lunedì 12 gennaio 2009

Il massacro di Gaza nei versi dell'Antico Testamento


“Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno dinanzi a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinanzi a voi colpiti di spada.”

Levitico, cap. 26, vv. 7-9



“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni… quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia.”

Deuteronomio, cap. 7, vv. 1-2



“…non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio… come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare…”

Deuteron
omio, cap. 20, v. 16



Gli studiosi della Bibbia non nutrono molti dubbi sul fatto che la Bibbia ebraica contenga alcuni suggerimenti fortemente impregnati di immoralità, alcuni dei quali non sono altro che un invocazione al genocidio. Raymund Schwager, studioso della Bibbia, ha trovato nell’Antico Testamento 600 passi di violenza esplicita, 1.000 versi che descrivono le violente azioni punitive di Dio, 100 passi in cui Dio ordina espressamente di uccidere. A quanto pare, la violenza è l’attività più spesso menzionata nella Bibbia ebraica.

Per quanto possa essere sconvolgente, la saturazione di violenza e sterminio nella Bibbia ebraica può fare luce sul terrificante genocidio condotto al momento a Gaza dallo stato di Israele. In pieno giorno l’I.D.F. [l’esercito israeliano, n.d.t.] sta utilizzando contro i civili i metodi più letali, come se il suo principale obiettivo sia quello di “ votare allo sterminio” la popolazione di Gaza senza mostrare alcuna intenzione “di fare loro grazia”.
E’ interessante osservare che Israele guarda a se stesso come a uno stato secolare. Ehud Barak non è proprio un qualificato rabbino, e Tzipi Livni non è la moglie di un rabbino. Siamo pertanto autorizzati a presumere che in realtà non è il Giudaismo in sé che trasforma direttamente capi politici e militari israeliani in criminali di guerra. Inoltre, i primi Sionisti credevano che all’interno di una patria nazionale gli Ebrei sarebbero diventati “un popolo come tutti gli altri”, cioè civili e morali. Sotto questo profilo la realtà israeliana è piuttosto singolare. Gli ebrei laici forse sono riusciti ad abbandonare il loro Dio, molti di loro non osservano la legge giudaica, sono in larga misura laici, e nondimeno interpretano collettivamente la loro identità ebraica come una missione genocida. Sono riusciti con successo a trasformare la Bibbia da testo spirituale a ufficio del catasto inzuppato di sangue. Sono là, in Sion, cioè in Palestina, per invadere il paese e metterlo sotto chiave, affamare e annientare i suoi abitanti nativi. Di conseguenza, sembra che i comandanti di artiglieria e i piloti dell’aviazione israeliana che hanno cancellato la parte settentrionale di Gaza due notti fa stiano seguendo il Deuteronomio cap. 20 v. 16, stiano veramente “non lasciando in vita alcun essere che respiri.”

Eppure, una domanda rimane aperta. Perché un comandante laico dovrebbe seguire i versi del Deuteronomio o di qualsiasi altro testo biblico?

Qualche sporadica voce ebraica all’interno della sinistra insiste nel dirci che l’Ebraismo non ha in sé tendenze assassine. Sono propenso a credere che essi stessi considerino le loro parole schiette e veritiere. Ma allora ci si può domandare che cos’è che rende lo stato ebraico di una brutalità senza confronti? La realtà della questione è in verità abbastanza meschina. Per quanto ci è dato di osservare il Sionismo è l’unico collettivo ebraico ideologico e politico che si trovi nei paraggi, e come sta accadendo, questa settimana ha dimostrato ancora una volta di essere genocida fino al midollo. Per quanto concerne il genocidio, la differenza tra Giudaismo e Sionismo può essere illustrata come segue: mentre il contesto biblico giudaico è impregnato di riferimenti genocidi, solitamente in nome di Dio, nel contesto sionista, gli ebrei stanno uccidendo i palestinesi nel loro stesso nome, cioè di “popolo ebraico”. Questo è certamente il massimo successo della rivoluzione sionista. Insegna agli Ebrei a credere in se stessi. A credere nello Stato Ebraico. “L’israeliano” è il dio di Israele. Perciò l’Israeliano uccide in nome “della sua sicurezza”, e in nome “della sua democrazia”. Gli Israeliani uccidono nel nome della “loro guerra contro il terrorismo” e nel nome della “loro America”. A quanto pare, nello stato ebraico, il soggetto ebraico ritorna all’omicidio di massa appena trova un “nome” da collegare a questo.

Tutto ciò non ci lascia in realtà molto spazio per fare ipotesi. Lo stato ebraico è la minaccia definitiva verso l’umanità e verso la nostra nozione di umanesimo. La cristianità, l’Islam e l’umanesimo si presentano come tentativi di riformare il fondamentalismo tribale ebraico e sostituirlo con un’etica universale. L’illuminismo, il liberalismo e l’emancipazione hanno permesso agli ebrei di affrancarsi dalle loro antiche peculiarità di supremazia tribale. Dalla metà del XIX secolo molti ebrei si sono liberati delle loro catene culturali e tribali. Assai tragicamente, il Sionismo è riuscito a riportare indietro molti ebrei. Attualmente, Israele e il Sionismo rappresentano l’unica voce collettiva disponibile per gli Ebrei.

Gli ultimi dodici giorni di offensiva spietata contro la popolazione civile palestinese non lasciano nessuno spazio per i dubbi. Israele è il pericolo più serio per la pace nel mondo. Senza dubbio nel 1947 le nazioni commisero un tragico errore fornendo a una mutevole identità orientata razzialmente l’opportunità di stabilirsi in uno stato nazionale. L’obbligo morale delle nazioni è adesso quello di smantellare pacificamente quello stato prima che sia troppo tardi. Abbiamo il dovere di farlo prima che lo stato ebraico e le sue forti lobbies in giro per il mondo riescano a spingerci in una guerra globale nel nome di una qualunque banale ideologia populista (democrazia, guerra contro il terrorismo, scontro di civiltà e simili). Dobbiamo svegliarci ora, prima che il nostro unico e solo pianeta venga trasformato in una bolla che scoppia di odio.
Traduzione di Mauro Maiorani
Fonte della versione italiana:
QUI

Nota di
Doriana Goracci:

Gilad Atzmon, nato nel 1963, è un musicista jazz, israeliano, formatosi alla Rubin Academy of Music di Gerusalemme. La passione per la musica, il sassofono, il clarinetto… da ascoltare e scorrere sul suo sito Atzmon, convivono con quella della scrittura. E’ noto per l’una e per l’altra, date le sue posizioni fermamente antisioniste.

