giovedì 15 gennaio 2009

Il tramonto del mito americano


Mentre l'Europa  resta sotto la pioggia ghiacciata senza il gas russo, lo scenario degli Stati Uniti assomilglia sempre più a quello dei  film apocalittici  come "The Day After Tomorrow". Queste ambietazioni di genere SF sono lentamente entrati nella nostra visione della realtà, passando dalla tela cinematografica al reality show, come accaduto con la caduta delle Torri Gemelle. Un’osservazione che ci lascia temere che l'America è già entrata nel suo circolo delle "catastrofi". Dalle notizie che trapelano dalla stampa e dai telegiornali americani possiamo vedere che il mondo capitalistico si sta sfaldando non solo con il crollo delle Borse Valori e di Wall Street, ma anche dell’anima delle stesse persone, provocando qualcosa che possiamo definire "la vera fine" o "Inferno di Dante". La città di Detroit, nota per il suo centro di produzione dell'industria automobilistica, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Anche i detenuti del carcere di Detroit si rifiutano di uscire per paura di diventare  barboni, e molti che escono decidono di compiere degli atti criminali per essere arrestato di nuovo. Riuscire ad ottenere un lavoro dopo il carcere, che permette di avere un'assicurazione sanitaria, tre pasti al giorno e un tetto caldo in cui vivere, è divenuto impossibile così scelgono di rimanere in carcere per avere salva la vita.   Gli stessi cittadini di Detroit si sono trovati in grandi difficoltà ed improvvisamente sono entrati nella vera povertà, impotenti dinanzi ad una condizione disastrosa, come ogni grande città americana: il tenore di vita per i cittadini sta sicuramente peggiorando a vista d’occhio.
Nei suoi tempi migliori, la città di Detroit era nota conosceva come la città dellaGeneral Motors, della Crisler e dellaFord. Ma oggi, con la caduta dell'industria automobilistica è diventata la città dei fantasmi, e a chiunque chiederete nelle strade di Detroit, vi potrà rispondere sicuramente che nessuna crisi può colpire e far cadere una città in così breve tempo. Le radici della crisi sono infatti ben più profonde e radicate di quel che si pensi. I più ottimisti sono i più vecchi perchè già conoscono la recessione degli anni '30, poi la crisi di anni '60, e secondo loro questo è soltanto uno dei cicli dell'economia mondiale. Al contrario, la più grande forza americana, i giovani sono assolutamente pessimisti, e preferiscono entrare nella criminalità organizzata, che continua ad avanzare, allo stesso passo della povertà e della disoccupazione. Molti giovani non possono continuare a studiare perchè sono rimasti senza lavoro part-time, oppure i loro genitori sono stati licenziati o si sono visti ridurre le paghe. Molte scuole sono state chiuse e ora il sistema scolastico ha un’altra sfida da affrontare, quella di evitare la disoccupazione e dare altre specializzazioni alle persone rimaste senza lavoro. Quello che è stata il "motore vitale" della città per 100 anni, ora è fallito totalmente, con un debito di quasi 300 milioni di dollari, una disoccupazione salita al 21%, e decine di case e negozi ormai vuoti, mentre l'ex sindaco è in carcere per uno scandalo di sesso. La popolazione è diminuita per 1.8 milioni, e ora l'83% sono afro-americani. La città ha chiesto 47 milioni di dollari per rimodernare l'infrastruttura delle abitazioni, metà del bilancio sarà usato per distruggere 2300 case abbandonate: a partite dal 2005 sono stati chiusi 67000 locali, mentre 44000 case sono state abbandonate. Abbattere una casa costa 10.000 dollari, mentre per comprarne una nuova occorrono 18.000 dollari, ma comunque le case non si vendono. La maggior parte della popolazione di Detroit era impegnata nell’industria automobilistica, e la crisi del settore ha provocato un'altra "crisi umanitaria". Ogni giorno, per le strade, aumentano le file davanti agli sportelli delle organizzazioni umanitarie che danno cibo o vestiti, un ricovero o un pasto. L’America, la terra dell'ottimismo e della rivincita personale, ha perso la sua grinta, e in questi tempi oscuri le persone "hanno preso anche l`anima", come afferma un sacerdote di Detroit. Cosa farà oggi l'America, che con la sua politica delle "guerre umanitarie" non ha portato la pace né la democrazia da nessuna parte, non essendo riuscita a salvare neanche gli stessi cittadini di New Orleans. Lo stesso si dovranno aspettare anche i cittadini di Detroit, una città fantasma, nell’attesa che il Congresso americano dia loro i soldi chiesti per risollevare l’industria. E anche in questo l’America non smette di stupirci: mentre la gente di Detroit chiede dei soldi per mangiare e salvarsi la vita, i due "Re del porno" , Larry Flint Joe Frencis, hanno chiesto al Congresso americano un aiuto di 5 bilioni di dollari per aiutare il settore cinematografico pornografico, proponendo le stesse motivazioni dei tre grandi produttori dell'industria automobilistica. Flint e Frencis hanno sottolineato come la pornografia contribuisce al PIL interno per 13 bilioni di dollari. "Sembra che il Congresso è disposto ad aiutarci. Anche noi, come gli altri che hanno chiesto aiuto, meritiamo lo stesso rispetto", spiega Frencis, che ha scontato in passato un anno di carcere per scandali e prostituzione. A suo parere, la manovra potrà contribuire a sollevare l'animo della gente, in quanto "la gente è depressa per la recessione e non potrà essere sessualmente attiva", "questo non è certo un bene per la salute della nostra nazione". "Gli americani potranno rimanere anche senza macchine ma non senza sesso", ha sottolineato Flint che fa appello ancora una volta al Congresso per "alzare l'appetito sessuale americano". A nostro parere, considerando che il Congresso è stato più volte colpito da scandali sessuali, non sarà certo strano se alla fine deciderà di dare un supporto all'industria pornografica invece che a quella automobilistica, sia per "sostenere l'animo americano" sia perchè sono stati sempre dei buoni clienti.

