venerdì 16 gennaio 2009

Nella guerra civile nella ex Jugoslavia negli anni '90 c'era Al Queda, ma non ce l'hanno mai detto!

Ha dell'incredibile la vicenda di Ali Hamad, il comandante dell'armata Mujaheddin, la componente islamica dell'esercito bosniaco che combatté durante la guerra civile nella ex Jugoslavia negli anni '90, e che, pur essendosi auto-accusato di terrorismo e stragi, è stato dichiarato innocente dalle autorità di Sarajevo.
Ali Hamad racconta (1) di essere entrato nella organizzazione Al Qaeda all'età di diciotto anni, e di essere arrivato in Bosnia, via Croazia, nei primi anni '90, entrando in un campo di addestramento da cui sono transitati tutti i maggiori capi dell'organizzazione di Bin Laden. Col grado di colonnello e comandante della milizia mujaheddin, ha combattuto contro serbi e croati, rivelando alle autorità luoghi di fosse comuni, eccidi contro la popolazione civile serba, testimoniando contro i crimini del comandante dell'Esercito bosniaco Rasim Delic, processato all'Aja per strage e crimini di guerra. 
Il Tribunale della Bosnia Erzegovina, nonostante tutto, la ha dichiarato innocente, e Hamad dice: "Sono un terrorista, ho fatto tante stragi, ma loro mi vogliono convincere che io non sono tutto quello che dico, che sono innocente".
A Sarajevo si vogliono liberare di questo personaggio che si ostina a voler rivelare verità che nessuno vuol ascoltare. Dopo essere stato sotto controllo per anni da parte del centro per l'immigrazione bosniaco, ora si stanno approntando le carte per il suo rimpatrio in Bahrein. Ma Hamad non ne vuol sapere, e chiede rifugio in Serbia, "sempre che le autorità di quel paese siano interessate ad indagare sui crimini dei mujaheddin" dichiara.
Se la vicenda di Hamad è paradossale, chissà se generata da rimorsi di coscienza o dal disperato tentativo di un uomo, diventato ormai inutile e scomodo, di ritagliarsi ancora un ruolo che possa magari salvargli la vita, le sue verità hanno già trovato nel tempo innumerevoli riscontri. Sono ormai centinaia i documenti, gli articoli, le analisi che ricostruiscono la presenza e le attività di Al Qaeda nei Balcani in quegli anni, in Bosnia prima ed in Kosovo poi.
Fra tutti, vogliamo ricordare due studi, fondamentali per la loro autorevolezza ed accuratezza.
Peter Bergen (2), autore del volume "Osama Bin Laden I Know", è considerato uno dei massimi esperti occidentali di Al Qaeda e Osama Bin Laden. Nel libro rivela come nel 2002 la polizia bosniaca abbia scoperto degli importantissimi documenti nelle città di Sarajevo e Zenica, verbali che addirittura documentano la nascita dell'organizzazione terroristica, le sue strutture portanti, e la cosiddetta "catena d'oro", ovvero i nominativi dei massimi finanziatori. Il materiale, tenuto nascosto all'opinione pubblica fino alle rivelazioni di Bergen, era stato rinvenuto presso gli uffici di una organizzazione umanitaria islamica, denominata BIF (Bosanska Ideala Futura) il cui direttore era Munib Zahiragic, ex imam e soprattutto ex agente dell'AID, i servizi segreti della componente bosniaca musulmana. Questa organizzazione, BIF, altro non era che una derivazione locale di una sorta di multinazionale che assisteva e finanziava attività terroristiche e di intelligence, e le cui principali sedi si trovavano negli Stati Uniti, a Chicago, ed in Arabia Saudita. Anche grazie al ritrovamento dei documenti in Bosnia, il responsabile dell'organizzazione a Chicago, Enaam Ernaout, è stato arrestato dall'FBI per i suoi legami con Al Qaeda ed il finanziamento di alcune strutture paramilitari islamiche, come, appunto, i "Cigni Neri" della Bosnia Herzegovina. 
Jürgen Elsässer è un giornalista investigativo tedesco autore del volume "Come la Jihad è arrivata in Europa". Nel suo studio esamina come l'Occidente abbia sponsorizzato il terrorismo islamico nei Balcani e come questo meccanismo sia arrivato poi fino agli attentati dell'11 settembre e oltre. 
Dice Elsässer nel corso di una intervista: "Altri libri avevano già sottolineato la presenza nei Balcani di Osama Bin Laden, ma gli autori avevano presentato i combattenti musulmani come nemici dell'occidente. Le informazioni che ho raccolto da molteplici fonti dimostrano che questi jihadisti sono marionette nelle mani dell'Occidente, e non, come si pretende, nemici. [...] Gli attacchi dell'11 settembre sono una conseguenza della politica occidentale negli anni '90, quando la NATO mise in piazza nei Balcani i jihadisti e collaborò con loro. I militanti musulmani che sono stati indicati come responsabili degli attacchi dell'11 settembre facevano parte di questa rete. [...] Ho studiato la figura di Al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, che era il capo delle operazioni nei Balcani. Agl'inizi degli anni '90 aveva percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti in compagnia di un agente dell'US Special Command per raccogliere fondi destinati alla Jihad; l'uomo sapeva perfettamente che la raccolta di fondi era un'attività sostenuta dagli Stati Uniti. [...] La rete terroristica creata dai servizi segreti americano e britannico durante la guerra civile in Bosnia, e più tardi in Kosovo, ha rappresentato un serbatoio di militanti, che troviamo poi implicati negli attacchi di New York, Madrid e Londra. [...] Dopo la fine della guerra in Afghanistan, Osama Bin Laden ha reclutato questi jihadisti militanti. Era il suo lavoro: è stato lui che li ha addestrati, con il parziale sostegno della CIA, e li ha mandati in Bosnia. Gli americani hanno tollerato il legame tra il presidente Izetbegovic e Bin Laden. Due anni più tardi, nel 1994, gli americani hanno cominciato a inviare armi, in un'operazione clandestina comune con l'Iran. Dopo il trattato di Dayton, nel novembre 1995, CIA e Pentagono hanno reclutato i migliori jihadisti che avevano combattuto in Bosnia. [...] Ho analizzato le testimonianze di alcuni jihadisti interrogati dai giudici tedeschi. Hanno dichiarato che dopo il trattato di Dayton, in virtù del quale tutti gli ex combattenti stranieri dovevano lasciare il paese, si erano ritrovati senza soldi e senza un posto dove andare. Quelli che potevano rimanere in Bosnia, perché avevano ricevuto un passaporto bosniaco, erano senza soldi e senza lavoro. Il giorno in cui i reclutatori hanno bussato alle loro porte offrendo uno stipendio di 3.000 dollari al mese per servire l'armata bosniaca, non si sono resi conto di essere in realtà stati reclutati e pagati da emissari della CIA per servire gli Stati Uniti" (3). 
Riscrivere la storia dei Balcani negli anni '90 significherebbe fare luce su implicazioni e responsabilità davvero profonde, che l'occidente vuole tenere nascoste alla grande massa dei cittadini. Per questo personaggi come Ali Hamad devono rimanere nell'oscurità ed essere ritenuti innocenti anche quando confessano i propri crimini.

