giovedì 22 gennaio 2009

Obama e il "cortile di casa"




Comincia un nuovo governo nel paese del nord che ha sempre trattato il Continente ribelle come il cortile di casa. Nonostante i mille colpi di Stato, le mille dittature, i desaparecidos, la Scuola delle americhe e le spoliazioni economiche, l’ultimo decennio ha dimostrato che gli Stati Uniti non sono mai riusciti a domare l’America latina e trasformarla, come avrebbero voluto, in una colonia. Barack Obama oggi è una novità storica, e ha dichiarato, parlando del Messico, di desiderare relazioni “fra eguali”. Ma il nuovo presidente non conosce il Continente e la sua agenda ha ben altre priorità. Così che dovrebbe davvero stupire per cambiare in meglio le relazioni con 550 milioni di latinoamericani e accettare finalmente relazioni bilaterali basate sulla reciprocità.

Eppure potrebbe sfruttare la sua grande popolarità in una regione meticcia che guarda a lui con simpatia ed attesa per invertire il declino del ruolo degli Stati Uniti, costante sotto il regime di George W Bush. La prima uscita però ha dimostrato che Obama è mal consigliato, visto che prima ancora di entrare in carica ha cominciato ad attaccare a freddo i leader democratici della regione, a partire da Hugo Chávez.

Intervistato da una televisione statunitense in lingua spagnola, Univision, di tendenza conservatrice, Obama ha dichiarato che “Chávez ha impedito il progresso della regione” e lo ha accusato di essere alleato delle FARC colombiane, ipotesi sempre negata dal governo bolivariano. Aggredito, al presidente venezuelano, impegnato in una difficile campagna referendaria, e che in novembre aveva accolto con soddisfazione l’elezione del candidato del Partito democratico, non è restato che alzare i toni che probabilmente resteranno duri almeno fino al referendum del 15 febbraio, che potrebbe permettere al presidente venezuelano in carica di presentarsi alle prossime elezioni.

Incidente passeggero o primo round di uno scontro non dissimile da quello con George Bush, che arrivò ad organizzare un sanguinoso golpe contro Chávez l’11 aprile 2002, se Obama volesse cambiare politica verso la regione troverebbe forti resistenze in casa. L’ultima volta che un presidente statunitense aveva provato a stabilire relazioni più eque con l’America latina, era la difficile epoca di Jimmy Carter. Questi fu in pochi mesi imbrigliato dal complesso militare-industriale del suo paese e messo in condizione di non nuocere alle dittature amiche e alle politiche neoliberali all’inizio del loro percorso.

Per Larry Birns, direttore di un centro studi di Washington sulle relazioni bilaterali, nonostante sia possibile che Obama si proponga di cambiare in meglio le relazioni con l’America latina e nonostante sia evidente che né Chávez né altri siano una minaccia per gli Stati Uniti, per la diplomazia statunitense è troppo consolidata l’abitudine ad utilizzare politiche di dominazione. 

E’ evidente che solo se Obama dimostrerà una discontinuità reale da parte del suo governo che superi le belle promesse elettorali di “speranza” e “cambiamento” potrà contare su un maggior livello di accettazione da parte del sistema democratico continentale che negli ultimi anni ha isolato sempre di più gli Stati Uniti. 

Se Obama non ha alcuna conoscenza dell’America latina, la scelta di Hillary Clinton come segretario di stato potrebbe aiutare. Al seguito del marito la Clinton ha viaggiato molte volte nella regione e ha conosciuto alcuni dei più nefasti dirigenti della storia latinoamericana, dal messicano Ernesto Zedillo all’argentino Carlos Menem. Viaggiando al seguito del marito la nuova ministra degli esteri ha partecipato spesso a dibattiti, tavole rotonde soprattutto in temi educativi, di salute e dei diritti della donna. Nel 1995 a Bahia volle incontrare Jorge Amado e spesso ha viaggiato anche per turismo in Brasile, Guatemala, Messico.
Secondo alcuni osservatori potrebbero essere segnali che profilano una politica di più ampie vedute. Altri però ricordano che la Clinton da senatrice ha votato tutte le misure più sfavorevoli agli interessi dei cittadini latinoamericani, tra le quali la costruzione del muro della vergogna tra il Messico e gli Stati Uniti che ogni anno costa la vita a centinaia di migranti, e ha votato la risoluzione di condanna contro Chávez nel settembre 2006 dopo il famoso discorso alle Nazioni Unite sulle responsabilità di George Bush. Con rispetto alla politica cubana le uniche aspettative sono rispetto alla liberalizzazione dei viaggi dei cubano-americani ma è impensabile che la nuova amministrazione non prenda atto della sconfitta totale della politica di isolamento dell’Isola grande. 

