domenica 25 gennaio 2009

Un terzo delle Social Cards risultano scoperte


La furbata del Governo sulla Social Card è stata svelata: 190 mila carte di credito su 520 mila erogate [circa un terzo] risultano scoperte. Insomma, la tessera magica che sventolava Tremonti è una truffa. La beffa? L’enorme affluenza di richieste da parte di componenti di ordini religiosi. Succede nell'opulenta Verona, dove c'è c’è stato un boom di ritiri.

Pare che negli ultimi tempi il Codacons abbia avuto un boom di contatti. Una marea inferocita di pensionati e genitori single ha fatto appello all’associazione in difesa dei consumatori per denunciare un fenomeno che le molte sibille dark dell’informazione nostrana avevano paventato: la Social Card promossa dal governo è una truffa. Si era già parlato di come fosse difficile raggiungere gli standard indicati nel modulo Isee, ma oltre al danno per le migliaia di persone ingiustamente escluse si aggiunge – come nelle migliori commedie all’italiana – la beffa di quanti la Social Card l’hanno ricevuta ma non l’hanno ancora utilizzata. Secondo i dati forniti dall’Inps, già al primo pagamento 190 mila carte di credito su 520 mila erogate – circa un terzo – risultano scoperte.

Scrive Giovanna sul blog di Carlo Rienzi , il presidente di Codacons: «Mia nonna ha ricevuto la social card, la posta le ha detto che era attiva e con i soldi….fatta la spesa ha fatto una figuraccia perchè sulla carta non vi era accreditato nulla!!!». Immaginiamo per un attimo la nonna di Giovanna. Una vecchietta in fila al supermercato che già si vergogna di presentare la famigerata tesserina azzurra e, come non fosse già umiliante, si sente rispondere «signora la sua carta è inutilizzabile» oppure «signora, mi spiace ma non ha credito»: un’umiliazione al quadrato, che metterebbe a rischio coccolone anche quelli che a 70 anni hanno un cuore ancora perfettamente funzionante.

Ci si domanda perciò sempre di più, se lo spot presidenziale, presentato lo scorso giugno, sia stato l’ennesima furbata di un esecutivo che, non potendo proporre contenuti, si limita a propinare a 32 denti e a suon di dichiarazioni gaudenti solo una forma, per di più fittizia. 
Chissà in quanti, vedendo il ministro Tremonti agitare la tessera magnetica, hanno vagheggiato signorili pagamenti alla cassa del supermercato, inorridendo all’immagine più che consueta del conteggio impietoso e snervante dei centesimi rimpiattati nel borsellino.

Non è andata così purtroppo, ed ora sono in molti a chiederne conto. E’ il caso dell’Associazione nazionale pensionati e del patronato Inac di Padova, come evidenzia il direttore Massimo Lazzarin: «La Social card dovrebbe funzionare come tutte le altre carte di pagamento elettronico che già conosciamo e utilizziamo quotidianamente, con la sola differenza che a pagare il conto delle spese fatte è direttamente lo Stato. E invece sono già 750 le persone che abbiamo registrato a livello provinciale con il problema di una tessera vuota. Ciò è dovuto al fatto che il governo manda le tessere alle persone in lista, senza fare preventivamente le necessarie verifiche sulla situazione reddituale».

Non basta quindi superare l’enorme scoglio della conformità all’Isee, per avere la reale situazione fiscale di una persona servono altri indicatori [maggiorazioni sociali, indennità di accompagnamento per i disabili, invalidità civili, quattordicesime e rendite Inail in caso d’infortunio] e se si ha la sfortuna di essere tra quelli ancora in fase di vaglio, il risultato è il congelamento della carta stessa. Un fattore non di poco conto che, se rapportato alla sconsideratezza del nostro sistema burocratico, spiega in parte questo enorme buco nell’acqua del Popolo degli Annunci in libertà.

