martedì 20 gennaio 2009

L'Israele unilaterale



Essi si ritirano unilateralmente
Essi cessano il fuoco unilateralmente
Essi invadono unilateralmente
Essi vincono unilateralmente
Essi distruggono unilateralmente
Essi massacrano unilateralmente
Essi fanno unilateralmente il bagno nel sangue
Essi spargono fosforo bianco unilateralmente
Essi uccidono donne e bambini unilateralmente 

Essi sganciano bombe unilateralmente
Essi vivono unilateralmente su terra rubata
Essi appoggiano unilateralmente i loro leader assassini
Essi amano unilateralmente il loro "Stato per Soli Ebrei"
La loro democrazia è unilaterale
Essi amano se stessi unilateralmente
Essi sono il popolo unilaterale
Che vive dietro mura di cemento, odio e arroganza
Essi sono ancora uniti e collateralmente non riescono ad amare i loro vicini

Versione originale:

They withdraw unilaterally 
They ceasefire unilaterally
They invade unilaterally
They win unilaterally
They destroy unilaterally
They massacre unilaterally
They bathe in blood unilaterally
They spread white phosphorus unilaterally
They kill women and children unilaterally
They drop bombs unilaterally
They live on stolen land unilaterally
They support their homicidal leaders unilaterally
They love their 'Jewish Only State’ unilaterally
Their democracy is unilateral
They love themselves unilaterally
They are the unilateral people.
Living behind walls of concrete, hatred and arrogance
They are still united and lateral failing to love their neighbours

DI GILAD ATZMON
Palestine Think Tank
Gilad Atzmon (20 giugno 1963) è uno scrittore e musicista israeliano di musica jazz, ed un attivista contro il sionismo. Attualmente vive a Londra.

Titolo originale: "The Unilateral People"

Fonte: http://palestinethinktank.com/
Link
18.01.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
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Grecia, i militari prendono le distanze dall'esecutivo


La verità più scottante degli scontri in Grecia è che ha coinvolto tutti. I tumulti, esplosi lo scorso 6 dicembre dopo l’uccisione da parte della polizia del quindicenne studente Alexandros Grigoloupulos, e proseguiti nelle prime settimane di quest’anno, hanno mobilitato - oltre al rimpasto il mese scorso della metà dei membri del governo Karamanlis - interminabili riflessioni sociologiche, dibattiti televisivi, editoriali sulla “giovinezza” della crescita economica greca, culminata nel trionfo mediatico alle Olimpiadi del 2004, nonché della sua democrazia, trionfante sui colonnelli solo nel 1974, con relative insicurezze caricate sulle spalle di segmenti di giovani.
Nessuno o quasi ad aprire semplicemente gli occhi, e a prender atto che in piazza non è sceso alcun “segmento”, ma un intero paese. Contro un’intera classe politica e i suoi orientamenti economici bipartisan. Un’autentica rivolta popolare, con tanto di solidarietà testimoniata perfino dall’esercito.
La risposta dei partiti ai disordini è stata pressoché univoca: una mera condanna delle violenze, ferma, senza ambiguità, e in fondo senza analisi, con la sola eccezione della sinistra radicale e anti-ideologica degli Ecologisti Verdi e del Synaspismos, che hanno espresso vicinanza con le rivendicazioni dei manifestanti. Silenzio assoluto invece dai socialisti del Pasok, timorosi di giocarsi l’attuale vantaggio nei sondaggi, nutrito dall’elettorato cosiddetto moderato. E presa di distanza anche dai comunisti del Kke, senza esclusione per la sezione giovanile, che hanno accusato Synaspismos di “
coprire i provocatori con il volto coperto”.
Le violenze indubbiamente ci sono state, ad Atene, Salonicco e altrove. E c’era anche qualcuno col volto coperto. Sono stati danneggiati nel solo mese di dicembre oltre trecentocinquanta negozi, e il solo municipio di Atene ha calcolato più di duecento milioni di euro di danni. Ma che si trattasse di qualcosa di più di qualche gruppuscolo di “
black bloc”, magari alimentato come fu a Genova da alcuni infiltrati, emerge dal solo dato dei fermi eseguiti, circa cinquecento. Era una rabbia collettiva, che ha coinvolto decine di migliaia di giovani, affiancati da famiglie, lavoratori e pensionati. Una rabbia esplosa dalla più grave delle violenze, l’omicidio, con l’aggravante del seguito di una catena di menzogne, molto simili a quelle su Carlo Giuliani: una situazione di assedio, smentita da video amatoriali, cui sarebbe stata vittima la polizia, e un colpo sparato in aria e accidentalmente deviato verso il ragazzo, denigrato per giunta come una “testa calda, allontanata da varie scuole”, mentre non lo fu da alcuna.
La dinamica degli scontri scaturiti dopo l’assassinio è risultata del resto colma di ambiguità, sfociando quasi sempre da cortei capeggiati da slogan del tipo: “
No alla violenza, disarmiamo la polizia”. Per molti le violenze sono servite da giustificazione ex post dell’accaduto, per altri da diversivo confusionale rispetto al contenuto della rabbia dei dimostranti. A ben vedere, la manifestazione incriminata non era stata infatti indetta da enigmatici gruppi eversivi, ma dalle infermiere messe in mezzo alla strada da una “riforma” ospedaliera che, come ha riconosciuto anche il quotidiano conservatore Le Figaro, ha di fatto azzerato il servizio sanitario nazionale.
I cortei, del resto, non sono iniziati lo scorso dicembre. Si tengono a ritmo settimanale dal maggio dell’anno scorso, culminando più volte nello sciopero generale. La ragione è che oltre alla sanità sono in discussione altre cosiddette riforme, dalla privatizzazione delle università alle pensioni, traslate nell’età, falcidiate nelle cifre e moltiplicate nei contributi richiesti ai lavoratori. Il “
piano anticrisi” del governo greco parte dall’attacco ai più deboli, ovvero al welfare.
Per fermare le proteste l’esecutivo chiesto l’aiuto dell’esercito, rifornito di apposite armi e dell’ordine di sparare se minacciato. La risposta è stata la più clamorosa delle denunce della repressione: “
Siamo civili in uniforme. Ci rifiutiamo di diventare una forza di terrore, strumenti gratuiti della paura che alcuni cercano di instillare nella società”. Firmato da centinaia di soldati.
di Alessandro Cisilin – da Galatea European Magazine
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India contro i contadini maoisti, una guerra contro chi sta pagando il prezzo del diseguale sviluppo indiano



