sabato 17 gennaio 2009

"Annunziata" dalla RAI, cacciata per sempre dalla sinistra dai bambini palestinesi


Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, telefona al presidente della Rai, Claudio Petruccioli, per dirgli che «è stato superato il livello di decenza». Il capo del governo, Silvio Berlusconi, si esibisce in una nuova versione del celebre “si contenga”. Il governo israeliano, attraverso l'ambasciatore Gideon Meir, scrive una lettera al presidente della Rai, protestando «la mancanza di professionalità, inadatta alla televisione pubblica italiana». Indecente non è il massacro di Gaza, ma un programma di Michele Santoro dedicato all'atroce carneficina.
Uno stato estero, la terza carica della repubblica italiana, il presidente del consiglio sparano cannonate contro un Annozero sulla guerra dei bambini uccisi sotto gli occhi del mondo, in diretta tv, come è accaduto ieri, quando mentre era al telefono con un'emittente israeliana, Ezeldin Abu el Aish, ha visto atterrargli in casa una bomba e cinque sue figlie morirgli accanto.
Sull'attenti la risposta di Petruccioli: «Santoro merita critiche severe». Del resto, per scatenare l'offensiva del partito filoisraeliano basta denunciare il carattere “punitivo” dell'offensiva, definendola «un massacro non una guerra», come ha fatto Massimo D'Alema, nel silenzio dei suoi compagni di partito.
Quella dedicata alla strage degli innocenti di Gaza, non è stata una delle migliori serate di Annozero. Andamento confuso, atmosfera nervosa, interventi ripetitivi, protagonismi degni di miglior causa. Come la teatrale uscita di scena di Lucia Annunziata, ospite della strasmissione di Santoro. Più che alla «guerra dei bambini», l'ex presidente della Rai, sembrava interessata a discutere dell'impostazione del programma di cui era ospite. Rubando il mestiere a un Mastella qualsiasi, dopo aver ripetutamente accusato Santoro di “faziosità”, offesa dalla replica dell'amico e collega («non dire le fesserie che tutti dicono contro di noi, ma quali meriti pensi di acquisire?»), si è alzata e se ne è andata. Su un tappeto rosso di complimenti bipartisan, una valanga di dichiarazioni che per tutto il giorno hanno intasato le agenzie di stampa.
La politica si era meritata la performance migliore nella sfuriata finale di un Santoro urlante contro la luna, contro la politica «che non fa un tubo, che è impotente».
Mirando però al bersaglio sbagliato («Veltroni andasse a Gaza anziché in Africa»), visto che il leader del Pd, almeno per i bambini sterminati dalla fame, prova a fare qualcosa.
E quale sarebbe la colpa? Aver fatto confrontare giovani palestinesi con giovani israeliani? Aver mostrato l'ospedale di Gaza? Non aver rappresentato in par condicio le ragioni degli uni e degli altri per mettere in primo piano «le cose che stanno accandendo per come stanno accadendo?». Sul punto Santoro ha ragione da vendere. Politicamente e giornalisticamente. Quando i morti sono uno a mille, quando i bambini uccisi sfiorano i quattrocento, il giornalista ha il dovere di titolare “la guerra dei bambini”. Per poi chiedere ai suoi interlocutori cosa si propone Israele con questa guerra e cosa si prevede per il dopo.
La materia incandescente richiedeva però di scartare dal solito copione. Meno voci, più profondità, più governo delle emozioni, più informazione (quanti italiani sanno dov'è Gaza, cos'è la Cisgiordania, quale il reddito dei palestinesi...), più attenzione  alla difficoltà di decodificare il tasso di manipolazione. Ma questi sono appunti e considerazioni che riguardano un gruppo redazionale. Se invece a insegnare come si fa giornalismo, come si declina l'attualità sono stati e governi, allora comandano solo gli elmetti. 

di Norma Rangeri

I “palestinesi” hanno votato Hamas proprio perché Israele ha spiegato loro, in questi sessantuno anni, che per altra via non possono ottenere nulla


