lunedì 5 gennaio 2009

La "perestrojka" non era solo per l’Unione Sovietica, ma per il mondo intero


A chi mi rimprovera di essere amico di Mikhail Gorbaciov, in base al presupposto che egli sarebbe stato il “distruttore dell’Unione Sovietica”, cioè l’origine di tutti i nostri mali presenti e futuri, vorrei rispondere preliminarmente dicendo che questo approccio fa venire in mente la critica del “culto della personalità” di kruscioviana memoria.
Intendo dire che, come non mi convinse – allora giovanissimo iscritto alla Federazione giovanile comunista italiana – quel modo di affrontare la destalinizzazione, così non mi convince questa idea secondo cui a un uomo solo, per quanto potente, possa addossarsi la responsabilità di colossali rivolgimenti storici come quello di cui qui si tratta. 
Col senno di poi adesso sappiamo che i problemi del socialismo reale erano ben più consistenti del pur deleterio marchio che su quel modello venne impresso dal terrore staliniano. E altrettanto sappiamo (o dovremmo sapere) che l’analisi di eventi di grande portata storica va condotta tenendo sempre congiunti gli elementi strutturali a quelli storici e culturali di vaste comunità umane. I marxisti hanno sempre fatto così, e quando lo facevano bene i risultati dell’analisi sono stati utili. La critica del XX Congresso a Stalin non fu affatto marxista, ma ideologica (nel senso marxiano di falsa coscienza) e i risultati dell’equivoco si videro trent’anni dopo. 
Appunto con la tardiva perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Il quale si trovò a dover fare i conti con il fallimento di un modello economico-sociale che non era stato in grado di competere con il capitalismo del resto del mondo (ma poteva farlo, in quelle condizioni di “rivoluzione contro il Capitale”, quello, gramscianamente, di Carlo Marx?) 
Come si vede, dunque, pare azzardato, come minimo, assegnare a Gorbaciov tutto solo, una tale responsabilità. Si finirebbe per dimenticare i fondamenti del materialismo storico. 
Quindi preferirei parlare del mio amico Mikhail Sergeevic, come faccio quando parlo con lui, senza esagerare il ruolo della personalità nella storia. 
Senza dimenticare, per altro, che questo ruolo c’è, e può anche non essere piccolo. 
Direi quindi che Mikhail Gorbaciov è entrato nella storia, nel bene – per alcuni – nel male – per altri - ma come sconfitto. Dai suoi concittadini, che aiutò a liberarsi. Gorbaciov impersona il paradigma dell’aforisma secondo cui nessuno è profeta in patria. 
Ogni volta che ne parla, lui stesso, si coglie un senso di amarezza indelebile. Probabilmente preferirebbe che fosse il contrario: che lo amassero in Russia e lo dimenticassero in Occidente. 
Quando lo elessero Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica aveva già battuto un record: era il più giovane che mai fosse arrivato così in alto essendo ancora giovane. Era il 1985, cominciava la perestrojka e nessuno ancora sapeva cosa fosse. Neanche lui. 
Mi raccontò che una sera, uscito dalla dacia presidenziale a passeggiare con Raissa Maksimovna – anche lui, che “poteva tutto”, quando doveva parlare di cose importanti usciva di casa per non essere ascoltato da qualcuno – giunse alla conclusione che “così non si poteva più continuare a vivere”. 
Ma credo che allora non avesse ben chiaro come si sarebbe potuto fare per vivere in un altro modo. Ventitre anni dopo la Russia ancora non ha trovato una risposta al quesito. E questo potrebbe consolarlo, anche se lo fa intristire. 
Ma se si pensa alla sua vita, alla sua carriera, tutta percorsa secondo i rigidi canoni della formazione di un “quadro” comunista sovietico - a partire dal trattore che guidava (sul serio, non nella leggenda) in quel di Privolnoe, regione di Stavropol, fino ai fasti del Cremlino di Mosca - se si ricostruiscono le tappe della sua parabola, l’idea che ne emerge è che Mikhail Gorbaciov è stato un mutante. 
Come abbia potuto uscire, da quel background, l’idea di cambiare l’Unione Sovietica e il resto del mondo; come abbia potuto un comunista ortodosso (e Gorbaciov lo era, e non avrebbe potuto essere diversamente) concepire una svolta dai contorni così colossali che ancora adesso non si vedono tutti all’orizzonte, risulta difficile capire senza immaginare una cesura concettuale, un salto di qualità, una deviazione dalla norma. Un mutante, appunto. 
