mercoledì 7 gennaio 2009

Operazione 'Choque de Orden': il neo-eletto sindaco di Rio de Janeiro dichiara guerra ai senza tetto


Il comune di Rio de Janeiro vuole svuotare le strade dalla presenza dei senza tetto ed eliminare il problema dell'occupazione illegale del suolo pubblico.

Il neo-eletto sindaco di Rio, Eduardo Paes, entrato in carica il 1 gennaio scorso, ha fatto della promessa di una città più pulita e sicura la bandiera della sua campagna elettorale. L'operazione 'Choque de Orden' ha iniziato a prendere piede lo scorso lunedì con un'azione che ha visto coinvolte 2 mila persone, in otto rioni diversi. Nel rione 'Bandeirantes' sono state demolite 34 costruzioni che erano state erette illegalmente su un terreno di proprietà del comune. Tra queste, 18 case, una chiesa e quindici tende. Il sindaco ha spiegato che l'operazione continuerà senza soluzione di continuità per tutti e quattro gli anni del suo mandato, durante i quali restituire ai cittadini gli spazi pubblici occupati illegalmente rimarrà il fine principale della sua azione. Nella famosa spiaggia di Ipanema sono state sequestrate 300 sedie, 8 biciclette e 70 ombrelloni. Sempre lunedì, 48 persone sono state allontanate perché accampate sulla strada. La metà di loro erano minorenni. Non esistono dati precisi sul numero di persone che vivono negli spazi pubblici. Una delle misure che il comune intende attuare e che alimenterà una grande ondata di dibattiti e critiche, è il progetto di erigere un muro alto tre metri nella favela di 'Dona Marta' nel rione 'Botafogo', che sarebbe finalizzato a impedire la crescita e l'espansione della favela. Diverse associazioni hanno protestato contro la campagna del nuovo sindaco, sostenendo che i cittadini hanno il diritto di vivere e dormire nelle strade se non compiono atti di violenza o crimini di altro genere e sottolineando il fatto che tra i senza tetto non tutti sono mendicanti. Anzi, molti di loro durante il giorno lavorano.

Fonte: peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13520/Brasile,+il+comune+di+Rio+dichiara+guerra+ai+senza+tetto