Non si può risalire alle cause, alle responsabilità più lontane. non adesso, mentre la gente, i bambini, muoiono a Gaza. Ma io vorrei risalire la corrente della logica, vorrei riportare le parole al loro significato, che invece cambia e si scolora mentre le ripetiamo. 
Dal 27 dicembre (in verità da molto più tempo) siamo sommersi da quasi-dogmi sui quali la nostra lingua s’inceppa. 
«Israele ha diritto alla sua esistenza», leggiamo ogni giorno, sentiamo da ogni tribuna. Poi guardiamo le tremende immagini della sua potenza militare, i suoi F-16, i cannoni, gli elicotteri, i carri armati. Facciamo il conto della strage che hanno già fatto: oltre 1000 morti, 4000 feriti di cui 400 gravi o gravissimi. Un terzo sono bambini, la maggior parte sono civili. Dall’altra parte, da quelli che rivendicano il loro diritto all’esistenza e che vogliono essere protetti, non più di dieci vittime. 
Triste contabilità, ma inevitabile, perché è la trave nell’occhio che mostra il divario tra Davide e Golia. Solo che Davide è il popolo palestinese. Ma allora chi è che ha «il diritto alla sua esistenza»?
Davvero c’è qualcuno che pensa che la gente di Gaza può minacciare la falange possente dei protettori di Israele, il cui principale è niente meno che l’America? Chi può credere, davvero, che l’esistenza di Israele sia minacciata? La lingua diventa di legno, o dovrebbe, a chi ripete queste parole. 
Leggo, ad ogni passo, che Hamas “ha rotto la tregua”, e per questo è stata punita.  Ma quale tregua? Non c’è mai stata nessuna “tregua”. Chi l’avrebbe negoziata, visto che Israele non ha mai voluto trattare con Hamas e viceversa? La verità è che Hamas aveva interrotto nel luglio, unilateralmente, il lancio dei suoi Kassam, nonostante il fatto che da 18 mesi Gaza fosse sottoposta da un blocco pressoché totale, oltre che illegale. 
Poi la parentesi di calma si è interrotta. Chi ha le prove delle responsabilità? Nessuno, ma tutti dicono che è Hamas. Quindi, poiché Hamas sono i cattivi, devono essere puniti. I 300 bambini trucidati sono sufficienti, o ce ne vogliono altri 300? O, come si chiede Thomas Friedman su «International Herald Tribune» (14 gennaio), qual è lo scopo di Israele: «
sradicare Hamas o rieducarla?».
A colpi di mille morti a lezione.
Leggo che Tsahal, l’esercito di Israele, ha fatto migliaia di telefonate a Gaza. Dicono: andate via della vostra casa perché la bombarderemo. Grazie per l’avvertimento. Ma dove andare? Gaza si chiama striscia perché è un fazzoletto di terra. E Hamas è il vincitore delle uniche elezioni democratiche di Palestina. Quanti devono essere puniti per avere votato Hamas? Ovvio: la maggioranza. Questa sì che è democrazia! Comunque dove cadono le bombe? Dal numero e dalla qualità dei morti si direbbe che cadono dove si vuole che cadano.  
Sessantuno anni fa, nel 1948, quando i “filistei” erano solo la metà di quelli di oggi, sullo stesso territorio, e Al Fatah, e Hamas, erano ancora di là da venire, Ben Gurion diceva allo Stato Maggiore Generale: «Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei beni, il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». Non c’erano colpevoli o innocenti da distinguere. E’ accaduto sistematicamente in questi anni, adesso sta accadendo di nuovo, sotto i nostri occhi. Ma noi abbiamo perduto le parole per descriverlo. 
Le parole più chiare le disse invece Sharon di fronte al parlamento di Tel Aviv il 4 marzo 2002, ma nessuno sembra ricordarsele: «I palestinesi devono soffrir ancora molto di più, fino a che si rendano conto che non otterranno niente con il terrorismo. Se non si rendono conto di essere stati vinti noi non potremo tornare al tavolo del negoziato». 
Qui non si parla di Hamas, si dice “palestinesi”. I “palestinesi” hanno votato Hamas proprio perché Israele ha spiegato loro, in questi sessantuno anni, che per altra via non possono ottenere nulla.

di Giulietto Chiesa - Megachip

La verità manipolata dal "Giornale" di Silvio

Questa è la foto manipolata pubblicata da “il Giornale” da Gaza. Entra nel post per vedere l’originale di AP e leggere il pezzo da LSDI. Per l’impunito impresentabile Mario Giordano, una vergogna in più di un curriculum nefasto per il direttore di un quotidiano simbolo della disinformazione in Italia.





gaza2Polemiche e accuse contro il Giornale per una plateale operazione di smontaggio e montaggio di due fotografie sulla sanguinosa campagna militare israeliana nella striscia di Gaxa - L’ AP: ”il contratto che i giornali firmano prevede l’immodificabilità delle immagini, a garanzia del codice etico che l’agenzia si è dato e che si impegna a rispettare”.

Non è stata citata la fonte, si è ignorata la didascalia originale, ma, soprattutto, si sono “arricchite” arbitrariamente le fotografie eliminando gli elementi che si riteneva “di disturbo” e aggiungendo elementi estranei alla situazione reale, facendo un’opera di fotomontaggio che attiene all’ illustrazione e non alla cronaca.

E’ la denuncia fatta da 
‘‘Fotografia&Informazione” in relazione alla manipolazione di due foto dell’ AP sulla sanguinosa campagna militare israeliana nella striscia di Gaxa compiuta nei giorni scorsi dal Giornale.