Quando Boris Eltsin lo cacciò dal Cremlino rimase con una pensione di 600 dollari al mese. Gli lasciarono la macchina e la guardia del corpo. E una dacia neanche presidenziale. Ricchezze non ne aveva accumulate. I privilegi sparirono con la carica, come avveniva nel sistema di privilegi (assai modesto alla luce delle mostruose ricchezze prodotte dal capitalismo senza freni che sta crollando adesso sotto i nostri occhi). 
Si portò dietro, in una dignitosa ritirata tutta all’interno del Grande Raccordo Anulare di Mosca, un centinaio di fedeli collaboratori, quelli che lo avevano aiutato nella missione impossibile di democratizzare la Russia con il barile di petrolio a meno di 15 dollari. Tutti, come lui, avevano perduto stipendio e potere e lui decise che avrebbe usato la sua fama in Occidente per aiutarli a sbarcare il lunario. 
Quando incontro qualcuno che storce il naso perché Gorbaciov ha fatto una “marchetta” facendosi ritrarre insieme a una borsa di Vuitton, mentre a bordo di un’auto di lusso costeggia il Muro di Berlino. vorrei spiegargli che i soldi del premio Nobel per la Pace sono andati a costruire un ospedale specializzato per le cure della leucemia infantile (che Raissa Maksimovna volle con tutte le sue forze) e che la Fondazione Gorbaciov si regge sulle sue conferenze e, anche, sulla pubblicità. E sempre mi chiedo con che faccia di bronzo certi nostri salottieri, anche molto di sinistra, possano applicare a Gorbaciov il moralismo che non usano quando si siedono nei salotti di cui sopra, o vanno in crociera , come ospiti, su yacht multimilionari. 
Ma queste sono piccolezze provinciali. Scherzando, ma non troppo, Gorbaciov ama ripetere che, se il petrolio, all’inizio degli anni ’80, fosse stato anche solo la metà di quello che la sorte ha regalato a Vladimir Putin, lui sarebbe ancora Segretario Generale del Pcus. Certo riformato, certo democratizzato, ma sempre Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Credo che abbia ragione. 
Il problema vero con cui si scontrarono lui e i democratici russi che, fino a un certo punto lo seguirono, fu che loro stessi non conoscevano il capitalismo esterno. Non ne conoscevano la forza reale e nemmeno i suoi limiti. E, per questa ragione, credettero che fosse inossidabile e che sarebbe stato infrangibile. 
In ogni caso Gorbaciov ha creduto nella democrazia, più di quanto non gli credettero i suoi successori e anche più di quanto non gli credano, in Occidente, molti dei leader attuali. 
Le uniche elezioni veramente democratiche che la Russia abbia conosciuto nella sua storia tutta intera (se si intende per elezione democratica un momento in cui milioni di persone partecipano consapevolmente a decisioni essenziali per il loro futuro) le organizzò proprio lui. Era ancora in vigore, nel 1988, l’art. 6 della Costituzione staliniana, che imponeva il partito unico. Eppure Gorbaciov e i suoi – pochi – sodali riuscirono a inventare un sistema elettorale in cui il partito unico fu costretto ad accettare una opposizione nel parlamento, che corrispondeva a una opposizione nel paese. 
Il primo voto del Congresso dei Deputati del Popolo, organismo mastodontico di 2500 eletti, dimostrò che in quella assemblea almeno 700 di loro non obbedivano agli ordini del partito. Tra di loro c’era Andrei Sakharov, che Gorbaciov aveva appena liberato dal confino di Gorkij. E fu Gorbaciov che volle che – cosa senza precedenti non solo per l’Unione Sovietica – tutte le sedute del Parlamento fossero trasmesse in diretta, senza tagli o censure, dalla televisione pansovietica. 
Decine di milioni di persone guardarono per settimane dibattiti politici accesi che non avevano mai visto, né loro, né i loro padri e nonni e bisnonni. Perfino la già bassa produttività del lavoro ne risentì in quella fase cruciale. 
Era la glasnost, un vocabolo che, grazie a Gorbaciov, entrò nel vocabolario politico mondiale. Voleva dire “trasparenza”: del potere. E il bisogno di glasnost non ha cessato di esistere, fuori e dentro la Russia, tanti anni dopo. Che non fosse uno slogan lo dimostrarono gli avvenimenti successivi. Cernobyl fu la prova del fuoco non solo della tenuta delle centrali atomiche, ma anche della trasparenza che il potere gorbacioviano volle dare alla propria debolezza. 
Ci mise tre giorni, Mikhal Sergeevic, per potersi raccapezzare. La macchina del partito-stato non riusciva a restituire la verità dell’accaduto. La si dovette forzare, costringere. La resistenza era potente. 
