lunedì 19 gennaio 2009

Attacco dell'esercito nigeriano sui civili nella zona del delta del Niger


L'esercito nigeriano nega di aver sparato indiscriminatamente sui civili durante un'operazione condotta nella zona del delta del Niger lo scorso venerdì.
I militari hanno attaccato tre villaggi nello stato meridionale nigeriano di Rivers, spiegando, però, che l'attacco era finalizzato a demolire un campo di addestramento di militanti del Mend, non per salvare i due inglesi rapiti lo scorso settembre. Stando alle informazioni diffuse, l'attacco avrebbe causato diverse vittime civili. In una mail inviata ai giornalisti, che l'esercito governativo ha definito "pura propaganda", i militanti del Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger (Mend) hanno raccontato che i militari: "Hanno iniziato a sparare a civili indifesi e innocenti che non avevano idea del motivo per cui si trovavano sotto attacco. Non rischieremmo mai le vite degli ostaggi. Sappiamo bene come condurre questo tipo di operazioni", ha dichiarato il colonnello Sagir Musa. A causa delle severe limitazioni imposte ai giornalisti dai militari è però molto complesso ricostruire l'effettiva dinamica dell'accaduto.
Fonte: peacereporter
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Scintille Chavez-Obama


Chi si aspettava da Barack Obama il primo presidente afroamericano eletto negli Usa un comportamento d'apertura nei confronti dei paesi dell'america latina deve purtroppo ricredersi.
Dopo le dichiarazioni su Chavez rilasciate ieri a un'emittente televisiva in lingua spagnola Univision da Obama, per il prossimo futuro c'è da aspettarsi nuovamente scintille fra Venezuela e Usa. Secondo Obama Chavez è un "ostacolo" allo sviluppo dell'America Latina. Inoltre il neo presidente si dice molto preoccupato per gli appoggi constanti di Chavez alla guerriglia colombiana delle Farc (Forze Armate Rivoluzionaria della Colombia). Non si è fatta attendere la risposta del leader bolivariano che esprime il suo timore denunciando che Obama "potrebbe essere una delusione per il suo popolo e per il mondo". Inoltre Chavez critica i termini usati da Obama. "Quando dice che sono un ostacolo sta sostenendo che bisogna togliermi di mezzo" dice il presidente venezuelano che aggiunge: "Signor Obama è già un bel po' di tempo che non siamo più una colonia". Nonostante le prime scaramucce il nuovo inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che il Venezuela è un paese cruciale nell'economia della zona e ha ribadito la volontà di migliorare i rapporti fra i due paesi.
Fonte: peacereporter

Brasile e Venezuela, un'unione per l'indipendenza e i nuovi rapporti con l'USA di Obama


Il Presidente venezuelano Hugo Chavez e quello brasiliano Lula hanno firmato nei giorni scorsi una serie di accordi commerciali, ma si sono anche impegnati a rivedere le relazioni con gli Stati Uniti di Obama.
L'incontro si è tenuto nello stato venezuelano di Zulia, ai confini con la Colombia, e fa parte di quell'impegno che presero i due presidenti di vedersi ogni tre mesi per stringere le loro relazioni e collaborare. Infatti, come ha ricordato Chavez "solo la nostra unione ci potrà dare l'indipendenza".
Sono stati ben undici gli accordi firmati tra i due paesi, in particolare in tema energetico, agroalimentare e tecnologico. Ma sono stati toccati altri temi economico politici. Il Venezuela ha chiesto di entrare nell'accordo che esiste tra Argentina e Brasile sulla compensazione delle monete nelle transazioni commerciali, inoltre Lula ha assicurato che il Senato del suo paese, al massimo entro Marzo, ratificherà l'entrata del Venezuela nel Mercosur, criticando anche la lentezza delle sue delibere.
Ma un argomento importante di cui si è discusso è stata la possibilità che la politica estera degli Sati Uniti cambi con la salita al potere di Obama.
Molto speranzoso Lula che ha pubblicamente espresso la speranza che sia Chavez che Morales, i rappresentanti dei due paesi latino americani attualmente più distanti dagli Usa, possano presto incontrarsi con il nuovo presidente americano per instaurare dei nuovi rapporti improntati al massimo rispetto reciproco, senza le tensioni degli ultimi anni, perché "non vedo Obama come un presidente qualsiasi".
Molto meno ottimista Chavez che ha accusato Obama di aver rilasciato delle dichiarazioni in linea con quelle del presidente uscente, Gorge W. Bush, in merito ai presunti appoggi del Venezuela ai guerriglieri colombiani delle Farc. 
Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1087
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Se l'Enel è indebitata, la via dell'atomo sale