Senza lavoro, senza auto, e senza fare neanche l'amore, gli americani sono costretti giorno dopo giorno a vendere le loro case nuove per sopravvivere. Le statistiche dimostrano che si vende qualsiasi cosa, e che anche la vendite alla banca del seme è triplicata, considerando che una dose costa dai 60 ai 100 dollari. Nello stesso periodo, anche le donazioni di ovuli sono aumentate del 30 %, e una cella costa 7000 dollari, mentre quelle di plasma di sangue del 50% ed ogni dose viene pagata dai 20 ai 50 dollari. Da questo punto di vista, la crisi non ha portato solo male, ma anche bene perché la banca del sangue non sono mai state così numerose, e così potranno essere salvate anche le vite degli altri. Lo stesso sta accadendo per gli organi, e anche se i più venduti sono sempre i reni, le persone cominciano a dare i propri capelli per fare le parrucche dei ricchi. La maggior parte dei venditori di sperma e di ovaie sono sicuramente giovani, che con un paio di dosi potranno pagarsi l’alloggio oppure le rette scolastiche dell'università. Studenti, giovani, e ogni cittadino americano è ora costretto a stringere la cinghia. 
Questo dunque dovrebbe essere il progresso e il sogno che offriva poco fa la Green Card? 
 La Visa ha annunciato che sono diminuite le operazioni delle loro carte di credito e si usano soltanto per la benzina e per il cibo. "La nostra economia è vissuta per molto tempi su dei falsi pilastri, producendo e comprando le cose che non ci servono. A parte questo, la gente ha speso di più di quel che guadagnava. Così, non vi è niente strano per quello che ci sta succedendo", dichiara un economista americano sottolineando che nel 2009 si attende ancora una recessione del 4%. L’industria americana avrà una perdita di altri 60 bilioni di dollari, e sarà non solo una perdita per l'economia, ma anche e sopratutto un fallimento per "anima americana", il crollo del mito che per anni ci ha illusi, con il loro burro di arachidi e le superstar di Hollywood. Ora la leggenda si è frantumata in mille pezzi, e gli uomini hanno cominciato a vendere parti del loro corpo per sopravvivere. L’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

di Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=17269


Dopo i paesi baltici, anche nel Caucaso si sta incominciando a riscrivere fisicamente la storia