Alitalia, l'Italia dalle ali spezzate e dalle tasche svuotate


Spiegatelo con parole semplici ai vostri amici, parenti, conoscenti che votano per il centro-destra, ché i conti della serva li capiscono anche loro. Mille articoli e studi possono usare maggior proprietà ma è necessario accendere una candela in memoria di Alitalia, che è forse in memoria dell’Italia paese sviluppato.

Lo svuotamento, perché di questo si tratta (ricordate Michael Douglas in Wall Street) della compagnia di bandiera non passa alla storia solo come il simbolo del cinismo, della malafede e del pressappochismo dell’era di Silvio Berlusconi ma forse come il punto di non ritorno della breve stagione italiana tra i paesi avanzati.

Spiegatelo con pazienza che tra la soluzione miracolosa trovata dal grande venditore e l’accordo faticosamente raggiunto da Romano Prodi con il presidente di AirFrance-KLM, Jean-Cyrill Spinetta, meno di un anno fa, ci sono ben 5 miliardi di Euro di differenza a nostro carico e 7.000 posti di lavoro persi in più. Fatelo notare che con 5 miliardi di Euro ci si fa più del ponte sullo stretto di Messina. Ricordatelo che ci si potevano fare 11 (undici) social card, ovvero (senza entrarne nel merito) redistribuire ad ognuno degli indigenti beneficiati non 40 ma 440 Euro al mese. Oppure ditelo che quei 5 miliardi si potevano investire per costruire un pezzo di futuro per la generazione precaria, un figlio o una sorella precaria ce l’avranno anche i vostri amici che hanno votato Silvio.

Ci si poteva fare, a costi da paese civile, quasi tutta la TAV da Napoli a Milano. Sarebbero stati necessari meno di 7 miliardi in Francia, Spagna o Germania visto che a tutti la TAV costa circa 9 milioni al km, solo da noi si superano i 30. Oppure, se non si fosse usata Alitalia contro Prodi, ci si poteva costruire un modernissimo ospedale per ogni regione attrezzato di tutto punto per ogni patologia. Questi 5 miliardi di Euro (10.000 miliardi di lire) erano soldi che (al governo Prodi) AirFrance aveva accettato di pagare o debiti che aveva deciso di accollarsi. Invece Berlusconi li ha buttati via e ha scelto per cinismo politico di farli accollare ad ognuno di noi.
Il risultato è ritrovarsi comunque con AirFrance padrona della compagnia (gli amici del capo ne usciranno presto con favolosi guadagni), ma con l’aggravante di un regime senza concorrenza, di sostanziale monopolio sulle nostre rotte interne. Le tariffe stanno già aumentando. Per ottenerlo la compagnia di bandiera francese paga una frazione di quello che aveva sottoscritto di pagare al governo Prodi (l’eversione sindacale, spesso ma non sempre legata ad Alleanza Nazionale, ha avuto un ruolo importante e nefasto, quasi golpista).
Spiegatelo ai vostri amici che hanno votato per la PdL cosa è successo con Alitalia. E’ come se il proprietario di un bell’appartamento in centro, ma oberato da un grosso mutuo, lo avesse svenduto al prezzo di un garage ma continuasse a pagare puntualmente il mutuo andando a dormire in una stanza ammobiliata.

Ma il caso Alitalia è anche la Caporetto del liberalismo economico in Italia.

Lo dimostra il teatrino su Malpensa con la lotta interna lombarda tra Milano, che per difendere Linate è in sinergia con Fiumicino, e la fascia pedemontana che difende Malpensa. Questa non è una “cattedrale nel deserto”, ma è una cattedrale di troppo, la costruzione della quale è forse stata il più grande caso di clientelismo politico nella storia della Repubblica. Né Umberto Bossi, né la CAI, né Berlusconi, né AirFrance pensano che “liberalizzare le rotte” sia un bene. Anzi, temono la liberalizzazione più di ogni altra cosa e la ventilano solo come strumento di ricatto.

La Lega, che ha tanto criticato la “Cassa per il Mezzogiorno”, oramai considera “Roma ladrona” una sorta di “Cassa della mezzanotte” dalla quale attingere senza limite, tanto che lo stesso Berlusconi ne è preoccupato. In questo modo, chiunque in buona fede può capirlo, il liberismo economico si riassume definitivamente nella sola libertà di evadere il fisco.

Purtroppo non è tutto qui, anzi quanto esposto è solo la premessa al peggio. Quel macigno di cinque miliardi di deficit aggiuntivo creati ad arte da Berlusconi per vincere le elezioni e fare un favore ad imprenditori amici (metteteci anche l’abolizione dell’ICI e i costi del federalismo fiscale e il tutto vale più di un paio di punti di PIL), ci stanno materialmente spingendo fuori dall’Europa.

Tra un paio di semestri i più solidi paesi dell’Unione avranno superato il peggio della crisi, esigeranno che il patto di stabilità torni ad essere rispettato e Lucignolo-Italia si troverà da solo dietro la lavagna. Se si rifiuterà o non saprà farlo potrebbe perfino essere espulso dalla scuola. Quando i nodi verranno al pettine si scoprirà che l’Euro (l’Euro di Prodi, il vituperato, calunniato “Euro di Prodi”) un paese come l’Italia non se lo può più permettere e se non ci cacceranno fuori a qualcuno da noi verrà la tentazione di autoescluderci e di battere carta igienica come moneta. Ma quell’Euro (di Prodi, che vi piaccia o no) è l’ultimo ancoraggio del paese al mondo sviluppato. Di mezzo ci sono le nostre vite, il nostro lavoro, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre pensioni, la moneta con la quale poter pagare il gas del riscaldamento quest’inverno, in un paese che dipende dai combustibili fossili senza possederne.

di Gennaro Carotenuto

Dal ‘76 all’ ‘80 nunzio apostolico in Argentina e compagno di tennis degli assassini


Il coccodrillo dell’AGI ne parla come di un uomo saggio e pio, come il suo nome promette. Arriva a scrivere: “dal ‘76 all’ ‘80 nunzio in Argentina (dove i suoi tentativi di mitigare la durezza della dittatura militare furono criticati fino all’accusa di connivenza con i sanguinari generali)”


Chi conosce la storia dell’ultima dittatura argentina, chi ha letto i libri di chi ha conservato la memoria di quell’orrenda stagione (parecchi dei quali usciti pure in italiano) sa che il comunicato dell’AGI restituisce una storia fallace, inaccettabile. 
Il 27 aprile 1995 il cardinale Laghi dichiarava: “c
ome potevo supporre che stavo trattando con dei mostri, capaci di buttare persone dagli aerei e altre atrocità simili? Mi si accusa di delitti spaventosi per omissione di aiuto e di denuncia, quando il mio unico peccato era l’ignoranza di ciò che veramente capitava …

Eppure il nunzio apostolico Laghi (all’epoca non ancora cardinale) disse:“Il Paese ha un’ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi che fronteggiano i germi: così nasce la violenza. I soldati adempiono al loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d’Aquino, il quale insegna che in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio”. 
Questo fu il manifesto d’appoggio al genocidio espresso dal nunzio apostolico Pio Laghi, intimo nonché compagno di tennis preferito dall’ammiraglio 
Emilio Eduardo Massera (tessera P2 numero 478) uno degli alti gradi del triumvirato (con i generali Jorge Rafael Videla Orlando Ramón Agosti) che instaurò la dittatura col golpe silenzioso del 24 marzo 1976.