Il nucleare è sempre più costoso ed Enel è indebitata. La via dell'atomo è in salita e non la si percorre senza la spinta della mano pubblica, spiega Giuseppe Onufrio di Greenpeace.
Intanto in Europa E.On. e Rwe voltano le spalle alla tecnologia Epr, proprio quella che si vorrebbe per l'Italia.
Anche in questi giorni, con la crisi del gas, il nucleare è ritornato nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio come la bacchetta magica capace di risolvere ogni problema energetico.
Anche quello dell’esaurimento dei combustibili fossili. Ha detto Berlusconi: “il nucleare è il futuro, il combustibile fossile è qualcosa che va a finire”. Tuttavia gli ostacoli dell’atomo sulla strada del futuro restano ancora tutti lì: problemi di sicurezza e di smaltimento delle scorie, rischi militari ma soprattutto costi insostenibili in un sistema liberalizzato. Proprio dell’aspetto economico abbiamo voluto parlare con Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia.

Onufrio, insomma, il nucleare per il Governo conviene?
Basta guardare agli Stati Uniti: lì la liberalizzazione ha bloccato gli investimenti in nuovi impianti nucleari da 30 anni. Nel 2005 si sono dovuti introdurre forti incentivi (tra cui 1,8 centesimi al kWh per i primi 6.000 MW) per sostituire le centrali che verranno chiuse per raggiunti limiti d’età. Sono anche stati stanziati fondi a tasso agevolato per 18,5 miliardi di dollari. Eppure ancora non risultano nuovi ordinativi. Il problema è il costo effettivo delle centrali nucleari, sempre più elevato di quello dei progetti iniziali: per l’agenzia Moody’s per 1.000 MW servono 7,5 miliardi di dollari anziché i 3 dei dati ufficiali, che vengono calcolati “overnight”, senza cioè considerare i lunghi tempi necessari a realizzare l’opera. Secondo l’utility americana Florida Light and Power i miliardi di dollari per 1.000 MW sarebbero addirittura 8. Le ragioni della crescita dei costi: incertezze sugli effettivi tempi di realizzazione, costi finanziari sul capitale, ma soprattutto il forte aumento delle materie prime.
A proposito di tempi che aumentano e costi che lievitano, Greenpeace tiene sotto stretto controllo il cantiere di quello che probabilmente sarà il primo impianto di terza generazione mai realizzato, quello del reattore Epr che si sta costruendo a Olkiluoto, in Finlandia. Come procedono i lavori?
Senza parlare dei problemi di sicurezza - ad agosto le “non conformità” accertate dall’ente di sicurezza nucleare STUK erano 2100 - l’aspetto più fallimentare è appunto il ritardo e il conseguente lievitare dei costi. Si è saputo ora che il ritardo stimato ha raggiunto i 3 anni rispetto all’obiettivo iniziale di realizzare il reattore in 48 mesi. Le stime attuali dicono che il progetto costerà il doppio di quel che si era previsto. E una parte consistente delle perdite saranno del costruttore francese AREVA, società quasi interamente pubblica.

Reattori Epr come quello di Olkiluoto sono quelli proposti anche per il piano nucleare italiano…
A questo proposito una notizia di questi giorni potrebbe cambiare il quadro del dibattito: E.On e Rwe hanno dichiarato l’interesse di ricostruire 4 impianti per il governo inglese, ma sembra che i reattori non saranno Epr. Se così fosse, questo sarebbe un colpo per la promozione francese fatta a questo tipo di impianti. Promozione supportata anche da Enel, che partecipa col 12,5% alla costruzione dell’unico altro Epr in costruzione, quello di Flamanville in Francia, e che ha dipinto l’Epr come la tecnologia del futuro.