Uno dei più noti e importanti - se non altro per dimensioni e collocazione - fra i monumenti di Baku, capitale dell’Azerbaigian, è in via di demolizione in questi giorni. Si tratta del monumento-memoriale dedicato ai “26 commissari”, i membri del governo bolscevico azero (la cosiddetta “Comune di Baku”) fucilati nell’estate del 1918 dopo la presa della città da parte degli inglesi: una vicenda storica complessa e densa di riferimenti politici anche simbolici (parte dei commissari erano armeni), che infatti si riverbera sulle reazioni che stanno accompagnando la demolizione. Infatti, il Partito comunista armeno ha chiesto che i resti dei 26 commissari, oggi tumulati sotto il monumento, vengano ri-seppelliti in Armenia, dato che furono gli islamici azeri, sotto la protezione inglese, a ucciderli. Il partito comunista azero, da parte sua, ha protestato per la demolizione in corso ma ha chiesto la risepoltura in Azerbaigian; ufficialmente, nessuno ha ancora detto né che fine faranno i 26 resti né se il monumento verrà ricostruito da qualche altra parte e nemmeno, infine, che ci sarebbe stata una demolizione. Tutto quel che le autorità di Baku hanno detto è che sul luogo si sta costruendo un garage sotterraneo a due piani. Un progetto importante, comunque, visto che si tratta di una delle piazze più centrali e importanti della capitale e che lo stesso presidente Ilham Aliyev è stato di recente a visitare i lavori in corso. Il regime di Aliyev del resto non ha mai nascosto troppo la sua antipatia per i comunisti (anche se il padre di Ilham, Heydar, fu uno dei massimi dirigenti del Pcus per molti anni). Non a caso da molti anni il memoriale era in stato di abbandono, con la “fiamma eterna” spenta e senza più manutenzione e nemmeno pulizia: era diventato un penoso rifugio di tossici e barboni, pur senza esser chiuso al pubblico. In attesa di conoscere - se mai ci sarà - la versione ufficiale sul destino del monumento, una cosa sembra abbastanza chiara: dopo i paesi baltici, anche nel Caucaso si sta incominciando a riscrivere fisicamente la storia, levando di mezzo i monumenti che per decenni avevano esaltato l’epopea bolscevica e con essa, a volte in modo esplicito come in questo caso, a volte indirettamente, la fratellanza tra i popoli. I 26 commissari erano azeri e armeni, lavoravano fianco a fianco e avevano l’idea di un Caucaso unito e moderno (magari hanno anche compiuto atti crudeli contro l’opposizione politica, come sostengono da tempo gli storici islamici della regione). Sono stati fucilati da gruppi feudali islamici che però erano univocamente “azeri” (come il governo degli ultimi vent’anni, che con l’Armenia ha in corso una guerra) oltre ad essere pagati e armati dagli inglesi (e guardacaso oggi a Baku è la Bp, British Petroleum, che fa il bello e il cattivo tempo…). Dunque, meglio riaggiustare la memoria, se questa appare incongruente con la realtà odierna…

Le moderne democrazie che massacrano centinaia di persone nel silenzio dei loro cittadini

Quando le moderne democrazie massacrano centinaia di persone mentre i loro cittadini guardano in silenzio, allora c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato – afferma il professore americano di origine indiana Muqtedar Khan. Nel combattere il terrorismo abbiamo abbassato il limite morale con cui abbiamo tradizionalmente giudicato il valore delle democrazie – sostiene Khan

Per anni sono stato un fermo sostenitore della democrazia, ispirato innanzitutto dalla mia esperienza personale con le libertà americane. Come musulmano che dice ciò che pensa e che pone domande critiche, sono abitualmente minacciato e diffamato da coloro che, non essendo in grado di rispondere alle mie ragioni ed alle mie critiche, cercano di mettermi a tacere. La democrazia americana mi ha dato la protezione e l’opportunità di vivere la vita che Dio vuole che gli esseri umani vivano – in qualità di esseri capaci di pensare e di esprimersi.

Ho contribuito a costituire un’organizzazione per la promozione della democrazia nel mondo islamico, ed ho scritto un libro in cui sostenevo che la democrazia è essenziale per un buon governo islamico. Tuttavia, negli ultimi anni la democrazia ha ripetutamente deluso sostenitori come me. Lasciatemi fare qualche esempio.

Tony Blair, George Bush e Dick Cheney hanno invaso un paese causando morte e distruzione a dispetto dell’opposizione di milioni di loro concittadini. L’invasione dell’Iraq fu un assurdo crimine di guerra che la democrazia non poté impedire. Oltre un milione di iracheni morirono come diretta conseguenza della guerra. Oggi migliaia e migliaia di bambini sarebbero vivi, migliaia di famiglie sarebbero integre, e non avremmo 250.000 profughi senza casa sparpagliati su tre continenti, se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – entrambe democrazie – non avessero invaso l’Iraq. Gli iracheni hanno sofferto in mille modi.

