mercoledì 21 gennaio 2009

"All'influente e importante Ministro degli esteri Frattini"


Egregio Signor Ministro,
mi viene segnalato da più parti che un cittadino italiano, Vittorio Arrigoni, si trova a Gaza, sottoposto a gravi minacce di morte.  
La sua "colpa", a quanto pare, consiste nell'aver aiutato, come infermiere, la popolazione civile di Gaza durante i bombardamenti e gli assalti a opera delle forze armate occupanti di Israele.
Un sito Internet in lingua inglese, successivamente oscurato non so da quale autorità, indicava ai militari israeliani Vittorio Arrigoni (e numerosi altri attivisti pacifisti di diverse nazionalità), come uno dei target (obiettivi) "da uccidere". 
Poichè, come lei sa, la guerra non è finita; poichè le truppe israeliane stazionano ancora sul territorio di Gaza; poichè è noto che Israele ha il controllo totale su ogni comunicazione elettronica (ed è quindi in grado, come ha già fatto in molte occasioni, di puntare missili ad alta precisione, individualmente, sui nemici selezionati in precedenza), mi pare evidente che Vittorio Arrigoni è in serio pericolo. 
Lei, Signor Ministro ha ottimi rapporti con il Governo israeliano, anche come effetto del suo appoggio incondizionato alla guerra.
Pertanto la invito a esercitare la sua influenza facendo presente al Governo israeliano che è suo dovere tutelare la vita dei connazionali. 
Mi permetto di suggerirle - anche se non ho dubbi che lei vi abbia già pensato per conto proprio - di esternare al Governo israeliano che il Governo italiano non accetterebbe in silenzio l'eventualità che l'incolumità fisica di Vittorio Arrigoni venisse messa a repentaglio. 
Sono altresì certo, Signor Ministro, che lei comprende la grande responsabilità politica, istituzionale e morale che grava sulle sue spalle e che si farà sollecitamente inteprete delle mie, e nostre, inquietudini. 
Giulietto Chiesa
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Quello che Obama non dice in un sistema finito di risorse