Quello che non si spiega è l’enorme affluenza di richieste da parte di componenti di ordini religiosi. Ad esempio, nella bella e opulenta Verona c’è stato un boom di ritiri, che le Poste hanno candidamente spiegato come risultato della presenza in loco di molti istituti religiosi: trecento tra preti e suore hanno fatto richiesta per la master card di Stato. Essendo nullatenenti, in teoria ne avevano diritto e l’hanno fatto valere, sperando in cuor loro che il fraticello scalzo di Assisi non si rivoltasse nella tomba. 
Per queste ed altre ragioni il Codacons ha deciso di presentare un esposto all’Antitrust – per valutare, ironia della sorte, i profili di pubblicità ingannevole – e al Tribunale dei Ministri, in cui si chiede di intervenire valutando tra le ipotesi, anche quella di truffa.

di Mariavittoria Orsolato

Link: http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/16295

Galan e i top manager veneti raggirano Brunetta


Hanno fatto infuriare persino Brunetta. Proprio nel suo Veneto, proprio nella Regione amministrata dal suo centrodestra, hanno cercato di mettere i boiardi al riparo dalle leggi anti-fannulloni. Nel silenzio delle vacanze natalizie, una circolare ha esentato i top manager della Regione dalle nuove trattenute malattia. Da giugno infatti ai dipendenti pubblici che restano a letto nel periodo iniziale viene decurtato lo stipendio di ogni voce accessoria. Ma il Veneto ha aspettato fine anno prima di varare la norma, con il risultato di dovere chiedere un semestre di tagli arretrati a chi era già caduto vittima dei malanni. Poi dall'inizio del 2008 sono diventati operative le sottrazioni: per ogni giorno di malattia, un usciere del livello più basso perderà otto euro, un funzionario da dieci a 20, un dirigente da 64 fino a 77. Un salasso che dovrebbe dissuadere dalle assenze ingiustificate. Il problema è che i top manager, quei 70 amministratori che siedono nella stanza dei bottoni della Regione guidata da Giancarlo Galan, si sono auto-esentati: per loro non sono previste sanzioni nè deterrenti. Il loro contratto garantisce stipendi da 100 mila euro l'anno  in su e non segue le regole della pubblica amministrazione. Una scelta che ha fatto infuriare i sindacati. E che ha spinto Renato Brunetta a scrivere a Galan: «La legge vale per tutti». Ora la Regione cercherà di trovare una soluzione. Sperando che i supermanager non si ammalino prima.
Fonte: L'espresso

Cuba studia Obama, guardandosi intorno


Inutile negare che la Presidenza di Obama stia suscitando a Cuba notevoli speranze per la fine del blocco che, per decenni, ha reso la vita difficile non tanto al regime castrista, quanto soprattutto a tutta la popolazione dell'isola.
L'ultimo appello agli Usa è venuto dal Presidente brasiliano Lula che ha definito il blocco un provvedimento "senza nessuna spiegazione scientifica" ed ha continuato auspicando che Obama dia un segnale a Cuba affinché torni ad essere una nazione con una vita normale come tutte le altre.
La voce di Lula è importante, non solo per il peso specifico all'interno della regione latino americana, ma anche per i suoi buoni rapporti con gli Usa.
Per questo motivo la sua presa di posizione ha più valore degli altri appelli susseguitisi negli ultimi tempi, perché venivano da capi di stato non in buoni rapporti con gli Stati Uniti, quali ad esempio Chavez, Morales e Correa.
Il desiderio di Cuba di tornare a delle relazioni normali con gli altri paesi si evidenzia anche nei numerosi incontri che Raoul Castro ha avuto negli ultimi mesi.
Ricordiamo, infatti, che il presidente cubano ha recentemente ricevuto, tra gli altri, l'inviato del Papa cardinal Bertone, il presidente russo Medvedev, quello cinese Hu Jintao ed una delegazione ufficiale dell'Unione Europea.
Prevista per il prossimo mese di febbraio la visita dei presidenti di Cile e Messico.
Pochi giorni fa Raoul Castro ha ricevuto, per la prima volta dopo venti anni, la presidente dell'Argentina, Cristina Fernandez. L'incontro è stato molto cordiale ed ha portato alla firma di numerosi accordi nei settori della salute, della tecnologia e degli aiuti umanitari.
La Fernandez ha avuto parole di elogio durante la visita al centro di Biotecnologia dichiarando che "Cuba deve essere orgogliosa di aver elevato la salute pubblica ad obiettivo strutturale del suo sviluppo sociale e politico".
In merito alla nuova presidenza degli Stati Uniti il leader maximo, Fidel Castro, ha definito Obama "una persona onesta" pur esprimendo numerosi interrogativi sulla possibilità di realizzare gli obiettivi della sua campagna elettorale, mettendo in evidenza delle palesi contraddizioni, come ad esempio l'impossibilità di conciliare il rispetto dell'ambiente in una nazione che ha una mentalità marcatamente consumistica.
di Paolo Menchi