La maledizione kosovara del numero 3


C'è una maledizione kosovara del numero 3. Al primo posto c'è il Kosovo indipendente e albanese di Pristina, secondo, il Kosovo internazionale delle ricche missioni civili e delle munite caserme Nato e, al terzo posto il Kosovo delle enclavi e di Mitrovica nord che sognano un futuro in serbo. Per i tre Kosovo, ovviamente, tre diversi passaporti. Quello vecchio, jugoslavo, al momento considerato il migliore per viaggiare, quello dell'altro ieri con la sigla U.N.M.I.K. che vale quanto una nostra banconota di vecchie lire; tre, il nuovo e fiammante passaporto della «Repubblica del Kosovo» con cui, senza visto, puoi andare soltanto sino a Skopje o a Tirana. Il vero guaio arriva con i tre diversi codici penali in concorrenza tra loro e tutti applicati da qualcuna delle tre diverse magistrature. Il vecchio codice jugoslavo contro chi delinque a Mitrovica nord, quello nuovo e fiammante della Repubblica del Kosovo per i sospetti criminali oltre il fiume Ibar e quello Onu per i pochi che si sono fatti beccare dalla polizia in questi anni di colonia internazionale. Solo le galere sono unificate, ma con detenuti e secondini divisi accortamente per etnia.  Resta solo la risoluzione 1244 Ora è cambiato tutto, ci dicono. Dal 9 dicembre, ad Unmik (Onu) è subentrata Eulex (Unione europea) ed il Kosovo fiorirà presto come un giardino a primavera. Se vai a grattare sotto la vernice delle ipocrisie internazionali, trovi sempre l'ormai maledetto 3 kosovaro. Il progetto pubblicizzato «urbi et orbi» ci prometteva, come premessa, una nuova risoluzione Onu a superare la vecchia 1244 della guerra, quella che insiste a raccontarci che il Kosovo è parte della Serbia. Al vertice politico del Kosovo immaginato da Stati Uniti ed Unione europea, una sorta di superman istituzionale chiamato «International Civilian Office» - Ai Si O, letto all'americana - col ruolo di garante per guidare l'azione della comunità internazionale in Kosovo da qui all'eternità. Meno Consiglio di Sicurezza Onu e quindi meno Russia era la furbata pensata a Bruxelles. Numero due, l'ormai «schierata» ma poco operativa Eulex, con i muscoli intorpiditi di 2000 magistrati, sbirri in divise e specializzazioni varie, doganieri e spie europei ed americani, ed un forziere di 220 milioni di euro solo per cominciare. Il braccio operativo di ICO, era l'intenzione. Tre, l'eterna garanzia di Kfor, i 16 mila militari della Nato e dintorni che, avendo visto giusto, in Kosovo si sono acquartierati in confortevoli villaggi per durare diversi decenni. La frittata comincia dalla premessa. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu non partorisce nessuna nuova risoluzione. La Russia e la Cina non digeriscono l'unilateralismo Usa di Bush sul Kosovo e nel mondo e, non soltanto bloccano tutto, ma insistono a ribadire il vincolo alla vecchia risoluzione 1244. Tutti sanno di partecipare ad una recita, ma tutti sono costretti in commedia. La risoluzione Onu che ha messo il cappello ai bombardamenti Nato del 1999, a Jugoslavia già spianata, nasce come pezza ad un buco e come tale continua a stonare. La premessa imposta allora dai russi ci dice del Kosovo come «territorio della Repubblica serba». «Semplice premessa», arriva a dire Marty Ahtisaari che prima convince Milosevic ad arrendersi per mantenere la sovranità sul Kosovo e poi paga la cambiale firmata dagli americani agli albanesi. Il finlandese ci guadagna un discutibile Nobel per la pace, l'Unione europea un arzigogolo giuridico su cui far esercitare contorte intelligenze. Gli Stati Uniti, seguiti da 20 paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, decisi a riconoscere il Kosovo indipendente a qualsiasi costo, arrivano a sostenere che la loro decisione è coerente con la 1244. L'interpretazione del settimo comandamento da parte di Ali Babà e i suoi 40 soci. Più sorprendente ancora la storia dell'International Civilian Office. L'«AiCiO» trova posto persino nella costituzione del nuovo Kosovo indipendente e vincola il nuovo Stato alla tutela di questa specie di «papa internazionale» di vaticana memoria. Non a caso, in questa trovata risulta ci sia lo zampino di un fine giurista italiano. Scrivono di uno Stato a sovranità controllata in cambio della promessa di una marea di riconoscimenti internazionali subito e della sua integrità territoriale garantita, territori a maggioranza di popolazione serba compresi. Più o meno come Totò quando cercava di vendere la Fontana di Trevi. Riconoscimenti fermi a 53 e integrità territoriale sempre irrealizzata. Anche l'ICO finisce male. Entrata in Conclave come futuro Papa, ne esce che non è manco prete. Nessuna nuova risoluzione e nessun nuovo garante internazionale per il Kosovo. Resta l'Onu e basta. ICO nel frattempo, dopo impegnativa lottizzazione internazionale, aveva assegnato all'Olanda il suo comando e spartito tra il resto del mondo i suoi ricchi incarichi di missione estera. L'ICO nasce lo stesso per volontà degli Stati Uniti, della Commissione europea, e di alcuni dei paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Una sorta di libera associazione di tifosi simile ad una costosa Organizzazione umanitaria. Dai 20 ai 25 milioni di euro soltanto per partire, metà a carico della Commissione europea, il 25% degli Stati uniti ed il resto ai non europei. Al comando c'è l'olandese Peter Feith e, al momento, 380 suoi «inviati» sul campo. Manca soltanto di capire a cosa servono. Eulex, pensata come braccio operativo dell'ICO per garantire i settori strategici di