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1086

(1) Rinascita Balcanica, 14 gennaio 2009 
(2) Osservatorio Balcani, 25 gennaio 2006
(3) Voltaire Net, 15 giugno 2006


Come si fa concretamente a dare più spazio alla pubblicità sulla stampa?

La notizia è che Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente dell’Upa, l’associazione degli investitori di pubblicità, riferendosi all’analisi proposta da Giovanni Valentini ne “Il sabato del villaggio”, su Repubblica del 10 Gennaio, ha scritto: «Agli editori non posso che prospettare di utilizzare al massimo le loro potenzialità, accelerando la sinergia con la rete e continuando nel buon lavoro fatto fino a ora nell’innovazione dei loro prodotti.» È una notizia perché in passato Upa è sembrata essere sempre molto più attenta alla tv che alla stampa.

Fatto sta che è un bene che si torni a parlare di pubblicità e carta stampata. Lo si è fatto recentemente in un convegno a Milano, lo si è letto in questi giorni. Sui giornali, appunto. È un bene perché si mette in discussione, finalmente, un pregiudizio che si è presto trasformato in un preconcetto contro i giornali: l’intrattenimento attira pubblicità più dell’informazione. 

È stato un modo di pensare, da parte del mondo della pubblicità italiana, che ha penalizzato la carta stampata, che non ha permesso finora un vero sviluppo del web, ma che ha rimpinzato la tv, fino a quasi farla scoppiare. Quando dico scoppiare mi riferisco all’efficacia, o sarebbe meglio dire l’inefficacia del mezzo televisivo, che mostra la corda proprio in tempo di crisi: i consumi crollano nonostante l’enorme pressione pubblicitaria televisiva. 

La necessità di ampliare a tutta la filiera dei mezzi di comunicazione i messaggi pubblicitari - alleggerendo la pressione sulla tv - è una “conditio sine qua non” del ruolo della pubblicità italiana, sul modello di quanto avviene in tutti i mercati occidentali. 
Bisogna aggiungere che se l’intrattenimento è un “bene voluttuario”, l’informazione è “un bene comune”, un ‘fondamentale’ della nostra democrazia. La mediazione che i giornali forniscono tutti i giorni tra gli avvenimenti e i significati, vale a dire tra ciò che è successo e ciò che significa, è il ruolo irrinunciabile di ogni paese democratico, che ha il dovere di alimentare l’informazione, corretta e puntuale, perché la democrazia è tale se i cittadini sono consapevoli, aggiornati e partecipi della vita pubblica. Questo dovere e il relativo vantaggio valgono anche per le aziende che spendono soldi in comunicazione commerciale, per informare correttamente i propri clienti attuali e potenziali.

«I lettori dei giornali, nonostante ricevano almeno tre copie gratuite di free press e abbiano la possibilità di trovare notizie aggiornate in internet, al cellulare o nei tg televisivi, rinnovano il rito dell’acquisto del quotidiano in edicola», ha detto recentemente il direttore de «Il Sole 24 ore», Ferrucio De Bortoli. A cui ha fatto eco Emanuele Pirella: «I giornali territoriali posseggono l’autorevolezza e la capacità di essere sulle notizie locali di rilievo per i lettori e di trasformarsi in abili strumenti per la comprensione del mondo. Credo che i quotidiani dovrebbero scimmiottare meno i linguaggi e i modi del web e tornare alla notizia pura, approfondita e autorevole». 
Osservazioni pertinenti col problema del rapporto tra la stampa e la pubblicità. 

Non ci si può nascondere, tuttavia, quanta diffidenza ci sia su questo punto: i giornalisti non amano la pubblicità, perché la vivono intrusiva del loro lavoro, invadente gli spazi fisici del giornale. Se fanno buon viso a cattivo gioco è solo perché la pubblicità aiuta il giornale a vivere. Insomma, giornalisti e pubblicitari non si amano, va bene se al limite si sopportano. Ha scritto Giovanni Valentini: «I giornali e i giornalisti sono chiamati a fare la loro parte in questa congiuntura, se vogliono contribuire a salvaguardare i bilanci delle aziende editoriali e insieme la propria professionalità. La svolta del “New York Times” insegna. Nuove sezioni specializzate, nuovi inserti e supplementi, nuove formule e formati pubblicitari, più in sintonia con le esigenze degli inserzionisti, vanno ideati e proposti al mercato per attrarre maggiori investimenti: oltre alla vendita di uno spazio, insomma, occorre incrementare l’ offerta di un servizio.»