Qualche problema, per motivi di politica interna, potrebbero venire per i due alleati più fedeli, la Colombia e il Messico. I rispettivi trattati di libero commercio, uno in fieri, l’altro in vigore dal 1994, potrebbero subire modifiche. Tuttavia, all’unico leader latinoamericano che finora ha incontrato Obama, il messicano Felipe Calderón, ha fatto un discorso dal suono nuovo: “dovremo avere una relazione di reciproco rispetto. Troppo a lungo gli Stati Uniti si sono considerati un fratello maggiore del Messico”. Se il reciproco rispetto parte dal rafforzamento della “iniziativa Merida”, il plan Colombia messicano sul quale Obama ha dichiarato di puntare, sono parole che lasciano il tempo che trovano.

di Gennaro Carotenuto

Link: www.gennarocarotenuto.it

Seconda ondata di salvataggi per il sistema bancario


Quella in corso sembra essere una vera e propria seconda ondata di salvataggi per il sistema bancario. Il moderato ottimismo che si respirava in dicembre e durante la prima settimana di gennaio, si basava sulla convinzione che la crisi finanziaria fosse sostanzialmente arginata, e che le cattive notizie sarebbero arrivate solo dall'economia reale. In realtà, le banche sembravano in salute soltanto grazie alle vagonate di denaro pubblico ricevute e, ciò nonostante, nei bilanci trimestrali non hanno potuto nascondere il loro stato pietoso. Non si capisce come avrebbe potuto andare diversamente, visto che negli ultimi mesi i tassi di insolvenza - su qualunque tipo di prestito, ma soprattutto nel settore immobiliare - hanno continuato ad aumentare.  Anche stavolta è il Regno unito a mostrarsi il più attivo, dopo le misure prese lunedì scorso (sostanziale assicurazione di tutte le perdite in cui incorreranno le banche), per le quali Royal Bank of Scotland fungerà da vera e propria «cavia». La ratio che sta dietro alle iniezioni di denaro pubblico, tuttavia, stavolta non è più che tale società è «troppo grande per fallire» o la necessità di ridurre il «rischio sistemico», ma far sì che il complesso delle banche sia in grado di generare nuovo credito, senza il quale non sarebbe possibile far ripartire l'economia. I «bailouts» quindi, stanno assumendo la forma di do ut des col sistema bancario: lo Stato mette i soldi, ma vuole esser sicuro che questi siano prestati e non accantonati. A soggetti meritevoli e su base commerciale, ovviamente, così almeno si salvano le apparenze di un capitalismo «libero». Anche oltreoceano, il Tesoro degli Stati uniti ha inviato una lettera a 20 banche che hanno ricevuto i fondi Tarp, chiedendo un resoconto dettagliato sulla condotta degli istituti nel mercato creditizio, con particolare riguardo al credito al consumo. Anche in Belgio è pronta una seconda ondata di salvataggi. Intanto, il prezzo del petrolio continua a mostrare una altissima volatilità. Ieri, ultimo giorno di contrattazione per il contratto future di consegna a febbraio, il prezzo è oscillato da un minimo di 33 dollari al barile a oltre 39. La particolare situazione del mercato permette possibilità di «arbitraggio», ovvero di altissimi guadagni, a fronte di un rischio nullo. La «particolare situazione», chiamata in gergo «contango», consiste nel fatto che i contratti a consegna più lontana nel tempo - agosto, per dirne una - valgono oltre dieci dollari in più del prezzo odierno. Come sfruttare tutto ciò? Basta prendere esempio da Morgan Stanley, che ha recentemente noleggiato una superpetroliera da due milioni di barili, l'ha riempita e messa all'ancora nel golfo del Messico, in attesa del momento propizio per vendere. A Morgan basta quindi vendere a termine due milioni di barili con consegna ad agosto (50 dollari l'uno), lo stesso petrolio che ha probabilmente acquistato a 35, e sottrarre i costi di noleggio. Così facile e sicuro che sono in molti a fare lo stesso «giochetto». A quanto pare, nel Golfo c'è attualmente l'equivalente di un giorno mondiale di consumo, in attesa solo di esser venduto a rischio zero.  Evidentemente non tutti possono permettersi di noleggiare una superpetroliera. Sicuramente non potranno farlo i 15 mila dipendenti che Metro, il colosso tedesco della grande distribuzione, ha deciso di licenziare. Né potranno farlo tutti gli operai cassintegrati, gruppo numeroso cui si sono aggiunti ieri anche i 26 mila formalizzati da Bmw.
di Carlo Leone Del Bello

