sabato 10 gennaio 2009

Anche i Balcani vittime della "guerra del Gas"



Dopo soli pochi giorni di tagli alle forniture di gas, molti Stati Europei cominciano ad essere vittima del caos e del panico, oltre che del freddo, nonostante le rassicurazioni impassibili dei rispettivi Governi.  Continua dunque ad imperversare quella che può essere definita "la guerra del gas", scatenata da Russia e Ucraina senza nessun preavviso o misura cautelativa per preservare tutte le controparti coinvolte, ripetendo testardamente lo stesso errore del 2006. Tra l’altro, le schermaglie dei due litiganti hanno dato vita ad una diffusa disinformazione, tra accuse reciproche e intimidazioni, sintomo evidente della reciproca responsabilità dei due operatori energetici. La regione europea orientale, e la stessa Germania, sono rimaste senza gas, e chi ne ha la possibilità ricorre alle riserve strategiche. I Balcani non hanno alcun approvvigionamento di gas, che non può essere compensato con il ricorso agli stoccaggi, ma solo alla riconversione energetica con altri combustibili più costosi. Anche l’Italia non riceve da due giorni il gas russo, registrando secondo quanto riportato dall’ENI una sostanziale interruzione del gas proveniente dal gasdotto TAG, vedendosi così costretta ad aumentare il ricorso agli stoccaggi per compensare il calo delle importazioni. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha stimato un’autonomia non superiore alle tre settimane, in considerazione del fatto che l’apparato infrastrutturale italiano non ha avuto negli ultimi anni delle migliorie sensibili che possano compensare l’ammanco delle forniture provenienti della Russia. Si cerca dunque di massimizzare gli approvvigionamenti dagli altri Paesi fornitori (Algeria, Libia, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna).

Nel frattempo, si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom 
Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Miller incontra il Commissario europeo per l'Energia Andris Piebalgs, il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e il Presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Pottering. Allo stesso tempo, nella nottata tra la giornata di mercoledì e giovedì, si è tenuto un faccia-a-faccia tra i dirigenti  Gazprom e Naftogaz  Ukraine a Mosca, quali Alexei Miller e Oleg Dubina, per giungere ad un compromesso per porre fine alla crisi.   Mosca rimane ferma sulla tesi secondo cui Gazprom ha sospeso le forniture di gas verso l'Ucraina dopo che non era stato raggiunto nessun compromesso sull’accordo commerciale per il 2009 e la liquidazione degli arretrati: una minaccia inutile se non attuata. Pur assicurando che il taglio interessava solo le esportazioni di gas destinate al consumo interno dell’Ucraina, Gazprom si è detta costretta a sospendere tutte le forniture sul territorio ucraino, in quanto la società energetica ucraina Naftogas  ha deviato più di 86 milioni di metri cubi di gas russo destinato al mercato europeo,  mentre la società RosUkrEnergo non ha ricevuto 25 milioni di metri cubi dalla UGS Ucraina. Il gigante russo ha poi intimato la società ucraina di restituire, mediante le proprie riserve, il gas che non è stato ricevuto dai consumatori europei.  Al contrario, il Vice Presidente della  Naftogaz Vladimir Trikolich accusa apertamente Gazprom, e afferma che "la Russia non ha neanche cercanto di riaprire il deposito del transito del gas attraverso l'Ucraina",  e che "Gazprom ha completamente bloccato le forniture di gas per l'Ucraina e lo stesso transito di gas verso l'Europa".  Secondo Kiev, la propaganda russa è deliberatamente volta a screditare la Naftogas e lo stesso Stato ucraino, a cui vengono imputate tutte le responsabilità per la cessazione della fornitura di gas ai Paesi Europei. 

 Ora la Russia chiede che sia garantito il transito del gas e l’autorizzazione del controllo da parte di osservatori internazionali come condizioni per la ripresa delle forniture di gas alle frontiere.  Il Presidente russo Dmitri Medvedev ha infatti ribadito che, prima di riaprire le condutture, è necessario autorizzare il monitoraggio da parte di rappresentanti  Gazprom, Naftogaz, le autorità ministeriali dei due Paesi e gli osservatori della UE.  La controparte ucraina, da parte sua, si dice pronta a fornire il transito di gas russo verso l'Europa, come affermato da Oleg Dubina nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti al termine dei colloqui a Mosca con Miller. "
La situazione attuale e le incomprensioni derivano da questioni economiche, non da problemi politici. Essi devono essere risolte in conformità degli interessi economici delle parti", afferma Dubina, aggiungendo che l'Ucraina è pronta a garantire il transito di gas verso l’Europa, e che la parte russa deve comunque garantire la fornitura di una certa quantità di gas necessaria al funzionamento del compressore e delle stazioni di transito.  Allo stesso modo si dice favorevole ad ammettere l’ingresso sul territorio degli osservatori dell'Unione Europea per il monitoraggio di gas. "I nostri uomini sono pronti ad entrare sul territorio ucraino. Stiamo aspettando l'esito della riunione tra i capi di Gazprom e Naftogaz", ha riferito  Pottering dopo l'incontro con il Vice Primo Ministro d'Ucraina Grigory Nemyreem

