venerdì 9 gennaio 2009

La violenza dei narcos messicani continua a mietere vittime


L'anno appena iniziato non si lascia alle spalle la violenza e gli omicidi nel nord del Messico dove le bande legate al narcotraffico continuano a mietere vittime.
Nelle ultime 24 ore sono stati fatti ritrovare alla polizia dieci cadaveri, quattro dei quali decapitati (e probabilmente minorenni). Tutti i corpi ritrovati senza vita presentavano diverse ferite da arma da fuoco. Salgono così quasi a venti le vittime della violenza dei narcos dal 1° gennaio scorso. Una guerra infinita dichiarata dalla bande criminali contro lo stato messicano e tutte le forze che contrastano le attività delle organizzazioni criminali.
I dati ufficiali, come quasi sempre accade, contrastano con quelli non ufficiali. Nelle pagine del quotidiano 
El Universal, infatti, si legge che da inizio 2009, quindi in soli 8 giorni, sarebbero già oltre sessanta le vittime della criminalità organizzata.

Ma la guerra non si ferma alle zone nord del paese, Baja California e Sinaloa sono gli stati dove i narcos fanno il bello e cattivo tempo. E si permettono anche azioni clamorose, di sfida. Come è successo a Monterrey, poliedrica e moderna città, capitale dello stato di Nuevo Leon. La scorsa notte alcuni impianti che ospitano l'emittente televisiva Televisa sono stati attaccati da un commando formato da uomini incappucciati e armati con armi da guerra. Fortunatamente l'attacco non ha causato né vittime né feriti ma solo danni materiali. Il messaggio della potenza di fuoco dei cartelli della droga, però, è arrivato a destinazione: anche i giornalisti rischiano grosso a intromettersi nelle vicende che riguardano i traffici illeciti. "Il messaggio per i giornalisti è chiarissimo" ha fatto sapere Benoit Hervieu, di Reporter senza frontiere. I narcos un tempo attaccavano i giornalisti "fastidiosi", oggi si permettono di attaccare direttamente le televisioni nazionali.

Gli Usa intanto non stanno a guardare e ben consapevoli che i carichi di droga, sia essa leggera o pesante, sono in maggioranza dedicati ai clienti all'interno dei suoi confini, hanno già deciso un giro di vite lungo la frontiera con il Messico. Fra il 1° gennaio 2008 e il 2 dicembre dello stesso anno sono stati 5.376 i morti legati alle azioni delle bande criminali: 2.899 in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'aumento delle violenze secondo alcune dichiarazioni che giungono dalle autorità messicane sarebbe dovuto alla decisione di intraprendere una lotta frontale contro le coltivazioni e il traffico di sostanze stupefacenti voluta dal presidente Felipe Calderon. La guerra dichiarata da tempo alle autorità di Città del Messico è appena iniziata.

di Alessandro Grandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13565/Anno+nuovo,+vecchia+guerra

Israele, uno stato canaglia governato da «un gruppo di capi del tutto privo di scrupoli»


Si può trovare un senso all’insensata guerra di Israele contro Gaza solo capendo il contesto storico. La creazione dello stato di Israele nel 1948 fu causa di un’enorme ingiustizia verso i Palestinesi. I politici britannici mal tollerarono la faziosità degli Stati Uniti verso il neonato stato. Il 2 giugno 1948, sir John Troutbeck scrisse al ministro degli esteri che gli Statunitensi erano responsabili della creazione di uno stato canaglia guidato da «un gruppo di capi del tutto privo di scrupoli». Pensavo che questo giudizio fosse troppo duro, ma la brutale aggressione di Israele al popolo di Gaza, e la complicità dell’amministrazione Bush, ha riaperto la questione. 

Chi scrive prestò servizio con fedeltà nell’esercito israeliano a metà degli anni Sessanta e non ha mai messo in discussione la legittimità dello stato di Israele secondo i confini di prima del 1967. Ciò che respingo senz’altro è il progetto coloniale sionista al di là della Linea verde. L’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte di Israele dopo la guerra del giugno 1967 ha assai poco a che fare con la sicurezza. È solo una questione di espansionismo territoriale. L’obiettivo era quello di creare una Grande Israele attraverso un permanente controllo politico, economico e militare dei territori palestinesi. E il risultato è stata una delle più lunghe e brutali occupazioni militari dei tempi moderni.


Quarant’anni di controllo israeliano hanno provocato danni incalcolabili all’economia della Striscia di Gaza. Con una folla di profughi del 1948 stipati in una sottile striscia di terra, senza infrastrutture e senza risorse naturali, il futuro di Gaza è sempre stato buio. Ma Gaza non è solamente un caso di sottosviluppo economico, ma un caso, unico e crudele, di regressione pianificata dello sviluppo. Per usare un’espressione biblica, Israele ha fatto regredire il popolo di Gaza a tagliatori di legna e portatori d’acqua, a una fonte di manodopera a basso costo e a un mercato prigioniero per i beni di Israele. Lo sviluppo dell’industria locale è stato attivamente ostacolato affinché fosse impossibile ai Palestinesi rompere il vincolo di subordinazione a Israele e creare le fondamenta economiche necessarie per una vera indipendenza politica. 

Gaza è il classico caso di sfruttamento coloniale nell’era post-coloniale. Le colonie ebraiche nei territori occupati sono immorali, illegali. Sono un ostacolo insormontabile alla pace. Sono allo stesso tempo strumento di sfruttamento e simbolo dell’odiata occupazione. A Gaza, i coloni ebrei erano soltanto ottomila nel 2005, a fronte di un milione 400mila nativi. Eppure quei coloni controllavano un quarto del territorio, il 40 percento della superficie coltivabile e facevano la parte del leone delle scarse risorse idriche. A gomito a gomito con questi stranieri intrusi, la maggioranza della popolazione locale viveva in condizioni meschine, in inaudita povertà. Ancora oggi l’ottanta percento vive con meno di due dollari al giorno. Le condizioni di vita nella Striscia rimangono un affronto ai valori della civiltà, un’importante causa scatenante della resistenza e un fertile terreno per il proliferare dell’estremismo politico. 

Nell’agosto del 2005 il governo del Likud di Ariel Sharon ritirò unilateralmente i coloni da Gaza, richiamando tutti gli ottomila coloni e distruggendo le case e le fattorie che si lasciavano alle spalle. Hamas, il movimento di resistenza islamica, fu il protagonista della campagna che portò gli Israeliani a uscire da Gaza. Il ritiro fu un’umiliazione per le Forze di difesa israeliane. Sharon presentò al mondo il ritiro da Gaza come un contributo al processo di pace, basato sulla soluzione di due stati. Ma l’anno dopo, 12mila Israeliani colonizzarono la Cisgiordania, riducendo ulteriormente le dimensioni di uno possibile stato palestinese indipendente. Impossessarsi della terra e trattare la pace sono cose inconciliabili. Israele era in grado di scegliere, e scelse la terra invece della pace.

Il vero scopo di quella mossa fu quello di ridisegnare unilateralmente i confini di una Grande Israele inglobando le principali colonie della Cisgiordania nello stato di Israele. Il ritiro da Gaza, perciò, non fu affatto il preludio a un accordo di pace con l’Autorità palestinese, ma fu il preludio a un’ulteriore espansione sionista in Cisgiordania. Fu una decisione unilaterale di Israele presa in favore di quello che fu visto, erroneamente per conto mio, come l’interesse nazionale israeliano. Ben radicato in un rifiuto di fondo dell’identità nazionale dei Palestinesi, il ritiro da Gaza fu parte di iniziativa di lungo termine per negare al popolo palestinese un’esistenza politica indipendente sulla propria terra.

I coloni israeliani furono sì ritirati, ma i soldati di Israele continuarono a controllare tutti gli accessi alla striscia di Gaza per terra, per mare e per cielo. Gaza fu trasformata da un giorno all’altro in una prigione a cielo aperto. Da allora in avanti l’aviazione israeliana fu libera di sganciare bombe senza nessuna limitazione, di provocare boati sonici volando a bassa quota e rompendo il muro del suono, e di terrorizzare gli sventurati abitanti di questa prigione.

Israle si compiace di rappresentarsi come un’isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Eppure Israele non ha mai fatto niente nella sua storia per promuovere la democrazia nei territori arabi, anzi a fatto molto per indebolirla. Israele collabora segretamente da lungo tempo con i regimi reazionari arabi per sopprimere il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti questi ostacoli, il popolo palestinese riuscì a costruire la sola autentica democrazia del mondo arabo, con l’eccezione, forse, del Libano. Nel gennaio del 2006, libere e corrette elezioni per il Consiglio legislativo dell’Autorità palestinese portarono al potere un governo guidato da Hamas. Israele, però, rifiutò di riconoscere il governo democraticamente eletto, sostenendo che Hamas non è nient’altro che un’organizzazione terroristica.

Gli Stati uniti e l’Unione europea si unirono a Israele nell’emarginare e demonizzare il governo di Hamas e nel cercare di farlo crollare negando le entrate erariali e gli aiuti umanitari. Si creò così una situazione surreale: una parte significativa della comunità internazionale impose sanzioni economiche non contro l’occupante ma contro l’occupato, non contro l’oppressore ma contro l’oppresso.

Come spesso è accaduto nella tragica storia della Palestina, le vittime furono incolpate delle loro stesse disgrazie. La macchina propagandistica di Israele ha diffuso con insistenza l’idea che i Palestinesi siano terroristi, che rifiutino la coesistenza con lo stato ebraico, che il loro nazionalismo non sia nient’altro che antisemitismo, che Hamas sia soltanto un branco di fanatici religiosi e che l’Islam sia incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i Palestinesi sono un popolo normale con aspirazioni normali. Non sono migliori né peggiori di altri popoli. Ciò a cui aspirano è soprattutto un pezzo di terra per sé su cui vivere dignitosamente e liberamente.