Gaza nel pensiero di Noam Chomsky


Sameer Dossani di Foreign Policy In Focus, intervista Noam Chomsky sulla guerra di Gaza

DOSSANI: il governo Israeliano e molti ufficiali Israeliani e Statunitensi sostengono che l'attuale offensiva contro Gaza serve per porre fine ai continui attacchi contro Israele lanciati da Gaza mediante razzi Qassam. Ma molti osservatori affermano che se le cose stessero realmente così Israele avrebbe fatto di tutto per rinnovare il "cessate il fuoco", scaduto a Dicembre, che aveva quasi del tutto fermato il lancio di razzi. Nella sua opinione quali sono i veri motivi dietro l'attuale azione israeliana?

CHOMSKY: C'è un tema che si riconduce alle origini del Sionismo. Ed è un argomento molto razionale: "Ritardiamo il più possibile negoziati e diplomazia, e nel frattempo costruiamo i fatti sul territorio". In questo modo Israele vuole creare le basi per qualunque eventuale trattato verrà ratificato, e più saranno i fatti concreti migliore sarà l'accordo per i loro scopi. E questi scopi sono essenzialmente di prendere il controllo di tutto ciò che ha un valore nell'ex Palestina ed indebolire quel che rimane della popolazione indigena. Io credo che una delle ragioni per il supporto popolare che questa azione gode negli Stati Uniti sia che è in risonanza con la storia americana. Come sono stati gli Stati Uniti di America? I temi sono simili. Ci sono molti esempi di questo tema in tutta la storia di Israele, e la situazione attuale è solo un altro esempio. Hanno un programma molto chiaro. Falchi come Ariel Sharon hanno capito che è da pazzi proteggere con una grossa parte dell'esercito 8000 coloni in un terzo del territorio con la maggior parte delle scarse risorse di Gaza a disposizione mentre il resto della società attorno a loro va in malora. Quindi è meglio portarli via e mandarli nel West Bank. Quello è veramente il posto che interessa loro e che vogliono. 

Quello che è stato chiamato un "disimpegno" nel Settembre 2005 è stato di fatto un trasferimento. Sono stati assolutamente chiari su questo. Infatti hanno aumentato i programmi di insediamento edilizio nel West Bank e contemporaneamente hanno ritirato alcune migliaia di persone da Gaza. Quindi Gaza avrebbe dovuto diventare una gabbia, praticamente una prigione, con la possibilità per Israele di attaccare a piacimento, mentre nel West Bank avrebbero potuto prendere ciò che volevano. Non c'era niente di segreto in questo. Ehud Olmert è stato negli Stati Uniti nel maggio 2006, un paio di mesi dopo il ritiro. In una sessione congiunta del Congresso Americano, fra calorosi applausi, annunciò semplicemente che i diritti storici degli Ebrei sull'intero territorio di Israele è fuori questione. Annunciò quello che ha chiamato il suo programma di convergenza, che è semplicemente una versione del programma tradizionale, che si rifà al piano Apollo del 1967. Secondo questo piano Israele si sarebbe annessa territori e risorse di valore vicino alla linea verde (il confine del 1967). Quella terra si trova ora al di là del muro costruito da Israele nel West Bank, un muro di annessione. Questo vuol dire terra coltivabile, le principali risorse idriche, le piacevoli periferie attorno a Gerusalemme e Tel Aviv, le colline e così via. Si sarebbe presa la valle del Giordano, dove ha di fatto costruito insediamenti fino dalla fine degli anni '60. Poi avrebbero costruito un paio di super autostrade attraverso l'intero territorio - ce n'è una ad est di Gerusalemme verso la città di Ma'aleh Adumim che fu costruita per la maggior parte negli anni '90, durante gli anni di Oslo, essenzialmente per tagliare in due il West Bank, ed altre due a nord (includendo Ariel, Kedumim ed altre città) che tagliano in due ciò che rimane. Avrebbero costituito posti di blocco ed altri sistemi di vessazione nelle altre aree in modo da isolare la popolazione rimanente senza mezzi per vivere una vita decente, e se se ne vogliono andare, bene! Altrimenti potrebbero servire da attrazione turistica - magari la silhouette di un pastore che conduce una capra su una collina - mentre nel frattempo gli israeliani, inclusi i coloni, avrebbero guidato sulle super autostrade per "soli Ebrei". I Palestinesi possono benissimo arrangiarsi con piccole stradine qua e là dove puoi cascare dentro una buca quando piove. Questo è l'obiettivo. Ed è esplicito. Non si può accusarli di inganno perché è esplicito. Ed è un obiettivo che da queste parti è acclamato.

