mercoledì 14 gennaio 2009

Vivere dopo il crollo

“Il raggiungimento della felicità”. E’ una cosa talmente americana da essere stata inserita nella nostra dichiarazione d’Indipendenza dove è elencata insieme alla vita e alla libertà, come un diritto inalienabile.

Ma quanto successo abbiamo avuto in questa ricerca? E adesso che il sistema finanziario globale sta implodendo, quanto ci sembra possibile essere felici nei prossimi mesi e negli anni a venire?

L’amore non si può comperare

Sin dall’inizio degli anni Settanta, gli Americani hanno cominciato a comperare a più non posso, sia che potessero permetterselo o no. Ci avevano promesso che una nuova macchina, una borsa più alla moda, o un televisore con lo schermo piatto ci avrebbero reso più felici, e noi ci siamo comportati di conseguenza. Ci avevano detto che un’economia in costante crescita ci avrebbe reso tutti ricchi. Ma, mentre il nostro prodotto interno lordo è cresciuto più o meno stabilmente dal 1970 in poi sino all’attuale crisi finanziaria, la maggior parte di noi non ha visto elevarsi né il proprio livello di vita né il proprio benessere. Gli stipendi sono rimasti stagnanti mentre i costi delle cose di prima necessità – come la casa, le cure mediche, il cibo e l’energia – sono rapidamente saliti.

Quelli che rientravano nel 20 per cento dei più ricchi, hanno visto aumentare le loro rendite dell’80 per cento nel corso degli ultimi 25 anni, mentre il 40 per cento della fascia più bassa ha realmente perso terreno.

Sono poche le famiglie che oggi riescono a vivere con un solo stipendio, ed un problema di salute o la perdita del posto di lavoro possono ridurre in povertà una famiglia di ceto medio o ridurla senza casa.

E tuttavia continuiamo a comperare quei prodotti che si suppone debbano renderci felici portando molti di noi ad indebitarsi sempre di più. Le famiglie hanno in media circa 5.100 dollari di debito con la carta di credito, con tassi di interessi tali che spesso rendono quasi impossibile ripianare il conto. Negli ultimi anni il valore delle case ha raggiunto il record più basso mentre la gente si era indebitata chiedendo prestiti in base alla loro proprietà. Nel 2004, l’anno più recente del quale sono disponibili i dati della Federal Reserve, il debito ipotecario superava i 290000 dollari per ciascuna famiglia, quasi il triplo di 15 anni prima.

Tutti questi debiti rendono la vita più precaria. Ciò ci ha anche resi più schiavi di lunghe ore di lavoro che – sempre che lo troviamo il lavoro – si aggiungono a lunghi spostamenti che ci mangiano tutto il tempo di cui altrimenti potremmo disporre per cose che 
secondo le ricerche, ci renderebbero davvero felici. 

E’ facile cadere nel tranello di credere che avere più cose ci dia la felicità, perché nelle pubblicità c’è sempre un qualche elemento di verità. Abbiamo bisogno di una certa quantità di cibo per vivere, dopo tutto. Proteggersi è giusto. Abbiamo bisogno di abiti, di accessori – può essere piacevole avere un pochino di più dello stretto necessario. Ed avere molte cose è sempre stato un modo per dimostrare che si è raggiunto il successo e che si ha diritto al rispetto. Ma subito dopo la bella novità di un nuovo corredo o di un nuovo abito di lusso, ci ritroviamo con un buco nel portafoglio e una sensazione di vuoto che – ce lo dicono i pubblicitari – potremo colmare soltanto andando a comperare altre cose nuove e più belle.

Seguire questi consigli può mantenere pulsante l’economia aziendale, ma ci ha reso felici?

Moti diagrammi indicano che la risposta è: non proprio. Gli Indicatori del progresso genuino (
Genuine Progress Indicators) dimostrano che lo standard generale del benessere, la nostra salute, la qualità della vita, la sicurezza economica e ambientale, presi tutti insieme sono rimasti piatti, nonostante abbiamo lavorato più duramente. Uno studio ventennale effettuato dall’ OECD afferma che gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di sperequazione e di povertà rispetto a tutti gli altri paesi sviluppati, e il divario fra i salari è cresciuto stabilmente fin dal 2000. Un sondaggio Gallup di recente ha scoperto che solo la metà degli Americani vive libera da preoccupazioni di carattere economico o legate alla salute, rispetto all’83 per cento della popolazione che vive in Danimarca. Quando l’Organizzazione mondiale della Sanità e la Scuola di medicina di Harvard hanno effettuato uno studio sull’indice della depressione in 14 Paesi, gli Stati Uniti sono risultati i primi della lista.