Come altri movimenti radicali, le posizioni di Hamas sono diventate più moderate con la salita al potere. Dal rifiuto ideologico contenuto nel loro statuto, sono passati alla pragmatica soluzione di compromesso dei due stati. Nel marzo del 2007, Hamas e Fatah formarono un governo di unità nazionale pronto a negoziare un duraturo cessate-il-fuoco con Israele. Israele, però, rifiutò di negoziare con un governo che includesse Hamas.

Continuò a giocare al buon vecchio divide et impera tra fazioni palestinesi rivali. Verso la fine degli anni '80, Israele aveva sostenuto la nascente Hamas per indebolire Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha iniziato ad incoraggiare i corrotti e plasmabili leader di Fatah a destituire i lori rivali politico-religiosi e a riprendersi il potere. Alcuni aggressivi neo-con statunitensi hanno partecipato al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro intromissione è stata tra le maggiori cause del crollo del governo di unità nazionale e nel condurre Hamas a prendere il controllo di Gaza nel giugno 2007 per prevenire un colpo di stato di Fatah.

La guerra scatenata da Israele contro Gaza il 27 dicembre è stata l’apice di una serie di scontri e battaglie col governo di Hamas. Essa è però, in senso lato, una guerra fra il popolo palestinese e il popolo israeliano, perché la gente ha eletto il partito di Hamas. L’obbiettivo dichiarato della guerra è quello di indebolire Hamas e di fare sempre più pressioni affinché i suoi leader acconsentano a un cessate-il-fuoco alle condizioni di Israele. L’obbiettivo non dichiarato è quello di assicurare che i Palestinesi di Gaza siano considerati dal mondo solo come un problema umanitario, vanificando così la loro lotta per l’indipendenza e la creazione di un loro stato.

Il momento giusto per la guerra è stato determinato dall’opportunità politica. Le elezioni politiche sono in programma per il 10 febbraio e, nella corsa alle elezioni, tutti i principali concorrenti cercano di procurarsi l’opportunità di provare la loro durezza. Gli alti ufficiali dell’esercito scalpitavano per assestare un tremendo colpo a Hamas al fine di cancellare la macchia sulla loro reputazione provocata dalla guerra contro gli Hezbollah in Libano nel luglio del 2006. I cinici leader di Israele potevano contare pure sull’apatia e sull’impotenza dei regimi arabi filo-occidentali e sul cieco sostegno del presidente Bush in scadenza di mandato alla Casa bianca. Bush è subito corso a servizio degli Israeliani, scaricando la colpa della crisi su Hamas, ponendo il veto alle proposte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di un immediato cessate-il-fuoco e dando il via libera a un’invasione terrestre di Gaza da parte israeliana.

Come sempre, la potente Israele pretende di essere la vittima dell’aggressione palestinese, ma l’impressionante asimmetria di forza tra le due parti lascia poco spazio al dubbio su chi sia la vera vittima. Questo, infatti, è un conflitto fra Davide e Golia, ma al contrario, con la piccola e indifesa Palestina nel ruolo di Davide che affronta un Golia israeliano armato fino ai denti, spietato e arrogante. La risorsa della forza militare bruta è accompagnata, come sempre, dalla petulante retorica del vittimismo e dalla manfrina dell’autocommiserazione ricoperta di una pretesa superiorità morale. In ebraico si chiama sindrome di bokhim ve-yorim, “piangere e fottere".

Certo, Hamas ha la sua parte di colpe in questo conflitto. Privato del frutto della vittoria elettorale, davanti a un avversario senza scrupoli, ha fatto ricorso all’arma dei deboli, il terrore. I militanti di Hamas e della jihad islamica hanno continuato a lanciare razzi Qassam contro le colonie israeliane vicino a confine con Gaza finché l’Egitto non ha mediato un cessate-il-fuoco di sei mesi lo scorso giugno. Il danno provocato da questi rudimentali ordigni è minimo, ma l’impatto psicologico è immenso, tanto che i cittadini hanno preteso la protezione del governo. Date le circostanze, Israele aveva il diritto di difendersi, ma la sua risposta alla seccatura dei razzi è stata del tutto sproporzionata. Le cifre parlano da sole. In tre anni, dopo il ritiro da Gaza, undici israeliani sono stati uccisi dai razzi. D’altro canto, nel solo triennio 2005-2007, le Forze di difesa israeliane hanno ucciso 1.290 Palestinesi a Gaza, compresi 222 bambini. 

Ma al di là delle cifre, uccidere civili è sbagliato. Questa regola si applica tanto agli Israeliani quanto ad Hamas, ma le cronache parlano di un’incontenibile e incessante brutalità verso gli abitanti di Gaza. Israele, inoltre, ha mantenuto l’embargo su Gaza dopo che entrò in vigore il cessate-il-fuoco, il che, secondo i leader di Hamas, vuol dire violare l’accordo. Durante il cessate-il-fuoco, Israele ha impedito le esportazioni dalla Striscia, violando manifestamente un accordo del 2005 e causando un violento calo delle possibilità di impiego. Ufficialmente, infatti, il 49,1 percento della popolazione è disoccupato. Ma al contempo Israele ha limitato drasticamente l’ingresso a Gaza di automezzi carichi di cibo, carburante, bombole di gas per uso alimentare, pezzi di ricambio per impianti sanitari e idrici, e medicinali. Mi risulta difficile capire come affamare e congelare i civili di Gaza possa voler dire proteggere i cittadini israeliani che vivono sul confine. Ma anche se fosse, sarebbe lo stesso immorale, una forma di punizione collettiva che è severamente proibita dal diritto internazionale.

La brutalità dei soldati israeliani fa il paio con la propensione alla menzogna dei suoi portavoce. Otto mesi prima che scoppiasse la guerra contro Gaza, Israele creò il Consiglio per l’Informazione nazionale. La sostanza dei messaggi alla stampa di questo organo è che Hamas ha violato il cessate-il-fuoco; che l’obiettivo di Israele è la difesa della sua popolazione; che le forze di Israele stanno facendo tutto il possibile per non fare del male ai civili innocenti. I velinari di Israele sono riusciti a trasmettere il messaggio. Ma, in sostanza, la loro propaganda non è altro che un insieme di bugie. 

C’è un enorme divario tra la realtà delle azioni di Israele e la retorica dei suoi portavoce. Non è stato Hamas a rompere il cessate-il-fuoco, ma le Forze di Difesa israeliane. Il 4 novembre fecero un incursione a Gaza uccidendo sei uomini di Hamas. L’obiettivo di Israele non è solamente la difesa della sua popolazione, ma il rovesciamento finale del governo di Hamas a Gaza, mettendo il popolo palestinese contro i suoi governanti. E altro che cercare di non far del male ai civili: Israele è colpevole di bombardamenti indiscriminati e di un embargo ormai triennale che ha portato gli abitanti di Gaza, attualmente un milione e mezzo, sull’orlo di una catastrofe umanitaria.

Il precetto biblico dell’occhio per occhio è già abbastanza crudele. Ma la dissennata offensiva israeliana contro Gaza sembra seguire la logica dell’«occhio per ciglio». Dopo otto giorni di bombardamenti, con un bilancio di più di 400 Palestinesi uccisi contro quattro Israeliani, il governo guerrafondaio ha ordinato l’invasione di terra di Gaza, le cui conseguenze sono incalcolabili. 

L’inasprimento dell’impiego dell’esercito non potrà far guadagnare a Israele l’immunità dal lancio di razzi da parte dell’ala militare di Hamas. Ad onta della morte e della distruzione che Israele ha inflitto loro, essi continuano la loro resistenza e continuano a sparare razzi. Si tratta di un movimento che glorifica il vittimismo e il martirio. Semplicemente: non c’è una soluzione militare allo scontro fra due comunità. Il problema del concetto di sicurezza di Israele è che esso nega persino la più elementare sicurezza all’altra comunità. C’è un solo modo per garantirsi la sicurezza, e non è sparare, ma discutere con Hamas, che si è più volte detto disposto a negoziare un cessate-il-fuoco duraturo con lo stato ebraico entro i confini di prima del 1967, un accordo che duri venti, trenta o addirittura cinquanta anni. Israele ha respinto l’offerta per la stessa ragione per cui ha rifiutato con sdegno il progetto di pace della Lega araba nel 2002, che è ancora sul tappeto: perché comporta concessioni e compromessi.

Questo breve excursus sulla cronaca di Israele degli scorsi quarant’anni non può che portare alla conclusione che esso è ormai diventato uno stato canaglia con «un gruppo di capi del tutto privo di scrupoli». Uno stato canaglia viola abitualmente il diritto internazionale, possiede armi di distruzione di massa e pratica il terrorismo, cioè l’uso della violenza contro i civili per scopi politici. Israele soddisfa tutti e tre questi criteri; le calzano a pennello. La vera mira di Israele non è una coesistenza pacifica coi vicini palestinesi, ma il dominio militare. Rende più grave gli errori del passato aggiungendone di nuovi e più disastrosi. I politici, come chiunque altro, sono certamente liberi di ripetere le menzogne e gli errori del passato. Ma non sono obbligati a farlo.
DI AVI SHLAIM
Avi Shlaim è docente di Relazioni internazionali all’Università di Oxford ed è autore di Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo [versione italiana Il Ponte editrice, 2003] e di Lion of Jordan: King Hussein's Life in War and Peace [Il Leone di Giordania: la vita di re Hussein in guerra e in pace]. 

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da PAOLO YOGURT

Entrare nel 2009 e scoprire che...?