Oggi, grazie alla nostra “promozione della democrazia”, vi sono centinaia di donne irachene obbligate a prostituirsi soltanto per dar da mangiare ai loro figli. Sicuramente esse sono state “liberate”. Ora incontrano “nuove persone” quotidianamente per 8 dollari al giorno!

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono state ratificate leggi che mettono in ridicolo l’idea di libertà. Sono stati portati avanti discorsi che hanno distorto l’idea stessa di moralità. Leader che hanno ripetutamente mentito al loro popolo sono stati più volte rieletti. Uccidere civili a centinaia, torturare la gente, sequestrare le persone, corrompere, sono divenuti i metodi standard con cui le democrazie operano. Queste democrazie operano come delle mafie, e si comportano in maniera ugualmente brutale.

Oggi, i cittadini delle democrazie non possono neanche distinguere fra un criminale di guerra, un delinquente, uno stragista e uno statista. In India, Narendra Modi, governatore del Gujarat, orchestrò un massacro nel 2002. La macchina dello stato collaborò con alcuni criminali per uccidere oltre 2.000 persone, lasciandone altre 100.000 senza casa. Egli fu condannato a livello mondiale dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani ma, nella più grande democrazia del mondo, fu rieletto al potere. Un indiano americano, Sonal Shah, che era strettamente legato a lui ed al suo gruppo, fa parte della squadra di transizione del presidente eletto Obama.

A quanto pare, le democrazie di oggi non hanno problemi con leader che hanno le mani sporche di sangue. Questo declino morale delle democrazie è la diretta conseguenza della guerra al terrore. Ai cittadini è stato detto che il nemico è così malvagio che qualsiasi mezzo altrettanto malvagio è giustificato per combattere il nemico. Gli spropositati atti di terrore che continuano a verificarsi, accompagnati dal clamore dei media internazionali che li esaltano e li drammatizzano, hanno stordito la sensibilità morale dei cittadini al punto che essi non solo accettano tutto ciò che i loro governi fanno, ma li elogiano anche per questo.

In questi giorni la Terra Santa sta assistendo ad una delle fasi più sanguinose della sua storia. Israele ha massacrato oltre 450 palestinesi a Gaza (l’articolo risale al 4 gennaio 2009 (N.d.T.) ). I palestinesi non avevano vissuto niente di simile dal 1948, quando due bande terroristiche ebraiche, l’Irgun e il Lehi, massacrarono 254 palestinesi in un villaggio chiamato Der Yassin.

Per una settimana, prima degli attacchi di rappresaglia di Israele, Hamas aveva lanciato oltre 100 razzi verso lo stato ebraico, senza uccidere nessuno ma fornendo la necessaria giustificazione ad Israele, i cui missili e razzi hanno ora ucciso oltre 450 palestinesi, ferendone oltre 1.000.

Mentre ascolto le affermazioni dell’amministrazione Bush, che condanna solo Hamas per tutta questa violenza, e mentre il “Messia” stesso (Obama (N.d.T.) ) è in vacanza alle Hawaii, sono sbalordito per la completa assenza di umanità nelle loro risposte. Non vi è un briciolo di compassione, di rammarico o di dolore per coloro che sono morti. Sembra che i loro cuori siano fatti di pietra.

Che avvenga negli Stati Uniti o in Israele, sembra che il terrorismo non stia solo minacciando la vita delle persone, ma che stia lentamente distruggendo l’umanità di queste nazioni.

Hamas ha lanciato alcuni razzi verso Israele; d’altra parte non è questo ciò che fanno? Non sono un’organizzazione terroristica? Israele e gli Stati Uniti, tuttavia, si suppone che siano democrazie che hanno a cuore i diritti umani. Ma quando massacrano centinaia di persone ed i loro cittadini guardano in silenzio – nessuna protesta, nessun turbamento – allora c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato.

Io credo ancora alla democrazia. Credo che sia un eccellente sistema di governo. Ma temo anche che oggi le democrazie stiano sperimentando non solo una recessione economica, ma anche un regresso morale. Stiamo gradualmente accettando cose che fino a poco tempo fa erano tabù. Nel combattere il terrorismo abbiamo progressivamente abbassato il limite morale con cui abbiamo tradizionalmente giudicato il valore delle democrazie. Le torture, i sequestri, gli omicidi, ed ora i massacri sono divenuti legittimi – cosa ci aspetta ancora?