E lo si vide nell’agosto 1991, quando il golpe degli apparati arrestò e annientò il rinnovamento che aveva preso avvio appena sei anni prima. 
Gorbaciov rimase schiacciato tra un apparato, incapace di capire che la sua fine era arrivata, e le impazienze dei democratici filo-occidentali che volevano portare l’America in Russia, tutta e subito. Ciechi i primi e i secondi, come gli eventi successivi s’incaricarono di mostrare. 
Portare il capitalismo in Russia in pochi mesi, privatizzare totalmente un paese che era tutto Stato, si sarebbe rivelato impossibile. Esattamente come era ormai impossibile tenere ingessato un gigante di quelle immense dimensioni e con quelle gigantesche potenzialità. 
Adesso, passata la buriana delle illusioni, con una Russia di nuovo forte anche senza democrazia, molti cominciano a pensare che forse aveva ragione lui, il “mutante”. Che aveva in mente di cambiare, ma che aveva ben salda in testa l’idea di Herzen che si dovesse procedere “con il passo dell’uomo”. 
Invece la Russia fu trascinata, con il contributo di Harvard, degli economisti neo-liberisti dell’epoca (che mandavano via fax, già tradotti in russo, i progetti di privatizzazione a Eltsin, Gaidar, Ciubais, Aven, cioè ai nuovi leader che avevano abbattuto Gorbaciov) verso una nuova rivoluzione, che non poteva né realizzare, né capire. 
Adesso, che la colonizzazione della Russia è fallita con gran clangore di ferri, e quando il mondo intero deve fare i conti con il disastro finanziario nato dal neo-liberismo, riemerge l’intuizione della perestrojka. Che non era – Gorbaciov lo ricorda spesso – solo per l’Unione Sovietica. 
“Avevo messo nel titolo del mio primo libro – mi ha detto scuotendo la testa divertito – che la perestrojka doveva essere per il mondo intero. Ma loro, in Occidente, hanno pensato che la cosa principale era la loro vittoria del momento. E non hanno capito che sarebbe venuto anche il loro turno”. 

di Giulietto Chiesa – da «Liberazione», 27-28 dicembre 2008, inserto “Vent’anni senza il Muro”

Politici, dov'è la vostra indignazione? Come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana?

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. 
Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana.
La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.
Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.
Ma basta con l’impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. 
Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.
Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un bulldozer glielo porta via e i soldati lo pestano con il fucile per farglielo lasciare? Avete mai visto una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non le permettono di passare per andare all’ ospedale? Oppure avete visto Um Kamel cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici, perché fanatici ebrei non sopravissuti all’Olocausto ma arrivati da Brooklin, pensano che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino? Loro sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani, a sud di Hebron, che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini? Vi siete mai soffermati sui pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni? Avete mai percorso la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico 400 coloni difesi da più di mille soldati hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi? 
Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia? Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicurezza? Negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono state fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano?
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati? Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano: dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case e uccise più di tre mila persone. Tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.
Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947. 
Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite. Questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minacce contro Israele.
Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv: ci rifiutiamo di essere nemici, basta con l’occupazione.
Dio mio in che mondo terribile viviamo.
di Luisa Morgantini - Vice Presidente del Parlamento Europeo

Link: www.luisamorgantini.net

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