In questo momento ci sono due realtà "là fuori" al vaglio di coloro che riflettono sugli affari nazionali e determinano gli eventi. La realtà dominante (la possiamo chiamare "lo Status Quo") ritiene che i problemi finanziari ed economici si rimetteranno a posto da soli e consentiranno di riavviare il progetto di una economia basata sul "consumatore" . Questo punto di vista include l'idea che la tecnologia ci salverà dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili - attraverso l’innovazione, la scoperta di nuovi combustibili come rimedio tecnologico di salvezza, e attraverso la politica dello "scava e trivella, baby". Questo modo di ragionare presuppone un passaggio logico dall’attuale " vecchia pezza " in una nuova, vivace e stimolante epoca del "Gioioso Motore Ecologico" e dare un nuovo slancio allo shopping dalle luci blu elettriche. 

La realtà di minoranza (che possiamo chiamare "La Lunga Emergenza") afferma che è necessario rinnovare radicalmente i meccanismi della vita quotidiana e anche molto in fretta. 

C’è chi dice che una campagna che sostenga l'insostenibile determinerà un tragico spreco delle nostre già scarse risorse. Si dice che l’epoca dell’economia basata sul "consumatore" è finita, che Suburbia [termine utilizzato dall’autore per definire la società occidentale, N.d.T.] perderà il suo valore, che l'automobile sarà una presenza sempre più ridotta nella nostra vita quotidiana, che i sistemi più importanti, sui quali noi abbiamo fatto grande affidamento, sono destinati a crollare, e il passaggio da dove siamo ora a dove stiamo andando sarà tumultuoso.

Il mio personale punto di vista corrisponde ovviamente a quella che viene chiamata "La Lunga Emergenza".

Dal momento che il cambiamento che si propone è così difficile, naturalmente genera il tipo di dissonanza cognitiva che paradossalmente rafforza la realtà definita "Status Quo", soprattutto i profondi desideri associati al tentativo di conservare i confortevoli ornamenti familiari della vita come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. La dialettica tra le due realtà non può essere risolta nelle due categorie di stupido o brillante, o addirittura di altruistico o egoista. Le diverse aziende tecnologiche sono piene di certificazioni del MIT, di super-efficenti tecno-entusiati dello "Status Quo" , convinti che le automobili elettriche o la fermentazione delle alghe al sapore di diesel farà risparmiare Suburbia, le tremila miglia di insalata Caesar [piatto tipico creato dall’italiano Cesare Cardini, composto da crostini, lattuga romana, parmiggiano, limone, olio d’oliva, uovo, pepe nero e salsa Worcestershire; la si può trovare nelle migliori catene di fast food americani, N.d.T.] e il parco a tema per le vacanze. Il movimento ambientalista, in particolare i suoi massimi esponenti che si ritrovano in posti come Aspen, è pieno di laureati di Harvard che credono che si possono fare funzionare tutte le stazioni drive-in americane utilizzando una combinazione di energia solare ed eolica. Io ci litigo continuamente con questa gente. Trovo particolarmente tragico il fatto che alcune delle persone più brillanti che incontro stanno ottusamente sostenendo l’assemblaggio di questa tragica campagna di ciò che non è sostenibile in un modo o nell'altro. Ma ho creduto per molto tempo che la vita sia sostanzialmente tragica, nel senso che la storia non si cura se riusciremo o meno a portare avanti il nostro progetto di civiltà.

Mentre il pubblico ha presumibilmente votato per il "cambiamento" in questo autunno, io sostengo che essi hanno sottovalutato i cambiamenti davvero a portata di mano. Io stesso ho votato per il "cambiamento", tirando la leva per Barack Obama. Lo considero un personaggio intelligente e sensibile, ma sono ben lungi dall'essere convinto che egli capisca davvero il tipo di cambiamento che stiamo vivendo, e mi preoccupano le misure che intende promuovere per il salvataggio dello "Status Quo", quando si trasferirà alla Casa Bianca tra poche settimane. 

A che punto siamo ora

Senza stare a rivangare tutti i frenetici particolari dell’anno appena concluso, basterebbe dire che l’economia statunitense si è resa ridicola e "l’economia globale" ha fatto buon viso a cattivo gioco. Il settore bancario americano è imploso in modo spettacolare a tali livelli che gli investimenti bancari si sono davvero estinti – come se un meteorite fosse precipitato all’angolo tra la Madison Avenue e la 51st Street. La risposta da parte del nostro governo è stata quella di spalare i prestiti sulle navi da carico di ogni organizzazione che si vantava di essere qualcosa di simile ad una banca, mentre salvavano dal fallimento una serie senza fine di aziende ricorrenti in un pietoso bailamme. 

I mercati petroliferi continuavano ad andare sulle montagne russe. Il crollo della bolla speculativa immobiliare si è evoluto alla velocità di una valanga (lasciando fuori dal suo tragitto intere colonie di immobiliaristi, di mediatori del credito ipotecario, e impresari di costruzione), il settore del commercio immobiliare ha sviluppato una febbre emorragica, alla vigilia di Natale le vendite al dettaglio si sono spinte fino al limite del precipizio, e i mercati azionari sono caduti in basso, lavoro e redditi sono evaporati e decine di milioni di comuni cittadini ormai drogati dal credito a rate si sono ritrovati in una lotta all’ultimo sangue per conservare i mezzi di sopravvivenza. Niente di tutto questo è ancora finito.

L'anno che inizia

Molto di quello che è stato perso nel 2008, non sarà recuperato: imprese, fortune personali, beni, reputazione.

Mi aspetto un periodo di euforia che segnerà le prime settimane, forse i primi mesi del team di Obama. Sarà un sollievo avere un presidente che parla inglese correttamente e ha provato qualcosa di simile alla vita reale prima di fare politica. Ripristinare la credibilità e la legittimità nel ruolo di leadership sarà un grande impresa. Se non altro, potremmo recuperare un senso collettivo di equilibrio da un presidente che dice la verità, anche la dura verità. L’epoca in cui bastava dichiarare che "l’errore è già stato fatto" potrebbe essere finita. Un segno di questo tipo di cambiamento può essere l'inizio delle azioni penali contro i misfatti del settore bancario e dei valori mobiliari che stanno in questo momento distruggendo l'intero sistema del capitale utilizzabile. Un buon punto di partenza sarà l'inchiesta su Henry Paulson per insider trading che poggia sulla svendita della Goldman Sachs e delle proprie mortage-backed securities [titoli di credito garantiti da un pool di prestiti ipotecari di tipo residenziale o commerciale, N.d.T.] rilasciate, quando il signor Paulson era amministratore delegato della società.

Al di là di questo caso, ci dovrebbe essere un bel po’ di lavoro per l’ufficio del Procuratore Generale Eric Holder ad assumere una linea degna di un laureato alla scuola di diritto che può svariare dal Brattle Street al pianeta Marte. Sarà salutare per la nazione guardare in faccia coloro che hanno progettato il collasso bancario diventato un dolore molto più grande rispetto alla semplice consegna del loro jet Gulfstream e delle loro ville Hamptons. A questo proposito, essendo allergico alle teorie cospirative, non credo per un minuto che vi sia una sorta di élite ombra alla "Bilderburgers" che manovra dietro le quinte per proteggere questi truffatori - e credo anche che il motivo per il quale queste nozioni paranoiche persistono ancora è dovuto alla stravagante irresponsabilità del circolo di Bush e dei suoi servi.

Oltre al "ripulisti di Dodge", per così dire, e a una questione di carattere collettivo e di coscienza in carica, temo che la valanga di problemi attuali possano soverchiare Obama e il suo popolo. E mi domando se seguiranno politiche analoghe a quelle perseguite da Bush, vale a dire buttare soldi in tutto e niente, e assomiglia sicuramente molto a quello che stanno pianificando di fare. Sono particolarmente preoccupato per il piano di "stimolo alle infrastrutture" volto a migliorare le grandi strade a scapito del trasporto pubblico. Questo sarebbe il classico esempio di una campagna a sostegno dell'insostenibile. Abbiamo bisogno di iniziare subito la pianificazione per una transizione che ci porti lontano dalle automobili, non per fare i buoni socialisti ma perché la filosofia del "Gioioso Motore" sta al centro della trappola dell’insostenibilità. Il sistema basato sulle automobili sta per fallire in molteplici modi, che ci piaccia o no, e non andrà a buon fine a causa delle circostanze già in corso. Da un lato, cessa di essere democratico, basta considerare come i sopravvissuti della middle class trovino ormai impossibile ottenere dei prestiti per acquistare automobili, o pagare il carburante, o le assicurazione, e che sarà messa in moto una impressionante politica del malcontento che dividerà quelli che sono ancora in grado di usufruire delle automobili da coloro che ne sono preclusi. Contrariamente a quanto si possa fare nella situazione attuale dei mercati petroliferi, ci troviamo in un mucchio di guai sia con il prezzo che con la fornitura di petrolio (maggiori particolari qui sotto). E non vi è alcuna possibilità in questo inferno che un qualsiasi rimedio tecnologico ci possa dare una soluzione per mantenere in circolazione tutte le auto con altri mezzi.

C’è una voce unanime che circola nella blogsfera e afferma che i mercati azionari avranno forti oscillazioni nel corso dei primi mesi della presidenza Obama. Ciò è possibile solo sulla base di puri "spiriti animali", ma il "Rimbalzo Obama" si verificherà in un contesto di continue e triste notizie commerciali e finanziarie. Sembra sfidare quella notizia. Entro il maggio del 2009, i mercati azionari riprenderanno a precipitare con ultima destinazione un indice Dow Jones a 4000 prima della fine dell'anno. Nel frattempo, i posti di lavoro svaniranno a milioni e le imprese falliranno a migliaia, in particolare nel cosiddetto settore dei servizi, e in tutti i fornitori di tali servizi, insieme con i proprietari di tutti i centri commerciali e nei strip malls [sono centri commerciali in aree aperte in cui i negozi sono disposti su una fila e con un marciapiede di fronte, N.d.T.]. La desolazione crescerà rapidamente e sarà evidente nei negozi vuoti e nei parcheggi pieni di spazzatura. In questo caso, due cose diventeranno più chiare per la nazione: il consumatore capirà che l'economia è morta, e che non vi è più la stessa disponibilità di credito di quella che gli americani sono abituati di avere. 