Qualcuno ricorderà il sequestro delle suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet. Léonie insegnava catechesi nel collegio Sacro Cuore di Morón, ma prima aveva viaggiato all’interno del Paese prestando la sua opera presso comunità indigene e di campesinos. 
Alice invece faceva lavoro sociale con gli abitanti delle villas miserias, quelle che noi chiamiamo bidonville. Nel 1971 si stabilì a Corrientes per dare il suo aiuto nella formazione delle Leghe Agrarie: organizzavano i piccoli produttori di cotone. Le due suore furono sequestrate insieme ad altre madres di desaparecidos da un commando militare nel dicembre del 1977, tutte furono caricate su uno dei famigerati voli della morte e gettate vive -benché sedate - in mare. Ora si sa con certezza a cosa si riferivano i militari quando parlavano delle “suore volanti”. 
Il Capo della Marina e membro della Giunta Militare Emilio Eduardo Massera ordinò di simulare che le monache fossero state sequestrate dai Montoneros. Alice Domon fu obbligata sotto tortura a scrivere una lettera alla sua superiora della congregazione, lettera che fu scritta in francese, in cui affermava che erano state sequestrate da un gruppo oppositore al governo di Videla. In seguito furono scattate delle foto nelle quali si vedono le due religiose sedute davanti a una bandiera dei Montoneros e ad una copia del giornale La Nación. La foto, che mostra le due suore con apparenti segni di tortura, era stata scattata nel sottopiano del Casinò Ufficiali della ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina (all’epoca centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio, oggi centro della Memoria), e fu inviata alla stampa francese. Una settimana dopo il sequestro delle suore francesi Alice e Léonie, il quotidiano la Nación pubblica una notizia dell’agenzia EFE con il titolo “
Vive e in buona salute”. 
La Madre Superiora della Congregazione, si leggeva, dichiara dalla Francia che le sorelle Léonie e Alice erano state detenute e che si trovano vive e in buona salute. Veniva anche chiarito che l’informazione proveniva dal Nunzio in Argentina, 
Pio Laghi. Non da oggi, dunque, sappiamo che quella notizia avvallata dal Nunzio apostolico in Argentina Pio Laghi era mendace, colpevolmente mendace (¹).

Ecco cosa disse di lui María Ignacia Cercos de Delgado, moglie del giornalista Julián Delgado, scomparso nel giugno 1978: “il Nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati che lì erano rinchiusi; il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò, chiedendogli se dovesse lasciare in vita un gruppo di quaranta sequestrati che aveva ricevuto, quando aveva assunto l’incarico, dal precedente Comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera.”

Nel marzo 1997 le Madri di Plaza de Mayo presentarono denuncia all’allora Ministro di Grazia e Giustizia Flick e al Vaticano contro Pio Laghi. Le Madres accusavano Pio Laghi di complicità con la dittatura. 
Nel documento ci sono testimonianze di ex detenuti che hanno visto Pio Laghi visitare campi di concentramento, quindi lui sapeva e non denunciò. Inoltre nella sua confessione, il capitano di corvetta 
Adolfo Scilingo (vedi: Horacio Verbitsky: “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli 1996, ristampato da Fandango nel 2008) afferma che la decisione di buttare a mare vivi i detenuti da aerei dell’aviazione navale, fu comunicata dall’ex comandante delle operazioni navali, il vice ammiraglio Luis María Mendía. Scilingo afferma che questa decisione fu presa dopo aver consultato le autorità ecclesiastiche, che approvarono il metodo come “una forma cristiana di morte”.

(¹) Documenti segreti del governo degli Stati Uniti, declassificati nel 2002, provano che il governo statunitense era a conoscenza già dal 1978 che i cadaveri di Azucena Villaflor, fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo, e delle madres e attiviste Esther Ballestrino, María Ponce, della suora Léonie Duquet e delle altre sequestrate erano stati ritrovati sulle spiagge argentine. 
Un’informazione che fino ad allora fu mantenuta segreta e non fu mai comunicata al governo democratico argentino.
Il dato è contenuto nel documento n. 1978-BUENOS-02346 redatto dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Argentina Raúl Castro, per il Segretario di Stato degli Stati Uniti e porta la data 30 marzo 1978.

di Paolo Maccioni


Fonte:
www.paolomaccioni.it

L'acqua al centro di ogni "politica" futura


È difficile immaginare il motivo per il quale gli umani abbiano scelto l’assai arido deserto roccioso di Wadi Faynan come loro primo insediamento. Tuttavia l’acqua sarebbe stata un motivo importante, sostiene l’archeologo Steve Mithen. Quando le donne e gli uomini del Neolitico vi arrivarono 11500 anni fa, le cose erano molto diverse: il clima era più fresco e più umido; il paesaggio era ricoperto di vegetazione, compresi fichi, legumi e cereali selvatici, e vi sarebbero state capre e stambecchi selvatici per la carne.

Inizialmente WF16, come viene attualmente chiamato, sarebbe stato un accampamento stagionale. Ma Mithen, professore di preistoria antica presso l’Università di Reading, e il suo collega archeologo Bill Finlayson, credono che le persone sono rimaste via via sempre più a lungo. Dal momento che vagliano prove così datate, gli archeologi non possono essere sicuri, ma resti di cibo di diverse stagioni e le dimensioni dei cumuli di “spazzatura” fanno pensare che circa 10000 anni fa gli abitanti abbiano smesso di muoversi tutti insieme. Se la loro ipotesi fosse corretta, questo sarebbe uno dei più antichi siti mai individuati dove gli umani si siano stanziati in modo permanente, abbiano imparato a coltivare e abbiano cambiato il corso della civiltà umana. Ma la piccola comunità una volta estratta l’acqua, che attrasse successive ondate di insediamenti, avrebbe finito per distruggere la risorsa che aveva reso la vita possibile. È un modello che è stato replicato per millenni, in giro per il mondo, e che ora ci minaccia a livello globale.

Inizialmente le persone tagliarono gli alberi per costruirsi un riparo e per utilizzarli come combustibile, finché la pioggia inondò il terreno anziché depositarsi nella falda di superficie, e le sorgenti si esaurirono. Già nell’era del Bronzo, gli agricoltori diedero inizio all’ossessione dell’umanità di usare l’acqua per i raccolti allo scopo di nutrire la popolazione in crescita. Nel frattempo, il clima umido e fresco che incoraggiò i primi insediamenti stava divenendo naturalmente più arido e più caldo.

