martedì 6 gennaio 2009

Balcani: "i nuovi ricchi", intenditori di vini pregiati, di tartufo e caviale


In tutti questi anni non si era mai arrivato ad una depravazione politica, tale che ogni malessere del Paese fosse imputato alla crisi economica globale. Nei discorsi, nelle nuove leggi, e nelle stesse direttive per i funzionari, le parole "crisi globale" sono usate centinaia di volte, per trovare qualcosa, al di fuori di loro stessi, a cui dare la responsabilità dei tagli alla spesa sociale e ai salari, già al limite della sostenibilità. I sindacati promettono mari e monti, mentre i politici balcanici si accusano a vicenda, alla ricerca dei nemici storici su cui scagliare la rabbia delle folle già fomentate. Questi sconosciuti personaggi, un tempo "gente di osteria", spioni da quattro soldi, marescialli di bassa leva e semplici e anonimi cittadini, che sono divenuti "i nuovi ricchi", intenditori di vini pregiati, di tartufo e caviale. E così, mentre predicano la crisi mondiale per nascondere le loro disfatte e i loro furti, comprano Mercedes e Audi, fanno a gara per aggiudicarsi i dicasteri più importanti con una ciurma di consiglieri, che poi troverete in tutti i bar e ristoranti delle capitali, con abiti griffati e belle donne al loro fianco.

Definiscono il loro lavoro come "management", e nel frattempo le privatizzazioni selvagge decretano il licenziamento di migliaia di operai: investimenti e progetti nascondono spesso grandi operazioni di riciclaggio, mentre la Comunità Europea e la Banca Mondiale droga le amministrazioni con il denaro della ricostruzione. I danni sono già visibili e non derivano dalla crisi globale, o dalla recessione americana, bensì dai disastri perpetrati da una classe dirigente spregiudicata presso la Comunità Internazionale, e una casta politica locale proveniente dal tessuto affarista e degradato della ex Jugoslavia, cresciuta proprio durante la guerra. Accanto a questi vi sono poi i vari faccendieri dei Balcani, e sono quelli che girovagano, che hanno qualche amicizia politica, uffici e sedi amministrative in città che non si conoscono, che si occupano di ogni cosa, ma nei fatti sono a caccia di soldi e di una borsa piena di contante. Personaggi squallidi, in cerca di qualche "pollo straniero" da spennare, presentandosi con belle donne, facendosi accreditare ed invitare alle feste, mostrandosi amico di politici e ministri.

In realtà, questi nuovi imprenditori, che fino ad ieri non erano nessuno, oggi si sono arricchiti a dismisura. Purtroppo, tutti nei Balcani sanno bene chi ha rubato e grazi a chi, e sembra assurdo vedere i politici europei sedersi accanto a questi personaggi promettendo legalità o lotta contro la corruzione e traffici. Cosa credete che pensino mai i semplici cittadini di questi Paesi, conoscendo bene l’indole di questa nuova classe politica, nata dalle ceneri di uno Stato? In questa cosiddetta "politica balcanica", c’è invece chi nel silenzio cerca di fare qualcosa, di rispettare le leggi o i regolamenti delle banche, che aspetta nelle code interminabili dinanzi alle ambasciate e regolarmente aspetta il suo turno. Vi è infatti un vero e proprio labirinto balcanico, e chiunque parla o denuncia delle irregolarità rischia di perdere il proprio lavoro, di vedere la proprio auto bruciare o la propria impresa soffocare dalle Banche e dai debiti, oppure viene arrestato con tanto clamore da parte dei media, per poi essere rilasciato dopo 10 giorni, perché in realtà non ha commesso alcun reato. Questo sono i Balcani: un intricato vespaio in cui la maggior parte della politica è propaganda, in cui gli odi interetnici sono divenuti un modo di essere folcloristico, perché in fondo è ciò che il mondo intero si aspetta da loro.

di Michele Altamura

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16752


"Israele può solo perdere o pareggiare"


“E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d'improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un'inclinazione al dispotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose.”
Ahad Ha'am – Zionism: the Dream and the Reality – Harper and Row – New York – 1974.

In questi giorni di sgomento e rabbia, incredulità ed angoscia, stiamo osservando l’ennesimo capitolo dell’infinito tormento palestinese, che già sappiamo non sortirà effetto alcuno, né fra i palestinesi – che si ritroveranno uniti per qualche tempo, per poi ricominciare l’eterno dissidio interno – né per gli israeliani, i quali non potranno rimanere a Gaza – sarebbe come riportare il morto in casa – e s’accontenteranno di qualche anelito di vittoria: vera, presunta, addomesticata dai media, velleitaria e che provocherà altri dissidi interni.