DOSSANI: Riguardo al supporto degli Stati Uniti, la settimana scorsa il consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato una risoluzione per richiedere un cessate il fuoco. E' indice di un cambiamento, in modo particolare alla luce del fatto che gli Stati Uniti si sono astenuti e non hanno esercitato il diritto di veto, permettendo così alla risoluzione di essere approvata?

CHOMSKY: Appena dopo la guerra del 1967 il Consiglio di Sicurezza approvò delle risoluzioni molto forti, che condannavano le azioni di Israele per espandersi e prendere il controllo di Gerusalemme. Israele semplicemente le ignorò. Perché gli Stati Uniti accarezzano la loro testa e dicono "andate avanti per la vostra strada e violate le risoluzioni dell'ONU". C'è un'intera serie di risoluzioni da allora fino ad oggi che condannano gli insediamenti che, come Israele e tutti sanno, violano le convenzioni di Ginevra. Gli Stati Uniti o pongono il veto alle risoluzioni o qualche volta le votano pure, ma ammiccando dicono "andate comunque avanti, e noi pagheremo e vi daremo il supporto militare necessario". E' il solito schema. Durante gli anni di Oslo, per esempio, la costruzione di insediamenti aumentò costantemente, violando gli obiettivi stessi degli accordi di Oslo. Ed infatti l'anno di massima espansione degli insediamenti fu l'ultimo anno di Clinton, il 2000. E continuò anche dopo. Apertamente ed esplicitamente. Per tornare alla questione della motivazione, Israele ha abbastanza controllo militare sul West Bank per poter terrorizzare la popolazione e ridurla alla passività. Ora il controllo è accresciuto grazie alle forze collaborazioniste addestrate dagli U.S.A. Dalla Giordania e dall'Egitto per sottomettere la popolazione. Infatti se si leggono i giornali delle ultime due settimane, se c'è una dimostrazione nel West Bank a supporto di Gaza, viene annientata dalle forze di sicurezza di Fatah, che ora funziona più o meno come la forza di polizia israeliana nel West Bank. Ma il West Bank è solo una parte dei territori palestinesi occupati. L'altra parte è Gaza, e nessuno dubita che formino un'unità. Ed inoltre a Gaza c'è resistenza, quei razzi. Quindi sì, vogliono eliminarli, così non ci sarà più resistenza del tutto e loro potranno continuare a fare quello che vogliono senza interferenze, mentre nel frattempo ritardano la diplomazia quanto più possibile per "costruire i fatti" a modo loro. Ancora una volta questo schema è da ricondursi alle origini del Sionismo. Naturalmente varia a seconda delle circostanze, ma fondamentalmente la politica è la stessa e perfettamente comprensibile. Se vuoi assumere il controllo di una nazione dove la popolazione non ti vuole, in che altro modo puoi farlo? In che modo è stata conquistata questa nazione?

DOSSANI: Quello che lei descrive è una tragedia.