Gli storici ritengono che il Wadi Faynan sia stato abbandonato almeno due volte. La prima volta probabilmente a causa di un brusco cambiamento climatico, e più avanti perché divenne troppo inquinato. Oggi i beduini che sopravvivono nella valle hanno posto delle condutture nel letto asciutto di un corso d’acqua per pompare quel che è rimasto della sorgente per irrigare i campi di pomodori che a fatica hanno ottenuto dall’arido suolo. Ma è sempre più difficile. Secondo la gente del luogo, le buone piogge oggi si riducono anno dopo anno.

Gli agricoltori a Wadi Faynan non sono soli. Come le comunità nel resto del mondo, stanno pagando il prezzo di centinaia di anni di sfruttamento del nostro ambiente. Già ora un miliardo di persone non ha abbastanza acqua potabile da bere, e almeno 2 miliardi non possono contare su un’acqua adeguata per bere, lavarsi e mangiare - tanto meno ne possono lasciare abbastanza per l'ambiente naturale. La mancanza di acqua è ritenuta la causa di molte delle crisi più allarmanti: milioni di morti ogni anno a causa di malattie legate alla malnutrizione, fame cronica, bambini che non vanno a scuola, la quale offre una speranza per una vita migliore. La maggioranza di chi soffre è povero, ma anche nazioni ricche stanno faticando sempre di più. L’Australia sta sopportando così tanti anni di aridità che un importante climatologo ha affermato che è ora di smetterla di dire che essa è “colpita dalla siccità” e accettare che la mancanza di pioggia è permanente.

In alcune zone degli USA le riserve di acqua sono così a rischio che lo scorso autunno la Croce Rossa ha consegnato partite di acqua alla città di Orme nel Tennessee. 'Pensai: "Quella non può essere la Croce Rossa. Siamo americani!"', ha raccontato Susan Anderson, una residente, ad un giornalista. In California, alcuni agricoltori hanno abbandonato i propri campi quest’anno dopo che il Governatore Arnold Schwarzenegger ha dichiarato la prima siccità in tutto lo Stato da 17 anni. Nel frattempo Barcellona si trovava in una situazione così disperata da dover iniziare ad importare cisterne d’acqua dalle città lungo la costa. Persino nel Regno Unito, notoriamente umido, l’acqua è diventato un problema di dimensioni tali che nel sovrappopolato Sudest del paese un’azienda progetta di costruire un impianto di desalinizzazione, un tipo di provvedimento estremo associato ai paesi desertici ricchi di petrolio.

Lo Stockholm International Water Institute parla di “una crisi umanitaria acuta e devastante”: il fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, mette in guardia dalla “tempesta perfetta” [in arrivo]; Ban Ki-Moon, il Segretario Generale dell’ONU, ha agitato lo spettro di “guerre per l’acqua”. E, mentre la popolazione continua a crescere e ad arricchirsi, e il riscaldamento globale cambia il clima, gli esperti avvertono che se non sarà fatto qualcosa, miliardi di persone soffriranno di mancanza d’acqua – con l’aggravarsi di [problemi come] la fame, le malattie, le migrazioni e infine i conflitti.

Nel tentativo di evitare questa catastrofe, politici, economisti ed ingegneri stanno facendo pressioni affinché vi siano cambiamenti radicali nel modo in cui viene gestita l’acqua, dal rimboschimento a semplici pozzi per le riserve, a programmi da milioni di dollari per rinnovare gli impianti idraulici del pianeta con dighe e condutture, o lavorare l’acqua proveniente dalle fogne e dal mare. 

La crisi idrica è un’espressione di quella catastrofe ambientale che è l’iper-sfruttamento da parte dell’uomo. Questa è l’epoca che il Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha chiamato “Antropocene”, dal momento che l’ambiente naturale è stato profondamente modificato dall’attività umana. E tutto iniziò quando gli uomini divennero sedentari e iniziarono a tagliare la legna e a coltivare. 

“Con la nascita delle comunità sedentarie si origina il bisogno di gestire approvvigionamenti di acqua potabile”, afferma Steven Mithen. “Questo è il punto di partenza di tutto il nostro dilemma moderno. Che ha riguardato gli insediamenti individuali, le città, le nazioni e che ora è una problematica globale”.

Vi è, in teoria, una quantità d’acqua più che sufficiente sulla Terra per i suoi 6,5 miliardi di abitanti. Più del 97% di tutta l’acqua sul pianeta è salata, e gran parte dell’acqua dolce è racchiusa negli strati di ghiaccio dell’Antartide e della Groenlandia. Tuttavia rimangono 10 milioni di km cubi di acqua utilizzabile, che, in cicli costituiti da una fase di evaporazione e una di precipitazione, è in circolo tra l’atmosfera e la terra, dove compare nelle falde sotterranee, nei laghi e nei fiumi, nei ghiacciai, nei banchi di neve, nelle paludi, nel permafrost e nel suolo. Ciascun km cubo equivale a 1000 miliardi di litri, o 1 miliardo di tonnellate, di acqua – circa la portata annuale rimanente del fiume Nilo.

Dall’altro lato della medaglia, l’ONU sostiene che gli individui hanno biosgno di cinque litri d’acqua al giorno solo per sopravvivere in un clima temperato, e di almeno 50 litri al giorno per bere e cucinare, per lavarsi e per l’igiene personale. Il fabbisogno del settore industriale è pari a circa il doppio del fabbisogno domestico medio. Ma l’agricoltura ha un fabbisogno molto, molto maggiore – il 90% di tutta l’acqua utilizzata dall’umanità. L’acqua non viene “perduta” dalla Terra, ma l’eccessiva estrazione da parte degli irrigatori significa che è spesso trasferita da dove è necessaria. Tony Allan, del King's College di Londra, stima che, tutti insieme, 6,5 miliardi di persone hanno bisogno di 8000 km cubi di acqua ogni anno – una frazione di quella che è teoricamente disponibile. Vi è certamente acqua sufficiente per ogni persona sul pianeta, ma troppo spesso è nei posti sbagliati nei momenti sbagliati nelle quantità sbagliate”, afferma Marq de Villiers, autore del libro ‘Water Wars’, pubblicato nel 2001. 

Tre ore a nord di Wadi Faynan si trova la più verde Wadi Esseir, dove Salah Al-Mherat e la sua famiglia sono uno dei milioni di nuclei familiari che in Giordania sentono gli effetti quotidiani dovuti all’abitare in una delle nazioni più aride della Terra. Ogni settimana Al-Mherat ottiene l’acqua dalla cooperativa locale di irrigazione per i suoi alberi di fico, limone e melograno, per il suo ulivo e per le sue verdure. Per il resto conta sulla pioggia. Ma dagli anni ’90 le sorgenti si sono via via prosciugate, minate dalla domanda della vicina capitale Amman, e le piogge si sono ridotte. 