Entrare nel 2009 e scoprire che siamo una nazione molto più povera di quanto si pensava, perché da ora in poi il credito sarà estremamente difficile da ottenere per chiunque e per qualsiasi cosa. Le imprese che sopravvivono dovrà andare avanti sulla base di conti attivi. Questa è l'area dove il caduta dei giganti sarà sentita. Si è detto, dopo la pubblicazione di "The Long Emergency", che la completa riduzione di tutte le nostre attività, dall’agricoltura alle imprese, dalla scuola all’amministrazione, sarà l'imperativo categorico degli anni a venire. Le imprese giganti che richiedono prestiti giganti, da reclamare da tutte le parti, eviteranno di farlo. Prendere a prestito nel futuro diventerà impossibile da praticare poiché i crediti inesigibili da precedenti prestiti continueranno a srotolarsi, cesseranno di operare e saranno cancellati. Questa tesi implica che il governo federale sarà portato ad impappinarsi proprio come si impappineranno la General Motors, la Citicorp, la Target Stores e le altre imprese giganti. Sarebbe triste vedere il Presidente Obama azzoppato in questo modo e indifeso, ed è in gran parte il motivo per cui io vedo in gran parte simbolico il suo ruolo - come una presenza rassicurante che incoraggia l’opinione pubblica in difficoltà a sopportare coraggiosamente i propri disagi, e ad essere uniti, gentili e utili tra loro.

Le famiglie, come le imprese, dovranno pagare con quello che proviene dal proprio stipendio guadagnato. La casa come la cassa continua dei bancomat è finita. Le carte di credito hanno raggiunto il limite e i massimali di credito si abbasseranno fino al loro limite massimo come nel film "The Pit and the Pendulum" [conosciuto in Italia con il titolo "Il pozzo e il pendolo", è un film horror del 1961, diretto dal regista Roger Corman, in cui è presente una macchina di tortura con la lama che oscilla, N.d.T.], preparandosi a fare a pezzettini la cara vecchia "consuetudine" della vita familiare in America. Vi sarà la bancarotta per il nuovo Nascar. Un sacco di famiglie perderanno tutto. Allora andranno a disperdersi nelle case appartenenti agli altri membri della famiglia - i genitori, i fratelli – e diventerà comune uno strano e nuovo tipo di convivenza non proprio confortevole. Nel corso del tempo, un sacco di gente andrà in cerca di lavori occasionali "sottobanco" (e probabilmente mal pagati). In una certa misura, questi lavoratori inizieranno a comportarsi come una nuova classe di servi, e dopo non molto tempo è probabile che siano assorbiti all’interno di quelle famiglie in cui vivono le persone che li hanno prima assunti. Non ci sarà molto spazio per loro lì dentro. 

Le provincie, i comuni, e gli Stati parteciperanno alla "fiesta" del fallimento. Sarebbe ragionevole attendersi come risultato il collasso dei servizi. Si tratterebbe di una situazione molto pericolosa – l’aumento della criminalità, le emergenze sanitarie come il sistema di distribuzione dell'acqua non sono mantenuti efficienti e il trattamento delle acque reflue diventa insostenibile. Non riesco ad immaginare il governo federale arrivare in ogni Podunk o Metropolis dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico e dare un sostegno per questi servizi. La gente dovrà far fronte a situazioni di pericolo e di degrado.

Il 2009 può essere l’anno in cui cominciamo a capire quali tipi di luoghi saranno più ospitali per la società umana d’ora in avanti. Sostengo che i nostri giganteschi agglomerati urbani hanno superato il livello di sostenibilità e si ridurranno notevolmente. In mezzo a tutte le difficoltà economiche, dovremmo aspettarci molta tensione sociale, la gente che abbandona posti senza speranza e che passare a qualcosa di più promettente. Credo che li vedremo spostarsi in paesi o città più piccole. La riorganizzazione del paesaggio rurale in piccole aziende agricole non ha ancora iniziato a verificarsi – sebbene il 2009 potrebbe essere molto difficile sul piano agro-alimentare, data la carenza di capitale e se il petrolio comincia a salire di prezzo per la fine del periodo invernale. Infine, il settore agricolo richiederà il lavoro di molte più persone di quanto sia attualmente necessario. Qualunque altra cosa succeda, il 2009 vedrà sicuramente un massiccio ritorno al sano giardinaggio domestico dal momento che i bilanci familiari diventeranno assai risicati. Come l’esponente del "Nuovo Urbanismo" Andres Duany ha recentemente dichiarato, "il giardinaggio è il golf del futuro!" 

Lo scenario del petrolio

Molti sono rimasti sorpresi quest'anno nell’osservare la parabola ascendente e discendente dei prezzi del petrolio fino a circa 150 dollari e poi di nuovo intorno ai 36 dollari sotto Natale. Bella corsa. Ho affermato in "The Long Emergency" che la volatilità dell’emergenza sarebbe stato il segno distintivo successivo al picco del petrolio, perché era evidente che le economie avanzate non potevano assorbire super prezzi così elevati e sarebbero crollate di conseguenza, e che a un certo punto, dopo il crollo, queste economie avrebbero fronteggiato un calo del prezzo del petrolio, avrebbero ripreso le loro abitudini ad un petrolio a buon mercato, e avrebbero messo in piedi un altro aumento di prezzo. . . e poi di nuovo un crollo. . . in un declino sempre più basso delle attività industriali. 

Quello che probabilmente non ho compreso in quel momento era quanto potesse essere distruttivo questo sali e scendi dei prezzi del petrolio in prima istanza, e poi che il pedaggio si paga fin dall’inizio. Possiamo vedere ora che il primo giro di pista si è portato via i più fragili nei sistemi complessi da cui noi dipendiamo: la finanza. Di conseguenza, un'enorme quantità di capitale (ad esempio 14 trilioni di dollari) è evaporato fuori dal sistema, cosa mai vista prima (e mai impiegati per scopi produttivi). Sarà più difficile per gli Stati Uniti passare dal grave danno subito a questa parte cruciale del sistema globale, e l'Europa è affondata allo stesso modo - sebbene le nazioni europee non sono gravate allo stesso modo dalla terribile responsabilità di Suburbia.

Anche se queste economie avanzate – mettiamoci dentro pure il Giappone - restano moribonde, il prezzo del petrolio e le prospettive di approvvigionamento appaiono sfavorevoli. La mia personale opinione è che il prezzo del petrolio ha toccato il fondo così come aveva sfondato il tetto, e che, quando tutto è stato detto e fatto, potremo ancora vedere una linea dei prezzi tendente verso l’alto nel lungo periodo. Il calo, che ha avuto inizio subito dopo il picco di 147 dollari nel mese di luglio 2008, è stato sia il risultato delle banche, degli hedge fund, e di individui che ottengono investimenti e posizioni facendo il dumping con il petrolio [il dumping è l’esportazione di un prodotto a prezzi più bassi a scopo di concorrenza, N.d.T.] allo scopo di guadagnare denaro contante, sia una questione di mercati che prevedevano un forte calo dell’attività economica (e presumibilmente del consumo di petrolio). La verità è che la diminuzione della domanda di petrolio negli Stati Uniti è stata sorprendentemente moderata rispetto al calo dei prezzi. Nella relazione sulle Risorse Principali di Jim Hansen si afferma che il consumo di benzina è sceso da 9,29 milioni di barili al giorno nel 2007 a 8,99 milioni di barili al giorno per il 2008. Non sembra tanto un calo, soprattutto rispetto alla discesa dei prezzi.

Come ha affermato di recente Julian Darley del Post Carbon Institute: "Non ci sarà alcun salvataggio dell’energia". Come molte altre persone hanno osservato, il recente crollo dei prezzi del petrolio implica la distruzione degli approvvigionamenti futuri, dal momento che tanti progetti sul petrolio sono stati sospesi o cancellati perché non sono economicamente redditizi con il barile a 40 dollari (o anche 70). Anche i progetti in corso, come la produzione canadese di catrame e sabbia, sono stati ridimensionati o chiusi perché non hanno più senso ai prezzi attuali. Alcuni dei progetti più recenti adesso non arrivano neppure a essere avviati - hanno perso la loro occasione e un sacco di soldi lasciano il sistema - e così anche la speranza di fronteggiare l’ormai prossimo esaurimento del greggio nei vecchi e giganteschi campi petroliferi appare sempre più pallida.

L’esaurimento è molto grave. Ad esempio, il colossale giacimento petrolifero messicano Cantarell, il secondo in ordine di grandezza mai scoperto, dopo il giacimento di Ghawar in Arabia Saudita, ha mostrato un livello del 30 per cento in meno solo nello scorso anno. (Pemex aveva previsto un 15 per cento in meno il tasso all’inizio dell’anno). In Messico Cantarell fornisce oltre il 60 per cento della produzione totale, e il Messico è il terzo più grande centro di importazioni dell’America - subito dopo l'Arabia Saudita (2) e il Canada (1). Ovviamente, il Messico presto perderà la sua capacità di esportare petrolio e, appena ciò si verificherà, in America si percepirà molto più di un semplice pizzicotto – sarà più simile a una capriola. In breve, il cinico esaurimento è in corso e abbiamo meno probabilità ora di poterlo contrastare rispetto ad un anno fa. 