I pubblicitari, dal canto loro, hanno a lungo rincorso la tv e attualmente quasi si sentono diminuiti a prendere in mano penna e matita e fare una bella campagna su un quotidiano. Lo diceva recentemente anche Pirella, sottolineando quanto questo atteggiamento sia sbagliato e un poco patetico: «In passato era l’immagine, l’idea, il messaggio scelti dal creativo a fare la differenza in una campagna. Oggi sono i budget, che consentono il ricorso a effetti speciali, a registi famosi ...». 
Quanto ai clienti, cioè agli inserzionisti, essi continuano ad essere persuasi che più spot meno stop alle vendite. «La televisione emoziona, la stampa approfondisce, il web è una opportunità per tutti», ha scritto Lorenzo Sassoli de Bianchi. Dal quale ci si può permettere di dissentire, non tanto per amor di polemica, quanto per il semplice fatto che è arbitrario attribuire cifre stilistiche ai media. «È un fatto assodato che la gente non legge (o guarda, ndr) la pubblicità, la gente legge (e guarda, ndr) solo quello che le interessa. Qualche volta si tratta di un annuncio pubblicitario», ha detto una volta Howard Luck Gossage, grande copy writer canadese. 

In altri termini, l’esperienza, nonché la pratica, ci dice che il consumatore moderno passa senza soluzione di continuità, nell’ arco temporale di una giornata-tipo, dalla tv (la mattina a casa), alla radio (in auto per andare al lavoro), dalle affissioni (che incontra movendosi in città, compresi i mega schermi che cominciano ad essere sempre più numerosi sugli edifici), ai free press (ai semafori o in metro), dal giornale (che vede la bar durante il caffè, che compra all’edicola, che trova in ufficio), a internet (che ha in ufficio sulla scrivania), da i monitor che sono stati piazzati nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti, fino alle news che trova sul telefonino a ogni ora del giorno, fino di nuovo alla tv che ritroverà a casa la sera, rifacendo a ritroso il percorso-tipo, scandito dagli appuntamenti informativi e pubblicitari che ho appena descritto. 
In questo contesto, il messaggio pubblicitario non può che essere “neutro” rispetto al mezzo che lo contiene e lo veicola, capace di adattarsi di più alle esigenze di chi il messaggio lo fruisce.

Bisogna essere invece molto d’accordo con Sassoli de Bianchi quando dice: «Noi dell’Upa riteniamo che sia un errore per le aziende sane privarsi di una spinta che ha un obiettivo molto ambizioso: tenere desta la fiducia.» Ma soprattutto, si deve sottoscrivere in pieno quanto aggiunge poco dopo: «È vero: i consumi ristagnano e gli investimenti in comunicazione arrancano, ma le aziende sane e le marche hanno il dovere di andare controcorrente.» Sembrerebbe davvero un buon viatico per attraversare la crisi, e uscirne tutti migliori di prima.  

Ridare forza attrattiva alla stampa per la pubblicità significa riscoprire un principio basilare: l’autorevolezza di una testata attribuisce credibilità al messaggio pubblicitario, dunque ristabilisce i fili della fiducia tra marca e consumatore. Contemporaneamente, obbliga il marketing e il creativo a essere all’altezza della reputazione della testata e della sua autorevolezza presso i lettori.

«Occorre tuttavia superare vecchi preconcetti e vecchi tabù, anche per consentire alla carta stampata di reggere meglio la concorrenza sempre più aggressiva e invadente della tv che bombarda quotidianamente i telespettatori di spot, mini-spot, telepromozioni e televendite - ha scritto Giovanni Valentini, che aggiunge -Colpisce a questo proposito l’ immediato exploit della tv pubblica in Francia che lunedì scorso, nella sua prima serata senza spot in seguito alla riforma voluta da Sarkozy, ha registrato un boom di tre milioni e centomila spettatori in più.» 

Qui a quanto pare c’è il punto della questione: come si fa concretamente a dare più spazio alla pubblicità sulla stampa? In altri termini, come si può passare dalle petizioni di principio ai fatti concreti? 
Siccome la crisi impone scelte decise, ecco la “headline”: depotenziare la tv, riqualificare la stampa. 
A tutto vantaggio del resto della filiera della comunicazione commerciale. 
Infatti, se gli investimenti nella tv rientrano nei parametri di spesa europei, ecco che si libererebbero risorse che andrebbero a tutto vantaggio dell’intera filiera della comunicazione commerciale: dal web al publishing, passando per tutti i veicoli sopra, sotto, accanto e oltre la linea della comunicazione commerciale. 

Con il vantaggio che l’idea farebbe la differenza, che la strategia farebbe la differenza, che la qualità e la creatività del messaggio, e non tanto la quantità dei “passaggi tv”, farebbero la differenza. Aggiungerei che facendo la differenza  si abbasserebbe di molto il tasso di diffidenza nei media, nelle marche, nei consumi, nella pubblicità. E se ne avvantaggerebbe anche la tv, non solo quella pubblica.

di Marco Ferri - Megachip

Detroit, il simbolo della crisi urbana americana, da Motor city a Farm city...Intanto, i pomodori sotto i grattacieli crescono


Per anni il simbolo della crisi urbana americana, Detroit ne è ancora una delle realtà più dolorose. In un'epoca di - relativa - riurbanizzazione lungo entrambe le coste del paese e in un southwest in eterno boom, la città - come altre della cosiddetta rust belt, la «cintura della ruggine»: Philadelphia, Baltimora, Cleveland, Buffalo - rimane saldamente in perdita: di abitanti come di attività economiche. Decenni di automazione, delocalizzazioni e apertura dei mercati hanno fatto di Motor City, la capitale dell'industria automobilistica del paese, l'incarnazione di un incubo: quello della morte delle città e della dispersione dei loro abitanti. 