polizia, giustizia e dogane, finisce per diventare semplice sub appaltatrice del potere Onu da spartire a gomitate con Unmik. Una curiosità rilevata da pochi. Il «dispiegamento di Eulex» è deliberato dall'Unione europea soltanto due giorni prima della proclamazione unilaterale d'indipendenza del 17 febbraio 2008. Si scrive genericamente di Kosovo e gli Stati contrari (Spagna, Grecia, Romania, Cipro, Slovacchia, ecc.), che avrebbero dovuto votare contro ad indipendenza dichiarata, accettano di astenersi. Il gioco delle parti per evitare di affondare Eulex prima ancora di farla nascere. Diplomazia da prestigiatori. Pezza dopo pezza, la comunità internazionale sembra intanto aver perso di vista il buco. E Belgrado «incassa» A cominciare dalla Serbia che cambia rapidamente. Una Belgrado diplomaticamente più duttile e dichiaratamente europeista incassa due punti decisivi: la formale dichiarazione di neutralità di Eulex imposta dal Segretario Generale dell'Onu rispetto allo «status» finale del Kosovo e l'approvazione, da parte dell'Assemblea generale Onu, del suo ricorso alla Corte internazionale di giustizia sulla legittimità della dichiarazione d'indipendenza kosovara.  Il segretario Onu Ban Ki Moon è costretto a cambiare le carte in tavola. Visto che non c'è speranza di arrivare ad una nuova risoluzione sul Kosovo, manda il suo nuovo «Alto rappresentante», l'italiano Lamberto Zannier, a fare da arbitro nella partita che s'è riaperta. Un Kosovo albanese decisamente arrabbiato, un Kosovo serbo che crea più imbarazzi internazionali quando fa il buono, un mare di ambizioni nate tutte con le gambe storte. A questo punto torniamo alla maledizione kosovara del numero 3 e multipli. Sei i punti «pragmatici» di intervento internazionale inventati da Zannier e firmati da Ban Ki Moon nel nome della «Dodici quarantaquattro». Per Eulex solo il 3 di polizia, giustizia e dogane.  Per la polizia c'è un capo scelto ovviamente dal governo kosovaro in carica, ma al numero due c'è un vice che deve essere serbo. In caso di controversia il vice può scavalcare il capo appellandosi al terzo capo della polizia, creato con un colpo di bacchetta magica: il «Senior Police Chief», un internazionale di nomina Onu che può fischiare fallo o assegnare il goal al capo albanese o a quello serbo. Dalla trinità degli sbirri a quella dei magistrati. Dei tre diversi codici penali contemporaneamente in vigore abbiamo detto. A Mitrovica i magistrati in carica hanno giurato fedeltà alle leggi jugoslave, a Pristina sulla neonata Costituzione kosovara e, gli internazionali, quando finiranno di litigare tra toghe Unmik ed Eulex, dovranno spiegare quali codici intendono applicare. Nel frattempo, finita la corsa all'auto legittimazione di Eulex che ha messo la sua bandierina a Mitrovica, il pasticcio resta senza soluzione. Neppure da immaginare un giudice albanese a Mitrovica o un giudice serbo a Pristina. Altrettanto fantasiosa l'ipotesi di una richiesta di arresti fatta dalla magistratura di una parte nei confronti di presunti colpevoli dell'altra parte. La partizione dei criminali che coincide con quella del territorio.  Dogane unitarie ma bucate Il solo Kosovo territorialmente unitario sia per Pristina che per Belgrado è quello doganale. Peccato che al momento, quell'area abbia due buchi: i confini fatti saltare per aria sopra Mitrovica e verso il Sangiaccato. «Gate 1 e 31», li chiama la Nato. La pacchia del contrabbando transnazionale dove ad incassare c'è la sola realtà interetnica esistente oggi in Kosovo, quella criminale, e a perderci sono tutti e due gli Stati litiganti. Due milioni di euro di danno erariale la settimana, calcolano a Pristina, con una serie di trucchi e una rete di complicità da fare invidia alle più famose mafie nostrane. Un esempio. Benzina raffinata in Serbia e destinata, nominalmente al Kosovo. Paga dogana ma non le iperboliche «accise» sui carburanti. Viaggiano i documenti, ma la benzina resta in Serbia dove è venduta a guadagno moltiplicato per 1000. In Kosovo restano i rivoli di soldi della corruzione capillare che garantisce occhi distratti e un timbro facile. Dogane senza frontiere, potremmo dire oggi. Accordi serbo-albanesi su questi punti, possibili. L'opinione popolare, da ambedue i lati del confine gruviera è ovviamente contraria. Fotografia finale. Il Kosovo albanese chiede alla Nato e ad Eulex di garantirgli l'unità territoriale. I militari Nato rispondono che il loro mandato è soltanto quello di garantire la sicurezza e non di decidere chi governa. Eulex, che forse vorrebbe poterlo fare, non ne ha il mandato e non ne ha la forza. Resta la realtà del Kosovo diviso e incasinato che ci trasciniamo da quasi 10 anni, nell'attesa del giudizio della Corte internazionale come ha deciso l'assemblea dell'Onu su richiesta di Belgrado. Previsioni sulla sentenza. La Suprema corte dell'Aja dichiara l'indipendenza unilaterale del Kosovo illegittima (la sovranità non si eredita), ma conclude che il fatto (l'indipendenza realizzata) «innova il diritto». Pristina prima applaude e poi capisce. Il principio del «fatto compiuto», vale anche per la Mitrovica serba ed i territori a nord del fiume Ibar. Come nel gioco dell'Oca, si torna sempre alla casella di partenza. I trucchi giuridici attorno alla 1244 per evitare di dover fare i conti politici con la partizione del Kosovo che è già nei fatti. Prendere tempo. Qualche decennio e miliardi di euro dopo, prima di arrivare a riconoscere universalmente il tragico errore della «guerra umanitaria» del 24 marzo 1999.
 di Ennio Remondino