Altra notizia recente è quella della difficile situazione economica di Enel, indebitata per acquistare Endesa. Potrebbe essere un problema per un'azienda in deficit intraprendere il progetto nucleare…
Enel è sempre intervenuta sul tema nucleare mostrando cifre per la costruzione di un reattore che sono circa la metà di quelle che di cui si parla negli Stati Uniti e in Inghilterra. Prima dell’estate affermava che per un reattore Epr servivano 3-3,5 miliardi di euro, a ottobre si correggeva a 4. Secondo le dichiarazioni al Times della tedesca E.On.,un reattore Epr costerebbe invece fino a 6 miliardi e anche le stime di altri operatori sono più alte. Per fare un paragone: se per Enel 1.000 MW si potrebbero installare con energia-nucleare2,5 miliardi di euro, secondo E.On ne occorrerebbero fino a 3,5, per l’agenzia Moody’s 4,6 e per l’utility americana Florida L&P almeno 5,2.
Siamo di fronte a un’azienda privata (che però è per il 30% pubblica) che per ragioni politiche (assecondare qualche interesse particolare e la posizione ideologica del governo) sta proponendo investimenti che non sono supportati dalla realtà economica. Nei paesi che devono sostituire le vecchie centrali, come abbiamo visto per gli Usa, i soldi vengono cercati negli incentivi pubblici. In Italia il nucleare viene invece presentato come un’operazione completamente a carico dei privati. Guardando alla situazione finanziaria attuale di Enel resta però da capire come possano indebitarsi ulteriormente. Se fosse interamente privata, sarebbero fatti loro, ma invece per il 30% sono anche fatti di interesse pubblico.

In realtà Enel si è già imbarcata nel nucleare, ad esempio con i reattori di epoca sovietica in Slovacchia. In quel caso, almeno dal punto di vista economico, c’è più convenienza rispetto alla costruzione di nuovi reattori Epr?
Per niente. Qui si tratta di una condizione capestro posta dal governo slovacco nell’accordo per l’acquisto del 66% della Slovenske Electrarne. Enel deve completare due reattori tipo VVER 440/213 a Mochovce e aggiornarne altri due a Bohunice. Il costo di progetto iniziale del completamento delle due unità a Mochovce era stimato a 1,9 miliardi di euro per 880 MW. La stima ora è salita a 2,8 miliardi e non è detto che non cresca ancora.
Anche senza includere i costi già pagati all’epoca dal regime comunista, il costo equivalente per 1.000 MW è di 3,2 miliardi di euro: in proporzione quasi il 40% in più di quanto costa un reattore EPR nuovo, secondo Enel. Senza contare che si tratta di una tecnologia degli anni ‘70: si pensi che alla riunificazione della Germania nel sito di Greisfwald, nell’ex Germania Est, c’erano 4 unità VVER di prima generazione che furono subito chiuse, 3 unità di classe VVER 1000, la cui costruzione fu bloccata e un’unità di seconda generazione (come quella di Mochovce) appena completata e avviata nel 1989 che fu chiusa per ragioni di sicurezza. In Finlandia una centrale uguale a quella di Mochovce fu costruita negli anni ’70, ma dotata di un guscio di protezione Westinghouse e sistemi di controllo Siemens: e questo è avvenuto non solo ben prima di Cernobyl, ma anche prima dell’incidente di Three Miles Island.
Gli impianti che Enel completerà in Slovacchia, invece verranno realizzati sprovvisti del guscio protettivo che serve per proteggere i reattori da incidenti da impatti aerei. “È un evento improbabile, la centrale è circondata da colline” ha dichiarato l’ad Conti di ENEL all’assemblea degli azionisti lo scorso giugno. Ma basta vedere le foto dell’impianto per capire che è una affermazione totalmente infondata.

dqualenergia.it 

La “guerra del gas” e gli interessi dell'impero americano


Europa sotto zero: gli interessi degli USA nella “guerra del gas”