La stretta e asettica downtown con i suoi grattacieli, negozi e ristoranti è oggi poco più di un'increspatura nel mare di abbandono e declino della città di cui dovrebbe essere il centro. Detroit ha perso in cinquant'anni metà della sua popolazione, dai 1.850.000 abitanti del 1950 si è passati ai 951.000 del Duemila. Una tendenza che non si è mai interrotta, neppure in tempi più recenti, quando gran parte delle città americane guadagnava nuova popolazione dopo i decenni più cupi della suburbanizzazione intensiva e della fuga di massa delle famiglie bianche dalle inner cities. In molti casi è stata l'impetuosa immigrazione degli ultimi anni a fare la differenza: senza latinos molte città non sarebbero mai state capaci di riacquisire quelle densità - di persone e attività - tali da renderle nuovamente attraenti anche per nuovi residenti di altro ceto e provenienza, la vera posta in gioco di molte delle politiche di sviluppo delle città americane. 


Priva del mercato del lavoro che in molte concentrazioni urbane è quasi monopolio della nuova immigrazione - quello dei servizi poveri e poverissimi ad altissima densità di manodopera - Detroit non è attraente per la nuova immigrazione. La città rimane così dominata da una composizione razziale ormai anacronistica, in bianco e nero. Da un lato la minoranza bianca - il 10,5% nel 2000 a fronte del 83% del 1950 - e dall'altro la maggioranza afroamericana - circa il 16% cinquant'anni fa, l'81,5% nel 2000. Nel mezzo una ristretta pattuglia di immigrati soprattutto ispanici che, concentrati nella loro Mexican Town, non riesce ad alterare l'immagine e la realtà di una delle città più segregate d'America. Oltre i confini di una Detroit quasi del tutto nera, si estende infatti uno sterminato suburbio di circa 3 milioni e mezzo di abitanti, quasi tutti bianchi. 


Dal food desert all'urban farming 


Con il passare dei decenni la città si è quindi trasformata nel ricovero delle vittime delle ristrutturazioni produttive. Oggi Detroit è una delle città più povere d'America: un quarto dei residenti, un terzo dei bambini, vive con redditi inferiori alla soglia di povertà. Ma è anche la capitale degli irregolari: per il suo essere molto giovane, certo - quasi un terzo dei suoi abitanti ha meno di diciotto anni - ma soprattutto per la sotto-rappresentazione di quella che è la vera ossessione dell'ideologia nazionale della middle class: la famiglia mononucleare proprietaria dell'abitazione in cui vive. A Detroit, la maggioranza dei bambini vive in famiglie con un solo genitore e un'altra porzione abbondante ha genitori non sposati. In realtà qui ad essere protagoniste sono famiglie allargate nelle quali convivono fino a quattro generazioni diverse, una tattica per fare fronte ai redditi bassi e alla parossistica mancanza di servizi in una città che ha quasi del tutto perso la sua densità. A dominarne il paesaggio è infatti l'abbandono, in proporzioni che è difficile immaginare, tanto da spingere qualcuno a paragonare la città alla Berlino o alla Dresda post-bellica. Paragone che chi scrive aveva trovato irrispettoso prima di arrivare a Detroit. 


Sono moltissimi gli edifici vuoti e sigillati, i terreni tornati verdi dopo le demolizioni, gli scheletri di case unifamiliari date alle fiamme dai loro proprietari che negli anni più acuti della crisi preferivano incassare i proventi dell'assicurazione anziché gli affitti magri e incerti dei loro inquilini. Il risultato è un territorio immenso in gran parte privo di abitanti e in via di rinaturalizzazione, composto da quartieri nei quali si possono trovare interi isolati abitati da non più di tre persone. Altra dimensione dell'apocalisse urbana, la pressoché totale desertificazione commerciale della città - la suburbanizzazione ha portato con sé non solo le persone ma anche le attività economiche, a partire dal commercio - che ha spinto un gruppo di ricercatori a definire la città come un food desert. Una ricerca pubblicata nel 2007 dalla Mari Gallagher Research and Consulting Group indica in 550.000 il numero di detroiters che vivono in quartieri nei quali l'assenza di una distribuzione alimentare di qualità rende difficile se non impossibile una dieta dignitosa. Il consumo dei beni reperibili sul mercati locali dei quartieri poveri - fatto di quelli che sono definiti fringe shops: soprattutto negozi di liquori nei quali è impossibile trovare prodotti freschi - peserebbe in modo significativo sulla minore aspettativa di vita dei loro abitanti. Il problema risederebbe soprattutto nella dipendenza di molti degli abitanti di queste aree della città dai food stamps erogati dal governo federale a residenti senza reddito o con redditi bassissimi. Solo una piccola minoranza degli esercizi commerciali che li ammettono vende prodotti diversi da alcolici, sigarette, biglietti della lotteria e una ristretta scelta di cibi in scatola. Sono così questi i componenti della spesa di molti detroiters, soprattutto di quelli - e sono tanti - che non hanno una macchina con la quale recarsi nei centri commerciali del suburbio, oppure che semplicemente non riescono più a sostenere i prezzi crescenti dei carburanti. «Inevitabilmente - mi dice Cevan Castle, una community organizer attiva nell'East Side della città - il ragionamento di molta gente è economico: 'vado a fare la spesa una volta sola al mese, il giorno in cui sono emessi i food stamp. Se ho la macchina risparmio sulla benzina, altrimenti risparmio sul taxi'. Così è impossibile acquistare verdura o frutta fresche, quello che si comprerà saranno scatole, scatole e scatole». Le soluzioni proposte e rimbalzate fra amministrazione comunale e organizzazioni di quartiere sono tante: dilazionare l'emissione dei food stamps, creare servizi di trasporto flessibili in una città in cui il servizio pubblico è quasi inesistente. Ma ad affacciarsi da qualche anno a questa parte è un'alternativa ancora più radicale, quella dell'urban farming. 


«E' incredibile - dice Libby, un'altra organizer - solo cinque anni fa la stessa amministrazione comunale guardava all'urban farming come all'idea più ridicola mai presentatasi a Detroit. E ora con la recessione e tutto questo parlare di crisi ecologica e ritorno al locale, sono proprio loro i primi a dire che è un'idea geniale». Geniale quanto semplice, l'idea è di trasformare gli effetti devastanti dell'apocalisse urbana provocata dalla fine dell'epopea industriale della città, in un nuovo modello di sviluppo attraverso la conversione dei terreni abbandonati in fattorie urbane. Sul finire degli anni ottanta James Boggs, figura storica del community organizing a Detroit, immaginava una città molto diversa da quella annunciata dal suo sindaco di allora, il potente e controverso Coleman Young. 