In un modo o nell’altro, sembra che la situazione stia lentamente tornando alla normalità, dopo che Mosca e Bruxelles hanno dettato delle precise condizione per lo sblocco della crisi energetica. Molto probabilmente l’emergenza rientrerà da qui a pochi giorni, viste le forti pressioni giunte dai vertici delle Istituzioni Europee e dei singoli Stati membri.  L'esito della grande crisi sarà comunque negativo, in quanto i prezzi saranno aumentati e i Paesi fornitori si sentiranno,  a maggior ragione, in balia della lotta perpetua di Mosca per il controllo della regione, sia dal punto di vista energetico che politico. Il rapporto fornitore-consumatore è stato in qualche modo incrinato, non essendovi nei fatti una strategia di cooperazione reale, al punto che basta una lite commerciale per decretare il taglio secco e totale dell’energia, senza la minima considerazione per i possibili danni economici e reali che si provocano. Il tutto si riduce ad un gioco-forza per ottenere il dominio delle proprie zone di influenza. La "guerra del gas" dichiara sconfitta innanzitutto l’Europa, impotente e impreparata nonostante le grandi strategie di diversificazione, ma anche l’Ucraina, che non è riuscita ancora una volta nel suo "colpo di Stato" contro la Russia.  Ogni strategia è stata dispiegata per portare a compimento il progetto dell’Opec del gas, e ribadire il fatto che l’Europa, l’Ucraina ed ogni altro Stato che dipende da tali fonti di energia, non possono fare a meno della Russia.
di Fulvia Novellino

Esiste ancora la voglia di informare liberamente? Dov'è finito il vero Giornalismo?


Il 5 gennaio è una data che accomuna due grandi (e soprattutto veri) giornalisti siciliani del passato, che pagarono con la vita la loro voglia di informare liberamente. Parlo del grande Peppino Impastato (nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948) e del bravissimo Giuseppe Fava (ucciso, ahimè, sei anni dopo, il 5 gennaio del 1984). Oltre ad avere in comune il giorno già citato e la regione di origine (Sicilia appunto), i due cronisti furono accumunati da un ulteriore tragico particolare: entrambi furono vittime di Cosa Nostra. 
La loro volontà di lottare contro la criminalità organizzata anche a rischio della propria vita, riportando notizie inerenti a questo o quel boss, e il loro non essere succubi di nessun padrone-editore, non è qualcosa da elogiare: bensì da lodare! 
Oggi, di giornalisti che interpretano la propria professione come fecero i due cronisti siculi, ce ne stanno davvero pochi. E non mi riferisco solo agli scritti sulla mafia. Mi riferisco soprattutto alla politica. Ciò che prevale, è una sottomissione ai poteri forti dello Stato. Di conseguenza, il giornalista, pena il licenziamento, deve scrivere senza andare mai contro le idee del proprio editore, il quale a sua volta è spesso controllato da banche e partiti. È questa si chiama libertà di informazione? E l’Art.21 della nostra Carta Costituzionale? Dettagli.
Certo è dura ribellarsi. Basti vedere che fine hanno fatto due mostri sacri del giornalismo, come Enzo Biagi ed Indro Montanelli, rei solamente di non aver voluto adempiere a degli ordini imposti “dall’alto” e di aver effettuato una libera informazione basata sulle proprie idee. Per non parlare poi dell’editto bulgaro, delle botte prese dal giornalista palermitano Pippo Maniaci o, in tempi più recenti, del caso Vulpio, al Corriere della sera. 
L’Italia è il Paese dell’informazione quasi totalmente monopolizzata. Abbiamo un premier che, oltre a possedere diverse testate giornalistiche, pubblicitarie e radiofoniche, detiene tre reti televisive nazionali su sette e che ne controlla, indirettamente, altre tre (la RAI è di fatto una Tv “governativa”).  Non c’è quindi da stupirsi se l’Italia risulta al 61esimo posto nella graduatoria inerente la libertà di stampa nel mondo. 
È possibile, in un’epoca come la nostra, desiderare un giornalismo libero che non dipenda da nessuno? dove chiunque è libero di scrivere ciò che vuole senza la paura di ottenere delle ritorsioni contro, né dalla mafia né dalle Istituzioni?  un giornalismo senza colori, né di destra né di sinistra: solamente obiettivo e soprattutto laico? un giornalismo, dove i cronisti pongano le domande ai nostri colletti bianchi, non limitandosi solamente a registrare i loro monologhi? un giornalismo al servizio dei governati e non dei governanti?
Forse è difficile, ma in fondo sperare non costa nulla. 
di Lorenzo Chiavetta