In una calda mattina di aprile, Al-Mherat rientra a casa dopo aver raccolto dei piselli, indossa il suo grembiule e si sistema su una pila di cuscini. Giocherellando nervosamente con una teiera da cui esce un intenso profumo di tè spiega che oggi i raccolti riescono a coprire a malapena i loro costi; egli deve lavorare come guardiano di sicurezza per integrare il proprio reddito. “Quando ho iniziato ero decisamente meglio rispetto ad ora”, racconta. “Il primo duro colpo è stato il fatto che le dimensioni dell’area irrigata si è ridotta. Le persone hanno anche cambiato quel che irrigavano, perciò ora l’acqua viene usata principalmente per gli alberi – alcuni agricoltori hanno completamente smesso di coltivare verdure”. Al-Mherat dice di continuare a sperare che le cose miglioreranno, in quanto passerà la terra ai propri figli. “È tutta la mia vita”, afferma. “Ma anche se sono ottimista, la realtà è che è come per il diavolo desiderare di andare in Paradiso”.

La popolazione mondiale, lo sviluppo economico ed una maggiore domanda di carne, latticini e pesce hanno fatto crescere di sei volte la domanda umana di acqua in 50 anni. Nel frattempo, le scorte sono diminuite in diversi modi: si stima che 845000 dighe blocchino gran parte dei fiumi mondiali, privando di acqua e di sedimenti le comunità che si trovano lungo il fiume, e incrementando l’evaporazione; oltre la metà dell’acqua scompare a causa delle perdite; un altro miliardo di persone semplicemente è privo di infrastrutture adeguate; e l’acqua rimanente è spesso inquinata da sostanze chimiche e metalli pesanti provenienti dall’industria e dall’agricoltura, ritenuti dall’ONU responsabili di avvelenare oltre 100 milioni di persone. E anche le piogge sono sempre meno affidabili in molte aree.

Sottolineare questi problemi è un paradosso. Perché l’acqua, e il suo ciclo, è essenziale per la vita, nonché un elemento centrale in molte religioni, è tradizionalmente visto come un bene “comune”. Ma nessun singolo individuo ne è responsabile. Da Wadi Esseir all’arido Midwest americano, gli agricoltori non pagano l’acqua o pagano una frazione di quello che pagano i proprietari di un’abitazione, perciò hanno un incentivo minore a risparmiarla e ciò potrebbe anche sottrarre ai fornitori i fondi per migliorare le infrastrutture.

L’ONU fissa la “scarsità idrica” ad una quota inferiore a 1000 metri cubi all’anno di acqua potabile e rinnovabile per persona per bere, pulire, produrre cibo e far funzionare l’industria. In base a questa misura, metà della popolazione mondiale vive in paesi che soffrono di scarsità idrica. La Giordania è uno dei paesi dove l’acqua è più scarsa sulla Terra, raggiungendo in media solo 160 metri cubi di acqua rinnovabile per persona all’anno. 

Il risultato è che a razionare [l’acqua] non sono solo gli agricoltori. La famiglia Al-Mherat, come il resto dell’area metropolitana di Amman, ha accesso all’acqua presso la propria abitazione solo un giorno alla settimana. Una città con oltre 2 milioni di abitanti procede secondo il ritmo del “giorno dell’acqua””, afferma il dottor Khadija Darmame, che prende parte ad un progetto da 1.25 milioni di sterline organizzato da Mithen e sponsorizzato dal britannico Leverhulme Trust per studiare i legami tra “acqua, vita e civilizzazione” in Giordania, dagli insediamenti più antichi ad oggi. 

La scarsità degli approvvigionamenti e l’acqua stagnante nelle taniche occasionalmente conducono ad infenzioni. Ma per la maggioranza, il problema è la fatica. "La prima cosa da fare è lavare più vestiti possibili e poi pulire la casa”, afferma Darmame. I bambini e gli uomini fanno la doccia, “mentre le donne la fanno come ultima cosa, e poi c’è bisogno di alcune ore per riempire le taniche”, accatastate su ogni tetto.

Per milioni di altre persone, le scarse forniture sono una questione di vita o di morte. La mancanza di acqua potabile e di igiene sono ritenute da molti le cause della morte di 11 milioni di bambini sotto i cinque anni ogni anno per malattie e malnutrizione; della fame cronica di circa un miliardo di persone; di quella che l’organizzazione per il cibo e l’agricolutra dell’ONU definisce “insicurezza alimentare”, di cui soffrono 2 miliardi di persone in quanto non hanno una quantità di cibo adeguata per una “vita attiva e salubre”; della permanenza al di fuori del sistema scolastico di 60 milioni di bambine e ragazze. Queste persone poi cadono in una trappola legata all’acqua e alla povertà: due terzi delle persone che non hanno acqua a sufficienza persino per i bisogni fondamentali vivono con meno di 2 dollari al giorno. “Le variazioni nella disponibilità di acqua sono fortemente e negativamente legate al reddìto pro capite”, afferma il professor Jeffrey Sachs, autore di ‘Common Wealth: Economics For a Crowded Planet’ e consulente speciale del Segretario Generale dell’ONU. Precarie condizioni di salute, la mancanza di istruzione e la fame rendono difficile sufiggirne. 

Infine, la mancanza di acqua è vista come una minaccia per la pace. Dal genocidio in Darfur alle dispute tra Stati in India e negli USA. Ban Ki-Moon è uno dei leader globali che hanno avverito della possibilità di ulteriori dispute legali e armate a proposito dell’acqua. Intuitivamente si può pensare che è ovvio che le persone lotteranno per la loro risorsa più preziosa, ma fino ad ora di conflitti ne sono scoppiati pochi. L’idea delle “guerre per l’acqua” è giunta alle orecchie dell’opinione pubblica nel 2001 quando il libro di Marq de Villiers è uscito con questo titolo nel Regno Unito, anche se l’autore non ha condiviso il titolo scelto dall’editore. De Villiers conviene che l’acqua sia spesso una causa implicita di tensione, ma ha identificato una sola “guerra” per l’acqua, quella tra Egitto e Sudan. “Non si può stare senza acqua, perciò quando la scarsità si fa sentire, gli Stati devono cooperare e giungere ad un compromesso”, afferma. 

Ma se metà della popolazione mondiale vive in paesi con problemi idrici, come fanno in così tanti, dai granai asiatici alle caotiche città nell’arido Ovest americano, a lasciare i campi irrigati e l’acqua scorrere dai rubinetti?