La pubblicazione di un recente accordo di alleanza strategica fra Ucrania e Stati Uniti conferma oggi i sospetti che le posizioni di Kiev in quella che chiamiamo “la guerra del gas” contro la Russia, rispondano a interessi nordamericani. Firmato nella capitale statunitense il 19 dicembre dalla Segretaria di Stato Nordamericana, Condolezza Rice e dal ministro degli Esteri della ex Repubblica Sovietica, Vladimir Ogryzko, il testo è rimasto segreto fino al 13 gennaio. Una clausola in materia energetica scoperchiò il vaso di Pandora della controversia per il gas con Mosca, senza soluzione visibile dopo due settimane, perché potrebbe far diventare alcune imprese nordamericane i “nuovi padroni” del trasporto dell'idrocarburo russo attraverso l’Ucraina. L'Europa politica, mummificata con trucco televisivo, appartiene ad un'oligarchia subordinata e servile che traffica col freddo, la disoccupazione ed il benessere dei paesi. 

Tanto Mosca come l'Unione Europea (UE) espressero ripetutamente l’interesse di modernizzare il sistema di tubature ereditate dall’epoca dell’Unione Sovietica, però la proposta fu sempre respinta in nome della "difesa" di interessi nazionali, commenta il giornale Izvestia.

Ciononostante, l'accordo stabilisce che Washington si occuperà della ricostruzione dei gasdotti, il che costituisce una via per incrementare la sua influenza geopolitica nel denominato spazio postsovietico.

Riferendosi a questo tema, il viceministro ucraino Konstantin Eliseev non scartò la possibilità che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) conceda un credito per sostenere questi investimenti.

La costituzione proibisce di trasferire in mano straniera il patrimonio nazionale, c'è di più il fatto che il prestito di 2.500 milioni di dollari potrebbe incrementare di 30 mila metri cubi il transito verso l’Europa, insistette il diplomatico.

Il portavoce del ministero degli Esterni, Vasily Kirili, da parte sua riconobbe che l’accordo contempla meccanismi concreti di cooperazione in campo energetico. 

L'Ucraina è interessata a trovare investitori per modernizzare il sistema, però per noi è importante che non formulino rivendicazioni politiche nè esercitino pressioni sul paese, sostenne davanti ai messi di comunicazione alludendo alla Federazione Russa.

Queste dichiariazioni apportano una base alle denuncie del vicepresidente dell’impresa russa Gazprom, Alexander Medvedev, che osservando l’atteggiamento di Kiev nella “guerra del gas” trasformare in ostaggi Russia ed EU, disse che un altro paese dirige l’operazione. 

Alludendo all’accordo, considerò strano che una nazione che non estrae gas in Europa nè ha niente a che vedere col suo trasporto, sigli un documento sul trasporto degli idrocarburi, sottolineò. 

È poco probabile che i paesi dell’unione Europea fossero informati su questi accordi, concluse il dirigente.

Provando a spiegare l'atteggiamento frenante dell’Ucraina nell'attuale controversia con la Russia, l'esperto del centro di Congiuntura Politica Dimitri Absalov commentò che risponde a vari fattori favorevoli a Washington.

In primo luogo, colpisce l'immagine di Mosca davanti all'Unione Europea (UE) come somministratore affidabile e favorisce la costruzione del polemico
gasdotto Nabucco, collaborazione tra gli Stati Uniti e l'UE.

Questo progetto dovrebbe portare il gas dal mar Caspio al Vecchio Continente, senza passare per la Russia.

Da un altro punto di vista, in un anno in cui si devono convocare le elezioni presidenziali, questa è l’ultima opportunità di Yuschenko di dimostrarsi come il miglior rappresentante degli interessi di Washington in Ucraina, superando la sua rivale, Yulia Timoshenko. 

Absalov osservò che i flussi finanziari statunitensi verso Kiev sono diminuiti sensibilmente, ed il capo di Stato pretende di recuperarli.

E in termini politici, segnala l’investigatore, “la guerra del gas” ravviva il confronto Russia-UE a riguardo della sicurezza energetica e fortifica le possibilità di ostacolare un miglioramento nei colloqui della squadra del nuovo presidente, Barack Obama, con Mosca.