Casinò contro orti metropolitani 


Alla pervasiva retorica della competitività urbana dell'amministrazione comunale, impegnata nella creazione di nuovi mercati a colpi di agevolazioni fiscali e trasferimenti pubblici a imprese e investitori immobiliari, Boggs opponeva la visione di una città capace di rigenerarsi attraverso la moltiplicazione di micro-imprese agricole e artigianali che utilizzassero i beni per lui più preziosi e abbondanti di Detroit: la grande disponibilità di acqua e terra, quella liberata dalle demolizioni, e le abilità di molti dei suoi abitanti, forgiate dall'eredità manifatturiera della città. 


Agli occhi di Boggs l'apertura di un nuovo casinò, progetto di punta delle politiche economiche di Coleman, rappresentava una cura peggiore del male che si intendeva curare. Se i casinò nel frattempo sono diventati due, anche l'urban farming è in piena espansione in una città nella quale si stima la presenza di quarantamila lotti abbandonati. Il Garden Resource Program, nato su iniziativa di diverse organizzazioni no profit della città, gestisce 115 community gardens e 220 family gardens in tutte le aree della città, alcuni dei quali esplicitamente votati alla soluzione del problema dell'urban desert. Come nel caso del Capuchin Soup Kitchen, che su iniziativa di un ordine cappuccino nell'East Side produce e distribuisce frutta e verdura fresca ai negozi locali che accettano i food stamps, organizzando corsi di formazione riservati ai bambini del quartiere. Per accedere al Garden Resource Program è sufficiente versare una quota simbolica in cambio della quale si ricevono piante e sementi per avviare la propria piccola fattoria urbana. Con l'estendersi del fenomeno, l'amministrazione comunale si è trovata costretta ad ammetterne non solo l'esistenza e l'estensione ma anche il suo ruolo nella rivitalizzazione di molti quartieri. Gli stessi dispositivi di pianificazione della città formalizzeranno presto l'urban farming, riconoscendo per la prima volta l'inevitabilità della rinaturalizzazione di porzioni consistenti del suo territorio. La diffusione dell'urban farming ha fatto così di Detroit una delle capitali del movimento del buy local - le campagne per l'acquisto di prodotti organici locali per ridurre le emissioni di gas serra e migliorare l'alimentazione - che di norma è presente nelle ben più ricche città dell'est e dell'ovest, dove si concentrano i ceti narcisisti e i liberal benestanti. 


Così morì Jefferson Avenue 


Un destino, quello della rinaturalizzazione, che sembra destinato a compiersi anche nell'East Side. Jefferson Avenue era negli anni cinquanta una delle principali arterie commerciali della città. La chiusura e la delocalizzazione di molte delle attività manifatturiere presenti nell'area ne ha poi improvvisamente interrotto l'esistenza. Oggi della vecchia vibrante Jefferson Avenue, piena di negozi, ristoranti e cinema che servivano i tanti quartieri working class dell'area, rimangono solo insegne ammaccate dal sapore modernista. I marciapiedi sono deserti, i locali abbandonati e devastati tranne nel caso dell'immancabile negozio di liquori che sembra l'unica attività, fra le pochissime rimaste, a presidiare un mercato solido e riconoscibile. Qui l'impressione di uno spazio improvvisamente rarefattosi si approfondisce: sono moltissime le case abbandonate e i terreni di nuovo verdi. Decenni di disinvestimento hanno abbattuto i valori immobiliari, praticamente annullandoli in diverse aree del quartiere. «I miei genitori - dice Aron, un altro community organizer - hanno comprato una grande casa unifamiliare per 15.000 dollari e oggi stesso tu potresti comprarne una per non più di 20.000». 


Ma nell'East Side lo spazio pur rarefattosi si coagula improvvisamente nelle tante nuove gated communities, i quartieri recintati cresciuti nel corso degli anni Novanta, e nel confinante comune suburbano di Grosse Point, uno dei più ricchi del paese. Nel giro di pochi metri il reddito pro capite può variare di centinaia di migliaia di dollari e una strada quasi abbandonata può condurre al check-point di un grappolo di ville con piscina o trasformarsi, superata la frontiera di Grosse Point, in un elegante viale commerciale che ricorda più la Costa Azzura che il Michigan deindustrializzato. Cevan lavora come Aron per Jeba, un'organizzazione di quartiere impegnata nella rivitalizzazione commerciale dell'East Side. Un compito particolarmente difficile nella città che ha inventato i grandi centri commerciali, negli anni Cinquanta, che ora si trovano quasi tutti nel suburbio, dove gli stessi abitanti delle gated communities presenti nell'East Side si recano a fare la spesa. 


Per le famiglie povere, invece, la recente chiusura di un alimentari di quartiere ha avuto un impatto pesante sulla vita quotidiana. «Il pane da queste parti - ovviamente confezionato e non fresco - lo si può trovare nel liquor store o alla pompa di benzina», dice Cevan. Anche per questo Jeba ha deciso di promuovere con gli adolescenti del quartiere un progetto di urban farming grazie al finanziamento di un'università locale. L'idea è quella di una produzione locale di frutta e verdura che possa migliorare l'alimentazione degli abitanti del quartiere, impegnando giovani e adolescenti in un'attività imprenditoriale. Si tratta inoltre di combinare la nuova attività con quella di un laboratorio di riciclo confinante con l'area nella quale crescerà l'urban farming. Da anni a Detroit esistono gruppi che riciclano materiali di costruzione e pezzi di arredamento provenienti dalle case abbandonate o in via di demolizione: infissi, lampadari, scalinate, sanitari che vengono successivamente riutilizzati. «Tutti i materiali utili alla realizzazione dell'urban farm - dice Cevan - provengono dal laboratorio di riciclo. Preferiamo questa soluzione all'acquisto nei centri commerciali». 


