martedì 27 gennaio 2009

La solitudine palestinese nell'Islam


Durante l’operazione “Piombo Fuso”, su circa 50 paesi musulmani nessuno è intervenuto contro Israele. I palestinesi, gli unici che sono dominati da Israele, sono gli unici che combattono realmente lo stato ebraico. C’è forse un legame tra il fatto che i palestinesi sono gli unici musulmani che impugnano le armi contro Israele ed il fatto che sono gli unici che non hanno la libertà? – si domanda il giornalista israeliano Larry Derfner

Interessante: vi sono circa un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo, circa 50 paesi musulmani, tutti armati, molti dei quali con missili che potrebbero colpire Israele; tutti questi paesi sopportano Israele meno che mai in queste ultime settimane – ma nessuno di loro ha alzato un dito contro di noi.

Il più interessante è stato Hezbollah. Sta seduto proprio sopra di noi, con più di 40.000 missili; avrebbe potuto far piovere l’inferno su questo paese, e diventare l’eroe di tutto il mondo islamico infuriato – ma non ha fatto nulla. Mentre Israele distruggeva Gaza ed al-Jazeera trasmetteva le immagini di questa devastazione 24 ore su 24, tutto quello che è venuto dal sud del Libano è stata una mezza dozzina di razzi, uno dei quali ha danneggiato una stanza da bagno in una vecchia casa di Nahariya scioccandone gli inquilini, mentre gli altri sono finiti nei campi. Né Hezbollah né nessun altro ha osato rivendicare questi “attacchi”. Altrove nella regione, vi sono stati alcuni proiettili vaganti sparati contro gli israeliani da oltre confine, dalla Giordania e dalla Siria, ed anche in questo caso nessuno ha rivendicato queste “operazioni”.

Questo è quello che è successo. Questo è stato il risultato complessivo della risposta militare del mondo musulmano all’operazione “Piombo Fuso”. Con tutti i suoi strepiti e le sue armi, Hezbollah non ha alzato un dito contro Israele, né lo ha alzato la Siria o l’Iran.

Perché? Perché non hanno voluto? Certamente lo volevano. Avrebbero ottenuto una tale gloria presso i musulmani di tutto il mondo. Avrebbero perfino potuto spingere un’allarmata amministrazione Bush ad ordinare ad Israele di porre fine ai combattimenti al fine di evitare una guerra più ampia, incontrollabile – cosa che avrebbe umiliato Israele ed esaltato Hezbollah, la Siria, l’Iran, o chiunque altro fosse venuto in soccorso di Gaza.

L’intero mondo musulmano – incluse le forze più fanatiche ed apocalittiche – ha rinunciato alle possibilità di gloria in un jihad contro i sionisti che stavano distruggendo Gaza, per la semplice ragione che aveva paura: un miliardo e mezzo di musulmani, circa 50 paesi musulmani senza contare Hezbollah; e la potenza militare di Israele li ha dissuasi tutti. Completamente.

A tal punto siamo forti. A tal punto incutiamo timore. L’operazione “Piombo Fuso” ha dimostrato (se ce ne fosse ancora bisogno) che siamo il colosso del Medio Oriente. A questo punto la domanda è: com’è possibile che, mentre il resto del miliardo e mezzo di musulmani ha paura di toccarci, questi palestinesi non mettono giù le loro armi e i loro razzi? Su un miliardo e mezzo di musulmani, i quali senza alcun dubbio ci odiano, com’è possibile che gli unici che realmente ci combattono sono i 3,5 milioni di palestinesi?

Ciò potrebbe aver a che fare con il fatto che, del miliardo e mezzo di musulmani, gli unici che sono dominati da Israele sono questi stessi 3,5 milioni di palestinesi? Mentre i palestinesi non sono affatto gli unici a odiare Israele, potrebbero le due sole cose che li contraddistinguono in maniera unica – il fatto che combattono Israele, ed il fatto che sono dominati da Israele – essere collegate?

Io ho sempre creduto che lo fossero, ed ho sempre creduto che se smettessimo di dominare i palestinesi, loro smetterebbero di combatterci, ma ho perso questa convinzione alcuni mesi dopo che ci siamo “disimpegnati” da Gaza, perché i razzi Qassam hanno continuato a cadere su Sderot. Avevo appoggiato il disimpegno perché pensavo che una volta che fossimo usciti da Gaza, i miliziani di Hamas avrebbero smesso di spararci addosso. Mi immaginavo che essi avrebbero continuato a sparare i razzi in un primo momento, essendo ubriacati dalla vittoria e ritenendo di poterci scacciare anche dalla Cisgiordania, e poi dal resto di Israele. Ma mi immaginavo anche che, dopo che noi li avessimo colpiti molto duramente in risposta, essi avrebbero ben presto capito che non ne valeva la pena, e Sderot avrebbe presto ritrovato la pace e la tranquillità.