Una ragione è che, come si suol dire, l’acqua va dove ci sono i soldi. Perciò la gente nel Kuwait, ricco di petrolio, si permette una costosa desalinizzazione, mentre i palestinesi vivono di stenti ogni giorno; i turisti ad Amman possono aprire il rubinetto in qualsiasi momento, mentre coloro che vivono nelle aree più povere della città hanno accesso all’acqua per poche ore alla settimana. Come dice Tony Allan: “La mancanza di acqua non crea grossi problemi ai giardinieri in Hampshire o ai proprietari di ville in California che hanno piscine da riempire”.

Un’altra risposta al rompicapo è stata identificata da Allan, che negli anni ’60 si è interessato alle ragioni per cui gli Stati mediorientali senza risorse idriche abbondanti non soffrivano di una più che inevitabile crisi idrica. La risposta, si rese conto, era il commercio: acquistando cibo, le società che scarseggiavano di acqua “acquistavano” quella che lui ha definito “acqua virtuale”. Essi venivano aiutati dagli agricoltori che vendevano sottocosto i cereali sul mercato mondiale una volta che i sussidi avevano creato un ingente eccesso di offerta. “Questa potenziale tragedia andava avanti e colpì le calme acque degli americani e degli europei che fornivano cibo [per il mercato mondiale] a metà prezzo, e l’acqua contenuta in quel cibo [era acqua] che non dovevano trovare”. 

L’altra risposta è che comunità di tutto il mondo sono state costrette a sfruttare fiumi, laghi e falde, talvolta vecchie di milioni di anni, notevolmente oltre il limite entro il quale possono riempirsi. Sopra il suolo, i laghi si stanno riducendo e i fiumi sono stati ridotti ad un flusso pietoso o si stanno prosciugando tutti quanti. Sotto terra, una crisi in gran parte invisibile si sta sviluppando dal momento che milioni di pozzi sono stati scavati nelle falde – 4 milioni nel solo Bangladesh. Molte falde sono nuovamente riempibili, ma non tutte, e molte che potrebbero essere ricaricate non ricevono abbastanza per soddisfare la domanda. Talvolta le cavità vuote semplicemente collassano, rendendosi inutilizzabili per sempre. Nel suo recente libro, ‘Piano B 3.0’, Lester Brown cataloga i risultati. Nei granai di Cina, India, USA, Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Israele e Messico, la superficie delle falde sta crollando, talvolta di molti metri all’anno. Le pompe sono state spinte in profondità per un chilometro o più per trovare l’acqua, centinaia di pozzi si sono esauriti tutti insieme e i raccolti si stanno riducendo. Questi paesi sono abitati da oltre la metà della popolazione mondiale e producono la maggior parte dei suoi cereali, mette in guardia Brown. Nel frattempo, quasi dimenticate in mezzo alle sofferenze umane sono le terribili conseguenze per il mondo naturale: la popolazione ittica d’acqua dolce si è ridotta della metà tra il 1970 e il 2000, afferma l’ONU.
Tutte queste dighe, questi canali d’irrigazione, queste pompe e queste condutture consentono a miliardi di persone di compiere un gigantesco consumo eccessivo di acqua a livello globale. Quello che preoccupa gli esperti è che non vi è alcun segnale che suggerisca un minor prelievo di acqua da parte dell’uomo.

Due anni fa l’ International Water Management Institute (IWMI) ha pubblicato un rapporto scritto da 700 esperti che avvertivano che una persona su tre stava “soffrendo di una forma di scarsità idrica”. “La scarsità per me è quando le donne lavorano duramente per ottenere l’acqua, [o] quando se ne vuole distribuire di più ma non si può”, racconta David Molden, vicedirettore dell’organizzazione con sede in Sri Lanka.

Molden avvisa che la situazione sta diventando “leggermente più critica”, a causa della domanda di cibo che continua a crescere, del recente boom dei biocarburanti e del cambiamento climatico. A queste cause può essere aggiunta un’altra, importante, “domanda”: una presa di coscienza che si sarebbe dovuta realizzare molto tempo prima, cioè che anche la natura ha bisogno di acqua, che in Europa e in altri paesi ha portato all’approvazione di leggi che assicurano che “flussi ambientali minimi” restino sul posto.

Solo per il cibo, la Banca Mondiale stima che la domanda di acqua aumenterà del 50 per cento entro il 2030, e l’IWMI teme che potrebbe quasi raddoppiare entro il 2050. Il bisogno di pioggia o di irrigazione per questi raccolti dipende dal luogo dove crescono e da quanta pioggia vi è.

Come un grande fiume alimentato da numerosi affluenti, l’acqua è il canale per i diversi effetti del riscaldamento globale: precipitazioni più variabili, più alluvioni, più siccità, lo scioglimento dei ghiacciai dai quali 1 miliardo di persone dipende per la portata estiva dei fiumi, ed un incremento dei livelli del mare, minacciando di inondazione non solo le comunità lungo le coste ma anche le falde di acqua dolce, i delta dei fiumi e le paludi. 

In base ai dati che appaiono sulle prime pagine dei giornali, il cambiamento climatico dovrebbe essere una buona notizia. Gli scienziati stimano che all’incirca per ogni aumento di 1 grado della temperatura media globale, le precipitazioni aumenteranno dell’1 per cento, dal momento che un’aria più calda assorbe più umidità. Il volume totale a livello mondiale non cambierebbe, ma verrebbe riciclato più rapidamente, colpendo la maggior parte dell’agricoltura mondiale, che dipende dal volume e dai tempi delle precipitazioni.

Bilanciando tutti questi impatti, Nigel Arnell, direttore del Walker Institute for Climate Change dell’Università di Reading, calcola che il numero di persone che vivono in bacini idrici esposti a pressione idrica aumenterà da 1,4 miliardi a 2,9-3 miliardi entro il 2025 e a 3,4-5,6 miliardi entro il 2055. Concretamente, l’impatto maggiore nel modello di Arnell è dovuto alla crescita della popolazione, in modo particolare in Cina ed India, e, a livello globale, il cambiamento climatico sta in verità riducendo l’esposizione a scarsità. Questa potrebbe essere una buona notizia per qualcuno, ma nasconde una enorme spaccatura, dal momento che alcune regioni temono un eccesso di acqua, mentre centinaia di milioni di persone iniziano a rimanerne senza.

È impossibile attribuire le difficoltà di un’azienda agricola o le piogge di un anno al cambiamento climatico. Ma se il clima è la statistica del tempo atmosferico, allora la misura dell’acqua caduta quest’anno sulla fattoria di Sameeh Al-Nuimat, a sud ovest di Amman, è tipica di quello che gli esperti prevedono. Al-Nuimat si è accorto di un declino graduale nelle precipitazioni da anni, ma quest’anno si sono ridotte fortemente e non c’è stata pioggia per tutto il mese di marzo, un periodo critico per i raccolti estivi. “Mio padre mi ha detto di non aver mai visto un anno del genere”, racconta.