Anche nel deserto di Jefferson Avenue, Detroit, data per spacciata, tenta di trasformarsi. Da Motor city a Farm city.

di Alessandro Coppola (il manifesto, 19.11.08)

Contro l'equidistanza del Corriere della Sera, con l'«incoercibile inclinazione alla rissa» di Massimo D'Alema


Era davvero malposta la domanda di Pierluigi Battista nell'editoriale del Corriere della Sera di ieri che, retoricamente indignato, s'interrogava se fosse o meno possibile svilire una crisi internazionale come quella di Gaza nelle beghe della «provincia italiana», fino a rimpicciolirla nelle rivalità all'ombra delle nostre redazioni. Malposta, perché l'editorialista alla fine si è dato, da sé, un'incredibile risposta positiva. Riducendo la tragedia mediorientale a quelle che definisce «beghe» del cortile di casa e della pausa caffè redazionale. 

Ha infatti elaborato un testo rancoroso e, ahimé, omertoso. Con due attacchi. Uno al manifesto reo di avere accusato la portaerei della stampa italiana - il quotidiano di Via Solferino - di essere stato o al seguito dei carri armati israeliani o scientemente assente su Gaza; e l'altro a Massimo D'Alema per la sua «incoercibile inclinazione alla rissa» nei giudizi sul comportamento del governo e dell'esercito israeliano.
Ecco dunque confermata quella tendenza alla «piccola polemica casalinga» che Pierluigi Battista invece dichiarava di voler evocare. Perché il nostro giornale sarebbe responsabile di avere indicato quello che tutti hanno visto: che il maggiore e più autorevole dei quotidiani italiani ha sostenuto l'improponibile teoria politica e giornalistica dell'equidistanza, si è schierato solo con le «ragioni» del governo di Tel Aviv, ha deciso di far scomparire dalla prima pagina la tragedia della Striscia di Gaza nel momento più acuto e feroce, con la cancellazione - interna ed esterna - di reali voci critiche dell'operato israeliano, e non è stato all'altezza del ruolo in genere riconosciuto al giornalismo del Corriere della Sera.
Ma le accuse dell'editoriale rasentano l'omertà complice quando il Corriere della Sera attacca, come probabilmente nessuno ha fatto mai, Massimo D'Alema. Perché? Perché grida che a Gaza «è un massacro non una guerra» e che non si può essere equidistanti tra aggrediti e aggressori; perché ricorda che in Italia «criticare Israele è tabù»; perché accusa la stampa nostrana, fatte rare eccezioni, di «rozzezza propagandistica» e la tv italiana di essere «di fatto un bollettino israeliano»; perché definisce l'offensiva israeliana come una «spedizione punitiva» che al di là di colpire Hamas infligge morte e distruzione ad un intero popolo; perché denuncia l'errore d'Israele che «uccide i dirigenti di Hamas»; perché insiste in ogni sede a dichiarare che «bisogna trattare con Hamas» e che è quantomeno strabico poi appelarsi alla mediazione dell'Egitto che di fatto tratta direttamente con Hamas; perché accusa il governo italiano di «essere ininfluente», perché urge «una forza d'interposizione come in Libano». E alla fine, perché ha l'estremo coraggio di urlare, in quasi completa solitudine - quella dei numeri primi? - che «i bimbi uccisi scuotono più delle bandiere bruciate». Parole che non esitiamo a definire di verità.
Eppure tutto questo sarebbe semplicistico, perché non capiremmo la bassa cucina che ci viene propinata. Massimo D'Alema infatti è sotto tiro del Corsera per due capi d'accusa: perché non ha la «compostezza» (sic) sia del ministro Frattini sia quella «di tutti gli altri esponenti del Partito democratico».
Ecco dunque che, per sfuggire al pericolo di portare Gaza nelle «guerricciole del Pd campano», il dramma della Striscia viene scaraventato nello scontro interno alla leadership del Pd nazionale, quello tradizionale sulla irrilevanza veltroniana e quello che ora probabilmente si apre anche sulla pace e sulla guerra. E non c'è dubbio su quale parte appoggi Pierluigi Battista: quella «composta» e «equidistante» di Piero Fassino.
Ma c'è di più. Il tono dell'editoriale è quello intimidatorio di chi dice: zitto tu che hai fatto la guerra in Kosovo dove i bombardamenti della Nato fecero stragi. E, aggiungeremmo noi, con l'avvallo di molti «giornaloni» italiani come il Corsera che giustificarono alla fine la cosiddetta «guerra umanitaria». Qual è la verità? Noi, che avversammo e avversiamo quella scelta unilaterale della Nato nel 1999, siamo convinti che quella guerra era sproporzionata e tutt'altro che umanitaria, e che colpì solo la popolazione civile serba e anche albanese - ma nessun obiettivo militare - con una miriade di cosiddetti «effetti collaterali». Così come è altrettanto sproporzionata, sanguinosa nei confronti dei civili, inutile e controproducente questa. Continueremo a distinguerci nel merito da Massimo D'Alema. Ma proprio per questo non possiamo non schierarci con lui mentre arriva a mille la conta dei morti palestinesi di Gaza e si apre lo spiraglio, flebile, della disponibilità alla tregua solo di Hamas. Insomma, meglio tardi che mai.

di Tommaso Di Francesco

Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090115/pagina/01/pezzo/239494/

Se la guerra dovesse finire con Hamas ancora in piedi, sanguinante ma non sconfitto?