La fuga dei colombiani verso l'Ecuador


Grazie a un accordo firmato fra il governo ecuadoriano e l'alto commissario Onu per i diritti umani Martha Juarez, almeno 50mila cittadini colombiani riceveranno lo status di rifugiati. Il provvedimento riguarda i cittadini colombiani che fra il 2000 e il 2007 sono entrati in Ecuador fuggendo dagli orrori causati dalla guerra fra le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e le forze di sicurezza di Bogotà. Comunque i beneficiari del provvedimento sono tutti civili che trovatisi in una situazione di assoluto abbandono adesso necessitano di protezione e di una aiuto per il reinserimento sociale in un nuovo Paese. Secondo alcune stime fornite dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, in Ecuador nel corso degli ultimi decenni potrebbero essere entrati non meno di 200mila cittadini ecuadoriani che solo per mancanza di conoscenza delle leggi locali vigenti non hanno mai chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato. "Il problema dei rifugiati lo abbiamo riscontrato in tutta la zona a cavallo della frontiera nord racconta il ministro degli Esteri di Quito Fander Falconi.
Per questo motivo e per monitorare perfettamente la realtà della zona saranno inviati nell'area delle provincie di Esmeraldas, Carchi, Sucumbios, Orellana e Imbabura, funzionari che inizieranno le procedure per poter iscrivere i cittadini colombiani nelle liste degli aventi diritto allo status di rifugiati. Eppure, sempre secondo l'Onu,
Quito risulta primeggiare nell'accoglienza ai rifugiati tanto da essere considerato un Paese modello "in cui ai rifugiati, non solo si offre la possibilità di accedere al territorio nazionale, di ricevere asilo, ma anche di beneficiare di una politica inclusiva di integrazione" come ricorda l'Alto Commissario Juarez. Il costo dell'operazione di riconoscimento dello status costerà poco meno di 2 milioni di dollari Usa. Poco meno di un milione sarà finanziato dall'Onu, il restante dall'amministrazione ecuadoriana. La cooperazione internazionale in questo caso ha funzionato benissimo.
di Alessandro Grandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13860/Ecuador,+il+rifugio+dei+colombiani

Malta, un micro-Stato al centro di una delle principali rotte migratorie mondiali