In un determinato momento, allora, la domanda, anche se leggermente inferiore, si allineerà al calo della fornitura. La mia previsione per il 2009 è che vedremo verificarsi due situazioni allo stesso tempo: una ripresa dei prezzi e le carenze localizzate di carburante. Dico questo perché il fallimento economico globale comporta di sicuro un aumento delle tensioni geopolitiche, e nella misura in cui l'America deve importare quasi i tre quarti del petrolio che usiamo, la prospettiva di esserci messi in un bel guaio è grande.

L’aspetto tragico di tutto questo è che il crollo temporaneo dei prezzi del petrolio ha spinto una indifferente opinione pubblica americana a ritenere, ancora una volta, che l’attuale situazione petrolifera è una sorta di illusione. Visto il diluvio di frodi in cui è rimasta vittima nel settore bancario e degli investimenti, suppongo che non la si può rimproverare se ritiene che tutto questo è un’altra specie di truffa. Visto il debole andamento delle vendite di autoveicoli in questa stagione, alcuni rapporti ci dicono che una crescente percentuale di veicoli venduti sono dati ora da camion e SUV. 

Anche se io ho deciso di assegnare voti alti a Boone Pickens per avere fatto passi avanti nel campo della leadership, non sono del tutto d’accordo con la sua proposta di un piano energetico per scambiare il gas naturale con la benzina per quanto concerne i carburanti, mentre noi barattiamo l’energia eolica con il gas naturale per generare energia elettrica. Non credo che il tanto sbandierato Shale-Gas-Plays [il più importante produttore di gas naturale degli Stati Uniti, il secondo in Europa, N.d.T] apparirà a lungo termine come la pretesa di pochi venditori ambulanti. Queste fonti sono tutte costose da trovare e sfruttare, e tutte tendono ad esaurirsi rapidamente - circa un anno. Io non sono convinto che abbiamo i capitali o le risorse anche per far fronte all’acciaio necessario per le perforazioni. Comunque, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un modo per prolungare la nostra dipendenza dalle automobili.

Nel frattempo, vi sono ancora coloro che sperano (come descritto in precedenza) che vari sistemi di energie alternative potranno assicurare la continuazione della "Gioiosa Era del Motore". Si tratta di un minimo di speranza, e il 2009 sarà molto sobrio per coloro che immaginano che le auto ibride o quelle eletriche o le auto ad "aria", o quelle a gas naturale o di qualsiasi altro tipo di tecnologia automobilistica, un giorno ci possano salvare. Anche se il Presidente Obama progetta un piano di "stimolo alle infrastrutture", questo non potrà tenere il passo con tutte le necessarie riparazioni stradali che il nostro sistema di autostrade richiede. Le estreme difficoltà finanziarie incontrate dalle amministrazioni locali e dagli Stati ci rafforzano l’idea che si dovranno rinviare un sacco di costose manutenzioni stradali - sebbene il governo federale ha progettato un bel pò di ponti e gallerie - e così ci troviamo di fronte alla prospettiva interessante che i nostri sistemi stradali entreranno nella zona mortale del fallimento di sistema ancor prima che l’intero problema dell’automobile sia risolto.

Sto aspettando di vedere se Obama si impegnerà nella ristrutturazione dei servizi ferroviari per i passeggeri. Ho detto abbastanza su questo punto in passato, ma vale la pena ribadire che il completo fallimento del servizio ferroviario passeggeri sarà un segno di quanto una nazione sia fondamentalmente poco seria.

Lo spettro di un ‘inflazione

Questa è l’altra "faccia della medaglia", e molte persone sono in attesa di una sua discesa. Proprio in questo momento stiamo entrando in un periodo di deflazione del debito poiché le ipoteche hanno smesso di "operare" e i prestiti di tutti i tipi sono spariti senza pagare. Dal momento che il denaro viene prestato quando esiste, e un gran numero di prestiti non vengono restituiti, quindi tanti soldi stanno uscendo fuori dallo stato di esistenza. Ecco cosa intendo quando dico che il capitale sta abbandonando il sistema. Allo stesso tempo, la Federal Reserve ha fatto bene a promettere di gettare il denaro dagli elicotteri, se necessario, per evitare l’implosione del sistema bancario (poiché tutto il denaro vecchio non esiste più), e così la questione è quando l’ammontare del denaro nuovo supererà il denaro vecchio scomparso. (Naturalmente, quando parlo di "denaro", intendo "denaro", perché ci troviamo di fronte al regno dell’ombra assunta come valore). In ogni caso, non c’è un nesso temporale nel ritardo quando vengono gettati i soldi della Fed dagli elicotteri e poi il denaro effettivamente filtra attraverso le banche e gli altri destinatari e quando arriva alla cosiddetta "economia reale", delle persone che comprano e vendono cose reali. Le stime credibili, che io ho sentito, vanno dai sei ai 18 mesi.

Potrei azzardarmi a ipotizzare che potremo vedere l'inizio di una seria inflazione di tanto in tanto nel 2009. In una certa misura, tutte le valute insieme adesso sono in caduta libera, alcune a ritmi leggermente più veloci rispetto alle altre, ma la situazione del dollaro USA è alquanto grottesca, e i nostri squilibri strutturali di livello così impressionanti, che è difficile immaginare che la nostra moneta non vinca la corsa verso il basso. L’oro ha ripreso il suo movimento al rialzo nei confronti del dollaro una settimana prima di Natale, e questo può essere un primo segno. Il governo - nessuno nei guai con i debiti – trae molto più vantaggio dall’inflazione che dalla deflazione, così sarà fatto ogni sforzo per evitare quest’ultima. Il problema risiede nella muta incapacità del governo di controllare le cose pericolose che esso stesso si crea, in modo che una campagna inflazionistica per evitare la deflazione comprensiva può facilmente portare ad un fallimento della super o iper-inflazione – di quel genere che uccide i governi e trasforma le società in mostri omicidi. Io prevedo che il dollaro USA avrà un valore pari al 40 per cento del suo valore corrente entro il prossimo Natale. 

Geopolitica

Ebbene, ora, solo il diavolo sa che cosa c'è in serbo. A parte alcune bombe qua e là, e i pirati intorno al Corno d'Africa, la scena mondiale è rimasta miracolosamente indenne da grandi incidenti nel 2008 - forse il periodo peggiore si è verificato dopo Settembre tra gli attentati con le bombe di Mumbai e il fiasco in Georgia, dove gli Stati Uniti hanno indotto il Presidente della Georgia Mikheil Saakashvili a inviare truppe nella regione meridionale e allo spostamento delle truppe si è contrapposto il grande vigore della vicina Russia, facendo apparire gli Stati Uniti deboli e lenti a causa dei propri problemi. Comunque, non c’è stato molto movimento là fuori. 

Fino agli ultimi giorni dell'anno, è stato così. Sono sicuro che la crescente schiera di anti-semiti americani che mi inviano le email sarà rimasta lusingata quando affermo che gli attacchi coi razzi di Hamas contro Israele degli ultimi giorni hanno garantito una forte risposta da parte di Israele - e ora, naturalmente, Hamas si sta giocando la carta delle lacrime da coccodrillo: "... che cosa ho fatto per meritare questo ...?" Beh, si cazzo, ho sparato un mucchio di razzi su Israele. Avete mai sentito parlare di causa-effetto? La questione non richiede ulteriori delucidazioni, tranne per il fatto che sembra suggerire un crescente ritorno delle ostilità. Mi chiedo se è l'inizio di una nuova offensiva coordinata dall’estremismo islamico volto a sfruttare i vantaggi della difficile situazione economica occidentale (e la probabile avversione del mondo occidentale a tutto ciò che complicherà il suo auspicato recupero). 

Si saprà tra un mese circa, credo, dal momento che qualche campagna coordinata (se una cosa simile fosse possibile) potrebbe anche essere rivolta a confondere il nuovo presidente americano. 

L’altro punto caldo del mondo in questo momento è tra l’India e il Pakistan dove 60 anni di confine e di rivalità, che ha già prodotto tre guerre, sembra avere tutte le caratteristiche per un nuovo round. Io non sarò il primo a dire che il Pakistan è un giocatore pericoloso nella regione, ha un ruolo dal punto di vista economico, è in possesso di una buona scorta di bombe nucleari, da rifugio ai più pericolosi fondamentalisti islamici rispetto a qualsiasi altro luogo nel mondo, e ha un governo tenuto insieme con lo spago e il nastro isolante. Le scorribande di Mumbai avvenute lo scorso settembre potrebbe anche essere stata interpretate come un atto di guerra, ma in qualche modo l'India ha tenuto la calma. Chi sa dove. . . .

Finora ho solo descritto ciò che è già accaduto, ovviamente. Aggiungete a tutto questo il rischio che l'Iran è più vicina ad entrare nel club dei paesi che detengono l’arma atomica. Hanno fatto ruotare le loro centrifughe per tutto l'anno e nessuno ha fatto ancora niente al riguardo. La mia previsione è che né gli USA né Israele cercheranno di impossessarsi delle loro strutture nel 2009. Se l'Iran utilizzasse un qualsivoglia dispositivo nucleare contro Israele, o chiunque altro, si trasformerebbe, a sua volta, nel più grande portacenere del mondo. Fine della storia. Una altra questione, invece, è come l'Iran potrebbe comportarsi se e quando la presenza militare statunitense in Iraq si riducesse. Posso immaginare che l'Iran farebbe surrettiziamente il possibile per ottenere il controllo sulla regione petrolifera meridionale dell’Iraq nei pressi di Bassora, ma anche agli sciiti iracheni non stanno cosi tanto simpatici gli sciiti iraniani. In ogni caso, l'economia dell’Iran ha sofferto enormemente la caduta dei prezzi del petrolio. Questa nazione potrebbe trovarsi nei guai più per i problemi interni, più di quelli che hanno visto negli ultimi trenta anni da quando lo Scià fù cacciato dai servitori dell’Ayatollah Khomeini. 