Quanti Pianeti ci vogliono?

Ma non sono soltanto gli Ameicani che stanno subendo il contraccolpo di un sistema economico che mette il denaro e la crescita davanti al vero benessere. La popolazione mondiale sta perdendo la possibilità di accedere alle risorse naturali e alla sovranità economica.

Le multinazionali, nel cercare di guadagnare stimolando e poi soddisfacendo il nostro appetito per le cose, hanno calpestato il modo di sostentarsi e di vivere di agricoltori Messicani, abitanti delle foreste pluviali, minatori africani e lavoratori thailandesi. Quando la vendita delle terre o il sovvenzionamento dell’importazione di prodotti agricoli rende impossibile continuare il tradizionale stile di vita, molte di queste persone vanno in città affollate dove non hanno altra scelta se non quella di lavorare per un bassissimo salario o tentare una difficile migrazione verso un paese che consenta paghe più alte.

Avere grosse macchine, splendide televisioni e vestiti alla moda non ci ha mai reso felici. Questo ci ha solo portato ad indebitarci – ed ha aumentato la nostra dipendenza da lunghe ore di lavoro.

Un campione della globalizzazione come Thomas Friedman ci dice che in poche generazioni questi lavoratori raggiungerano uno stile di vita simile al nostro, qui negli Usa. Ma l’analisi dell’
impronta ecologica dimostra che ci vorrebbero più di sei pianeti come la Terra per dare a ciascun abitante del mondo l’uguale livello di consumismo che “appaga” gli Americani. E’ chiaro che abbiamo un solo pianeta, e che si sta surriscaldando.

La conquista della felicità

E’ questo ciò che Thomas Jefferson aveva in mente quando sostituì “la conquista della felicità” nella frase contenuta nel rapporto del Primo Congresso Continentale, “vita, liberà e proprietà”?

L’ideale di Jefferson era un’economia basata su piccole fattorie che producevano gran parte di quanto serviva loro. La loro felicità non era qualcosa che affidavano a una 
corporation per ricavarne una rendita, ma era piuttosto qualcosa che avevano creato loro stessi attraverso il loro lavoro e le relazioni umane che ci sono all’interno di una comunità. L’economia di quel tempo era in parte basata su una società che possedeva schiavi e terreni che spesso aveva preso agli indigeni, ma l’ideale di Jefferson ebbe un forte ascendente sul Paese nascente. Libertà, indipendenza ed autosufficienza erano tutti valori popolari.

Gli Usa hanno fatto un lungo cammino allontanandosi dagli ideali di Jefferson. Oggi produciamo poco di ciò che usiamo. Lavoriamo per guadagnare denaro, e comperiamo cibo, abiti ed altri generi di necessità in grossi magazzini ed acquistiamo servizi per i nostri figli e per gli anziani da una serie di imprese.

Poiché non abbiamo più tempo, capacità, famiglie numerose e non possiamo tornare alla terra, cosa che solo qualche decennio fa era normalissima, siamo diventati completamente dollaro-dipendenti. E questa dipendenza ci pone alla mercè di coloro che controllano l’economia e il giro del denaro. E coloro che hanno accumulato denaro hanno un’esorbitante influenza sul nostro governo. E questo è l’esatto opposto di ciò che sognava Jefferson. Ed è anche un netto distacco dal modo in cui gli esseri umani hanno vissuto per la maggior parte della storia. 

La vita dopo il Crack

Può darsi che la crisi che ci è venuta addosso non sia un male dopotutto. Può darsi che che questo periodo di distruzione creativa ci offra delle opportunità per un nuovo inizio, l’opportunità di costruire una società che ponga al primo posto la gente comune e faccia in modo di creare le condizioni per la sua felicità.

Dopo lo shock di quest’onda di crisi, forse ci guarderemo attorno come i personaggi dei film di Fellini che escono all’alba dopo una notte di eccessi. Spegneremo la televisione, e anche internet, e noteremo i brillanti colori dell’alba e parleremo ai nostri vicini che non abbiamo mai trovato il tempo di incontrare.

Potremo passere meno tempo al lavoro per il contrarsi dell’economia e perché molte imprese avranno chiuso.

Ma forse impareremo a condividere il lavoro e a pretendere del tempo per curare quegli aspetti della nostra vita che secondo le ricerche contribuiscono veramente al conseguimento di una vera felicità –tempo per stare in famiglia, con gli amici, per interessarci dei problemi civici, per esprimere la nostra creatività. Sarebbe la prima volta. Durante la grande Depressione, ad esempio, la Kellogg ridusse i turni dei propri impiegati da otto a sei ore per ampliare la possibilità di lavorare ad un maggior numero di persone. La produttività salì talmente che la società avrebbe potuto pagare gli stessi salari per turni ancora più corti. Frattanto, le organizzazioni civiche, le scuole per gli adulti e la vita delle famiglie fiorì a Kalamazoo.