C'è un'isola al centro del Mediterraneo, che rischia di diventare il paradigma europeo in materia di immigrazione clandestina. Un arcipelago Stato che, negli ultimi anni, ha condizionato e condiziona, suo malgrado, le politiche comunitarie nei riguardi dei sans papier, la taratura dei diritti umani con riferimento alla detenzione, la concessione dello status di rifugiato politico. Stiamo parlando di Malta, l'ex colonia britannica che dal 1° maggio del 2004 è entrata a far parte dell'Unione europea e che dal 1° gennaio dello scorso anno ha fatto il suo ingresso nell'area euro. Circa 400 mila abitanti distribuiti su una superficie di 316 chilometri quadrati. Un piccolo Paese che nell'ultimo decennio ha condiviso con Lampedusa l'emergenza immigrazione dal continente africano. Ma con una particolarità. Quella di essere uno Stato autonomo e per di più uno dei "ventisette". Dunque con un ruolo che ormai si è fatto di indirizzo per le scelte dell'Unione.Fino un mese fa, chi sbarcava a Lampedusa aveva la coscienza che, nel giro di poche settimane, sarebbe stato trasferito nei Cpt, o Cda o Cara sparsi sulla penisola. Ma il ministro dell'Interno Roberto Maroni è stato chiaro: dal 2009 l'accordo con la Libia sarà attivo e gli sbarchi caleranno. In ogni caso, nessuno potrà più lasciare l'isola, se non per essere rispedito indietro. Lampedusa sarà come Malta. E a Malta chi arriva ci resta. A volte per anni. Senza che l'Unione europea riesca a fare altro che prenderne atto.La tratta dei rifugiati. Nel 2008 nel canale di Sicilia sono morte 642 persone, il numero massimo finora registrato. Vengono seppelliti nelle stesse isole dove tentavano di arrivare, spesso senza un nome da affidare alla lapide. A Lampedusa sono sbarcati in oltre 30 mila. Nel 2007 erano stati meno di 12 mila. A Malta ne sono approdati 2.775, su barche mediamente più piccole. Nel 2007 erano stati 1.702, 1.780 nel 2006. E a cavallo tra Natale e Capodanno ne sono già arrivati oltre 300, mentre più di 2 mila sono già i nuovi arrivi a Lampedusa. Fermo restando che la zona di search & rescue maltese è la più ampia di quel quadrante, estendendosi per oltre 250 mila chilometri quadrati, sin quasi a Creta. Basterebbe già questo semplice dato numerico a far ravvisare l'attenta regia che sta dietro a questi sbarchi. Equamente distribuiti tra i due Paesi in rapporto alle capacità di accoglienza. Sbarchi che procedono regolari per tutta l'estate, salvo interrompersi drasticamente nei giorni in cui il premier Berlusconi fa visita a Gheddafi. Che poi si inerpicano nell'insolito periodo natalizio. E che raccontano di una tratta dei poveri, consumata quotidianamente sulla pelle di migliaia di profughi. I somali sono sempre di più, in fuga dalla tragedia umanitaria che sta sconvolgendo la loro nazione, dilaniata dalla guerra. Tirano fuori tra gli 800 e i 2 mila dollari per permettersi l'intero pacchetto: passaggio del deserto con una delle carovane di camion che dalla Somalia tagliano l'Etiopia e il Sudan, per raggiungere la Libia; quindi la traversata del canale di Sicilia a bordo di una carretta del mare. In totale, dal 2002, ne sono giunti quasi 3.500 a Malta. Sono la prima nazionalità. Poi vengono gli eritrei, circa 1.700. Se si aggiungono anche gli etiopi, il totale dei migranti provenienti dal corno d'Africa si attesta attorno alle 6 mila unità. La metà dei 12 mila sbarcati sull'isola fino a oggi. Eppure, soltanto 204 di loro sono stati dichiarati rifugiati politici, mentre un 30 per cento si è visto rispondere di no. Quasi 4 mila, invece, coloro che sono riusciti a ottenere una protezione umanitaria. Avrebbero diritto ad un permesso di soggiorno di lungo periodo, stando alle nuove politiche in materia di immigrazione dell'Unione europea. Invece niente da fare, La Valletta non dà il suo assenso. E l'Europa, all'inizio di quest'anno, è stata costretta a congelare la direttiva.