Se non ci svegliamo e non cambiamo rotta immediatamente, potrebbe non rimanere più alcuna differenza fra la democrazia e il terrorismo – e questa sarebbe la vittoria definitiva del terrorismo.

di Muqtedar Khan 

Muqtedar Khan dirige il dipartimento di Studi Islamici all’Università del Delaware; è membro dell’Institute for Social Policy and Understanding; l’articolo qui proposto è apparso il 04/01/2009 sul sito altmuslim.com

Titolo originale:

Democracy’s moral recession

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/15/il-regresso-morale-della-democrazia/

L'analisi di Hamas



Ayman H. Daraghmeh, deputato di Hamas, è stato appena eletto portavoce del movimento islamico in Cisgiordania. La nomina ha poco a che fare con la sua carriera di parlamentare del Consiglio Legislativo palestinese. Daraghmeh è uno dei pochi deputati di Hamas rimasti in libertà, visto che il suo predecessore è stato arrestato dalla polizia israeliana, nel silenzio di Fatah, il giorno prima. Lo stesso Daraghmeh, da un giorno all'altro, potrebbe seguire i suoi compagni di partito.

Se le venisse offerta una possibilità, in due parole, come spiegherebbe il movimento di Hamas?
Hamas è un movimento di resistenza, che lotta per ottenere la libertà nell'ambito della legge internazionale. La legge internazionale che vuole per lo stato indipendente di Palestina i confini del 1967, Gerusalemme capitale, il rilascio dei prigionieri politici e il ritorno dei profughi. Storicamente la Palestina è dei palestinesi, ma noi a queste condizioni accettiamo un compromesso con la politica. Riconoscere l'esistenza di Israele? Lo decideranno i palestinesi, ma già da tempo i leader di Hamas si sono detti pronti a rivedere le posizioni del passato se i diritti dei palestinesi verranno rispettati.

Dovremmo parlare di politica e di democrazia, ma è difficile in queste condizioni. Ancora un parlamentare palestinese arrestato, sono 45 i deputati in carcere.
Noi abbiamo cominciato il nostro processo democratico nel 2006, nell'ambito di elezioni che tutta la comunità internazionale ha valutato valide. L'ex presidente statunitense Carter le ha definite una delle migliori tornate elettorali nel mondo, in quanto a trasparenza. Solo Israele non ha gradito il risultato, boicottando il risultato delle urne e dando il via alla violazione del rispetto della sovranità popolare palestinese. Perché a loro non piacciamo, perché il risultato non era buono per Olmert o per Condolezza Rice. Allora cos'è questa democrazia? I palestinesi hanno eletto i loro deputati, nessuno può ritenere che questi non vadano bene. Eppure nessuno ha imposto a Israele di rispettare le nostre elezioni. Nessuno. Come nessuno chiede a Israele di rispettare le risoluzioni dell'Onu, i confini del 1967 o lo status di Gerusalemme. Nessuno. Israele viola apertamente il diritto internazionale e pretende di parlare di processo di pace mentre manipola la situazione sul terreno, cambiando le carte in tavola a suo favore. Le faccio un esempio: dopo gli accordi di Oslo del 1993, da tanti salutati come un passo verso la pace, Israele ha permesso l'insediamento di mezzo milione di coloni in Cisgiordania. Questa non è pace. Non è pace costruire un muro. Loro dicono che è per la loro sicurezza, ma lo costruiscono sulla nostra terra. Lo stesso accade per le risorse naturali, l'acqua in particolare. Il popolo palestinese è tenuto in carcere. Si, in queste condizioni si fa fatica a parlare di democrazia. Soprattutto ora, considerando il massacro di Gaza, dove civili innocenti vengono uccisi senza colpa. E la comunità internazionale non muove un dito. Com'è accaduto sempre, anche durante la Seconda Intifada. Israele non vuole la pace. Tutto qui. Perché Israele non è una democrazia.