C'era un opinione assai diffusa lo scorso anno la quale affermava che, nel momento in cui gli Stati Uniti e l'Europa finiscono nel caos economico, la Cina si presenta come la nuova grande superpotenza egemonica. Mentre la Cina faceva un lungo cammino in un quarto di secolo, i suoi problemi interni sono ancora enormi e in peggioramento. Sono nei guai per quanto riguarda l'acqua, le importazioni di prodotti alimentari, la disoccupazione di massa, e l'energia. Hanno stipulato alcuni contratti petroliferi in tutto il mondo, ma sono ancora esposti alle fluttuazioni dei mercati petroliferi e agli eventi del Black Swan. Poiché l’economia basata sul consumatore americano sta entrando in coma, e il numero delle navi containers provenienti dalla Cina verso Walmart è sempre più ridotto, il governo cinese dovrà affrontare l'ira di milioni di lavoratori disoccupati. Credo che essi entreranno in lotta nel 2009, e forse diventeranno più scontrosi quando il dollaro USA crescerà e le loro holdings dei buoni del tesoro incominceranno ad assomigliare più a una truffa. 

Attualmente la Russia potrebbe soffrire economicamente a causa del crollo dei prezzi del petrolio, ma sono ricchi di risorse energetiche - almeno per i prossimi decenni - e se loro non gradiscono il prezzo attuale, essi possono tenersi la maggior parte del loro petrolio sottoterra fino a quando il prezzo non sembrerà più attraente. Penso che Putin abbia la fiducia del popolo russo e supererà l'attuale malessere. 

Il Giappone rimane un enigma avvolto in nori tostati [con il termine giaponese nori s'intendono varie specie di alghe del genere Porphyra e in particolare Porphyra tenera e Porphyra yezoensis, commestibili e ricche di proteine, vitamina C e B, N.d.T.]. Stanno riducendo in miseria i propri operai per non restare insolventi verso i debitori. Il settore bancario è stato "zombificato" per una generazione. Importano il 95 per cento dell’energia che utilizzano. Non hanno un piano? Uno se li immagina mentre scivolano nella rassegnazione tornando indietro al sedicesimo secolo, dismettendo l'intero circo industriale come un qualcosa che dà più problemi di quanto valga la pena, proprio come una volta avevano rinunciato alle armi da fuoco.

L’onnicomprensivo tema geopolitico del 2009 sarà la fine della globalizzazione robusta come l’abbiamo conosciuto per un po’ di tempo. Gli scambi commerciali ridotti, la competizione per le risorse energetiche, l’irritazione per i debiti e le valute spingeranno le nazioni ad occuparsi del proprio interno o, almeno, dirotteranno le energie verso le proprie regioni. Un avviso a Tom Friedman: alla fine si è scoperto che il mondo è tondo. 

Conclusione

Dal punto di vista economico il grande tema del 2009 sarà la contrazione. La fine dell’epoca dell’energia a basso costo sarà annunciata dalla fine della "crescita" convenzionale e dalla diminuzione delle attività, della ricchezza, e della popolazione. La contrazione arriverà come un grande shock per il mondo degli economisti convenzionalmente programmati. Si faticherà parecchio ad analizzarla, e probabilmente l’analisi finale risulterà sbagliata. Purtroppo, questa contrazione farà il suo lavoro in modo sgradevole, riducendo il tenore di vita, recidendo le speranze e le aspettative per una vita confortevole, e introducendo disordini in molti dei sistemi dai quali noi abbiamo dipeso per tanto tempo. La gente avrà fame, perderà le case, perderà il reddito e lo status, e perderà la sicurezza di vivere in una società pacifica. Diventerà chiaro che "La Lunga Emergenza" sarà in corso.

Il mio augurio per quest’anno, almeno per la mia società, è che noi non ci trasformassimo in una nazione di clowns compiacenti, distratti, sovralimentati ma diventassimo un popolo tenace e responsabile, disposto a rimboccarsi le maniche per ottenere delle cose. Il mio motto per il nuovo anno è: "non piangete più babies!"

di James Howard Kunstler -Clusterfuck nation
Fonte: http://jameshowardkunstler.typepad.com/
Link: http://jameshowardkunstler.typepad.com/clusterfuck_nation/2008/12/forecast-for-2009.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURIZIO OGGIANU

Siamo noi a sbagliare e tutti gli altri hanno ragione?


A volte è necessario mettere ordine nelle idee. Specie quando accade che le tue idee appaiono così in contrasto con ciò che ti circonda da farti pensare che, forse, sei tu che sbagli e tutti gli altri hanno ragione. 
Leggo la notizia che i morti, nella striscia di Gaza (4 gennaio sera) sono saliti a 500 e i feriti hanno superato quota 3000. Leggo, sugli stessi giornali, ma nelle ultime righe, che Israele ha avuto un solo militare morto. Due giorni dopo saliranno a quattro ma solo perché tre di loro sono caduti sotto il "fuoco amico" dei commilitoni.
Vedo che uno dei maggiori eserciti del mondo, dotato delle più avanzate tecnologie (americane) sta sviluppando un’offensiva a tutto campo contro la popolazione di un milione e mezzo di persone, schiacciata in un esiguo territorio, isolata, accerchiata, da 20 mesi strangolata da un embargo pressoché totale. 
Leggo che l’«esercito» di Hamas ha non più di 25 mila uomini, so che non ha aviazione, non ha carri armati, non ha nemmeno pezzi di artiglieria pesante. Salvo missili artigianali che non servono neppure per la battaglia. Infatti partono da qualche cortile, a casaccio, spontaneamente. Cadono a casaccio. Qualche volta uccidono o feriscono. In tre anni sono morte 17 persone nelle cittadine e villaggi, ora israeliani, che circondano la striscia. 
Leggo che tutto ciò è orribile, mostruoso. E lo è effettivamente. Ma queste cose le scrivono coloro che hanno taciuto sull’embargo che ha strozzato Gaza; quegli stessi che tacciono sulle violazioni di Israele di tutti gli accordi internazionali, delle risoluzioni dell’Onu; quegli stessi che negano che esista una questione umanitaria a Gaza, anzi che negano sia mai esistita. Certo io non lancerei missili a casaccio, nemmeno per ritorsione contro violenze multiple subite da anni, da decenni. Ma io abito a Roma e posso comprarmi le medicine in farmacia, sempre che abbia i soldi per farlo. Loro, i palestinesi di Gaza, i padri e le madri, devono scavarsi i tunnel sottoterra per arrivare in Egitto, e poi schivare le pallottole dei fratelli arabi al servizio di Hosni Mubarak. 
Leggo anche il bilancio delle vittime israeliane dei mostruosi missili di Hamas. Se le cifre che ho visto non mentono - cifre americane - si tratta di due morti e 20 feriti in tre mesi. Orribile, perché erano innocenti civili. Ma, come disse padre Balducci, quando il conto delle vittime raggiunge rapporti superiori a 1 contro 500 non si può più parlare di guerra ma solo di strage. 
Leggo che Israele ha il diritto inalienabile di difendere la propria esistenza. Ma chi è in grado, oggi, domani, in un futuro qualsiasi, di minacciare l’esistenza di Israele? Hamas? Suvvia, nemmeno chi le dice può credere a queste sciocchezze. 
Leggo commenti scandalizzati per le bandiere di Israele bruciate e imbrattate con le svastiche naziste. Altri si sono scandalizzati per i musulmani che pregano nelle piazze europee, in segno di solidarietà con i fratelli di Palestina trucidati. A me pare che protesta più civile non si sarebbe potuta immaginare. Invece c’è chi la trova scandalosa, non politically correct. Infatti, che musulmani sono se si limitano a pregare? Noi li vorremmo sanguinari, con il coltello in bocca. Così non funzionano. 
Ma poi ho l’impressione - scusate ma sono troppo confuso da questa doccia scozzese di notizie - che si pretenda correttezza politica dagli altri senza tenere conto della nostra (di noi europei, di noi italiani) responsabilità morale per avere tollerato, senza condannarlo, l’embargo illegale contro Gaza (per non parlare di tutta la storia pregressa dell’occupazione, anch’essa illegale, delle terre palestinesi). Mi chiedo: si può essere politicamente corretti in queste condizioni? Ovviamente di chi è oggetto di illegalità e violenza? Vogliamo concedere qualche attenuante generica? 
Ma interrompo qui le mie rimostranze "logiche". Capisco che non finirei più di avere le idee confuse. Quindi metto ordine. La domanda è questa: come è possibile che decine di mass media, tutti i più importanti, centinaia di giornalisti, migliaia di diplomatici, di ministri, di parlamentari, di uomini di governo (lascio da parte, per ora, i milioni di spettatori e lettori, vittime delle precedenti categorie) possano non vedere la monumentale incongruenza tra i fatti e la loro narrazione? Tra le affermazioni che sostengono e i fatti? C’è una logica in questa follia?
C’è, e viene da lontano. 