Dublino II e dintorni. Intanto i rimpatri continuano a calare, mentre pochissimi sono i fortunati che finiscono negli Usa (173) e in altri paesi dell'Ue (84), grazie a progetti di reinserimento. Molti altri, invece, salpano lo stesso con un permesso temporaneo che diventa il loro biglietto di sola andata verso la libertà. Vivranno in qualche città italiana o del centro Europa, senza documenti, per qualche tempo. Fino a quando non saranno scoperti e riportati sull'isola. Come Papillon. Il regolamento europeo "Dublino II" obbliga il rifugiato a rimanere nel primo Paese dell'Unione in cui ha messo piede. E finora a nulla sono valse le proteste del governo maltese. «Ci penalizza - afferma Alex Tortell, responsabile governativo degli "open centre" - siamo un Paese troppo piccolo, abbiamo bisogno di più aiuto dagli altri Stati membri». Per fare un paragone, sarebbe come se in Italia fossero giunti 2 milioni di rifugiati negli ultimi sei anni. Una piccola invasione, che non fa rumore. Ma che sta avendo forti ripercussioni sulle scelte della Commissione europea. A Malta sin dal 1970 vige l'Immigration Act: ogni immigrato senza permesso di soggiorno compie un illecito amministrativo, pertanto deve essere trattenuto in detenzione. Il limite è di 18 mesi, dopodiché si viene rilasciati, con o senza documenti. Ma c'è chi vi resta anche più del consentito. Fino allo scorso anno quella maltese era considerata un'anomalia in Europa. Oggi è la regola. Sembrava troppo quell'anno e mezzo di detenzione, rispetto al trattenimento amministrativo temporaneo, che pure è prassi in altri paesi dell'Unione. Erano stati criticati duramente da Amnesty International, dal Comitato di prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr) e persino dalla Commissione giustizia del Parlamento europeo. Salvo poi venir ratificati come durata massima della detenzione amministrativa in tutto il continente, da una discussa direttiva della Commissione europea emessa lo scorso mese di giugno. La cosiddetta "direttiva della vergogna". Malta, insomma, sta facendo scuola.
I centri di detenzione. Attualmente i 'detention centre' maltesi sono quattro: Safi Barracks, Lyster Barracks, Ta' Kandja e Floriana. I primi due gestiti dall'esercito, gli altri dalla polizia. I detenuti sono privati della libertà e l'accesso è consentito esclusivamente a poche organizzazioni non governative. Il divieto valeva anche per i giornalisti, fino alla fine di giugno dello scorso anno. Poi il governo ha finalmente deciso di consentire l'ingresso alla stampa. Anche se alcune realtà sono rimaste celate dalle sbarre. Come il sovraffollamento, la mancanza di igiene, le aggressioni e gli insulti a sfondo razziale cui vengono regolarmente sottoposti i detenuti. In alcuni centri sono riconosciute solo 4 ore d'aria alla settimana. E il cibo è sempre lo stesso. ''Spaghetti o un pò di riso - racconta Mohamed Salam, somalo di lingua italiana, per undici mesi recluso a Safi Barracks - ma è l'acqua la cosa peggiore, è quella del rubinetto''. Acqua di mare quindi, perché a Malta l'acqua arriva con i dissalatori. Le proteste vanno aumentando. L'ultima ha avuto luogo proprio all'inizio dell'anno a Safi. E con esse, aumentano anche i detenuti. ''In totale sono circa 2 mila le persone recluse nei quattro centri - spiega Neil Falzon, capo dell'ufficio maltese dell'Unhcr - il problema maggiore è che la detenzione, almeno all'inizio, riguarda tutti, comprese le persone più vulnerabili. Abbiamo documentato casi di donne incinte, trasferite in ospedale per partorire, e poi messe in detenzione assieme al neonato''. Molti scappano da zone di guerra. Alcuni di essi hanno addosso i segni delle torture subite in Libia, nei campi di detenzione di Gheddafi. La nuova prigionia rischia di farli impazzire. Falzon parla di alcuni casi di suicidio negli ultimi sei anni. Molti di più sono i tentati suicidi e le automutilazioni dovute a problemi psicologici. ''Prevenire