In questi giorni, raccogliendo le testimonianze di tanti palestinesi, non si capisce però, vista la situazione internazionali, per quale motivo lanciando i razzi verso le cittadine israeliane voi continuate a offrire un pretesto per operazioni come quella di Gaza. 
La questione ruota attorno all'accordo della Mecca. Con il sostegno popolare abbiamo accettato una tregua, per permettere alla popolazione civile di Gaza di migliorare le loro condizioni di vita. L'accordo prevedeva, in cambio della sospensione degli attacchi contro Israele, l'apertura effettiva dei valichi di Gaza, perché potessero entrare generi di prima necessità per i civili. In cambio di queste garanzie avremmo sospeso il lancio dei razzi. Il governo israeliano ha violato questo accordo, tenendo sigillata la Striscia di Gaza, portando la popolazione civile allo stremo. E continuando anche gli attacchi contro i civili. Lo stesso in Cisgiordania. Non usiamo i razzi perché siamo costretti a farlo per combattere l'assedio e l'occupazione. Bush, quando è stato eletto, aveva promesso che non avrebbe lasciato la Casa Bianca senza portare la pace in questa regione. Fosse stato vero, fosse nato lo stato di Palestina, non avremmo bisogno di nessun razzo, mi creda. Avremmo offerto a Bush la presidenza onoraria della Palestina! Se hanno tutta questa propensione alla pace, e si lamentano dei nostri razzi, non si capisce perché hanno riempito di armi le forze di sicurezza palestinesi, quelle vicine a Fatah, armi che sono state usate contro di Hamas in Cisgiordania. Questa è pace? No, questo è un accordo con la parte dei palestinesi che fa comodo a Israele, ma che non rappresenta la popolazione civile palestinese. Io credo che sia sempre più evidente il progetto che spesso è trapelato dalla diplomazia israeliana: la Striscia di Gaza annessa all'Egitto e la Cisgiordania annessa al reame di Amman. Noi ci opponiamo a questo disegno.

Quali sono adesso le relazioni tra Hamas e Fatah?
La realtà la conoscono tutti, anche se in tanti tentano di mistificarla. Hamas ha subito un colpo di Stato da parte di Fatah. L'amministrazione Bush e Israele sono responsabili di quello che è accaduto. Ci sono le prove del sostegno dato a Fatah per rovesciare il risultato delle urne a nostro danno. In un altro contesto si dovrebbe andare in tribunale perché i responsabili vengano puniti. Invece il colpo di Stato è avvenuto, dividendo la popolazione e stringendo l'assedio a Gaza. Adesso la situazione è quella che conosciamo tutti e i contatti sono quotidiani. Non è facile, perché le pressioni internazionali non agevolano un accordo, ma almeno a Gaza si è ripreso il dialogo tra noi e Fatah, visto che non sono pochi i combattenti di Fatah che si sono uniti alla resistenza. Le divisioni politiche vanno messe in secondo piano, perché la nostra gente ci chiede di fermare questo massacro. Non condividerò mai la visione politica di Abbas, tutta appiattita sulla linea egiziana, quindi più interessata alle priorità occidentali che a quelle palestinesi, ma serve una tregua per la popolazione civile. Adesso questa è la priorità e Fatah e Hamas lo sanno.

Crede che senza il controllo capillare esercitato in questi giorni da Fatah in Cisgiordania ci sarebbe stata una sollevazione generale? Sarebbe cominciata la Terza Intifada?
Non lo so, perché alla gente in Cisgiordania è stato negato il diritto di dimostrare liberamente. Solo poche persone, molto controllate. Tanti sono stati arrestati e minacciati, addirittura sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro le manifestazioni di solidarietà alla popolazione civile di Gaza. Ma non potrà durare a lungo. Se continua questo massacro, la popolazione si solleverà. Anche contro Fatah.

Cosa pensa delle dichiarazioni di alcuni leader del suo partito rispetto al mandato presidenziale di Abbas? E' ancora il suo presidente, o ritiene esaurito il mandato? 
Come ho detto fino a questo momento non è questo il punto della questione. Il suo mandato è scaduto, ma lui si ostina a rimanere. Penso però che abbiamo cose più urgenti delle quali occuparci ora.

Cosa accadrà adesso? La Striscia di Gaza è a pezzi, mille morti e migliaia di feriti. Cosa pensate di fare a Gaza e in Cisgiordania?
La situazione è drammatica. La popolazione palestinese continua a vivere in una condizione disumana, come un popolo prigioniero, la cui esistenza è scandita dai check - point israeliani.
Credo che, prima o poi, si arriverà a una nuova tregua. Il presidente Abbas lavora per questo, per sospendere gli attacchi e per alleviare le condizioni della popolazione. Ma nel lungo periodo non ho grandi aspettative, perché non condivido l'entusiasmo di molti per l'elezione di Obama negli Stati Uniti. Potrà cambiare qualcosa in Iraq, ma in Palestina l'atteggiamento Usa resterà lo stesso. Un giorno, ne sono certo, anche se non so quando, avremo l'indipendenza, e allora nessuno parlerà più di razzi.

di Christian Elia

Link: http://it.peacereporter.net/area/1004/1/medio%20oriente


Proteggere "la via d'oro" dai pirati!