Il Glasgow Media Group (rete di accademici e ricercatori britannici che da trent’anni monitora i media del Regno Unito) ha pubblicato un’analisi di come quei media hanno "coperto" il conflitto israelo-palestinese. (per saperne di più e in dettaglio si legga su 
www.megachip.info, che ha ripreso un articolo uscito su www.senzasoste.it). Il GMG ha analizzato 200 differenti edizioni dei Tg della BBC e di ITV News e intervistando più di 800 persone che hanno assorbito i loro messaggi. Il tutto in un periodo preciso, gli anni tra il 2000 e il 2002. Piuttosto lontano dagli eventi attuali. Ulteriore avvertenza: dato che il mainstream britannico è considerato tra i migliori del mondo (anche se di gran lunga non sempre lo è per davvero) possiamo ritenere che il suo esempio sia la versione migliore, il paradigma del mainstream occidentale nella sua interpretazione più decente, o, se preferite, meno indecente. Ebbene, ecco, in sintesi, i risultati.  
Gli spettatori del Regno Unito hanno capito poco e male le cause del conflitto, le sue origini gli sfuggivano. Ma hanno assorbito in generale le spiegazioni date dal governo israeliano. Anche perché, si capisce, le fonti israeliane ascoltate e viste erano più del doppio di quelle palestinesi. A rafforzare la monodimensionalità del messaggio sono stati chiamati numerosi parlamentari e senatori americani, invariabilmente favorevoli a Israele, a prescindere. I bambini palestinesi risultavano quasi sempre vittime del "fuoco incrociato" tra palestinesi e israeliani. Buona parte degli spettatori non sapeva cosa fossero i "territori occupati", e neppure chi fossero gli occupanti, se israeliani o, per caso, gli stessi palestinesi. Quasi tutti gl’intervistati pensavano che gl’incidenti erano sempre iniziati dai palestinesi e che gl’israeliani non facevano che reagire alle offese subite. La maggioranza del pubblico concepiva gl’insediamenti dei coloni israeliani come pacifiche comunità di agricoltori minacciate dall’aggressività araba. Il numero dei morti israeliani risultava di molto superiore a quello dei morti palestinesi, sebbene il tragico conto della seconda Intifada dica che il rapporto delle vittime delle due parti fu di cinque palestinesi contro uno israeliano. 
Possiamo fermarci qui.

Il caso di Israele è un’eccezione? Niente affatto. Queste tecnologie informative sono state sperimentate in tutti gli scenari di conflitto , senza eccezione alcuna. Negli ultimi vent’anni, anzi, esse si sono affinate e migliorate, nel senso della loro efficacia manipolatrice. Si veda, come esempio più recente, la "copertura" della guerra di Georgia contro l’Ossetia del Sud. L’intero mainstream occidentale ha assunto come standard questa intelaiatura al tempo stesso linguistica, concettuale, temporale, funzionale: il pensiero unico integrato con il messaggio unico. 
Vi è, per questo, una spiegazione oggettiva: l’esistenza del nemico comunista aveva reso relativamente semplice il compito di assegnare ad esso le cause dei problemi del mondo. C’era un "male" visibile (anch’esso sapientemente costruito nei primi anni post-bellici) al quale potevano essere immediatamente attribuite tutte le responsabilità, i crimini, le efferatezze, le ingiustizie ecc.  Per giunta senza tema di smentite che provenissero dall’altra parte. Quando le si registrava era solo per irriderle. 
Il crollo del comunismo rese più complicata l’esigenza di "motivare" la violenza e la sopraffazione occidentale. Da qui la creazione artificiale del "pericolo islamico", momento topico, culmine della quale fu l’11 settembre 2001. 

Il conflitto israelo-palestinese è quindi il luogo principale dove la strategia manipolatrice, di cui stiamo analizzando i caratteri, ha potuto svilupparsi con tutta la potenza dei suoi componenti. È in Palestina che l’Occidente intero si scontra quotidianamente con i suoi nemici. È aiutando Israele che l’Occidente si lava le mani dell’olocausto hitleriano, che dall’Occidente fu concepito e attuato. È in Palestina che, mille volte più che altrove, la verità dev’essere rovesciata nel suo contrario; che la sopraffazione del più forte dev’essere dipinta come necessità di difesa contro il più debole. E in Palestina che deve essere imposta, a tutti i costi, la favola di Esopo, del lupo - a monte - che accusa (e uccide) l’agnello - a valle - dopo averlo accusato di intorbidirgli l’acqua del ruscello. 
Ciò contrasta - lo sappiamo - con la fisica dei corpi, che impedisce all’acqua di salire da valle a monte. Da qui la difficoltà dell’impresa di motivare l’uccisione dell’agnello. Esopo ha scritto la favola proprio per dimostrare l’assurdità della pretesa del lupo. Nasce da questa considerazione morale-letteraria una conclusione che è impossibile evitare. Essa dice che non c’è nulla di casuale in tutto quello che si è fin qui detto. Queste strategie comunicative sono state studiate accuratamente, e vanno molto oltre la disonestà intellettuale e professionale di individui - pur spregevoli - come Riotta, Pagliara, Ostellino e altri, di cui qui è perfino inutile parlare. 
Queste strategie, come emerge limpidamente dallo studio citato del GMP, si basano sulla "sedimentazione" di medio e lungo periodo. Solo un pubblico già preventivamente manipolato (istupidito) può infatti accettare, senza cadere in confusione e poi in crisi, la favola del lupo e dell’agnello come logica. Dio non voglia, sopratutto il Dio degli eserciti, che lo spettatore precipiti in una crisi da confusione. Smetterebbe non solo di applaudire gli assassini, ma anche di fare shopping! Due cose inammissibili. 
La manipolazione deve dunque essere sistematica, organizzata, continua, molteplice. Pagliara, per esempio, deve essere selezionato per tempo e inviato a Tel Aviv, mandando via i corrispondenti precedenti che facevano onestamente il loro mestiere, nel caso specifico Mark Innaro (esiliato al Cairo) e Paolo Longo (promoveatur ut amoveatur a Pechino). Avverrà così per mesi, per anni, che il pubblico italiano verrà imbonito quotidianamente del pensiero unico filo-israeliano e anti-palestinese. 
Questa procedura spiega bene, per converso, come mai la manipolazione mediatica cui abbiamo assistito, lo scorso agosto (guerra di Georgia) non abbia funzionato se non per pochi giorni, per essere poi (provvisoriamente) abbandonata subito dopo: perché il pubblico occidentale non era stato preparato per tempo a "vedere" Saakashvili come il baluardo dell’Occidente. 
C’era sì, certo che c’era, perfettamente lubrificata dai tempi della guerra fredda, la macchina russofobica. Ed è stata usata a piene mani mobilitando tutti i dinosauri commentatori dell’epoca, insieme ai loro epigoni attuali. Ma le generazioni cambiano e lo sforzo è risultato non sufficiente a mobilitare emozioni nell’opinione pubblica occidentale e a scagliarle contro l’evidenza dei fatti. Il lupo, cioè, non è riuscito a vestirsi da agnello. 
E si spiega perfettamente. Perché per operazioni di questo genere - come bene dimostra la ricerca del Glasgow Media Center - ci vuole tempo e sistematicità. Ci vuole la "sedimentazione" di pensieri e, soprattutto, di immagini. Una volta che si è riusciti a far "sedimentare" nelle menti la propria narrazione del mondo (di quel problema in particolare) risulta allora più facile risvegliarla. Essa riappare obbediente, sollecitata da associazioni mentali che sono state accuratamente predisposte in anticipo. 

Purtroppo la cosiddetta contro-informazione, l’informazione alternativa a quella del mainstream, non dispone di queste strategie. E, se anche le avesse elaborate (cosa che non è) non avrebbe gli strumenti per realizzare una diversa "sedimentazione". Purtroppo la sinistra e l’intero campo democratico, in occidente, non è stata capace, fino ad ora, nemmeno di capire il funzionamento di questa macchina, che merita senza dubbio l’appellativo di orwelliana. 
L’origine di tutte le sconfitte di questi ultimi 30 anni, quelli dell’avvento della televisione e dei computer, patite dalla democrazia e dalla civiltà, deriva dal fatto, ormai tremendamente evidente, che il controllo della informazione-comunicazione è stato interamente preso dalle forze dominanti, in primo luogo dall’Impero. Mentre le forze popolari e le loro rappresentanze politiche sono rimaste in una condizione subalterna: tanto dal punto di vista dei mezzi materiali e tecnologici, quanto da quello della teoria, quanto da quello dell’organizzazione politica. 

Le sinistre - in Italia in modo particolarmente stupido, poiché sono state le sinistre a lasciare aperto il varco al dominio berlusconiano - hanno subito la pratica, e la teoria, che l’avversario stava elaborando e realizzando. L’anchilosi teorica della sinistra e del liberalismo democratico (ma anche quella della Chiesa cattolica) si è trasformata in subalternità ideologica e in impotenza pratica. La società in trasformazione non è stata studiata, non solo nei suoi aspetti sociali e strutturali (che significavano una diversa composizione della fisionomia delle classi sociali), ma anche nella impressionante serie di modificazioni che le innovazioni  tecnologiche producevano nella coscienza delle grandi masse. 
Basti pensare che la parte migliore, più attiva, ma comunque largamente minoritaria delle sinistre si è impegnata nella cosiddetta "contro-informazione". Senza neppure rendersi conto, per esempio, che l’informazione è una parte esigua del flusso dei messaggi, largamente sopravanzata da intrattenimento e pubblicità. E che la parte assolutamente decisiva del condizionamento manipolatorio delle coscienze non avviene soltanto, o prevalentemente, mediante l’inganno informativo o il silenzio informativo, bensì si realizza nell’intrattenimento e nella pubblicità. E, dunque, non essendoci a sinistra alcuna ipotesi di "contro-intrattenimento" e di "contro-pubblicità", la lotta contro la manipolazione diventa uno sforzo vacuo e impotente, con mezzi insufficienti e nella direzione sbagliata, perché secondaria.    