Può darsi che troveremo il modo di 
commerciare con i nostri amici e con i nostri vicini - qualche melone invernale, qualche torta fatta in casa per coccolare i bambini o qualche riparazione alle case. Può darsi che riconquisteremo le abilità che avevamo e che insegneremo gli uni agli altri come coltivare, come aggiustare le cose da soli, cucire e lavorare a maglia insieme ai nostri figli e nipoti.

In un certo senso, nell’esuberanza della frizzante economia degli anni 80, 90 e 2000, abbiamo perso la traccia di qualcosa. Il denaro esiste per servirci come un mezzo non perché tutto gli ruoti attorno. Le nostre vite e la nostra società non devono ruotare secondo le regole dell’alta finanza dettate dai suoi rappresentanti che stanno a Whashington DC. Noi, il popolo, possiamo rifiutare l’ortodossia economica che ci ha dato così poco e possiamo ricostruire la nostra economia su basi differenti.

Ricostruire

Che tipo di società vogliamo ricostruire? Che cosa potrà espandere le nostre vite, la libertà e portare alla felicità senza che diminuiscano le opportunità per gli altri di avere, ora e in futuro, le stesse cose?

Ecco qui alcune cose che dovremo fare:

1) Le 
politiche economiche per il futuro devono assicurare che tutti siano inclusi nel programma, e che potremo far risollevare coloro che hanno toccato il fondo. Quando permettiamo che l’ineguaglianza dilaghi nella nostra società , noi inneschiamo i crimini, la violenza e l’odio che danneggiano la possibilità che ciascuno trovi la felicità. Non possiamo più permettere che si emettano assegni a nove cifre per Ceo e che i redditi degli investimenti raddoppino. Parafrasando Gandhi, possediamo a sufficienza per soddisfare i bisogni, ma non l’avidità di ognuno.

2) Il gioco di sparare sull’ambiente è finito. La futura economia deve funzionare nell’ambito della produzione attuale. Non possiamo più permetterci di vivere delle ricchezze del passato, come se milioni di anni di depositi fossili si potessero ricostituire oggi per non diminuire le riserve di petrolio. Dobbiamo invece rivolgerci all’energia solare, a quella del vento, e alle altre energie rinnovabili, e coltivare cibo e fibre ricostituendo il terreno e non gettandogli prodotti derivati dal petrolio. Non possiamo più usare la nostra atmosfera, gli oceani, le fonti d’acqua ed il suolo come discariche. Nessuna quantità di eventi tipo "Run for the Cure" può risolvere il problema del cancro se continuiamo ad avvelenare il nostro cibo, l’acqua e l’aria. Ed il clima sta raggiungendo un pericoloso punto di rottura.

3) Non possiamo più permettere che l’economia e il denaro aumentino come un cancro nella nostra società sino ad inquinarne tutti gli aspetti della vita. Bisogna che l’economia sia al servizio della gente, delle comunità e della salute del nostro sistema ecologico, e non il contrario. Invece di basarci su aziende globali libere e fuori da ogni giurisidzione, potremmo prendere in considerazione le produzioni regionali e locali per soddisfare i nostri bisogni e offrire impieghi sostenibili, incluse imprese di portata media o cooperative e via dicendo.

4) Se faremo così, comprenderemo più chiaramente la vera fonte della felicità. Le statistiche ci dicono che la base per un buon modo di vivere e per la felicità risiede in amabili rapporti interpersonali, nel mutuo rispetto, in un lavoro ricco di significato, e nella gratitudine, e quando scopriremo la forza che c’è in queste qualità, il luccichio delle pubblicità ed il materialismo non ci imbroglieranno più. Il consumismo troverà posto fra le cose del passato.

Non appena cominciamo a re-imparare le nostre capacità e a ricostruire le relazioni perderemo la voglia di ricercare il denaro e le cose e cominceremo a provare la gioia che ci aspettavamo; una felicità che non dipende dalla fluttazione del mercato o dal numero di cose che si possiedono.

Anche se a breve termine può essere dolorosa possiamo uscire da questa crisi più sani e più ricchi, di un genere di ricchezza che davvero conta: comunità fortemente unite, buoni rapporti con i propri cari, un ecosistema sano, e la capacità di vivere e godere la vita.