Eventi drammatici del genere hanno reso pressante la discussione sulla precarietà delle risorse idriche giordane, racconta Al-Nuimat, che è anche un ingegnere che si occupa d’irrigazione per il Ministero dell’Agricoltura. “In passato, quando l’acqua era disponibile, nessuno se ne preoccupava. Ma ora c’è un interessamento – ogni sera la gente ne parla, ogni sera se ne discute, ad ogni livello, dall’agricoltore all’urbanista, al politico. In quanto agricoltore, vorrei vedere delle colture resistenti alla siccità; da un punto di vista di ingegneria civile dovremmo lavorare a megaprogetti; e, se si pensa ad una pianificazione territoriale globale, si dovrebbe accettare il movimento di persone da regioni in cui l’acqua scarseggia ad altre dove è disponibile”. 

Nel resto del mondo sono in corso gli stessi dibattiti. I paesi ricchi possono ottenere risparmi significativi attraverso l’efficienza domestica, ma gran parte della popolazione mondiale non ha power shower e piscine, né spreca grandi quantità di cibo. L’attenzione si concentra soprattutto, invece, sulla riduzione della quantità di acqua utilizzata in agricoltura, attraverso un’irrigazione più efficiente, sementi geneticamente modificate in grado di crescere in condizioni più aride e ricche di sali, e anche colture capaci di spostarsi. “Se il mondo fosse la mia fattoria, crescerei le cose in luoghi diversi”, dice David Molden. Ma persino il risparmio, parola piacevole da udire, è spesso impopolare. Vi è una diffusa opposizione all’incremento dei prezzi per l’acqua (o dell’energia per il pompaggio) per un aumento dell’efficienza, vi sono sospetti sulle modificazioni genetiche ed una riluttanza tra gli agricoltori ad abbandonare colture che necessitano di molta acqua ma lucrative quando stanno facendo fatica a nutrire la loro famiglia. “È un dilemma socioeconomico”, afferma Al-Nuimat. “Non si può fermare ora: è la sorgente della loro vita”.

Di fronte ad un’indifferenza e persino ad un’opposizione generale, si è risposto cercando di concentrare gli sforzi per incrementare la fornitura. Per decenni il livello delle ambizioni è stato come un gioco ingegneristico globale in cui ognuno ha voluto fare meglio degli altri: fiumi sono stati deviati in tutti i paesi, pompe sono state fatte sprofondare per chilometri in falde acquifere fossili, ed impianti più grandi sono stati commissionati per riciclare o desalinizzare l’acqua. E non c’è alcun segno di rallentamento. Dal momento che la scarsità aumenta e i costi e l’utilizzo dell’energia calano, Global Water Intelligence prevede che la capacità di desalinizzazione aumenterà più del doppio entro il 2015, e il potenziale per incrementare il riciclaggio dell’acqua di scarto è enorme, dal momento che rappresenta solo il 2 per cento del volume totale. 

Ma costi elevati, preoccupazioni ambientali e la ripugnanza da parte della gente a bere i propri “rifiuti” ha costretto molte comunità a riconsiderare anche metodi più semplici e tradizionali. Alcune delle idee sarebbero state riconosciute dagli agricoltori più anziani: ripiantare alberi, estirpare le piante non indigene che richiedono molta acqua, rivestire di pietra le mura per contenere l’erosione e annaffiare i raccolti con semplici stagni e taniche. 

Alcuni hanno spinto per un ritorno a diete più vegetariane, che al massimo richiedono solo la metà dell’acqua di quella di un tipico carnivoro americano. Questo è, secondo Lord Haskins, ex presidente del gruppo britannico Northern Foods e consulente del governo, “il proveddimento più virtuoso e responsabile di tutti”.

E quando tutte le opzioni sono state esaurite al proprio interno, i paesi hanno un’altra opzione: importare acqua, cibo in scatola e persino beni industriali. L’ingerenza politica con i sussidi rende il commercio una ‘soluzione’ controversa, ma favorendo regioni con un ‘vantaggio competitivo’ in campo idrico può funzionare. A livello globale l’IWMI stima che la domanda d’irrigazione sarebbe dell’11 per cento maggiore senza il commercio, e cita una proiezione in base alla quale le importazioni possono tagliare in futuro l’irrigazione di un altro 19-38 per cento entro il 2025. L’Arabia Saudita è andata oltre, annunciando in febbraio di voler fermare la produzione di farina entro pochi anni, tuttavia gli altri paesi potrebbero ora essere scoraggiati dall’aumento dei costi del cibo.

Alla fine i governi stanno accettando controvoglia diverse strategie da attuare subito: aumentare i prezzi affinché riflettano il reale valore dell’acqua per l’uomo e per l’ambiente, investire in tecnologie per migliorare l’efficienza e la fornitura, intraprendere un maggior numero di scambi commerciali e rappacificarsi con i vicini che possono garantire i flussi di acqua e cibo in entrata. Queste cose saranno possibili solo se, tuttavia, le persone possono essere condotte fuori dalla povertà, per potersi permettere prezzi più alti, investimenti di capitali e importazioni. “Quando si diversifica la propria economia, si risolvono i propri problemi”, sostiene Allan.

Volgendo lo sguardo alla storia della lotta che l’umanità ha compiuto per ottenere acqua a sufficienza, l’esperienza suggerisce che l’intraprendenza che ha permesso agli uomini di insediarsi, coltivare la terra e dominare il pianeta fornirà molte soluzioni. Ma talvolta dovremmo accettare la sconfitta. “Da un lato, si può notare questa straordinaria ingegnosità tecnologica da parte dell’uomo, che attraverso la preistoria e la storia ha continuamente inventato nuovi modi di gestire le risorse idriche”, afferma Mithen. “Dall’altro lato, gli avvenimenti del passato ci dicono che talvolta, per quanto siano geniali le proprie invenzioni tecnologiche, esse non sono sufficientemente valide, e si possono avere periodi in cui il paesaggio viene abbandonato. Dobbiamo prepararci ad investire in tecnologia, ma anche a riconoscere che in alcune aree del mondo vi saranno zone dove bisognerà dire ‘quando è troppo è troppo’”.

Una persona utilizza circa 50 litri d’acqua al giorno; l’industria arriva ad utilizzarne il doppio. Ma l’agricoltura ha bisogno di molto di più – in effetti, il 90 per cento di tutta l’acqua utilizzata dall’uomo.
Beni liquidi

Quanta acqua occorre per produrre una lattina di Coca? La risposta è dura da mandar giù.