E basti pensare che in larghi settori della sinistra - e in generale tra le giovani generazioni, anche questo è segnale che l’egemonia culturale è ormai saldamente nelle mani dell’Impero - prevale ancora l’idea che la via della liberazione sia quella di Internet. Che non solo non può rispondere, nel breve e medio periodo (perché in esso Internet resterà comunque minoritaria e "nicchia") ai problemi descritti sopra, ma che, sotto altro profilo, altro non è che l’illusione secondo cui la tecnologia può liberare l’individuo. 
E si tenga conto che tutto ciò, pur con tutti i suoi limiti, concerne la parte migliore, la più giovane, quella intellettualmente più attiva, delle forze democratiche. Il resto: i partiti politici, le istituzioni rappresentative, i mass media, le caste accademiche, gl’intellettuali "progressisti", sono stati risucchiati completamente dalla narrazione egemonica del pensiero unico. Narrazione eminentemente televisiva, che ha modificato, con impressionante potenza "di fuoco", i contenuti e i luoghi della politica, la forma e la durata dei ricordi collettivi, ha ri-plasmato la qualità e l’intensità delle emozioni individuali, ha rivoluzionato il linguaggio e ha marchiato di sé le stesse forme di apprendimento che presiedono all’educazione degl’individui.  
In una parola ha creato una "mutazione antropologica". 

La politica dell’homo videns non può essere la stessa che fu per l’homo legens. Così è per la democrazia. I dominanti hanno come obiettivo l’eliminazione dell’una e dell’altra. I dominati devono chiedersi se hanno capito il rischio che corrono e se esiste una via per resistere.
Tutto ciò avrebbe richiesto - e richiederebbe urgentemente anche adesso, ormai in condizioni di emergenza democratica - una strategia, uno studio attento delle nuove condizioni in cui le forze democratiche possano organizzare una controffensiva o, come minimo, possano difendersi dall’ondata "rivoluzionaria" che sopraggiunge di pari passo con la più grave crisi del sistema capitalistico. 
È, o dovrebbe essere, evidente, che l’insieme delle tecnologie del potere che nel frattempo il Potere ha organizzato sarà utilizzato con abbondanza di mezzi e una furia iconoclasta direttamente proporzionale alla paura che le classi dominanti hanno ormai elaborato e secreto. 

Il loro dominio non offre loro una soluzione ai limiti, alle crisi - finanziaria, energetica, climatica - che la Natura sta frapponendo sul loro percorso. Gli spiriti selvaggi che lo sviluppo capitalistico "infinito" ha evocato non sono dominabili (e comunque solo per breve periodo) se non esercitando la violenza sui più poveri in forme mai prima sperimentate. Altrimenti vi sarà spazio per la rivolta. La paura rende feroci. La "distruzione creativa" verrà dunque applicata alle istituzioni della democrazia liberale, ormai obsolete e inutilizzabili nelle attuali condizioni. Dai modelli di democrazia autoritaria, già largamente in uso, si passerà alla guerra: quella di classe all’interno dei singoli comparti, quella classica, militare, tra stati e verso le aggregazioni, di qualunque forma e geometria, sotto qualunque latitudine e longitudine, che si mostrassero renitenti. 
Solo chi non comprende la vastità della crisi può ignorare o trascurare questa prospettiva. Ma farvi fronte significa contestare la narrazione dominante. Ed essa non può più essere contrastata con la "vecchia politica". Solo una diversa narrazione, a cominciare da un diverso uso delle immagini in movimento, che raggiunga larghe masse popolari, può costituire un’alternativa di eguale potenza. 

È questo l’unico terreno possibile per la difesa e il contrattacco. Si potrebbe dire, parafrasando antiche terminologie: niente capacità di comunicare, niente possibilità di difesa. Non basta più avere una buona descrizione del problema, del conflitto. Anche la migliore idea, analisi, proposta, se non potrà essere trasmessa, risulterà inutile, monumento all’impotenza. Al massimo patrimonio di una nicchia di privilegiati che hanno capito. Comunque inoffensiva, anche se fosse relativamente grande. Il Ministero della Verità e quello dell’Amore potrebbero perfino lasciarla in vita, tanto saprebbero che non conta. 
Il progetto di una televisione indipendente, 
Pandora, ha questo significato. Di altri progetti, magari migliori, per il momento, non c’è traccia. Chi alza le spalle e guarda altrove, si troverà di fronte, da qualunque parte si giri, come avviene oggi, gli schermi che raccontano la strage di Gaza come evento giusto. E non potrà fare altro che strapparsi i capelli. 
Aggiungo: meritatamente.

Giulietto Chiesa - Megachip 

Il capovolgimento delle responsabilità israeliane


Se si leggono le dichiarazioni dei politici israeliani ed americani, e si cerca di raffrontarle con le immagini di devastazione, sembra non esserci che un’unica spiegazione. Costoro devono essersi presi una di quelle malattie mentali che potremmo chiamare “Disordine da Massacro tendente al Capovolgimento Visivo delle Responsabilità da Carneficina”.

Per esempio, Condoleeza Rice, dopo aver osservato che più di 300 abitanti di Gaza erano morti nell’attacco [il primo giorno], ha detto: “Siamo estremamente preoccupati per questa escalation di violenza. Condanniamo fermamente gli attacchi contro Israele e riteniamo Hamas responsabile”.

Qualcuno dovrebbe chiederle un commento sugli accoltellamenti minorili, per vedere se per caso sia capace di rispondere: “Condanno fermamente le persone che sono state accoltellate e finché non abbandoneranno la loro attitudine ad andarsene in giro stringendosi i fianchi e sanguinando non vi sarà alcuna speranza di pace”.

Il governo israeliano soffre terribilmente di questa confusione. Probabilmente...

fa passare sulla TV israeliana degli spot pubblicitari in cui un uomo cade da una scala gridando “Eeeeugh!”; poi una voce commenta: “Avete mai provocato un incidente sul lavoro negli ultimi 12 mesi?”, e il tizio che lo ha spinto riceve 3.000 sterline di compenso.

La sproporzione tra la potenza dei bombardieri F-16 e degli elicotteri Apache usati da Israele e gli affari tipo catapulta che usano i palestinesi è così ridicola che tentare di descrivere la situazione come una lotta tra due eserciti che combattono alla pari richiede l’immaginazione di uno scrittore di racconti per bambini.

Un giornalista di News at Ten ha detto che “i razzi di Hamas saranno anche inefficaci, ma sono SIMBOLICI”. Quindi non possiedono armi, ma possiedono il simbolismo, i diabolici bruti.

Non c’è da meravigliarsi che le forze aeree israeliane abbiano dovuto demolire un po’ di quartieri residenziali, altrimenti Hamas avrebbe potuto tentare di prendere in giro Israele con un’esibizione di danza espressiva.

I razzi non saranno forse in grado di uccidere a un livello pari a quello delle forze aeree israeliane, ha detto un portavoce, ma vengono lanciati “con l’intenzione di uccidere”.

E avrebbe potuto continuare: “Abbiamo anche le prove che i sostenitori di Hamas fanno dei sogni, e che in quei sogni succedono brutte cose ai cittadini israeliani: essi bruciano, o si trasformano in cactus, o corrono nudi per Woolworths, perciò non è importante se ciò possa accadere o no, è importante che essi VOGLIONO che succeda, ed è per questo che bombardiamo la loro università”.

E poi c’è l’affronto del sostegno offerto ad Hamas dall’Iran. Beh, questo significa proprio violare le regole. Perché potete dire quel che volete degli israeliani, ma essi non ricevono forniture di armi o finanziamenti o sostegno politico da un paese più potente del loro, fanno tutto da soli e si fabbricano le loro armi in una bottega artigianale di Gerusalemme.

Ma soprattutto gli israeliani tendono a giustificarsi con una fastidiosa mancanza d’immaginazione, come quando hanno dichiarato di aver dovuto distruggere un’ambulanza perché Hamas, cinicamente, nasconde le sue armi all’interno delle ambulanze.

Avrebbero potuto essere più creativi e dichiarare che Hamas stava tentando di puntare quella luce blu lampeggiante contro gli israeliani epilettici nel tentativo di provocargli una crisi, abbacinarli e spingerli a vagare fino in Siria, dove sarebbero stati catturati.

Invece preferiscono un approccio più diretto, come la dichiarazione fatta da Ofer Schmerling, ufficiale della Difesa israeliano, che ha detto ad Al-Jazeera: “Metterò su della musica e festeggerò ciò che stanno facendo le forze aeree israeliane”.

Magari potrebbero ricavarne un grande festival nazionale con luminarie, crostate e i negozi che suonano “Vorrei che Gaza fosse Bombardata Ogni Giorno”.

Nello stesso tono, Dov Weisglas, capo di stato maggiore sotto Ariel Sharon, ha fatto riferimento all’assedio di Gaza che ha preceduto questo bombardamento, un assedio in cui gli israeliani hanno impedito alla popolazione di ricevere le forniture essenziali di cibo, medicine, elettricità e acqua, affermando: “Li abbiamo messi a dieta”.

Un’arroganza da malavitoso dell’East End, tanto che non sembrerebbe fuori luogo se il Primo Ministro israeliano iniziasse una conferenza stampa dicendo: “Oh, poverini, poverini. Pare che questi palestinesi abbiano avuto un piccolo, ehm, incidente. Tutti i loro edifici sono stati buttati giù, magari la prossima volta staranno più attenti, he he...”.

Quasi certamente la ragione per cui sta accadendo tutto questo è che il governo vuole mostrarsi duro quel tanto che basta da vincere le elezioni (n.a.: v .La ricetta politica israeliana, uccidere in cambio di voti). Magari con la tipica franchezza israeliana potrebbero mandare in onda una

trasmissione politica in cui Ehud Olmert dichiari: “Ecco il motivo per cui penso che dovreste votare per me”, e poi, mostrando un filmato di Gaza, si metta a strillare: ”Uheilà, quel tizio sull’angolo sta andando A FUOCO!”.

E Condoleeza Rice e i suoi colleghi, compreso l’inviato speciale per la Pace in Medio Oriente, potrebbero allora scuotere la testa e commentare: “Deprecabile. Andarsene in giro in fiamme in quel modo potrebbe provocare un brutto incidente a qualcuno”.

di Mark Steel - «The Independent»
traduzione di Gianluca Freda

Link: http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/1267-ma-di-che-si-lamentano-i-palestinesi.html

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