Chi l’ha detto mi trova concorde: i presidenti si giudicano per quello che fanno, non per quello che promettono. In realtà varrebbe non solo per i presidenti, ma per tutti. Sicuramente vale dunque anche per Barack Hussein Obama, il quale sappiamo già che passerà alla storia per la assoluta peculiarità che ha accompagnato la sua elezione, a prescindere da quello che farà o non farà, e anche dal fatto se lo farà bene o male. 
Passerà alla storia come la più fantastica operazione di marketing presidenziale che mai sia stata anche soltanto immaginata. 
Quando ero giovanissimo ricordo di avere letto un libro, in cui si spiegava che un presidente americano, già allora, era un fenomeno di mercato, in tutti i sensi. L’autore era un americano, Joe McGinnis. Il titolo, “Come si vende un presidente”, era da intendersi nel senso “buono”, appunto, di come un presidente sia equiparabile a una grossa saponetta, non nel senso, cattivo, di un presidente che vende se stesso al migliore offerente.
Nel caso di Obama, trascorsi alcuni decenni, abbiamo però superato ogni precedente asticella. Gli altri, i predecessori, venivano ‘“venduti” tutti con gli stessi sistemi. Questo nostro si trova in una situazione inedita per un presidente americano: di un paese in preda a una crisi profonda. Tanto profonda che, al momento, nessuno è ancora in grado di guardare in fondo alla voragine. 
Per la qual cosa eleggere un presidente, nel 2008, non poteva più significare soltanto vendere una saponetta. Le menti che questa volta hanno costruito la “merce” avevano di fronte a sé il compito di “rivendere l’America” tutta intera. E non era neppure questione di ricostruire il suo maquillage, di farle un lifting radicale. Era questione di rilanciare il “sogno americano” in tutta la sua hollywoodiana magnificenza. E di farlo nel momento peggiore, quello in cui tutte le “mission accomplished” si rivelavano niente affatto “accomplished”. 
Ho letto in questi mesi di attesa dell’entrata in carica, decine di commenti, variegati ma accomunati da un mantra: ecco, vedete, l’America in crisi riesce a scuotersi, si rialza, si rilancia, dimostra che non c’è alcun declino, che si tratta solo di una parentesi infausta, provocata dal disastro del suo predecessore.
Ecc, dovessi dire, questo è l’unico segno che dimostra la vera grandezza dell’Impero: la sua capacità di gestire la propria immagine. Geniale la campagna elettorale che ha messo in lizza una donna (sarebbe stata la prima in assoluto nella storia americana) e un nero (altro primato assoluto, roba da Guinness). Prima ancora di finire la campagna gli ideatori di questa operazione avevano già ottenuto il 50% del successo, fornendo una nuova versione dell’America ad uso e consumo del mondo intero. Una classica situazione che proprio gli americani hanno icasticamente definito come “win-win”. Cioè una situazione in cui non puoi perdere, puoi solo vincere, alla grande o alla Guinness. 
Poi, cammin facendo, il senso comune degli americani (chi ha detto che i popoli non esistono e sono soltanto astrazioni? Io sto con Elias Canetti, che credeva nell’anima della massa) ha capito che non si poteva rilanciare l’idea di un nuovo Impero se non con un cambio d’immagine totale. E ha fatto vincere il nero. 
Fine del razzismo? Macché. Certo questa cosa c’è nella vittoria di Obama, ma io credo che l’America ha scelto colui che meglio di ogni altro le avrebbe dato la possibilità di dimostrare il suo dinamismo, di rilanciare la sua supremazia mondiale, cioè il suo - direbbero i francesi - train de vie.   
Come continuare a fare shopping? A non pagare le tasse? A poter dettare al resto del mondo le proprie scelte come se fossero quelle di tutti? No, non intendo filosofare. So bene che questi non sono gli obiettivi dell’americano medio. È chiaro che queste sono le idee dell’élite di quella società, di quella che ha il potere da sempre. Ma la sua forza è sempre consistita - come ha spiegato magistralmente Michael Moore - nel tenere la carota del sogno americano così vicina al naso del vero americano medio da fargliene sentire l’odore. E cioè dal convincerlo che poteva mangiarsela, con un po’ di fortuna, anche domani. 
Il problema viene adesso, quando Obama sarà costretto ad allontanare di qualche centimetro la carota. E il vero punto interrogativo si sposterà alla fine di quest’altra domanda: lo farà dicendo la verità, almeno “qualche” verità, oppure dovrà farlo con brutalità, senza dire come stanno le cose? 
Ma su questo punto, se il lettore permette, tornerò tra poco. Adesso vorrei parlare di noi, sudditi dell’Impero che sarà guidato da Obama. Siamo estasiati da questo sfavillio di novità, di energia. Ho una cara amica che non fa che ripetermi una cosa che non posso trascurare: mi invita a riflettere che le cose che Obama dice non può avergliele scritte nessuno, perché sono troppo intelligenti. E che certi vocaboli, certe idee, o le hai in testa, oppure non ti vengono fuori neanche se avessi i migliori dieci speech writers del mondo