L’ operazione di smontaggio e montaggio ha sollevato nel mondo del fotogiornalismo italiano forti polemiche.

Molto secco 
l’ intervento di FPA (Fotoreporter professionisti Associati), che mostra naturalmente le foto pubblicate dal quotidiano e gli originali.

    
”Inizia un nuovo anno ed ecco che il "Giornale" del 31-12-2008 e del 5-1-2009 pubblica 2 foto visibilmente contraffatte.
    (…)
    Le foto erano pubblicate senza alcun credito e senza nessuna indicazione del tipo "Foto modificata" o "Fotomontaggio".
    Noi al contrario citiamo la fonte delle fotografie cioè l’agenzia Associated Press.
    Ringraziamo tutti i visitatori del nostro sito e invitiamo i nostri soci a monitorare Il Giornale, e altre testate, per segnalare eventuali manipolazioni”.

gaza1Vari i commenti e le denunce arrivate, fra cui quella di Paolo Mancini: ”già che ci siamo segnalo allora anche la foto di una bambina palestinese colpita in ospedale che compare sull’Espresso di questa settimana sulla guerra a ghaza. Peccato che la foto sia vecchia di due anni e sia relativa al conflitto precedente col libano”.

”Fotografia&Informazione”, da parte sua, sottolinea come l’ operazione sia stata compiuta ”tentando di cammuffarla con didascalie descrittive ma fuorvianti (abitudine sulla quale abbiamo già scritto in un recente speciale). Associated Press (che detiene i diritti delle due foto principali) e LaPresse (che distribuisce in esclusiva per l’Italia il materiale di AP) dichiarano di aver chiesto chiarimenti in merito e specificano: "il contratto che i giornali firmano prevede l’immodificabilità delle immagini, a garanzia del codice etico che l’agenzia si è dato e che si impegna a rispettare".

Secondo il sito la motivazione principale sarebbe stata determinata ”dall’intento di sostenere e giustificare una delle parti in causa (Israele), necessità che prevale sulla correttezza del racconto dei fatti. Se un redattore si può permettere di manipolare così immagini realizzate da terzi, cosa potrà mai fare chi riporta la realtà solo con le sue parole?”

”Fotografia&Informazione”, inoltre, coglie l’ occasione per denunciare ancora una volta ”la diffusa brutta abitudine dei giornali italiani di non citare fonti, crediti, autori e di alterare o ignorare le didascalie facilita la considerazione che si tratti di operazioni in qualche modo lecite”.

Ci auguriamo che l’attenzione dei lettori italiani sia sempre più pronta ad accorgersi di queste storture e che la sensibilità e la correttezza degli operatori della comunicazione migliori e diventi garanzia di onestà. Nel frattempo speriamo che siano presi provvedimenti per impedire al Giornale di continuare a fare giornalismo in questo modo”.

Sulla vicenda si muoverà ora l’ Ordine dei giornalisti di Milano, come ha assicurato la sua presidente, Letizia Gonzales.

di Gennaro Carotenuto - da www.gennarocarotenuto.it


http://www.lsdi.it/2009/01/15/come-ti-manipolo-le-foto/

(Vedi anche 
La "verità" made in Il Giornale)

Guinea, prendere sulla parola i militari al potere?