Ma questo non è accaduto. Li abbiamo colpiti ripetutamente, ed essi hanno continuato a rispondere con un numero sempre maggiore di razzi. A volte ne abbiamo uccisi dai 10 ai 20 al giorno, ed essi hanno soltanto intensificato i loro lanci – da Sderot ad Ashkelon. Così ho pensato che questi miliziani di Hamas sono realmente degli scorpioni – non li puoi dissuadere, puoi soltanto ucciderli. Anche se metti fine all’occupazione a Gaza, anche se lasci vivere finalmente in libertà la gente laggiù, senza interferenze israeliane, i terroristi fra loro continueranno a cercare di uccidere gli israeliani – perfino se tu ne uccidi molti di più in risposta, perfino se uccidi anche i civili di Gaza oltre a loro. E mentre questa spirale va avanti, Hamas non fa che diventare più popolare.

Dunque cosa fare? Ho pensato che se non puoi dissuaderli, tutto quello che puoi fare è combattere una guerra di logoramento per alcuni decenni fino a quando i musulmani, se tutto va bene, si stancheranno dell’islamismo. Ho anche rinunciato all’idea di un ritiro unilaterale dall’interno della Cisgiordania, perché da lì essi potrebbero realmente lanciare razzi contro l’aeroporto Ben-Gurion. Se non puoi dissuaderli a Gaza, non puoi dissuaderli neanche a Nablus, Jenin, Ramallah o Hebron. Questi miliziani di Hamas sono scorpioni – pensavo.

Fin dall’inizio avevo letto qua e là di come Gaza, dal momento del disimpegno, era “sotto assedio”, di come era diventata la “prigione più grande del mondo” – ma non registravo questa cosa poiché volevo che nulla offuscasse la mia certezza, la mia soddisfazione che Israele avesse finalmente fatto la cosa giusta, che avesse cominciato a togliere l’occupazione, e che Hamas e la Jihad Islamica, che io odio, ci stessero combattendo comunque cosicché noi eravamo pienamente giustificati nel combatterli a nostra volta in maniera ancora più dura.

Fin dall’inizio avevo letto di Gaza assoggettata al “blocco”, della “malnutrizione”, della “crisi umanitaria”, ma non lasciavo che queste cose si registrassero nella mia mente. Ero sicuro che noi fossimo nel giusto, e che loro avessero torto, e che fosse così.

E’ andata avanti così fino a qualche mese fa, quando tutte queste citazioni riguardanti l’ “assedio”, la “prigione”, il “blocco”, la “malnutrizione”, e la “crisi umanitaria” hanno raggiunto una massa critica, ed io ho guardato alla situazione, ed ho ammesso fra me e me che non ci siamo mai disimpegnati del tutto da Gaza. Abbiamo tirato fuori da Gaza i nostri soldati e i nostri coloni, ma l’abbiamo circondata e soffocata dall’esterno. Abbiamo rinchiuso un milione e mezzo di persone nel luogo più affollato del pianeta ed abbiamo permesso l’ingresso, attraverso i valichi di confine, soltanto del cibo e dei medicinali appena sufficienti per impedire che morissero di fame e di malattie.

Con l’aiuto degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dell’Egitto, abbiamo messo Gaza in quarantena e la stiamo alimentando attraverso una flebo.

Così, quando Hamas ha offerto di estendere il cessate il fuoco, il mese scorso, in cambio di una sospensione dell’assedio, ho pensato che avremmo dovuto accettare questa offerta. Avremmo dovuto tentare ciò che non avevamo mai tentato prima a Gaza: il disimpegno. Se non avesse funzionato, se Hamas avesse continuato a lanciare i razzi – anche dopo tre anni in cui Gaza aveva vissuto sotto assedio, ed oltre 1.200 gazesi erano stati uccisi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) – avremmo potuto imporre nuovamente l’assedio, e riprendere a sparare.

Tuttavia, se avesse funzionato, Sderot, Ashkelon, e tutte le altre città del sud avrebbero avuto la pace e la tranquillità. I gazesi, per la prima volta avrebbero potuto costruire un porto, ed un aeroporto, e viaggiare e commerciare liberamente.

E’ vero, Hamas avrebbe avuto possibilità molto maggiori di incrementare il suo arsenale. E così Gaza si sarebbe unita ai circa 50 paesi musulmani, senza contare Hezbollah, che hanno armi e che hanno la sovrana libertà di rendersi forti quanto vogliono – anche se, militarmente, Gaza sarebbe rimasta comunque anni luce indietro rispetto all’Iran, alla Siria, al Pakistan, all’Egitto, alla Giordania, a Hezbollah ed agli altri.

Inoltre, Gaza si sarebbe unita a quei paesi musulmani che sono liberi dal dominio israeliano. Come gli altri, una Gaza liberata avrebbe ancora odiato Israele. Ma come gli altri, penso che avrebbe anche avuto paura di attaccare Israele.