“Con la destituzione di Sansonetti la Rifondazione che avevamo costruito insieme è diventata irriconoscibile”


Il conto alla rovescia, per Rifondazione comunista, è cominciato. Giovedì scorso, con una lunga intervista a “Repubblica” l'ex segretario Franco Giordano, oggi tra i principali dirigenti dell'area vendoliana “Rifondazione per la sinistra”, ha di fatto annunciato l'imminente uscita di quell'area dal Prc. La decisione finale spetterà all'assemblea dell'area convocata per il 24 e 25 gennaio in quella stessa Chianciano dove, in luglio, un cartello composto dalle quattro mozioni di minoranza battè la mozione vendoliana, che aveva ottenuto la maggioranza relativa. Ma, sia pur prive di potere decisionale, quelle di Giordano non sono certo parole in libertà. Tanto più che ieri, dopo una girandola di incontri con lo stesso Giordano, con diversi esponenti dell'area vendoliana e alla fine col segretario Paolo Ferrero, Bertinotti ha benedetto la scissione facendo sapere che “con la destituzione di Sansonetti la Rifondazione che avevamo costruito insieme è diventata irriconoscibile”. La rimozione di Sansonetti, accusato di promuovere una linea politica diversa da quella "del partito",  si consumerà lunedì. La Direzione del Prc è convocata con all'ordine del giorno la sfiducia al direttore di Liberazione e la nomina dei nuovi direttori. Uno sarà Dino Greco,  ex segretario della Camera del Lavoro di Brescia, purtroppo privo di qualsivoglia esperienza giornalistica. Sul secondo, che dovrebbe invece essere un giornalista vero, regna  il massimo segreto, e non è neppure certo che sia già stato individuato. A complicare ulteriormente la vicenda, campeggia sullo sfondo l'ipotesi di vendere la testata (pur mantenendo la dizione "quotidiano del Prc" dalla quale dipende l'erogazione dei pingui contributi statali) all'editore Luca Bonaccorsi, piuttosto "chiacchierato" sia per i numerosi contenziosi sindacali con i giornalisti che lavorano nelle sue testate sia per le posizioni assai vicine a quelle del "guru" Massmo Fagioli, a sua volta un ex "bertinottiano" deluso poi dalla scelta di un gay cattolico come Nichi Vendola alla guida di "Rifondazione per la Sinistra". Un bel ginepraio. I vendoliani negano che la loro scelta sia una diretta conseguenza del caso Sansonetti-Liberazione. In effetti, dopo il congresso di luglio, le posizioni delle due aree interne al Prc si sono vieppiù divaricate, sino a diventare incompatibili su tutti i fronti (dal giudizio sulla caduta del Muro di Berlino, all'alleanza con Di Pietro sponsorizzata da ferrero sino all'iniziativa, criticatissima dai vendolianio). Ma è fuori di dubbio che la vicenda di Liberazione ha quanto meno accelerato i temi del divorzio. Una parte non irrilevante dell'area vendoliana (circa un quarto) ha già annunciato e confermerà oggi la scelta di restare all'interno del Prc, sia pure su posizioni di fatto identiche a quelle degli scissionisti, con i quali manterranno comuque stretti rapporti. E c'è solo da sperare che avesse ragione il timoniere cinese Mao, quando diceva che "grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque ottima".  

di Clementina Colombo

Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/01/articolo/228/?tx_ttnews[backPid]=16&cHash=400a57887f