La partita, più che sul campo di battaglia, si gioca sulla capacità di resistenza politica nel tempo il quale – già sanno entrambi i contendenti – non potrà superare le poche settimane, come tutte le guerre degli ultimi anni. Oramai, si fanno le guerre nei periodi di vacanza – il Libano durante le vacanze estive, nel 2006, idem la Georgia nel 2008 – ed oggi sotto Natale: come le “importanti” riforme della politica italiana, che arrivano sempre a Luglio.
Oramai, per bastonare le popolazioni sempre più disilluse, bisogna contare – in qualsiasi modo – sulla massima “distrazione” degli altri. Perché, nel caso della Palestina, si tratta di un vero e proprio vulnus al diritto internazionale.

La pantomima internazionale prevedeva da tempo questo attacco – perché la diplomazia israeliana non si fida della nuova amministrazione americana (staremo poi a vedere…) – ed aveva bisogno del “classico” veto all’ONU. Che, il “glorioso” Bush, non ha fatto certo mancare.
Che si tratti di una colossale presa in giro del diritto internazionale, ci vuole poco a capirlo, anche per chi non ricorda le risoluzioni dell’ONU in materia.
Gran parte della responsabilità ricade sulla dirigenza israeliana, inutile negarlo, perché non ha rispettato le risoluzioni
[1] n. 242 del 1967:

· 
Ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto.

e n. 338 del 1973:

2 - 
Richiama le parti in causa affinché immediatamente dopo il cessate il fuoco inizino l’applicazione della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, in tutti i suoi punti.

Lo status di “territori occupati” quasi non esiste nel diritto internazionale, giacché può riferirsi soltanto alle zone occupate dopo la fine delle ostilità, ossia nel lasso di tempo che intercorre fra un armistizio ed un trattato di pace. Che non può, ovviamente, durare decenni: in epoca contemporanea, le più lunghe occupazioni “temporanee” furono quelle della Saar, dal 1918 al 1935 e dal 1945 al 1957, entrambe però codificate nei trattati di pace e risolte con accordi franco-tedeschi.
Lo 
status giuridico dei territori palestinesi è un vero e proprio vulnus del diritto internazionale, e questo dovrebbero saperlo anche i politici italiani che blaterano sempre le stesse facezie in TV, ad ogni massacro. Sotto, c’è ben altro.
Immaginiamo cosa sarebbe successo se le truppe russe – scese in campo solo dopo l’attacco georgiano, è bene ricordarlo – avessero bombardato Tblisi – chiese, scuole ed ospedali compresi – facendo 500 morti e 3000 feriti. Immaginiamo cosa sarebbe capitato all’ONU. In Palestina, invece, è solo “difesa”.

Il progetto immaginato dagli israeliani per i “territori occupati” considera gli stessi come un facile serbatoio di manodopera a basso costo: più sono poveri, meno potremo pagarli. Così – anche se ultimamente sono state aperte le porte ad una modesta immigrazione orientale – i palestinesi sono stati e sono la forza lavoro per le mansioni di basso livello in Israele. La questione etnica, sempre rimarcata dalla destra israeliana integralista, non vede di buon occhio la presenza stabile in Israele d’altre comunità religiose: hanno dovuto accettare la presenza dei pochi “arabi israeliani”, ma l’hanno accettato 
obtorto collo. Figuriamoci se arrivassero schiere d’induisti, buddisti, taoisti, ecc.
Di conseguenza, la soluzione più vantaggiosa per Israele è mantenere una sorta di grande prigione a cielo aperto – della quale controllano tutti i rubinetti – nella quale le condizioni di vita sono inenarrabili e, ad ogni nuova incursione israeliana, più giovani passano nelle file di Hamas. Chi dà più retta alla corrotta ed imbelle dirigenza di Fatah? Ovvio che, presa coscienza del proprio status di prigionieri, si ribellano lanciando razzi: così non sarebbe se non si sentissero ostaggi degli israeliani. E, ad ogni nuovo attacco, Hamas si compatta all’interno e s’espande fra la popolazione. L’attacco israeliano, dunque, sortirà proprio l’effetto contrario rispetto a quanto viene comunicato dalle schiere di giornalisti “embedded”.

Viene da chiedersi, però, la ragione che spinge gli israeliani su questa strada, poiché – a fronte di qualche vantaggio economico nello sfruttamento dei palestinesi – ci sono spese militari che “corrono” da decenni, ed una situazione finanziaria che non è proprio rosea. Alcuni anni fa, le banche israeliane rifiutarono i mutui ai Comuni, poiché ritenuti inaffidabili: parola di banchieri ebrei.
La strana “convenienza” economica di mantenere per decenni uno stato di guerra permanente con tutti (o quasi) i suoi vicini è però accettata dalla maggioranza della popolazione, e questo è un dato che non possiamo passare sotto silenzio.

La percezione israeliana del mondo arabo nasce – è impossibile negarlo – dalla pretesa superiorità che nasce dalla Bibbia ebraica, ossia dal Pentateuco: tanti sono i richiami al “popolo eletto”, ed altrettanti ci credono fermamente.
Paradossalmente, pur essendo gli israeliani per la gran parte discendenti di famiglie europee, sembrano completamente stagni nei confronti dell’Illuminismo, fenomeno che riuscì a portare a termine – grazie all’importanza suprema assegnata alla Ragione illuminista – il processo iniziato nel XVI secolo con la Pace di Augusta, quel 
cuius regio, eius religio che – nelle intenzioni dell’epoca – doveva porre fine alle dispute religiose.
E’ stranissimo che un popolo formatosi in Europa e negli USA – e che tanto ha dato alle Scienze esatte – si mostri così refrattario nei confronti di principi universalmente accettati, quali il rispetto dell’altrui credo e cultura. I musulmani hanno mostrato e mostrano maggior propensione al rispetto, più dei cattolici, e l’Andalusia dei Mori è ancora là a testimoniarlo. Gli israeliani disprezzano gli arabi e la loro cultura – rispetto alla quale tutti abbiamo il diritto d’affermare che non accetteremmo mai per noi – ma che non possiamo più permetterci, dopo essere stati colonizzatori, di disprezzare.

I veri pasticci sono venuti dopo, ed hanno avuto come attori non i musulmani – i quali, all’epoca, erano colonizzati – ma le cancellerie europee con le promesse d’indipendenza di Lawrence (in cambio dell’appoggio contro i Turchi), smentite e tradite dal successivo trattato di Sèvres del 1920.
Nonostante le rassicurazioni di Balfour, dopo la Seconda Guerra Mondiale la Palestina si trasformò in una terra di nessuno, dove la ragione del più forte – perché più organizzato – contava su personaggi come Menachem Begin, il quale aveva la pessima abitudine di “dimenticare” bombe a mano nelle case degli arabi.

La sua “carriera” è una striscia di sangue, ed oggi parlano di “terrorismo”. Da Wikipedia:

Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto.

Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l'Hotel King David di Gerusalemme, provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l'hotel era adibito a ospedale militare).

Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese.

Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in un'azione intimidatoria terrorista. Due giorni dopo lancia un'altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme.

Il 12 luglio 1947, con alcuni compagni, rapisce due sottufficiali britannici appena ventenni, Mervyn Paice e Clifford Martin: li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti. (tecnica usata anche dai finlandesi con i prigionieri russi N. d. A.).

Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay's Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio.

Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale britannico di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti.

Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l'azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l'uccisione a sangue freddo di tutti i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce (il numero delle vittime varia, dal un minimo di oltre un centinaio di persone a un massimo di 254).

Costui è stato il fondatore del Likud, il partito di Sharon e Netanyahu. I primi ad usare l’arma del terrorismo furono proprio gli israeliani, che poi pensarono bene di promuovere Primo Ministro un simile pendaglio da forca.

Tutto sembra nascere da quel vasto fenomeno criminale europeo – perché non vi parteciparono solo tedeschi, bensì polacchi, ucraini, francesi, italiani, croati… – che fu la pietra angolare che segnò Israele: la Shoà. C’era da aspettarselo: a quel tempo, era normale che così fosse.
La perfidia assai strana è che coloro i quali, per anni, condussero le tradotte al macello non pagarono lo scotto: perché, ad esempio, la Germania non fu obbligata a cedere una parte del suo territorio per lo stato ebraico?
No: in pieno stile coloniale, l’assassinio di milioni d’ebrei (e non solo, è bene ricordarlo) fu pagato dai palestinesi, che c’entravano come i cavoli a merenda. E non stiamo a raccontare storie di Gran Muftì “nazisti” poiché, per contrappasso, potremmo ricordare chi – finanziariamente, per due guerre mondiali – sorresse lo sforzo bellico britannico.