DI SARA VAN GELDER E DOUG PIBEL
Yes! magazine
Titolo originale: "Life After the Economic Collapse: How Having Less Will Make Us Happier"

Fonte: http://www.yesmagazine.org/
Link

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLA BOZZINI

Quando essere palestinese vuol dire essere nemico anche da morto


Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti. 
Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso a una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà
la Spirit of humanity, una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata ieri da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti di 17 diverse nazioni. 
Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo. 
Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con
la Dignity, furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l'Sos dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell'occasione, ci auguriamo che oggi siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. 
Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perché anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinché fermino questo genocidio in corso, per questa mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come ancora di speranza, il mare come meta di distruzione. 
Secondo l'agenzia di stampa Ma'an, e
la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. 
Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri, preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà.
Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un po' come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo goccialano sangue all'aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. 
Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell'assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla a una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissa dove sottoterra, che fanno breccia nell'opinione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro.
Questo mie prose odierne sono state troncate sul nascere dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l'evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccare i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporter a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che la telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense che ci ha messo una taglia sulla testa: «Allertare i militari dell'Idf per colpire l'Ism. Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell'Ism. Dall'America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l'Ism, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall'inizio della guerra. Bersaglio Ism n°1 per le forze aeree israeliane e truppe di terra dell'idf: invito all'omicidio di Vittorio Arrigoni (foto sotto, ndr) che attualmente assiste Hamas a Gaza». Dal sito www.stoptheism.com. 
Non prendetevi la briga di visitarlo né tantomeno di linkarlo ai vostri siti. È una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l'odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini, 
Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l'esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte: sto sopra le ambulanze dell'ospedale Al Quds in Gaza city. Restiamo umani.

di di Vittorio Arrigoni

Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/01/pezzo/239269/

 (Vedi anche La cinica aeronautica israeliana e i suoi volantini); (La schedatura dei “pericolosi” bersagli)

La crisi umanitaria gridata da Padre Musallam



Almeno altri 47 palestinesi sono rimasti uccisi ieri nei combattimenti e nei bombardamenti aerei israeliani nella Striscia di Gaza. Il bilancio delle vittime dell'operazione 'Piombo Fuso' supera ormai i 950 morti.

Nel nord prosegue l'assedio israeliano a Gaza City. Le truppe di Tel Aviv sono penetrate nei quartieri periferici settentrionali e meridionali. "Non ci sono ancora combattimenti qui in centro, le truppe israeliane sono ancora in periferia, dove molte case sono state distrutte", conferma aPeaceReporter da Gaza padre Manuel Musallam, parroco della città assediata. "I tentativi israeliani di avanzare verso il centro sono finora stati fermati dalla resistenza di Hamas".

"Sono le giornate più terribili dall'inizio dell'invasione", continua il prete cattolico. "E' una tragedia umanitaria: manca acqua, elttricità, cibo, supporto umanitario. Migliaia di bambini stanno sperimentando il trauma della guerra. Quattromila persone sono ferite, e rimarranno per sempre disabili. Tutte le famiglie della Striscia di Gaza stanno soffrendo e piangendo le loro vittime, ma forse i più fortuati sono i mille morti, che almeno non soffrono più".

A Jabaliya, subito a nord della città, 13 miliziani di Hamas - tutti di età compresa tra il 20 e 27 anni - sono morti in scontri a fuoco con i soldati israeliani, penetrati fino al sobborgo di Sheikh Radwan. Il campo profughi di Jabaliya è stato anche bombardata dall'aviazione israeliana nel pomeriggio: almeno 7 civili palestinesi sono morti.
Dalla parte opposta della città, nel sobborgo meridionale di Tel Al-Hawwa, altri 8 miliziani di Hamas - di età compresa tra i 18 e i 23 anni - sono rimasti uccisi in violenti scontri a fuoco con l'esercito d'Israele. Anche 4 civili sono rimasti uccisi dal fuoco israeliano.
Nel vicino quartiere meridionale di Al-Zeitoun nei combattimenti sono morti altri 2 civili e un giovane miliziano.
Nel sud oggi si è combattuto a Khan Yunis, dov'è stato ucciso un miliziano di Hamas, e a Khuza, dove almeno 11 civili - tra cui due bambini - sono morti durante i bombardamenti dall'aviazione israeliana.

Fonte: peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13689/Il+parroco+di+Gaza%3A+%27%27Citt%E0+assediata%2C+%E8+crisi+umanitaria%27%27.+Oggi+47+morti

(Vedi anche Quanto vale la vita di un bambino palestinese morto di paura? Testimonianza sotto le bombe di Gaza)

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