Dietro lo scontro con Hamas è in gioco la leadership della regione

Il conflitto israelo-palestinese è il nodo centrale della questione mediorientale, senza la soluzione del quale non vi sarà pace in tutto il Medio Oriente, e non solo per i paesi arabi. Il timore arrivato ieri con i razzi dal Libano esprime bene lo scenario della crisi. Dietro l'orribile carneficina in corso nella striscia di Gaza si giocano interessi molto più grandi: ancora una volta sul corpo dei palestinesi si confrontano le varie potenze dell'area e, a distanza, i loro rapporti con gli Stati uniti del nuovo presidente Obama. Dietro lo scontro con Hamas è in gioco la leadership della regione che si fa scudo della religione, unico elemento mobilitante dopo il fallimento della politica e l'inefficacia degli accordi diplomatici.
Questa lotta è ancora più esacerbata dopo la morte di Arafat che comunque, con tutti i suoi errori, rappresentava la Palestina nel suo insieme, senza distinzione tra Gaza e Westbank. La morte di Arafat ha tolto ogni copertura a Fatah e ha dato via libera a una dinamica già in atto, islamisti da una parte e il resto dall'altra. Mentre la componente laica e democratica della leadership palestinese è stata colpita per aver cercato di lottare contro la corruzione dell'Anp, la militarizzazione (degenerazione della lotta armata) dello scontro e contro il fondamentalismo islamico. E bistrattata dagli occidentali come dai regimi arabi.
Israele assedia ora la Striscia di Gaza con il pretesto di distruggere Hamas come aveva assediato Arafat alla Muqata, cinque anni fa. Ora il massacro ha proporzioni infinitamente maggiori perché sotto tiro non è una fortezza, ma Hamas la cui presenza è diffusa su tutta la striscia di Gaza, un territorio con la densità di popolazione più alta al mondo. Ma per Arafat come per Hamas l'accusa era ed è di terrorismo. Non era stato forse proprio Israele a favorire la nascita di Hamas per indebolire la leadership dell'Olp? Così come gli Usa avevano creato Osama bin Laden per combattere il comunismo che si era esteso fino ad occupare l'Afghanistan? 
Hamas ora non può più servire al gioco di Israele, anzi è diventata la principale spina nel fianco. L'asse Iran-Hezbollah-Hamas costituisce l'incubo degli israeliani. Hezbollah libanese ha inferto al potente esercito israeliano l'unica sconfitta subita finora sul campo, che brucia ancora, e Hamas si è rafforzata ricevendo dall'Iran (nonostante il blocco dei beni di prima necessità) nuove armi più sofisticate, anche se assolutamente non paragonabili alle tecnologie di Tsahal (esercito israeliano). I nuovi missili, che hanno una gittata maggiore dei rudimentali Qassam, sono un messaggio chiaro per Israele. Ma anche uno scacco per i paesi arabi della regione, l'Iran sta espandendo la sua zona di influenza: in seguito alla guerra contro Saddam Tehran controlla gran parte dell'Iraq, ha in Hezbollah un baluardo in Libano e sostiene Hamas in Palestina. L'Iran sta giocando una nuova carta, quella palestinese, nei confronti degli Stati uniti per la trattativa sull'uranio. L'aggressività dell'Iran indebolisce i paesi arabi in crisi di leadership e rende difficile la trattativa dell'Egitto con Hamas, mentre l'Arabia saudita, che finanzia tutto il wahabismo internazionale Fratelli musulmani compresi, si vede minacciata nella guida dell'islam più intransigente dai mullah di Ahmadinejad. Comunque vada, anche se Israele dovesse sciaguratamente decimare i palestinesi di Gaza, dovrà continuare a fare i conti con lo spauracchio iraniano. In gioco in Palestina sono anche le imminenti elezioni israeliane e iraniane. La debolezza interna si fa forza delle armi che sparano contro i più deboli, come sempre i palestinesi. Nessuna tregua (anche se in questo momento è di drammatica urgenza) sarà sufficiente a disinnescare queste logiche finché i palestinesi non troveranno una soluzione alla loro causa.
di Giuliana Sgrena

Vivere l'orrore da bambino a Gaza City


Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio narghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell'inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall'Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicine al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell'intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere. Sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra.  Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passassero anche armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio.  Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari.  I nostri compagni dell'Ism a Rafah ci descrivono l'ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all'Egitto. Copione già visto, nei giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l'evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabaliya. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze.  A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samouni. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.  Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l'esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto a un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a scoppiare gli obitori.  A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell'Ism, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull'immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro temini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni: «La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c'è elettricità, e la notte ce l'abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c'è, guardiamo il notiziario in tv. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l'assedio e la guerra». Da Fatma, 13 anni: «È stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l'esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o un vicino. Non c'è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare - sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso».  Da Sara, 11 anni : «Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell'educazione e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila». Da Darween, 8 anni: «Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese». Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: «Cosa provi quando senti i razzi?». E lei ha detto: «Ho paura!», e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà.  Gaza è tristemente avvolta nell'oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitari arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l'esplosione. Spesso ci riguardiamo l'estrazione dalle macerie dei corpi, come se non bastasse averli visti in diretta.  Ieri sera col telecomando ho scanalato solo una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.
di Vittorio Arrigoni

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