Perù, morire di miniera sulle Ande


Nel corso della storia il solo “Cerro rico del Potosì” in Bolivia, la più grande miniera di argento (e stagno, zinco, bronzo, piombo) del mondo, con la quale fu finanziata la rivoluzione industriale in Europa, si è presa la vita di 20 milioni di minatori. Ma di miniere sulle Ande si continua a morire ancora oggi. A Cerro de Pasco, in Perù, l’85% delle case sono state dichiarate inabitabili per l’inquinamento. A La Oroya, forse il luogo più inquinato al mondo, il 99% dei bambini ha livelli di piombo nel sangue più alti dei limiti di pericolosità stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).
Milagros Salazar, inviata di IPS a Cerro de Pasco, una città che corre verso i 100.000 abitanti, nel centro del Perù, dove la miniera d’argento, oggi privatizzata, è attiva dalla metà del ‘600, descrive un inferno dantesco a 4300 metri sul livello del mare. L’intera città è avvolta in una nube plumbea, fatta dei residui dell’esplosione della dinamite e dei gas tossici del trattamento dello zinco, dell’oro e dell’argento. Una ferita a cielo aperto nella terra lunga 1800 metri si apre e intorno vivono e muoiono generazioni di peruviani. Due volte al giorno, alle 11 del mattino e alle tre del pomeriggio, tutta la città trema come in un terremoto. Sono le esplosioni di dinamite che permettono alla miniera di avanzare nello sfruttamento. Nel sobborgo di Quiulacocha una comunità di 850 pastori alleva le sue pecore proprio nella zona dove da anni si accumulano i residui tossici. Da un quarto a un quinto dei capi non sopravvive ogni anno.
In queste condizioni la popolazione sta così male che l’85% delle case sono state dichiarate inagibili e il governo di Alán García ha stabilito per legge che la popolazione deve essere trasferita. Se è solo una grida manzoniana lo vedremo nel corso del 2009 anche se la copertura finanziaria del trasferimento della popolazione è meno che incerta. Vedremo se se ne parlerà entro gennaio quando il governo sarebbe tenuto a presentare il piano esecutivo per il trasferimento di 11.000 famiglie. Secondo il presidente della provincia, Félix Rivera Serrano, il trasferimento costerà 1.5 miliardi di dollari e richiederà dai 15 ai 20 anni di tempo. In paese dicono che per ogni casa sgomberata le famiglie riceveranno appena mille dollari: “meglio morire qui”, è la conclusione.
Per intanto questa città gelida, che fornisce però una delle poche fonti di lavoro della regione, continua ad attrarre persone, minatori, famiglie con bambini. L’equilibrio tra la miniera e il territorio a Cerro de Pasco si è rotto negli anni ’90 con la privatizzazione della miniera che oggi è della Volcan Compañía Minera. Oggi quest’ultima, incurante dei rapporti sulla salute degli abitanti e della necessità del trasferimento, pretende di ampliare di 11 ettari nel pieno centro della città la zona di sfruttamento. Addirittura vuole demolire la piazza principale, mezzo centro storico e il duomo del paese. Lo sfruttamento minerario non può fermarsi neanche di fronte ai luoghi sacri di una comunità con più di quattro secoli di storia. Per il blogger peruviano Jhonny Luis Callupe Guzmán quello che sta avvenendo e che descrive quotidianamente è la morte di una comunità.

di Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/5173-il-per-a-cielo-aperto-la-miniera-dei-veleni-a-cerro-de-pasco/