i tentativi di suicidio non è cosa semplice - spiega Terry Alan Gosden, dell'associazione Suret il-Bniedem, che gestisce il centro aperto di Marsa - l'atteggiamento delle culture africane nei confronti della malattia mentale è diverso e più complesso del nostro. In Africa avere un problema di salute mentale è considerato una grave condanna e pertanto viene celato il più possibile. Riusciamo a intervenire solo quando si è davvero prossimi al suicidio''. Glen Cachia è uno psicologo della Croce Rossa e da anni monitora le condizioni dei migranti, con la scusa di insegnare loro la lingua inglese: ''Questa gente - spiega - attraversa il deserto e poi il Mediterraneo, fuggendo dalla guerra e pensando di raggiungere pace e democrazia. Poi arriva qui e si trova ad essere incarcerata per diciotto mesi, senza nulla da fare, se non il pensare a tutto quello che ha passato. L'effetto sulla psiche è devastante''.
Gli 'open centre'. La situazione non migliora nei cosiddetti centri aperti. Gestiti dal ministero della Famiglia in collaborazione con alcune organizzazioni non governative, attualmente ospitano tra le due e le tremila persone, un numero molto superiore alla capacità effettiva delle strutture. Qui il governo offre un'assistenza temporanea nell'attesa che gli immigrati trovino un lavoro a Malta o all'estero. A volte ci vogliono anni. Uno dei centri aperti si trova a Marsa, poco distante dalla Capitale. E' una vecchia scuola che l'emergenza immigrazione ha trasformato in una cittadella autogestita, con tanto di ristorante, bar, barbiere e sala giochi. Quello di Hal Far, invece, non è altro che un accampamento di tende, esposte al freddo d'inverno, alla canicola d'estate, a pioggia e vento nelle mezze stagioni. E' a sud dell'isola, a venti minuti di macchina da La Valletta. Nel centro vivono oltre 800 persone, 24 per tenda. La promiscuità tra uomini e donne rende frequenti i casi di violenza e stupro. E per quanto la Croce Rossa e altre Ong cerchino di agevolare l'integrazione, gli 'open centre' restano ghetti, attorniati dalla diffidenza dei maltesi, che già da tempo mostrano i primi segni di intolleranza, quando non di aperto razzismo.
Black(s) out. ''Sono troppi e noi siamo un Paese troppo piccolo per accoglierli'', è la constatazione del maltese medio. Eppure, nell'unico posto al mondo dove il Dio cristiano si chiama Allah, a serpeggiare è un sentimento xenofobo, che si traduce nelle scritte blacks out, fuori i neri, che ormai tappezzano i muri. O in alcune provocazioni in stile apartheid, come la proposta di riservare alcuni bus solo per i neri. ''Apartheid? Sono loro a crearla - afferma Josie Muscat, leader del partito Azzjoni Nazzjonali, che è riuscito a presentarsi alle elezioni dello scorso anno, senza tuttavia ottenere seggi in Parlamento - sono loro a restare nelle loro aree, non intendono integrarsi con noi''. Alcune inchieste giornalistiche, invece, hanno messo in luce come i migranti, nella loro perenne ricerca di lavoro, vengano discriminati in base alla religione. Mentre coloro che approdano in un cantiere edile o ad un lavoro nella nettezza urbana, sono spesso sottopagati. La reazione delle frange più estremiste si sta abbattendo anche su chi i migranti li aiuta giorno dopo giorno, come gli operatori del Jesuit Refugee Service e della Commissione migranti, o alcuni giornalisti che si stanno occupando della questione emigrazione. Tra di essi Herman Grech del Times of Malta, più volte minacciato: ''Hanno già incendiato alcune auto a scopo intimidatorio - spiega - e ci sono stati dei casi di aggressione. Ma sono episodi estemporanei''. Qualcosa di simile all'incendio del 'cimitero dei barconi', che ignoti hanno appiccato a Lampedusa, dopo il boom di sbarchi di Natale. ''La gran parte dell'opinione pubblica - conclude Grech - sente che quello dell'immigrazione è un problema europeo e, per questo, ad occuparsene dovrebbe essere Bruxelles''.