CHOMSKY: E' una tragedia che si consuma proprio qui. La stampa non ne parla ed anche il mondo culturale non ne parla, per la maggior parte, ma il fatto è che c'è un accordo politico in agenda da 30 anni. Un accordo bilaterale sui confini internazionali con possibili mutui cambiamenti di questi confini. L'accordo è lì ufficialmente dal 1976 con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza proposta dai maggiori stati arabi e appoggiata dall'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che la pone essenzialmente in questi termini. Gli Stati Uniti posero il veto mettendo la risoluzione fuori dalla storia, e da allora si è andati avanti così, senza cambiamenti. A parte una modifica sostanziale. Durante l'ultimo mese della presidenza Clinton, nel gennaio 2001, ci furono dei negoziati, autorizzati dagli Stati Uniti ma ai quali non parteciparono, fra Israele e i Palestinesi, negoziati durante i quali arrivarono molto vicino ad un accordo.

DOSSANI: I negoziati di Taba?

CHOMSKY: Sì, i negoziati di Taba. Le due parti arrivarono molto vicine ad un accordo. Furono interrotti da Israele. Ma quella fu l'unica settimana in oltre 30 anni in cui gli Stati Uniti ed Israele abbandonarono la loro posizione di rifiuto. E' un vero tributo ai media e ad altri commentatori che tutto questo sia sotto silenzio. Gli Stati Uniti e Israele sono isolati. Il consenso internazionale include praticamente tutti. Include la Lega Araba, che ha superato le sue posizioni e ha richiesto la normalizzazione delle relazioni, include Hamas. Ogni volta che si legge di Hamas nei giornali c'è scritto: "Hamas, supportato dall'Iran, vuole distruggere Israele". Prova a trovare una frase che dica "il partito di Hamas, democraticamente eletto, che chiede un accordo bilaterale". Bé, certo, è un buon sistema di propaganda. Anche nella stampa americana hanno occasionalmente permesso lettere di dirigenti di Hamas, Ismail Haniya ed altri, che hanno dichiarato "sì, vogliamo un accordo bilaterale sui confini internazionali, come chiunque altro".

DOSSANI: Quando Hamas ha adottato questa posizione?

CHOMSKY: Questa è la loro posizione ufficiale presa da Haniya, il leader eletto, e Khalid Mesh'al, il loro leader politico in esilio in Siria, ha scritto la stessa cosa. E' sempre così. Non c'è dubbio che l'occidente non voglia sentire queste cose. E quindi Hamas ha l'obiettivo di distruggere Israele. E in un certo senso è vero. Ma andando in una riserva di Indiani Americani sono sicuri che molti vorrebbero vedere la distruzione degli Stati Uniti. Se in Messico si facesse un sondaggio sono certo che molti non riconoscerebbero il diritto degli Stati Uniti di esistere su metà del Messico, terra conquistata in guerra. Ed è così in tutto il mondo. Ma loro hanno la volontà di accettare un accordo politico. Mentre Israele e gli Stati Uniti no. E sono gli unici, ma siccome sono gli Stati Uniti che di fatto hanno il controllo della politica nel mondo, non si fa. Qui si presenta sempre la cosa come se gli Stati Uniti avessero il dovere di coinvolgersi di più; che sono mediatori onesti; che il problema di Bush è stato di aver ignorato il problema. Non è questo il problema, bensì l'opposto. Gli Stati Uniti sono stati molto coinvolti, coinvolti nel bloccare un accordo politico e fornire il supporto materiale, ideologico e diplomatico per i programmi di espansione, che sono nient'altro che programmi criminali. Le corti mondiali, incluse quelle americane, hanno sancito che ogni trasferimento di popolazione nei territori occupati è una violazione di una legge internazionale fondamentale: la convenzione di Ginevra. E pure Israele è d'accordo. Infatti anche le loro corti sono d'accordo, ma in qualche modo riescono ad aggirarla. Non c'è dubbio su questo. In qualche modo è accettato negli Stati Uniti che Israele sia uno stato fuorilegge. La legge non si applica a noi. Ecco perché non se ne parla mai.

Sameer Dossani, un contributore di Foreign Policy In Focus, è il direttore di 50 Years is Enough e di blog a shirinandsameer.blogspot.com

 TRADUZIONE DI DANIELE MENNELLA

Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/13838/Chomsky:+la+mia+idea+di+Gaza

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