Guerra delle menzogne, calcoli sbagliati e la «follia morale» di Ehud Barak

Quasi settant'anni fa, nel corso della seconda guerra mondiale, nella città di Leningrado fu commesso un crimine efferato. Per più di 70 giorni, una banda di estremisti chiamata «Armata rossa» tenne in ostaggio milioni di abitanti di quella città e, così facendo, provocò la rappresaglia della Wehrmacht tedesca dall'interno. I tedeschi non ebbero altra alternativa, se non bombardare la popolazione e imporre un blocco totale causando la morte di centinaia di migliaia di persone. Un po' di tempo prima, un crimine simile era stato commesso in Inghilterra. La banda di Churchill si era nascosta tra la popolazione londinese, sfruttando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a inviare la Luftwaffe e, sebbene con riluttanza, a ridurre la città in rovine. Lo chiamarono il Blitz.

Questa è la descrizione che apparirebbe oggi nei libri di storia - se i tedeschi avessero vinto la guerra. Assurdo? Non più delle quotidiane descrizioni nei nostri media, che si ripetono fino alla nausea: i terroristi di Hamas usano gli abitanti di Gaza come «ostaggi» e sfruttano le donne e i bambini come «scudi umani». Non ci lasciano altra alternativa se non i bombardamenti massicci nei quali, con nostro profondo dolore, migliaia di donne, bambini e uomini disarmati vengono uccisi o feriti.

In questa guerra, come in qualunque guerra moderna, la propaganda gioca un ruolo fondamentale. La disparità tra le forze, tra l'esercito israeliano - con i suoi caccia, elicotteri da combattimento, aerei teleguidati, navi da guerra, artiglieria e tank - e le poche migliaia di combattenti di Hamas dotati di armi leggere, è di uno su mille, forse uno su un milione. Nell'arena politica il gap tra loro è ancora più ampio. Ma nella guerra di propaganda, il gap è quasi infinito. Quasi tutti i media occidentali inizialmente ripetevano la versione ufficiale della propaganda israeliana. Essi ignoravano quasi del tutto le ragioni dei palestinesi, per non parlare delle dimostrazioni quotidiane del campo della pace israeliano. La logica del governo israeliano («Lo stato deve difendere i suoi cittadini contro i razzi Qassam») è stata accettata come se quella fosse tutta la verità. L'altro punto di vista, per cui i Qassam sono una rappresaglia per l'assedio che affama il milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza, non è stato riportato affatto. Solo quando le scene orribili provenienti da Gaza hanno cominciato ad apparire sui teleschermi occidentali, l'opinione pubblica mondiale ha gradualmente iniziato a cambiare.
È vero, i canali televisivi occidentali e israeliani hanno mostrato solo una piccolissima frazione dei terribili eventi che appaiono 24 ore su 24 sul canale arabo al Jazeera, ma una sola immagine di un bimbo morto nelle braccia del padre terrorizzato è più potente di mille frasi elegantemente costruite dal portavoce dell'esercito israeliano. E alla fine, è decisiva.

La guerra - ogni guerra - è il regno delle menzogne. Che si chiami propaganda o guerra psicologica, tutti accettano l'idea che sia giusto mentire per un paese. Chiunque dica la verità rischia di essere bollato come traditore. Il problema è che la propaganda è convincente per lo stesso propagandista. E dopo che ci si è convinti che una bugia è verità, e la falsificazione realtà, non si riesce più a prendere decisioni razionali.
Un esempio di questo fenomeno riguarda quella che finora è stata la atrocità più scioccante di questa guerra: il bombardamento della scuola dell'Onu Fakhura, nel campo profughi di Jabaliya. Immediatamente dopo che esso era stato conosciuto in tutto il mondo, l'esercito ha «rivelato» che i combattenti di Hamas avevano sparato con i mortai da un punto vicino l'ingresso della scuola. Poco tempo dopo, il militare che aveva mentito ha dovuto ammettere che la foto aveva più di un anno. In breve: una falsificazione. In seguito l'ufficiale bugiardo ha affermato che avevano «sparato ai nostri soldati da dentro la scuola». Dopo appena un giorno, l'esercito ha dovuto ammettere dinanzi al personale Onu che anche quella era una menzogna. Nessuno aveva sparato da dentro la scuola; nella scuola non c'erano combattenti di Hamas: era piena di profughi terrorizzati. Ma l'ammissione ormai non faceva quasi più differenza. A quel punto, il pubblico israeliano era totalmente convinto che avessero «sparato da dentro la scuola», e gli annunciatori tv lo hanno affermato come un semplice fatto.

Lo stesso è accaduto con le altre atrocità. Nell'atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell'amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l'esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo». La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak - un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico. Il vero scopo (a parte quello di farsi eleggere alle prossime elezioni) è porre fine al governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Nell'immaginazione di chi ha pianificato la guerra, Hamas è un invasore che ha ottenuto il controllo di un paese straniero. Naturalmente la realtà è completamente diversa. Il movimento di Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni democratiche che si sono svolte in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Ha vinto perché i palestinesi erano giunti alla conclusione che l'atteggiamento pacifico di Fatah non avesse ottenuto nulla da Israele - né un congelamento degli insediamenti, né il rilascio dei prigionieri, né un qualunque passo significativo verso la fine dell'occupazione e la creazione dello stato palestinese. Hamas è profondamente radicato nella popolazione - non solo come movimento di resistenza che combatte l'occupante, come l'Irgun e il Gruppo Stern in passato - ma anche come organismo politico e religioso che fornisce servizi sociali, scuola e sanità. Dal punto di vista della popolazione, i combattenti di Hamas non sono un organismo straniero, ma figli di ogni famiglia della Striscia e delle altre regioni palestinesi. Essi non si «nascondono dietro la popolazione»: la popolazione li vede come i suoi unici difensori. Perciò, l'intera operazione si basa su presupposti errati. Trasformare la vita in un inferno sulla terra non fa insorgere la popolazione contro Hamas ma, al contrario, essa si stringe dietro Hamas e rafforza la propria determinazione a non arrendersi. La popolazione di Leningrado non si sollevò contro Stalin, più di quanto i londinesi non si sollevarono contro Churchill.