Terminata la guerra, sarebbe stato meglio onorare chi morì nei lager e rendere così giustizia a tutti i perseguitati del tempo: cercando “un altro Egitto”, direbbe de Gregori.
Il movimento dei 
kibbutzim ci provò, e suscitò scandalo – in quegli anni – l’educazione collettiva dei giovani, la minor importanza della famiglia, ma questa è un’altra storia, che sarebbe bello raccontare se i kibbutz, oggi, non fossero diventati degli avamposti di Tzahal.
Ciò che avvenne in Israele, soprattutto dopo la guerra di 
Yom Kippur, fu la montante importanza di una nuova destra, che nulla aveva a che fare con la tradizione conservatrice.

La Shoà, da evento storico – patito sulla propria pelle, ma pur sempre evento storico – fu trasformato in fatto quasi religioso: nacque la retorica della Shoà, che ebbe in 
Yad Yashem il suo tempio, il nuovo tempio di Salomone.
Intere generazioni d’israeliani sono state cresciute in questa retorica, e l’avvento dei media planetari ha espanso ai quattro venti l’assioma che – un popolo così provato – avesse diritto ad un eterno risarcimento, a scapito di chiunque.

Il tentativo di Rabin – condurre Israele su una strada europea, perché anche in Europa avremmo rivalse e “crediti” a bizzeffe da esigere, la storia europea è un solo, terribile groviglio di massacri e ritorsioni – fallì perché andò a cozzare contro un muro, quello creato da anni di retorica: l’ebreo è sicuro solo in Israele, fuori dai suoi confini sono sempre all’erta le forze del male, pronte a distruggerlo. Salvo, poi, constatare che gli ebrei americani ed italiani se la passano molto meglio di quelli israeliani; a microfono spento, vi diranno: “fossi matto ad andare laggiù, col rischio di saltare per aria o di precipitare in una guerra l’anno”.

Le questioni geopolitiche contano, non lo nascondiamo, ma questi sono i sentimenti che la popolazione israeliana avverte: semplicemente, perché da anni viene bombardata su opposti fronti. Da una lato, quello biblico – con tutte le citazioni di fosche profezie, sul popolo eletto, ecc – e dall’altro per il ricordo della Shoà, la quale esige d’essere sempre all’erta, pronti a rispondere a qualsiasi attacco, costi quel che costi.
In definitiva, Israele non ha mai superato il trauma della Shoà, anche se quelli che si salvarono sono oramai quasi tutti andati per età: sono le generazioni successive che l’hanno trasformata nel cespite per qualsiasi avventura militare.

Lo Stato Maggiore di Tel Aviv sa benissimo che non potrà occupare Gaza (e dopo? quanti attentati?), e nemmeno sperare d’appiattire ai suoi voleri la popolazione palestinese, dopo tanti massacri e un così diffuso dolore. Una seconda Shoà.
“Finché c’è guerra c’è speranza” – titolo di un film di Sordi – sembra calcare alla perfezione per una dirigenza politica che ha saputo creare da una tragedia un mostro, la ripetizione eterna del ricordo. Guai a noi, se dovessimo serbare memoria e rancore per le guerre di religione o per le bombe incendiarie degli anglo-americani. Non ne usciremmo più: la Jugoslavia ne sa qualcosa.

La guerra in Jugoslavia fu generata da complessi avvenimenti che riguardarono soprattutto la divisione del debito estero fra le repubbliche federate, ma la gran parte delle genti – gli jugoslavi stessi – poco trassero, per odiarsi, dalle decisioni del Fondo Monetario Internazionale.
Ciò che alimentò la fornace fu il ricordo, l’imprinting lasciato/lanciato nelle generazioni, come ha magistralmente spiegato – più con il sogno felliniano che con le parole – Kusturica in 
Underground. Fantasmi del passato ripresero forma sorgendo da abissi che si pensavano dimenticati: le due divisioni delle Waffen SS islamiche, Handsar e Kama, tornarono a vivere intorno a Sarajevo, come la Skandenberg albanese, divenuta UCK. E poi cetnicinazionalisti della destra di Belgrado, partizan che combattevano per l’eterna causa serba, ustascia che sparavano nel nome della purezza etnico/religiosa croata.
Un coacervo di miasmi senza più reale valenza – nel senso del tempo che le espresse, la Seconda Guerra Mondiale, con le sue ideologie, i suoi nazionalismi ed i calcoli politico/strategici degli stati maggiori – nutrì per anni le gelide notti sui monti della Bosnia, sorresse fino all’ultimo respiro le battaglie in strada, fornì abbondanti giustificazioni per i massacri d’innocenti.