di Gilberto Mastromatteo

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13846/Dove+l'Europa+incatena+l'Africa

Cpa di Lampedusa, "Sono fuggiti tutti"


"Libertà, libertà". Il grido arriva improvviso, fortissimo. Poi, in via Roma, la strada principale del paese, sbuca il corteo. "Ci sono i clandestini", urla un vecchio, il sorriso senza denti stampato sul volto legnoso. "Sono fuggiti tutti", gli fa eco una donna, tra il divertito e il preoccupato. La massa umana attraversa il corso. Sono quattrocento, forse seicento. Si muovono compatti. Si riversano per la piazza principale, sciamano per le strade circostanti. Urlano: "Basta Guantanamo, basta spaghetti". Si guardano intorno con l'aria di turisti un po' spaesati, ma appaiono determinati. Stanchi ma combattivi. Uno chiede. "Ma questa Lampedusa è un'isola? Quanto dista dall'Italia?". Un altro: "Quando ci trasferiscono sul continente?".
 
La fuga dal Centro di prima accoglienza (Cpa) è iniziata intorno alle dieci di mattina, in modo spontaneo. Esasperati dalle condizioni di degrado in cui li lasciano, dal cibo sempre uguale, dall'indeterminatezza della loro situazione, gli immigrati hanno scavalcato le recinzioni. Lo hanno deciso così, senza mettersi d'accordo tra loro, senza darsi un segnale. La rivolta degli arabi del centro, per lo più tunisini, non ha un leader, né un piano prestabilito. E' figlia della rabbia e della spossatezza. "Non ne possiamo più di vivere in quella situazione. Siamo ammassati. I bagni sono orribili. Nella nostra camerata c'è una puzza che non si respira", racconta Waheb, 29 anni compiuti, un padre in Francia che vorrebbe raggiungere e già 24 giorni di permanenza in quel Cpa in cui sarebbe dovuto rimanere al massimo 48 ore.
 
Alcuni sono venuti in paese, altri si sono sparpagliati per le campagne. Il centro è rimasto vuoto; all'interno solo un centinaio di cittadini sub-sahariani che non si sono uniti alla protesta. All'arrivo del corteo la popolazione, riunita in piazza per decidere le prossime mosse contro il ministro dell'interno Roberto Maroni, rimane interdetta. Poi scoppia un applauso fragoroso. "Amici", gridano in coro alcuni cittadini. "La nostra lotta è la vostra lotta. Il nostro nemico è lo stesso: lo stato assassino". Così, i "clandestini" si uniscono all'assemblea. I discorsi vengono tradotti in arabo. Alcuni di loro sono chiamati sul palco. Il sindaco Bernardino De Rubeis, temendo che la situazione possa sfuggirgli di mano, li esorta a rientrare nel Cpa, perché "questo è l'unico modo che avete per essere mandati in Italia". Lo stesso fanno altri. "Vi siamo vicini, ma dovete tornare al centro. Altrimenti non sappiamo che cosa può succedere". I tunisini sembrano perplessi. Non capiscono la solidarietà di questa popolazione. Si fanno tradurre gli striscioni che campeggiano sulla facciata del municipio: slogan contro Maroni, contro il prefetto generale per l'immigrazione Mario Morcone, contro la senatrice lampedusana Angela Maraventano, complice di Maroni, traditrice dell'isola. Gli immigrati non sanno bene che fare. Se ne stanno in piazza ad ascoltare, a godersi un po' di libertà, complice anche il sole che è tornato a splendere sull'isola. "Vogliamo andare via, vogliamo essere trasportati in Italia", gridano alcuni. Una rivendicazione che si è fatta sempre più pressante dopo che l'altroieri il Viminale ha riattivato per i cittadini sub-sahariani i ponti aerei per i centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale. Sono partiti in circa 500, ma nessuno dei tunisini, che il ministero degli interni vorrebbe invece rispedire indietro.
 