La "via d'oro", la rotta marittima che unisce commercialmente occidente ed oriente tra Africa e Penisola arabica non è più sicura. Pirati, soprattutto somali, attaccano i mercantili rubando i carichi o sequestrando navi per chiedere lucrosi riscatti come accaduto per la petroliera Sirius Star.
Le dimensioni del fenomeno hanno allarmato i governi di mezzo mondo dopo che negli ultimi mesi dello scorso anno si sono verificati oltre trenta attacchi. I primi a dare una risposta, politico-militare, sono stati gli europei. Per la prima volta nella storia dell'integrazione del Vecchio Continente, infatti, è stata improntata una missione navale militare interforze denominata Eunavfor Atalanta sotto egida dell'Unione Europea. Diversi i paesi a partecipare: Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Olanda, Spagna, che forniscono uomini, strutture, aerei e mezzi navali, con il mandato di scortare i cargo che trasportano gli aiuti umanitari dell'Onu in Somalia ma anche di presidiare ampie zone di mare come il Golfo di Aden per proteggere tutti i mercantili dagli assalti dei pirati.
Della squadra fanno parte sei navi da guerra e tre aerei da ricognizione, con regole di ingaggio aggressive che prevedono l'uso della forza. La nave ammiraglia è greca ma la sede del comando interforze è stato stabilito in Gran Bretagna.
Ma anche la Cina non è rimasta a guardare. Verso la fine di dicembre scorso è cominciata una missione di polizia internazionale voluta direttamente dal governo di Pechino che ha cominciato la scorta armata dei mercantili cinesi diretti soprattutto in Europa. E' la prima volta che il colosso asiatico affronta una operazione del genere proiettando le proprie forze armate così lontane dalla patria e rompendo una sorta di monopolio della sicurezza che finora era stato ad appannaggio dell'occidente, a dimostrazione che in Cina si considerano vitali gli interessi che si snodano su queste rotte commerciali verso l'Africa.
Il significato, anche politico, delle missioni europee e cinesi non è sfuggito agli Stati Uniti che hanno fornito prontamente la loro risposta. La Quinta flotta della Marina militare degli Usa con base in Bahrein, ha annunciato che in questi giorni diviene operativa una nuova struttura chiamata Combined Task Force 151, sotto il comando dell'ammiraglio Terence McKnight, che sostituisce la task force 150 che non aveva regole d'ingaggio che le consentisse di impegnarsi in operazioni anti-pirateria. Ora gli americani intendono pattugliare le coste somali fino alla Tanzania, il Mar Rosso ed il Golfo di Aden, un teatro delle operazioni esteso circa 2 milioni di chilometri quadrati.
A dicembre gli americani si sono inoltre fatti portatori di una proposta votata dalle Nazioni Unite che consente anche attacchi militari di terra contro le basi dei pirati. Ma il ricordo della missione Restore Hope in Somalia del 1992 quando il contingente americano si ritirò dopo la battaglia di Mogadiscio che costò la vita a diciotto rangers è ancora vivo e non pare possibile che gli Stati Uniti vogliano impegnarsi maggiormente nel paese del corno d'Africa. Lo stesso ministro della Difesa Robert Gates ha dichiarato che gli Usa "non hanno abbastanza intelligence per condurre operazioni di terra in Somalia".
La situazione nel paese rimane gravissima. L'invasione etiope sponsorizzata da Washington che doveva ristabilire l'ordine è giunta alla fine, i tremila soldati del contingente si stanno ritirando lasciandosi alle spalle scontri tra gruppi islamici che cercano di riconquistare Mogadiscio, i radicali di Al-Shabaab (le corti islamiche che gli Usa indicano vicine ad Al-Qaeda), e i filo-governativi di Ahlu Sunna Waljamaca. Si stima che dal 2006 la guerra abbia provocato 16mila vittime civili, 4mila fra i militanti dei vari gruppi, 2 milioni di profughi.
di Simone Santini

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