L'appuntamento boliviano con la Nuova Costituzione


Il 25 gennaio il popolo boliviano sarà chiamato a rendere finalmente esecutiva la Nuova Costituzione che termina per sempre con l’apartheid andina. E’ il primo grande appuntamento politico per l’America latina e la Bolivia in un nuovo anno che a La Paz si concluderà con le elezioni generali a dicembre.
Nei mesi passati si è arrivati sull’orlo della guerra civile, alla strage di Pando perpetrata dall’opposizione ed al tentativo fallito di impedire fisicamente al governo di Evo Morales di governare. Ma la tranquillità con la quale questo ha giocato le proprie carte, sempre nel rispetto della legalità, e la straordinaria forza della maggioranza che lo sostiene, ha calmato le acque.
Così la straordinaria tensione che ha caratterizzato tutto il 2008 sembra svanita in Bolivia. Lontani sono i momenti del referendum revocatorio del 10 agosto, voluto dall’opposizione e poi rinnegato da questa con continui atti eversivi. La storia del revocatorio, uno strumento democratico introdotto per la prima volta nella Costituzione bolivariana in Venezuela, si concluse con un trionfo per Evo Morales con il 67% dei voti. Lontani sono anche i momenti di maggio quando l’opposizione riuscì a far approvare degli statuti di autonomia semisecessionisti nelle regioni più ricche del paese.
Il voto per gli statuti di autonomia, pur approvati in maniera controversa da comitati controllati dall’opposizione, che il revocatorio, confermavano infatti la forza del MAS, il Movimento Al Socialismo, nelle aree rurali del paese anche delle zone governate dall’opposizione. I movimenti sociali si confermavano in grado di convocare grandi masse di persone in favore del governo. 
Perfino la strage di Pando perpetrata dal prefetto della regione, Leopoldo Fernández, dimostrò che il governo, con l’arresto dello stesso potentissimo mandante, era in grado di far rispettare la legge contro ogni deriva eversiva anche nelle zone controllate dall’opposizione. Tutto ciò ha contribuito all’allentamento della tensione e al regolare svolgimento, almeno per ora, della campagna referendaria per la Nuova Costituzione.
Ed è una Nuova Costituzione che, senza essere perfetta, sarà (se come tutto lascia prevedere dovesse essere approvata) un passo decisivo fuori dal medioevo di una società divisa in caste per la Bolivia. 
Riconosce per esempio il diritto all’identità delle popolazioni native della Bolivia e stabilisce il diritto alle autonomie regionali in forma equilibrata con l’unità nazionale del paese, al contrario di quanto pretendeva, il secessionismo fiscale e di fatto politico, l’opposizione. 
Inoltre la Nuova Costituzione separa finalmente la Chiesa dallo Stato come non può non essere in un paese moderno. Per la prima volta la Bolivia non avrà più una religione ufficiale. 
Mette poi fine al latifondo, uno dei cancri storici del paese e un perno fondamentale della disuguaglianza sociale e del sottosviluppo. Il popolo potrà scegliere se questo limite sarà di 5.000 o 10.000 ettari. 
Come per la Costituzione bolivariana in Venezuela il nuovo testo rappresenta un nuovo inizio per la Bolivia dopo due secoli di storia unitaria e 500 anni dalla conquista. Un nuovo inizio per un paese, e un continente, che o è di tutti o non può più essere di pochi.
di Gennaro Carotenuto

L'obiettivo argentino di riprendere le Malvinas (Falkland)


Il 3 Gennaio 1833, le forze britanniche occuparono con la forza le isole Malvinas ma la questione, da parte argentina, viene ancora considerata aperta, nonostante la sconfitta nella guerra del 1982.
Negli scorsi giorni, in occasione della ricorrenza, il ministero degli esteri argentino ha voluto sottolineare che la Costituzione nazionale consacra l'obiettivo permanente di recuperare il pieno esercizio della sovranità sopra questi "territori e spazi marittimi" ed ha bollato come "ingiustificato" il rifiuto britannico di affrontare la questione.
Riprendersi le Malvinas, continua la nota del ministero, "costituisce una politica dello stato ed un desiderio collettivo della popolazione argentina".
Negli ultimi anni i rapporti tra le due nazioni nella zona contesa sono stati improntati alla massima collaborazione e regolati da accordi bilaterali, tutti tesi a mantenere buoni rapporti con lo scopo, da parte argentina, di iniziare delle trattative che potessero restituire i territori occupati.
Questo era l'intendimento dell'Argentina ma, purtroppo, da parte britannica c'è sempre stato il rifiuto a discutere della possibilità di cedere la sovranità sulle Malvinas. L'unico atto che la Gran Bretagna ha intrapreso negli ultimi mesi è stato quello di promulgare una nuova costituzione per le Isole, ma questo ha fatto solo infuriare ancora di più l'Argentina che accusa il Regno Unito di avere per l'ennesima volta violato una risoluzione dell'Onu del 1976 che vieta alle due nazioni qualsiasi decisione unilaterale sui territori contesi.