Io penso che se togliamo l’assedio, la deterrenza può funzionare a Gaza, anche con Hamas. E se funziona a Gaza, e riusciamo a raggiungere un accordo in Cisgiordania – che, lo so, non sarà affatto facile – allora penso che potremmo porre fine all’occupazione anche laggiù, ed il potere deterrente delle IDF manterrebbe al sicuro l’aeroporto Ben-Gurion ed il resto del paese.

Siamo incredibilmente forti. Siamo più forti del resto dei nostri nemici messi insieme. Loro ci temono mortalmente. Quest’ultima guerra lo ha dimostrato in maniera definitiva. Se noi li eviteremo, loro ci eviteranno. Ci siamo riusciti con un miliardo e mezzo di musulmani. Ne sono rimasti solo 3,5 milioni, ma prima di tutto dobbiamo liberarli.

Larry Derfner è un giornalista israeliano che si occupa di questioni interne e mediorientali; scrive abitualmente sul Jerusalem Post

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/26/solo-una-nazione-di-musulmani-combatte-israele-perche/

Titolo originale:

Only one Muslim nation fights us. Why?


Kenya tra potere e giustizia speciale


In Kenya si è vicini alla creazione di un tribunale speciale che dovrebbe processare un folto gruppo di personalità politiche sospettate di avere alimentato gli episodi di violenza e le agitazioni che percorsero il paese a inizio 2008, subito dopo le elezioni.
Questa mossa potrebbe evitare ai personaggi accusati, tra i quali compaiono anche dei ministri tuttora in carica, un possibile processo di fronte alla Corte Penale Internazionale, che infatti può intervenire solo se il paese interessato non può o non vuole agire per punire crimini internazionali. Nonostante la Corte non abbia ancora emesso nessun atto di accusa, si è pensato a un suo coinvolgimento visto il carattere etnico e sistematico delle violenze commesse in Kenya.
I disordini dello scorso anno causarono più di 1.300 morti e circa 350.000 profughi. Diverse bande, che pare rappresentassero le forze politiche rivali, incendiarono case e distrussero proprietà per un valore complessivo di milioni di dollari. In molti furono sorpresi dall'ondata di violenza in un paese ormai percepito come una democrazia stabile ed emergente.
L'ex Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan giocò un ruolo decisivo nelle trattative tra il presidente Kibaki e il leader dell'opposizione Odinga, fino al raggiungimento di un'intesa che pose fine ai disordini. Si trattò di un accordo di condivisione del potere, in base al quale Kibaki mantenne la presidenza e Odinga diventò primo ministro, mentre i ministeri furono divisi equamente tra i due schieramenti.
Il governo di coalizione istituì una commissione d'inchiesta sulle violenze, composta da tre giudici, due internazionali e uno keniano, che compilarono un rapporto completo, comprendente anche una lista di dieci personaggi di alto calibro accusati di coinvolgimento nelle rivolte. I nomi furono consegnati a Kofi Annan, con l'incarico di inviarli alla Corte dell'Aia nel caso in cui il governo keniano non riesca a formare il tribunale speciale entro il primo marzo.
Ora il parlamento del Kenya deve riformare la Costituzione e far passare entro febbraio alcune leggi che includano le disposizioni del Trattato di Roma del 1998, col quale si istituì la Corte Penale dell'Aia. Questi provvedimenti permetterebbero al tribunale speciale di perseguire i crimini di guerra e quelli contro l'umanità.
Sembra che i politici accusati preferiscano essere processati nel loro paese piuttosto che all'Aia. Al contrario, molti auspicano un processo di fronte alla Corte Penale Internazionale, diffidando della cultura dell'impunità che storicamente ha sempre protetto i personaggi ricchi e famosi in Kenya.
I sostenitori di un tribunale locale, invece, non vedono nessun rischio di questo tipo, perché l'organo di giustizia sarebbe formato da incaricati sia di Kibaki che di Odinga e soprattutto dalla squadra di Annan, che selezionerebbe dei giudici stranieri. Questi ultimi porterebbero un'imparzialità apprezzata in particolare dai difensori degli accusati, i quali temono che Kibaki ed Odinga si possano servire del tribunale per liberarsi di scomodi avversari o per altri scopi politici.
E' tuttavia possibile che il tribunale speciale keniano non veda mai la luce del giorno, perché il parlamento potrebbe soccombere alle pressioni politiche provenienti da diverse parti e quindi non approvare le leggi necessarie. Si tratta di una preoccupazione legittima, poiché i provvedimenti più rilevanti costituirebbero degli emendamenti della costituzione e richiederebbero una maggioranza di due terzi. 
Di fatto, anche se il tribunale speciale deve navigare nelle infide acque della politica, potrebbe diventare una pietra miliare della giustizia per il Kenya e dare l'esempio su come l'Africa può opporsi alla sua spirale di violenza.

di Marco Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1094

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