Chi dà l'ordine di una simile guerra, con tali metodi, in un'area densamente popolata, sa che causerà il massacro di civili. A quanto pare, ciò non lo ha toccato. O forse credeva che loro avrebbero «cambiato modo» e la guerra avrebbe «marchiato a fuoco la loro coscienza», per cui in futuro non oseranno resistere a Israele. Una delle principali priorità per chi ha pianificato la guerra era l'esigenza di ridurre al minimo le vittime tra i soldati, sapendo che lo stato d'animo di una larga parte dell'opinione pubblica, favorevole ad essa, sarebbe cambiato se fossero giunte notizie di questo genere. È quanto è avvenuto nella prima e nella seconda guerra del Libano. Questa considerazione ha giocato un ruolo particolarmente importante perché l'intera guerra è parte della campagna elettorale. Ehud Barak, che nei primi giorni di guerra è salito nei sondaggi, sapeva che il suo gradimento sarebbe crollato se gli schermi televisivi si fossero riempiti di immagini di soldati morti. Perciò, si è fatto ricorso a una nuova dottrina: evitare perdite tra i nostri soldati mediante la distruzione totale di tutto ciò che incontrano sulla loro strada. Per salvare un soldato israeliano si era disposti a uccidere non solo 80 palestinesi, ma anche 800. Evitare perdite dalla nostra parte è il comandamento principale, che sta causando un numero record di vittime civili dall'altra. Questo significa la scelta consapevole di un tipo di guerra particolarmente crudele - e questo è il suo tallone di Achille.

Una persona senza immaginazione, come Barak (il suo slogan elettorale: «Non un bravo ragazzo, ma un leader») non riesce a immaginare come le persone per bene, in tutto il mondo, possano reagire ad azioni come l'uccisione di intere famiglie, la distruzione di case sulla testa dei loro abitanti, le file di bambini e bambine in sudari bianchi pronti per la sepoltura, le notizie di persone lasciate a morire dissanguate per giorni perché non si consentiva alle ambulanze di raggiungerle, l'uccisione di dottori e medici impegnati a salvare vite umane, l'uccisione di autisti dell'Onu che trasportavano cibo. Le immagini degli ospedali, con i morti, le persone in fin di vita, i feriti stesi tutti insieme sul pavimento per mancanza di spazio hanno scioccato il mondo.

I pianificatori pensavano di poter impedire al mondo di vedere queste immagini vietando con la forza la presenza dei media. I giornalisti israeliani - fatto riprovevole - si sono accontentati dei rapporti e delle foto forniti dal portavoce dell'esercito, come se fossero notizie autentiche, mentre loro stessi se ne restavano a miglia di distanza dai fatti. Anche ai giornalisti stranieri non è stato permesso di entrare, finché non hanno protestato e sono stati portati a fare rapidi tour in gruppi selezionati e controllati. Ma in una guerra moderna, uno sguardo così sterile e preconfezionato non può escludere completamente tutti gli altri - le videocamere sono dentro la Striscia, in mezzo all'inferno, e non possono essere controllate. Aljazeera trasmette le immagini a tutte le ore, e arriva in tutte le case.

La battaglia per il teleschermo è una delle battaglie decisive della guerra. Centinaia di milioni di arabi dalla Mauritania all'Iraq, più di un miliardo di musulmani dalla Nigeria all'Indonesia vedono le immagini e sono orripilati. Questo ha un impatto forte sulla guerra. Molti spettatori vedono i governanti dell'Egitto, della Giordania, dell'Autorità palestinese come collaboratori di Israele nell'attuazione di queste atrocità ai danni dei loro fratelli palestinesi. I servizi di sicurezza dei regimi arabi stanno registrando un fermento pericoloso tra le popolazioni. Hosny Mubarak, il leader arabo più esposto per aver chiuso il valico di Rafah in faccia ai profughi terrorizzati, ha cominciato a premere sui decisori di Washington, che fino ad allora avevano bloccato tutti gli inviti a cessare il fuoco. Questi hanno cominciato a capire che i vitali interessi americani nel mondo arabo erano minacciati e improvvisamente hanno cambiato atteggiamento - nella costernazione dei compiacenti diplomatici israeliani.

Le persone affette da follia morale non riescono a capire le motivazioni delle persone normali, e devono indovinare le loro reazioni. «Quante divisioni ha il papa?» se la rideva Stalin. «Quante divisioni hanno le persone con una coscienza?» potrebbe chiedersi oggi Ehud Barak. Ma, come stiamo vedendo, ne hanno qualcuna. Non tante. Non molto veloci a reagire. Non molto forti e organizzate. Ma a un certo momento, quando le atrocità dilagano e masse di persone si uniscono per protestare, questo può decidere di una guerra.

L'incapacità di cogliere la natura di Hamas ha causato l'incapacità di capire i prevedibili risultati. Non solo Israele non è in grado di vincere la guerra: Hamas non può perderla. Anche se l'esercito israeliano dovesse riuscire a uccidere ogni combattente di Hamas fino all'ultimo uomo, anche allora Hamas vincerebbe. I combattenti di Hamas sarebbero visti come i modelli della nazione araba, gli eroi del popolo palestinese, i modelli da emulare per ogni giovane del mondo arabo. La Cisgiordania cadrebbe nelle mani di Hamas come un frutto maturo, Fatah affogherebbe in un mare di disprezzo, i regimi arabi rischierebbero di crollare.

Se la guerra dovesse finire con Hamas ancora in piedi, sanguinante ma non sconfitto, a fronte della possente macchina militare israeliana, ciò apparirebbe come una vittoria fantastica, una vittoria della mente sulla materia. Nella coscienza del mondo, resterà impressa a fuoco l'immagine di Israele come un mostro lordo di sangue, pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità.
In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine contro lo stato di Israele.

Versione originale:

di Uri Avnery
Fonte: www.gulfnews.com
Link: http://www.gulfnews.com/Opinion/Columns/region/10274351.html

Versione italiana:

Fonte: www.ilmanifesto.it
Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/05/pezzo/239282/

Traduzione a cura di MARINA IMPALLOMENI

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori