategia della tensione) 140 milioni di dollari (60 del Congresso e 80 prelevati dalla disponibilità personale del presidente) e nel 2008, nonostante l'esplosione della crisi finanziaria, i contribuenti nord-americani hanno dovuto sborsare, senza essere consultati, 45 milioni di dollari per lo stesso obiettivo. Un'operazione azzardata diventata pubblica grazie a una lettera aperta di James D. Cockroft, docente all'università di Stanford e studioso della politica estera e della «storia occulta» degli Stati uniti. Michael Parmly, responsabile dell'ufficio di interessi Usa a L'Avana aveva facilitato trasferimenti di denaro a Martha Beatriz Roque, fino a poco tempo fa indicata come una leader dei dissidenti cubani. Il denaro, oltretutto, proveniva da una fondazione diretta dal noto terrorista Santiago Alvarez, attualmente in carcere a Miami, dovendo scontare una condanna (4 anni poi ridotti a 30 mesi), perché scoperto in possesso di un enorme arsenale di armi. Quella Santa Barbara - ha sostenuto Alvarez - doveva servire per attacchi contro Cuba. Ma il diplomatico Parmly aveva esagerato concedendo addirittura un prestito di denaro pubblico all'intrepida dissidente Martha Roque «fino a quando Santiago Alvarez non li avesse resi».  Com'è stato possibile per la Revolución, in questo contesto, durare 50 anni? Bernardo Valli, che in gioventù la visse e la raccontò, afferma su La Repubblica che a questa domanda molti cubani sorridono, alzano gli occhi al cielo e citano alla rinfusa tanti motivi: il carisma di Fidel, il sostegno dei campesinos emancipati dalla rivoluzione, le rimesse degli esuli cubani negli Usa e i Comitati di difesa della rivoluzione.  Valli, alla fine, indica però questi ultimi come la vera macchina della sopravvivenza del paese attraverso la quale tutto va al suo posto: l'igiene, la sicurezza, la disciplina rivoluzionaria, la lista delle persone segnalate come «asociali», le dispute familiari, la prevenzione degli uragani e perfino la sorveglianza della frequenza scolastica dei minori. Io penso invece che abbia ragione Alfonso Sastre, il prestigioso drammaturgo spagnolo (presente a L'Avana due anni fa insieme a García Marquez, Bonasso, Gerard Depardieu, Ignacio Ramonet e il regista argentino Fernando Solanas per il 50° anniversario dello sbarco del Granma) quando afferma che Cuba ha resistito, pur con tutte le sue contraddizioni, per aver saputo creare fra la gente una coscienza collettiva e solidaristica. Una coscienza che è passata sopra i contrasti e gli errori, e resiste nel tempo.
di Gianni Minà

Coloro che ancora non credono che siamo in deflazione dovrebbero leggere quanto segue:


- Bloomberg scrive: "In seguito a un rapporto del governo di oggi, gli economisti hanno detto che il costo della vita negli Usa è caduto a novembre probabilmente più di quanto non fosse mai successo prima, dato che il valore del petrolio è crollato e i negozianti hanno tagliato i prezzi per dare una spinta alle vendite prima delle vacanze. I prezzi al consumo sono probabilmente caduti dell'1,3% lo scorso mese, la maggiore caduta da quando sono iniziate le statistiche nel 1947..."

- La famosa società di consulenza finanziaria Agora Financial dice: "esclusi i riaggiustamenti l'indice dei prezzi al consumo 
è sceso dell'1,9%, la più grande diminuzione dal 1932". 

- I 
prezzi di produzione Usa sono scesi del 2,2% novembre, molto più di quanto previsto.

- Barclays 
riferisce che i prezzi base dei metalli sono scesi almeno altrettanto velocemente che durante la Grande Depressione. 

- La 
velocità del denaro sta rallentando, nonostante le massicce iniezioni di contante da parte della Fed: 

  
[Due indicatori della "veolicità del denaro": cioè la frequenza media con cui un'unità di denaro è spesa in una unità di tempo (da 
wikipedia)]

Anche se la Fed ha iniettato migliaia di miliardi nell'economia le banche stanno accumulando piuttosto che prestando, perciò quel denaro non ha rallentato la 
distruzione del credito e della ricchezza

La deflazione ha già colpito duro. 

Naturalmente è probabile che dopo 
verrà una iperinflazione. Vedete anche qui

I grafici provengono da Fed, GaveKal e John Mauldin, e sono conformi a quelli riportati 
qui.
DAL GEORGE WASHINGTON'S BLOG

Titolo originale: "Deflation Hits Hard"

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com
Link

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

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