Sfruttando il clima politico seguito agli attacchi di Mumbai, il governo dello Stato indiano del Chhattisgarh ha creato un corpo di forze speciali 'antiterrorismo' per contrastare la guerriglia contadina maoista dei Naxaliti, che in questa zona ha le sue principali roccaforti. 
Un salto di qualità significativo per un conflitto sociale che per quarant'anni è stato gestito solo con le forze di polizia regolari e con gruppi armati paramilitari.
Maoisti sempre più forti. La svolta, annunciata nei giorni scorsi dal capo della polizia di Stato, Vishawa Ranjan, si può interpretare come il tentativo delle autorità indiane di riprendere il controllo di una situazione sempre più pericolosa. Il primo ministro Manmohan Singh ha più volte definito i Naxaliti come "la maggiore minaccia interna del Paese". 
Solo in Chhattisgarh, secondo la polizia locale, sono attivi almeno 50 mila guerriglieri maoisti (di cui 15 mila donne), nascosti nelle foreste della provincia meridionale di Bastar: la roccaforte dei rossi che già da un anno è considerata dal governo 'zona di guerra'. Inoltre la ribellione guidata dal Partito Comunista Indiano - Maoista (Cpi-M) si sta progressivamente estendendo al di là degli Stati in cui iniziò negli anni '70 (Chhattisgarh, Bengala Occidentale, Orissa, Jharkhand, Maharashtra e Andhra Pradesh). Oggi i Naxaliti (il nome viene dal villaggio begalese dove scoppiò la rivolta nel 1967) sono attivi in ben diciassette dei ventotto Stati indiani.
Un largo sostegno popolare. Nonostante il governo consideri i maoisti come 'terroristi', essi godono di un largo consenso tra le masse contadine delle aree rurali e anche tra i lavoratori delle città. Lo si è visto anche nella giornata di oggi, 19 gennaio, in cui i Naxaliti hanno proclamato uno sciopero generale in tutto lo stato del Chhattisgarh per protestare contro la recente uccisione da parte della polizia di quindici contadini maoisti disarmati. Il lavoro nei campi e nelle fabbriche si è fermato, così come i trasporti pubblici e le piccole attività commerciali. Il blocco delle attività è stato totale nella regione di Bastar. 
Ciononostante, le autorità indiane continuano ad affrontare la questione maoista non come una problema politico, sociale ed economico (l'estrema povertà delle popolazioni contadine nelle zone rurali), ma come un problema di ordine pubblico, anzi come una vera e propria guerra. Se il Chhattisgarh mette in campo le forze speciali, altri stati come il Maharashtra stanno armando le proprie forze di polizia con lanciagranate e altre armi da guerra. Una guerra contro chi sta pagando il prezzo del diseguale sviluppo economico indiano.

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