di Paolo Menchi

Tra massacro e menzogna. Le cinque maggiori menzogne sull'assalto israeliano a Gaza

Menzogna numero 1. Israele sta solo colpendo legittimamente siti militari e sta cercando di proteggere vite innocenti. Israele non colpisce mai civili.
La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un crimine di guerra.
Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi legittimi sono membri di Hamas, che Israele sostiene sia un’organizzazione terroristica. Hamas è reponsabile per aver lanciato razzi in Israele. Tali razzi sono estremamente imprecisi e perciò, quand’anche Hamas intendesse colpire obiettivi militari in Israele, sono indiscriminati per natura. Quando i razzi lanciati da Gaza uccidono civili israeliani, questo è un crimine di guerra.
Hamas ha un’ala militare. Tuttavia non è interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii, come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini, insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra.
Altri bombardamenti da parte di Israele su obiettivi dallo status protetto secondo il diritto internazionale includono una moschea, una prigione, stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni.
Inoltre Israele ha a lungo tenuto Gaza sotto assedio, permettendo l’accesso solo al minimo degli aiuti umanitari. Israele bombarda e uccide civili palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per assistere i feriti.  
Anche queste persone sono le vittime della strategia di Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari ma direttamente concepita per punire la popolazione civile.
Menzogna numero 2. Hamas ha violato il cessate il fuoco. Il bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi.
Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una “zona speciale di sicurezza” dentro la Striscia di Gaza ed ha annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero stati colpiti. In altre parole, Israele ha annunciato le sue intenzioni: i soldati israeliani avrebbero sparato a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la  propria terra in diretta violazione non solo del cessate il fuoco ma anche del diritto internazionale. 
Nonostante alcuni episodi con spari, inclusi quelli in cui alcuni palestinesi sono rimasti feriti, Hamas ha comunque mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19 giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4 novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque persone e ne ferì parecchie altre. La violazione di Israele del cessate il fuoco avrebbe prevedibilmente dato luogo ad una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti agli attacchi di Israele.
Era prevedibile che le azioni di Israele, inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa popolazione.


Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra.
Non c’è prova che Hamas abbia usato scudi umani. Il fatto è che, come detto sopra, Gaza è un piccolo pezzo di terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che Israele nella sua propaganda definisce come “scudi umani”. Non c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore. 

Menzogna numero 4. I paesi arabi non hanno condannato le azioni di Israele perché comprendono le ragioni dell’assalto di Israele.
Le popolazioni di tali nazioni arabe si sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non rappresentano le loro rispettive popolazioni. Le popolazioni dei paesi arabi hanno inscenato proteste di massa in opposizione non solo alle azioni di Israele ma anche all’inazione dei loro stessi governi e a quella che loro vedono come compiacenza o complicità verso i crimini di Israele. Inoltre il rifiuto dei paesi arabi di intraprendere azioni che andassero in aiuto ai palestinesi non è dovuto al fatto che siano d’accordo con l’operato di Israele ma perché sono sottomesse alla volontà degli Usa che sostengono pienamente Israele. L’Egitto, ad esempio, che ha rifiutato di aprire il valico per permettere ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di Gaza.
Persino il presidente palestinese Mahmoud Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti, il quale tramò con Israele e con gli Usa per mettere fuori gioco il  governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare efficacemente.  


Menzogna numero 5. Israele non è responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite. 
Israele reclama di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza. 
di Jeremy R. Hammond* - Foreign Policy Journal
Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip
Link articolo originale:
http://www.foreignpolicyjournal.com/articles/2009/01/03/hammond_top-5-lies-about-israels-assault-on-gaza.html
Jeremy R. Hammond, laureato in Scienze della Comunicazione, è titolare ed editorialista del “Foreign Policy Journal” pubblicazione online dedicata all’analisi critica delle politiche estere Usa con particolare attenzione al Medioriente. Hammond è autore di numerosissimi articoli ripresi sia da testate mainstream che da portali di informazione alternativa. 