C’è una soluzione, al perverso e raccapricciante alimentare il ricordo per meri scopi di bottega?
Impossibile, se non mutano le premesse.
L’alternativa?

Israele fu per molti anni alleato del Sudafrica dell’apartheid, e la “teoria” dei “territori occupati” sa tanto di “
Bantustan”: se non basta, rimangono a testimoniarlo le molte collaborazioni in campo militare, anche quando l’embargo internazionale contro Pretoria non le avrebbe consentite (i missiliGabriel, ad esempio, che armarono le motovedette d’entrambi i Paesi).
Il Sudafrica ha saputo uscire dal suo 
cul de sac con gran coraggio e lungimiranza: oggi non è certo tranquillo come un cantone svizzero, ma non fa parlare di sé – per massacri – almeno una volta l’anno.
Quella sudafricana è stata un’esperienza creata dal dialogo e dalla reciproca fiducia: riconoscimento che avvenne sia dalla parte dei neri sia da quella boera. Non dimentichiamolo.
Eppure, fu un azzardo che pagò, eccome.
Sull’altro piatto della bilancia, i bianchi sudafricani compresero che la dinamica demografica non li favoriva: non fu soltanto spirito filantropico, ma anche pragmatismo. Che, in ogni modo, funzionò, e potrebbe funzionare anche in Palestina – perché le dinamiche demografiche sono le stesse – se venisse meno l’assurdo principio di uno Stato basato su un’identità etnica e religiosa (peraltro, molto difficile da identificare).

Ci chiediamo se, tramontata ogni ipotesi d’avere due stati che vivono in pace separati, non sia da prendere in considerazione l’ipotesi più semplice, che qualsiasi Stato veramente democratico e moderno dovrebbe sostenere.
Quella di un solo Stato, con pari diritti per tutti e democrazia parlamentare: il sistema meno imperfetto che conosciamo, con tutti i suoi difetti. Una modesta ma concreta base di partenza.
Che ci sarebbe di strano? Non dovrebbe essere la comune prassi di uno Stato che si professa democratico? Non sarebbe una buona occasione anche per i palestinesi, accusati d’essere “refrattari” alla democrazia? Cosa spiazzerebbe di più le leadership integraliste (d’entrambe le parti), bombe e razzi o una proposta che sa di sfida per la democrazia?

L’ipotesi è meno assurda di quel che si pensi, se si riflette sulla alternative.
Israele non potrà mai vincere contro i suoi vicini: sono troppi, e la demografia li avvantaggia. Oramai, i flussi migratori verso Israele sono cessati da tempo.
Può solo perdere o “pareggiare” – mi si passi il paragone calcistico – ma questo “pareggio” è la tragedia alla quale assistiamo, che oggi avvelena di dolore e di rabbia i palestinesi e domani, ad operazione conclusa, ci dirà quante famiglie israeliane piangeranno un loro figlio.
Il sogno della “Grande Israele” è tramontato con il ritiro dal Libano e la mezza sconfitta del 2006: perché continuare in questa assurda tragedia?
Nessun morto nella Shoà ne trarrà vantaggio, e nessun israeliano potrà mai sperare di giungere ad un così completo dominio da scapolare le sue paure ancestrali. Nessun popolo eletto, nessun popolo massacrato.

[1] Il testo completo delle risoluzioni è reperibile in “Libano 2006: il peggiore dei deja vu”, dello stesso autore, facilmente reperibile sul Web.

di Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/01/lincapacit-di-vivere-dimenticando-i.html

Israele ha superato il “punto di non ritorno”.“Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.


La comunicazione con gli israeliani può lasciare stupefatti. Anche ora che l'aviazione israeliana sta assassinando alla luce del sole centinaia di civili, persone anziane, donne e bambini, gli israeliani riescono a convincersi di essere le vere vittime di questa violenta saga.

Chi conosce bene gli israeliani si rende conto che sono completamente disinformati sulle radici del conflitto che domina le loro vite. Spesso sono capaci di mettere insieme ragionamenti rocamboleschi che possono avere senso nelle argomentazioni israeliane ma fuori della loro realtà non ne hanno alcuno. Sono ragionamenti di questo tenore: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andare in Egitto, in Siria, in Libano o in qualsiasi altro paese arabo?” Un'altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “di cosa si lamentano questi palestinesi? Gli abbiamo dato acqua, elettricità, istruzione e in cambio vogliono solo buttarci a mare”. 