La rabbia di Lampedusa, scatenata dalla decisione di Maroni di istituire un Centro di identificazione e di espulsione (Cie) nell'ex base Loran della Marina mercantile, si somma a quella dei "clandestini", che non ne possono più di rimanere nell'attuale centro di accoglienza sovraffollato e vogliono essere trasportati via. In quello che sembra un tentativo di saggiare la resistenza dell'isola, il ministero degli interni ha infatti deciso che gli immigrati chiusi nel Cpa sarebbero rimasti anche un mese, invece degli normali due giorni. Così, la struttura è arrivata al collasso, giungendo a contenere fino a 1840 persone, invece delle 800 massime previste. Un'iniziativa che ha fatto esplodere la protesta duplice e complementare della popolazione autoctona e degli immigrati, che hanno trovato un'inattesa complicità in una richiesta comune: ponti aerei verso altri centri in Italia.  L'avamposto degli sbarchi rifiuta di essere trasformato in un carcere a cielo aperto, come vorrebbe il ministero degli interni, e si scopre solidale con "questi ragazzi fuggiti per trovare un futuro migliore", come sottolinea un signore di mezz'età che scambia frasi in francese con un gruppetto di loro. 
 
Loro, i "ragazzi fuggiti", non sanno bene che fare. Chiedono come si fa a farsi mandare soldi dai parenti.  Dicono di non voler tornare al centro. Dopo un'oretta di impasse, con il sindaco sempre più in  difficoltà che invita la popolazione a tornare a casa, la situazione si sblocca grazie all'intervento di un giovane imprenditore che si improvvisa capopopolo. Salvatore Cappello prende il megafono e esprime agli stranieri la solidarietà sua e della popolazione di Lampedusa, garantisce loro che "saranno portati in Italia in uno o due giorni con un aereo". E al grido di "basta pasta, oggi si mangia cous-cous", riesce a convincere gran parte dei fuggitivi a tornare al centro. Il corteo si riforma in pochi minuti e riparte in senso inverso. Sempre al grido di "libertà, libertà", gli immigrati attraversano di nuovo il paese. Cappello e altri lampedusani li accompagnano. I carabinieri lasciano passare, i celerini si scansano. La sfilata si dirige verso al contrada Imbriacola, dove è il Cpa, a circa un chilometro di distanza. Dopo una ventina di minuti, il gruppo raggiunge lo spiazzo antistante il centro. Alcuni entrano al volo, altri esitano. Non si fidano: non vogliono andare oltre se i carabinieri non lasciano entrare anche alcuni di quei lampedusani che si sono mostrati solidali. Questi ultimi cercano di varcare l'ingresso, i funzionari del Viminale non lo consentono. Tra le forze dell'ordine  e i manifestanti italiani sale la tensione. "La prossima volta andateli a recuperare voi", grida Cappello, rivendicando il merito di aver riportato i fuggiaschi in modo pacifico. L'atmosfera si scalda. Un'ambulanza che vuole premere e farsi largo tra la folla viene presa d'assalto e distrutta. Parte qualche manganellata. Volano parole grosse tra i carabinieri e gli abitanti. Poi pian piano il clima si stempera e torna la calma. Ma è una calma apparente: sia i lampedusani che gli immigrati hanno decretato  una tregua, in attesa di vedere se il Viminale appronta il ponte aereo o se invece sarà necessario ripetere azioni dimostrative.
 
Nel frattempo, la città  rimane spenta. I negozi chiusi, un po' per lo sciopero generale a oltranza deciso contro Maroni, un po' perché "con tutti questi clandestini in giro non si sa mai". In questa situazione di caos, divagano voci incontrollate di immigrati ubriachi, di tentativi di suicidio, di furti. Si diffonde una certa psicosi, che però non intacca la solidarietà autoctoni-clandestini. Per le strade, si muovono ancora gruppetti di maghrebini. Un pulmino della guardia di finanza si aggira alla ricerca dei fuggitivi. Ogni volta che ne incrocia qualcuno, l'autista fa un fischio e lo invita a salire. Gli immigrati tornano nel Cpa.  A sera, eccetto qualche decina, sono quasi tutti rientrati. Ma è un rientro temporaneo. Domani è un altro giorno e se il governo non recede dai suoi propositi, se non si decide a trasferire gli immigrati in altri centri sul continente, se non fa una qualche marcia indietro sul centro di identificazione, la miccia è destinata ad accendersi di nuovo.
di Stefano Liberti

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