Dopo le iniziali condanne, stanno aumentando i sostenitori internazionali della giunta militare al potere in Guinea dal 24 dicembre, quando un colpo di stato incruento guidato dal capitano Camara riempì subito il vuoto lasciato dal presidente Conte, morto solo poche ore prima.
Già lo scorso 31 dicembre Abdoulaye Wade, presidente del Senegal, era stato il primo leader africano ad appoggiare pubblicamente Camara, rivelando che lo stesso capitano guineano gli aveva chiesto di agire da portavoce del nuovo governo militare presso le maggiori istituzioni continentali e internazionali. Nonostante la reazione negativa dell'Unione Africana al golpe, Wade ha dichiarato: "questa è la prima volta che dei militari dicono ‘organizzeremo le elezioni e poi torneremo nelle nostre caserme.' Invito tutte le nazioni, l'Unione Europea, e in particolar modo la Francia, a non scagliare la prima pietra, ma al contrario a prendere sulla parola questo gruppo."
A proposito delle elezioni, che secondo la giunta militare si terranno a fine 2010, sempre Wade ha affermato che "se si vogliono delle elezioni in cui il popolo si possa esprimere liberamente, bisogna stilare un registro dei votanti. Ciò richiede tempo. Non sarebbe tecnicamente possibile andare alle urne tra due mesi." Prima della morte del presidente Conte le elezioni in Guinea erano previste per il maggio 2009. Tuttavia, la necessità di un processo di regolarizzazione espressa da Wade è comprensibile, se si considera che, durante i 25 anni con Conte al potere, in Guinea si è votato solo tre volte: dopo i brogli del 1993 e del 1998, denunciati anche dagli osservatori internazionali, l'opposizione decise di boicottare le ultime elezioni, tenutesi nel 2003.
Negli ultimi giorni anche la Nigeria ha instaurato un dialogo fruttuoso con i nuovi governanti, inviando in Guinea una delegazione con a capo Ibrahim Badamasi Babangida, leader militare del suo paese dal 1985 al 1993. I rappresentanti nigeriani hanno spinto affinché la transizione democratica della Guinea si realizzi entro i prossimi nove mesi, e non tra due anni come previsto da Camara e compagni.
Babangida ha elogiato l'operazione militare del mese passato, che avrebbe salvato la Guinea dall'anarchia. Infatti, prima dell'intervento dell'esercito, nel paese si respiravano tensioni e c'erano spaccature molto pericolose, dovute anche alla mancata elezione di un nuovo parlamento (il mandato del precedente si è concluso due anni fa). Babangida ha inoltre manifestato fiducia riguardo alle intenzioni della giunta militare: "Da ciò che abbiamo potuto vedere al nostro arrivo nel paese, la gente è dalla parte dei golpisti, e sarebbe ingiusto dire che sono andati al potere per rimanervi. [...] Penso che noi osservatori esterni dovremmo organizzarci per aiutare la nuova leadership della Guinea a rimettere in piedi il paese; è questo, e non le critiche, ciò di cui hanno più bisogno."
Prima del colpo di stato, il 44enne Moussa Dadis Camara era un ufficiale poco conosciuto dell'esercito guineano. Musulmano, si è laureato in economia presso l'università della capitale Conakry e parla cinque lingue. Come gli altri giovani membri della giunta militare, ha trascorso un lungo periodo di addestramento in un'accademia militare occidentale, nel suo caso in Germania. Ora, oltre che al rinnovamento strutturale della Guinea, Camara e compagni dovranno pensare attentamente all'atteggiamento da mantenere nei confronti delle potenze economiche mondiali, interessate ai ricchi giacimenti minerari del paese. La Guinea possiede infatti più di un terzo delle risorse mondiali di bauxite, ma anche grandi riserve di oro, diamanti, ferro e nickel.
Per ora Camara sta portando avanti la sua battaglia contro la corruzione anche nel settore minerario, che è stato completamente bloccato in attesa di una rinegoziazione dei contratti. Le sue prime dichiarazioni sono state molto minacciose verso la classe dirigente uscente: "Chiunque sarà giudicato colpevole di corruzione," ha affermato, "sarà punito. Chiunque si è appropriato indebitamente dei beni di stato, se catturato sarà giudicato e punito di fronte al popolo." 
Alcuni analisti hanno visto in queste dichiarazioni nei confronti della corruzione e contro la dipendenza del paese dalle pretese delle multinazionali, un ricordo di Thomas Sankara, un giovane ufficiale come Camara, che negli anni '80 tentò di affrancare il Burkina Faso (ex Alto Volta) dalla schiavitù neo-coloniale con un sogno di speranza progressista e fierezza africana, e per questo pagò con la vita. In attesa di ulteriori sviluppi, ci si comincia a chiedere se, in un continente controverso come l'Africa, una forma di governo autoritaria ma sinceramente volta a un progresso sociale possa ottenere risultati migliori rispetto a tante dittature mascherate da democrazie che portano al collasso intere nazioni.
di Marco Menchi
(Per approfondimenti sull'AFRICA clicca Qui)

I pirati somali liberano il cargo danese sequestrato due mesi fa


I pirati somali hanno liberato un cargo danese e il suo equipaggio, composto per la maggior parte da cittadini russi, dopo averlo tenuto in ostaggio per circa due mesi.

La liberazione è avvenuta in seguito al pagamento di un riscatto lanciato con il paracadute pochi giorni fa, come testimoniato da Per Gullestrup, manager del Clipper Group, proprietario del cargo sequestrato. La cifra pagata per il riscatto dovrebbe aggirarsi intorno ai due milioni dollari. I soldi erano stati trasportati in aereo dalla Danimarca a Gibuti, dove sono stati successivamente trasferiti su un velivolo privato, che ha poi lanciato il denaro ai pirati lo scorso mercoledì. Nessuno dei membri dell'equipaggio ha riportato ferite, ma prima di tornare in patria saranno tutti sottoposti a un controllo medico. Gullestrup ha invitato la "comunità internazionale e le forze di coalizione a continuare con il lavoro di pattugliamento della zona intorno al golfo di Aden, per proteggere il libero passaggio dei naviganti e delle merci".

Fonte: peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13762/Somalia,+liberato+cargo+danese+sequestrato+due+mesi+fa

(Vedi anche La lotta ai pirati somali capeggiata dagli Stati Uniti)

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