Per strano che possa sembrare, perfino gli israeliani della cosiddetta “sinistra” e della “sinistra” colta non riescono a capire chi sono i palestinesi, da dove vengono e cosa vogliono. Non riescono a capire che per i palestinesi la Palestina è loro casa. Incredibilmente gli israeliani non riescono a capire che Israele è stato costruito a scapito del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, le città, i campi, i frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono gente espropriata da Beer Sheva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri villaggi e città. Se vi chiedete perché mai gli israeliani non conoscano la loro storia, la risposta è semplice: non gli è mai stata raccontata. 

Le circostanze che hanno condotto al conflitto israelo-palestinese sono ben nascoste nella loro cultura. Le tracce della civiltà palestinese anteriori al 1948 sono state spazzate via. Non solo la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi autoctoni compiuta nel 1948, non fa parte della memoria collettiva israeliana, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun 
contesto accademico o ufficiale israeliano.

Al centro di quasi tutte le città israeliane c'è un monumento che commemora il 1948 ed è costituito da una strana composizione quasi astratta di tubi. La scultura si chiama Davidka ed è in realtà un mortaio israeliano usato nel 1948. Va notato che la 
Davidka era un'arma estremamente inefficace. Aveva una portata non superiore ai 300 metri e i suoi proiettili causavano danni molto limitati. Anche se la Davidka arrecava scarsi danni, faceva però molto rumore. Secondo la storia ufficiale israeliana, gli arabi, cioè i palestinesi, quando sentivano da lontano i colpi della Davidka scappavano terrorizzati. Secondo la versione israeliana, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, facevano un paio di botti e gli “arabi codardi” scappavano come degli idioti. La versione ufficiale israeliana non fa parola dei molti premeditati massacri condotti dal neonato Esercito di Difesa israeliano e dalle unità paramilitari che lo precedevano. Non fa parola neanche delle leggi razziste che impedirono il ritorno dei palestinesi nelle loro case e nelle loro terre [1].

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.

Questa settimana abbiamo saputo un po' di più della capacità balistica dell'Hamas. Evidentemente l'Hamas finora ha scelto di contenere le proprie azioni contro Israele, rinunciando per molto tempo ad allargare il conflitto a tutto il sud di Israele. Mi viene da pensare che gli sporadici lanci di Qassam su Sderot e Ashkelon non fossero che un messaggio dei palestinesi assediati. Erano in primo luogo un messaggio alla terra rubata, ai propri campi e frutteti: “Nostra terra amata, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te. Prima o poi, ma più prima che poi, torneremo e ricominceremo da dove ci eravamo fermati”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi, laggiù, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che lo capiate o no, vivete sulla nostra terra rubata. Fareste meglio a sloggiare perché avete i giorni contati, la nostra pazienza è agli sgoccioli. Noi, i palestinesi, non abbiamo più niente da perdere”.

Ammettiamolo: realisticamente la situazione di Israele è molto grave. Due anni fa furono i razzi dell'Hezbollah a colpire il nord del paese. Questa settimana l'Hamas ha dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al sud di Israele un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso dell'Hezbollah che in quello dell'Hamas, Israele è rimasto senza risposta militare. Potrà uccidere civili, certo, ma non riesce a fermare il lancio di razzi. L'Esercito di Difesa israeliano non ha gli strumenti per proteggere Israele, a meno che coprirlo con un tetto di cemento armato non sia una soluzione praticabile. In fin dei conti 
forse ci stanno pensando.

Ma questa non è la fine della storia. Anzi, ne è solo l'inizio. Ogni esperto di Medio Oriente sa che l'Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania nel giro di poche ore. Di fatto l'Autorità palestinese e Fatah la controllano solo grazie alle forze israeliane. Una volta presa la Cisgiordania, la numerosa popolazione israeliana del centro sarà in balia di Hamas. Per chi non lo capisca, sarebbe la fine dell'Israele ebraico. Potrà accadere oggi, potrà accadere tra tre mesi o tra cinque anni, non è una questione di “se” ma di “quando”. Allora tutto Israele sarà sotto il tiro dell'Hamas e dell'Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in pezzi. Una villetta a schiera nel nord di Tel Aviv costerà come una baracca a Kiryat Shmone o Sderot. Quando un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.
I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

Titolo originale: "Living on Borrowed Time in a Stolen Land"
DI GILAD ATZMON
Palestine Think Tank
Fonte: http://palestinethinktank.com
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Traduzione di Manuela Vittorelli per 
Tlaxcala

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