Il vostro frigo contiene più acqua di quanta pensereste. Per produrre una bottiglia di acqua minerale, ad esempio, si è utilizzato una quantità di acqua pari a cinque volte il volume del liquido che contiene. Quella bistecca proviene da una mucca che ha avuto bisogno di cibo e acqua per tre anni. Questa unità di misura è conosciuta come “impronta idrica” e nelle pagine seguenti calcoliamo quale livello viene raggiunto dalle vostre razioni quotidiane… 

1 lattina di coca cola 
Impronta idrica: 200 litri
Benché contenga solo 0,35 litri di acqua, la vostra lattina di Coca Cola ha un’impronta idrica pari a 200 litri a causa del suo contenuto di zucchero. La canna da zucchero, essendo una coltura tropicale, richiede un’irrigazione notevole.

1 kg di carne di manzo
Impronta idrica: 15500 litri
Quasi tutta l’impronta idrica della vostra bistecca è creata dai cereali utilizzati per nutrire il bestiame.

300 g di formaggio
Impronta idrica: 1500 litri
Le impronte idriche del cibo variano a seconda dei metodi di allevamento e del clima. Il formaggio prodotto in India ha un’impronta idrica pari a 3,5 volte quella del formaggio prodotto in Irlanda, a causa delle differenze climatiche.


1 pagnotta di pane bianco
Impronta idrica: 800 litri
La produzione mondiale di grano, utilizzato per produrre la vostra pagnotta, consuma 790 miliardi di me tri cubi [d’acqua] ogni anno – pari al 12 per cento dell’acqua globale utilizzata per l’agricoltura.

1 kg di carne di pollo
Impronta idrica: 3900 litri
Un pollo consumerà più di 3kg di cereali e necessita di 30 litri d’acqua nelle 10 settimane che precedono la sua macellazione. 


Una scatola di sei uova
Impronta idrica: 1200 litri
L’impronta idrica di un uovo è dovuta in gran parte all’acqua necessaria per crescere il grano utilizzato per allevare il pollo.


1 litro di latte 
Impronta idrica: 1000 litri
Il latte ha la seconda impronta idrica per grandezza nell’ambito dell’agricoltura, solo quella della carne di manzo è maggiore. Ciò è dovuto all’acqua necessaria per coltivare il cibo e per far bere gli animali.

1 arancia
Impronta idrica: 50 litri
La frutta ha un’impronta idrica elevata a causa del livello di irrigazione. Gli agrumi, in particolare, hanno un’impronta molto alta, superata solo da quella della banana e dell’uva.

1 bottiglia di vino 
Impronta idrica: 720 litri
Gran parte dell’impronta idrica della vostra bottiglia di vino è dovuta all’irrigazione del vitigno.

1 kg di carne di agnello
Impronta idrica: 6100 litri
L’agnello è, tra gli animali di allevamento, quello con l’impronta idrica più piccola, nonostante siano necessari 18 mesi per allevarlo e nutrirlo. Ciò è dovuto al fatto che una quantità di cereali relativamente piccola viene utilizzata come cibo.


1 pomodoro spagnolo
Impronta idrica: 8,2 litri
I pomodori sono una coltura che richiede un’irrigazione intensiva e spesso crescono in aree dove vi è scarsita di acqua. L’industria spagnola del pomodoro, il più grande fornitore di pomodori nel Regno Unito, è responsabile dell’inquinamento di 29 milioni di metri cubi di acqua dolce all’anno.


Come posso ridurre la mia impronta idrica?

Posso vedere quanta acqua sto usando?
L’Università di Twente nei Paesi Bassi ha lanciato waterfootprint.org, un sito Internet che consente di misurare l'impronta idrica della produzione e del trasporto di cibo, vestiti, cancelleria e prodotti di elettronica. E, naturalmente, la propria impronta idrica.

Perché i beni non sono etichettati?
Le multinazionali del cibo e dell’acqua hanno iniziato a prendere seriamente in considerazione questo [problema] e il WWF ha istituito una taskforce di alto livello per studiare l’impronta idrica. Ma andando oltre nel progetto dell’etichettatura degli alimenti che raggiungerebbe milioni di consumatori, le cose si stanno rivelando più difficili, afferma Dave Tickner, capo del programma del WWF britannico per l’acqua potabile.

L’acqua è tutta uguale?
Diversamente dall’anidride carbonica, l’acqua è una tematica locale. È preferibile acquistare un chilo di cereali dal Canada, ricco di acqua, piuttosto che dall’arida Australia, anche se viene utilizzata solo la metà dell’acqua utilizzata in Australia. Similmente è di poca importanza quanta pioggia abbia bagnato le vostre foglie di tè, ma destano preoccupazione le coltivazioni di cotone per vestiti che crescono nell’Asia centrale prosciugando l’acqua dei laghi.

Queste sembrano scelte difficili
I promotori della campagna temono che giudizi troppo veloci sull’acqua “buona” e “cattiva” distruggeranno posti di lavoro in aree povere, e probabilmente costringeranno gli agricoltori ad intraprendere colture maggiormente dannose per l’ambiente pur di sopravvivere. Perciò, un sistema di etichettatura di tipo “semaforico” che discrimini i vari utilizzi dell’acqua – buoni, in via di miglioramento, cattivi – è preferibile ad uno che indichi semplicemente la quantità di acqua utilizzata.

Nel frattempo, cosa posso fare? 
Mangiare cibi locali ed evitare quelli importati e fuori stagione provenienti da zone aride. Tagliare il proprio consumo di cotone – l’abitante medio del Regno Unito ha un’impronta idrica legata al cotone di 211 litri al giorno, come tirare lo sciacquone del wc venti volte al giorno.

di JULIETTE JOWIT
The Observer

Ricerche di Niki Nixon

Titolo originale: "Is water the new oil?"

Fonte: http://www.guardian.co.uk
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.

La crisi di identità degli intellettuali o degli pseudo tali


Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.

Bene.

Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.

E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciate e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. E’ un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. E’ complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.

I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.

Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.

Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.

L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.

In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. E’ immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. E’ immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.

Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come “La Pulizia Etnica della Palestina”, di Ilan Pappe, Fazi ed., o “Pity The Nation”, di Robert Fisk, Oxford University Press, e “Perché ci Odiano”, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei siti http://www.btselem.org/index.asphttp://www.jewishvoiceforpeace.orghttp://zope.gush-shalom.org/index_en.htmlhttp://www.kibush.co.ilhttp://rhr.israel.nethttp://otherisrael.home.igc.org. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne “La Questione Palestinese” della libreria delle Nazioni Unite a New York.

E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.

Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell'intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l'ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in “Perché ci Odiano” intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell'Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla 'epopea' sionista.

Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell'uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del prima razzo Qassam su Sderot in Israele.

Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.

E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.

Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari 'intellettuali'.

di Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link:http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86

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