L'inceneritore che ricicla Tangentopoli


Con ben otto condanne tutte patteggiate è Enzo Papi a fare il suo rientro come supermanager dell’incenerimento dell’immondizia sabauda. Dopo Tangentopoli infatti, da una decade Papi è al vertice di Termomeccanica Ecologia Spa (il cui principale azionista è Intesa Sanpaolo), società consociata che ha vinto l’appalto per la costruzione dell’inceneritore di Torino. 
E se i Papi tornano in Piemonte ci tornano da Re. Nato sessant'anni fa in provincia di Livorno, padre muratore e madre cuoca, si è laureato in Economia e Commercio. Facendo base in Piemonte si è formato alla scuola Fiat, proseguendo con un’ottima carriera: dal 1977 al 1992 manager alla Fiat Allis Usa, poi alla Tecdis fino ad arrivare alla Cogefar Impresit. Carriera stoppata da un magistrato di nome Antonio Di Pietro, che ne ordinò l’arresto. 
Di Pietro però trovò in Papi un magnifico collaboratore, dall’ottima memoria. Fu don Luigi Melesi, vice cappellano del carcere, a dire al magistrato che il suo confidente intendeva collaborare, ma che «ciò gli è impedito dalle sollecitazioni del suo difensore avvocato Chiusano, il quale continua a ribadirgli di attendere ancora». Il religioso rivelò a Di Pietro che Papi era disperato a tal punto da meditare il suicidio. «Se non fosse per la Bibbia che gli ho consegnato e che lui legge – confidò Melesi - se non fosse per la mia presenza e per il pensiero di sua moglie e dei figli…». 
Il magistrato autorizzò allora gli arresti domiciliari sperando in una sua collaborazione. Cosa che avvenne: Papi descrisse infatti il vasto sistema di pagamenti a partiti quali Dc, Psi, Pci da parte delle principali imprese italiane, ammettendo anche di aver consegnato a Maurizio Prada, presidente dell'Atm e segretario reggente della Dc milanese, «intorno al miliardo e ottocento milioni per questioni relative alla costruzione del passante ferroviario ... pagati estero su estero, prelevati da una società del Camerun ... transitando per la Svizzera attraverso Panama». 
Per questo e per altre rivelazioni Papi fu poi scarcerato, divenendo per i giudici torinesi un prezioso aiuto, tanto che li agevolò nello svelare la Tangentopoli piemontese. In primis egli coinvolse anche Primo Greganti che ammise in parte il sistema tangentizio volto a ottenere le grandi opere.
Soprannominato “Cow Boy” per la faccia contadina e i modi spicci, famoso per non essere mai apparso in fotografia, Papi dovette però mostrare il suo volto in svariate Procure e Tribunali d’Italia per vari reati: dalla violazione delle norme sui finanziamenti ai partiti alla corruzione giungendo anche alla “turbata libertà degli incanti”. 
Dal 1995, dopo l’interruzione di Tangentopoli, Papi ha ricominciato la sua fulgida carriera scalando anche i vertici della Confindustria di La Spezia, di cui oggi è presidente. Nell'accettare la guida degli industriali spezzini, ha promesso di portare la filosofia “del fare” nell'associazione pur dichiarando di voler assemblare una squadra di collaboratori che «non rompa con le esperienze passate». Uno così non svende mica i suoi saperi.
Accade dunque che uno degli uomini che meglio ha conosciuto dall’interno i rapporti fra politica e affari oggi ritorna secondo lo spirito dei tempi. In veste di caso di successo dell’articolo 27 della Costituzione, dato che il condannato Papi sembra testimoniare la tensione rieducativa delle pene scontate, può ora riproporre il nuovo modello di rapporto fra politica e affari. La bontà di un inceneritore per il bene comune rimane più che dubbia. È senz’altro una cosa utile agli affari e ai politici che li assecondano. Oggi le tangenti non si usano o quasi, ci sono giochi di potere più raffinati e aggiornati. Il vecchio know-how torna utile. La fedina penale si libererà delle scorie. L’aria che respiriamo se ne riempirà.
di Davide Pelanda - Megachip

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