Alla fine, sottolinea lo specialista, le possibilità di continuare la corsa politica in Ucraina con buone prospettive sono minime per Yuschenko, che guarda al futuro, e trasforma la controversia in parte di un piano per poter continuare a collaborare con le elites statunitensi.

Per quello che concerne questo punto, il capo della Commissione per la Politica Economica della 
Duma statale russa (camera bassa del parlamento), Evgueni Fiodorov, assicurò che la colpa dell'interruzione della fornitura di gas russo all'Europa è degli USA.

La disputa fra Mosca e Kiev, commerciale nella sua essenza, prende anche caratter politico in quanto la “rivoluzione arancione” venne realizzata in Ucraina con il fine di creare problemi alla Russia, concluse il parlamentare alla radioemittente eco di Mosca. 

La Russia conferma l’invito al vertice multilaterale sul gas.

Mosca 15 gennaio (PL) conferma oggi l’invito a celebrare in questa capitale il 17 di questo mese un vertice multilaterale d’alto livello sulle probematiche del gas, quando domina un'atmosfera tesa per il conflitto tra Mosca e Kiev [1].

L’iniziativa fu formulata questa settimana dal presidente russo Dmitri Medvédev con l'idea di creare una base per il dibattito tra le parti implicate per trovare una soluzione al contenzioso che persiste tra Russia ed Ucraina, e che colpisce l'Europa.

A riguardo dell’incontro, la portavoce del Kremlino, Natalia Timakova, ha detto che hanno inviato per canali diplomatici gli inviti ai capi di Stato e di Governo dei paesi consumatori del carburante russo e ai responsabili del transito. 

Sono passati quattro giorni, da quando si vide una speranza per ristabilire la circolazione del gas fornito da Gazprom all’ Europa Centrale, Occidentale e i Balcani, tuttavia l'Ucraina mantiene chiusi i rubinetti adducendo di voler un accordo tecnico con la Russia.

Kiev non solo si rifiuta di negoziare le proposte del consorzio riguardante la circolazione del gas, rifiuta anche la nuova tariffa di mercato (250 dollari per 1.000 metri cubi) per il gas importato, a base della firma per il contratto 2009.

Tanto il presidente Víctor Yuschenko, come il primo ministro Yulia Timoshenko, appoggiano l’idea di celebrare un vertice, ma non sotto l'egida dal Cremlino, bensì in territorio che considerino neutrale. La proposta dei dirigenti ucraini è Praga.

Con una posizione d’apparente neutralità nel conflitto russo-ucraino, l’Unione Europea afferma che non è sua intenzione intervenire come arbitro politico tra mosca e Kiev. 

Definendo inaccettabile la situazione riguardante la lite energetica, il Capo della Delegazione della Commissione Europea in Russia (CE) Mark Franco ha dichiarato in un intervista che la CE non pretende di giudicare e segnalare i colpevoli di questa disputa.

Tale formulazione contraddice una recente dichiarazione del Primo Commissario Europeo, José Manuel Barroso, che mira alla possibilità di iniziare azioni legali contro la Russia, paese somministratore, e contro l'Ucraina incaricata del transito.

Mark Franco disse che la Ue desidera che si trovino rapide soluzioni a quelle che lui chiama dispute tecniche, le quali causano una serie di problemi ai consumatori europei, che hanno cessato di ricevere gas lo scorso 7 gennaio quando l'Ucraina chiuse i suoi gasdotti.

Il commissario, ciononostante, lasciò intravvedere l'interesse di Bruxelles a celebrare un vertice con paesi dell'UE e le altre parti del conflitto, in territorio del Vecchio Continente.

Simile posizione fu ratificata a Mosca questo giovedì da parte dell'ambasciatore ceco a Mosca Miroslav Kostelka, il cui paese presiede questo semestre la presidenza dell'Unione Europea.

NOTA

[1] L'
esito dell'incontro preannuncerebbe una prossima riapertura del transito di gas a seguito di una "intesa di massima" su contropartite economiche. N.d.r.

Titolo originale: "Europa bajo cero: La mano de EEUU en la “guerra del gas”"
A CURA DI 
INSURGENTE.ORG
Fonte: http://www.insurgente.org
Link
16.01.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LILIANA BENASSI

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