E poi io ho visto con i miei occhi emergere un altro “mutante” in un altro paese in crisi epocale, assai vicina, per profondità a quella dell’America di oggi. Nessuno avrebbe mai immaginato che potesse scaturire, quel “mutante”, da quelle condizioni. Eppure comparve e produsse, o forse semplicemente interpretò ciò che stava per accadere. Era Gorbaciov, che usciva dalle viscere dell’apparato più chiuso e refrattario alla novità, portando una ventata di cambiamenti che non ha ancora smesso di scuotere il pianeta. Sappiamo che andò male, ma questo è un altro discorso.
Il fatto è che avvenne. E se avvenne allora, perché non potrebbe avvenire di nuovo?
Quindi mantengo una riserva positiva: per lui. Un credito di fiducia: non si sa mai.
Quello di cui diffido di più sono i suoi esaltatori nostrani. Quelli che tutto andava bene anche con Bush Junior, e che adesso si sono iscritti in fretta nella squadra di Obama. Quelli che, quando osavi dire che c’era qualche cosa di insano in quella mano nascosta del mercato che menava fendenti da cui schizzava sangue e dolore per miliardi di diseredati, ti bollavano come ingrato, quando non come nemico dell’Occidente. 
“Quelli che”, avrebbe detto Giorgio Gaber, perché sarebbero stati bene nel suo elenco di allora, anni ’60. Che erano pronti a vendere l’Europa per comprarsi l’America, visto che tutta la novità veniva di là, visto che noi eravamo vecchi e loro erano Silicon Valley, visto che noi avevamo la pensione e loro invece mettevano in campo i fondi pensione, che a dispetto della somiglianza terminologica, con le pensioni poco o nulla avevano in comune, tant’è vero che chi ci aveva creduto la pensione non la vedrà più.
Che bello sognare la carota altrui! Ecco, di questi non mi fido. 
E allora torno al nero Obama e alla voragine su cui è affacciato. So che da come guarderà là dentro dipenderà non solo il nostro benessere ma perfino la nostra vita, sicuramente quella dei nostri figli. So che se sbaglia lui, e quelle trenta persone che gli stanno intorno, saranno guai per tutti. 
So che, per non sbagliare, dovrà dire agli americani - a quelli che l’american way of life, quello che ha conquistato il mondo, se lo sono goduto - che è finito. 
Che l’America è arrivata al capolinea, come tutti noi ricchi, si fa per dire, ma ricchi rispetto agli altri, che ricchi non sono mai stati. Che una “ripresa economica”, se ci sarà, sarà di breve durata e poi si andrà di sotto di nuovo, come accade a quelli che non sanno nuotare e che ogni tanto riescono comunque a riemergere per prendere una boccata d’aria. Perché tutto il modello di crescita esponenziale nel quale siamo vissuti per un secolo e mezzo non è più perseguibile, non è nemmeno più realizzabile, perché le risorse non ci sono più. Dovrebbe dire ai suoi concittadini che la festa è finita, anzi che non era nemmeno una festa ma un simulacro di festa. Era immagine, come è l’immagine quella che lo ha portato al potere per salvare quell’altra immagine che l’ha preceduta. E noi dovremmo pensare, ora, che da un miraggio, che ci ha tratto in inganno, possa emergere una realtà che ci consoli da quell’inganno nel quale abbiamo creduto, costasse - agli altri- quello che doveva costare? 
Io so che Obama non potrà dire la verità, e non la dirà. Nemmeno se avesse visto fino in fondo alla voragine. Dovrebbe dirci, crudamente, una cosa che molti non potrebbero neppure capire, non dico condividere: che una crescita indefinita in un sistema finito di risorse non è materialmente possibile. E noi, insieme agli americani, ci troviamo, guarda caso, proprio all’interno di un sistema finito di risorse, dopo avere prodotto una crescita talmente infinita da rompere perfino quel sistema. Stiamo vivendo con gli spiccioli di natura che non abbiamo ancora mangiato e bevuto e ancora pensiamo che possano durare all’infinito. In questo guidati da quella “scienza sciocca” che è l’economia, la quale non ha saputo distinguere il denaro (che abbiamo inventato noi e che non ha limiti) dalla materia, che non abbiamo inventato noi e che è inesorabilmente limitata. 
Il disastro viene da qui. E Obama, anche se fosse un “mutante”, non ha i freni per fermarlo.
 
di Giulietto Chiesa - Megachip
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INSEDIAMENTO IMPERIALE


 (…) Perché ovunque guardiamo, c'è da fare. Lo stato dell'economia richiede misure coraggiose e rapide, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci uniscono. Rimetteremo la scienza la posto che merita e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi. 
Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo. 
Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni (…) Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. (…) 
La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune. 
Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. (…) 
Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno. 
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo. 
Perché noi sappiamo che la nostra eredità mosaico è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti, e di non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; (…) 
Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno. 
Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso. (…)
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.
di Barack Obama


Link: http://it.youtube.com/watch?v=mm4KJus-HTI

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