sabato 31 gennaio 2009

Gaza, Mustafa Barghouti e gli obiettivi da raggiungere


A pochi giorni dal cessate il fuoco unilaterale proclamato da Hamas ed Israele, la popolazione di Gaza si sta accorgendo del livello di distruzione che ha colpito le loro case e le loro vite. 1335 abitanti di Gaza sono stati uccisi; in maggioranza civili civili, inclusi 400 bambini innocenti, mentre 5000 sono i feriti gravi. 

Oggi chiediamo ai nostri amici, colleghi, e a tutti coloro che hanno a cuore valori quali la libertà e il rispetto dei diritti umani, di agire con decisione per raggiungere i seguenti obbiettivi: 
1) Porre fine all’occupazione Israeliana sia a Gaza che in Cisgiordania. 

Il Governo Israeliano afferma di aver ritirato il suo esercito da Gaza. Ma si tratta di una bugia. Israele occupa a tutt’oggi la Striscia, i suoi aerei controllano lo spazio aereo e le sue navi pattugliano la costa. Le stesse truppe di terra occupano una zona all’interno del territorio di Gaza, e i valichi di ingresso sono ancora chiusi dall’esercito che non ne consente l’apertura nemmeno per il passaggio degli aiuti umanitari. 

L’esercito israeliano ha gia’ violato il cessate il fuoco in numerose occasioni. Solo ieri una nave militare ha colpito 5 pescatori palestinesi che si trovavano a pescare sulla spiaggia, da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, un consistente numero di abitanti di Gaza sono stati uccisi o feriti. 

2) Rimuovere l’assedio inumano imposto a Gaza, aprendo tutti i valichi, incluso quello di Rafah. 

Se i valichi rimangono chiusi sara’ impossibile rispondere anche soltanto alle piu’ basilari esigenze umanitarie, per non parlare della ricostruzione delle 25000 abitazioni danneggiate nei bombardamenti e della riparazione delle infrastrutture. 

I cancelli della ‘Prigione di Gaza’, che ospita 1milione e mezzo di persone devono essere aperti se esiste il minimo rispetto e volontà di alleviare la sofferenza dei suoi abitanti. 

3) Creare una commissione indipendente per investigare gli eventuali crimini di Guerra e contro l’Umanita’ commessi da Israele, incluso l’uso di armi non convenzionali. 

4) Portare il Governo Israeliano e l’establishment militare davanti ad un tribunale di guerra. 

Benche’ Israele abbia dimostrato in passato di avere scarso rispetto per il Diritto Internazionale altri paesi suoi alleati non dovrebbero dimenticare le loro responsabilita’ di fronte alle corti criminali internazionali. Questo significa agire contro i responsabili delle politiche israeliane che cerchino di recarsi all’estero, avviando procedimenti penali contro questi ultimi per i gravi atti da loro compiuti a Gaza . 

5) Cessare immediatamente ogni forma di cooperazione militare con Israele, includendo l’immediata cancellazione di qualsiasi operazione di import/export militare che veda coinvolto Israele 

Dovrebbe essere immediatamente chiarito agli alleati politici ed economici dello Stato di Israele che la loro assistenza viene utilizzata per sostenere l’oppressione del popolo Palestinese in contrasto con il diritto internazionale e gli stessi diritti umani. Se il supporto da parte dei partner stranieri proseguira’, crediamo che Israele non avra’ alcuna ragione per porre fine ai suoi comportamenti criminali. 

6)Immediata sospensione dei rapporti privilegiati con Israele, incluso il potenziamento delle sue relazioni con l’Unione Europea. 

Ne’ i Palestinesi ne’ gli Europei possono riportare in vita i 1335 uomini, donne e bambini uccisi. Né e’ possibile riparare totalmente i danni provocati all’economia di Gaza. 

Ma insieme possiamo prevenire futuri crimini di guerra, e fermare la follia militarista di Israele 

Ancora piu’ importante è che possiamo ridare fiducia nell’umanita’ ad una popolazione, quella palestinese, che negli ultimi anni e’ stata abituata alla perpetrazione degli abusi e dei piu’ orribili delitti, mentre il mondo rimaneva passivamente a guardare. 

A nome della Palestinian National Initiative 
E del Palestinian National Committee to Support Gaz

di Dr. Mustafa Barghouthi 

Mustafa@hdip.org

fonte: luisa.morgantini@europarl.europa.eu

Comparso su: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o14094

“Yes We Can”...Che cosa?


Quando nella notte di martedì 4 Novembre 2008 sono arrivati i risultati che confermavano la vittoria di Obama, milioni di americani si sono lasciati andare a manifestazioni che probabilmente non si erano mai viste nella storia di questo impero malato ma pur sempre grande. 
Ero a Chicago ed era dagli anni novanta, quando i Chicago Bulls di Michael Jordan dominavano la NBA, che lì non vedevo scene di simile entusiasmo. Gioivano i suoi sostenitori, bianchi e neri, per i quali il profetico sogno di Martin L. King si era avverato almeno per una notte. Sono caduti nella disperazione tutti coloro che hanno accolto la vittoria di Obama come la fine del sogno bianco americano.
Nella grande e costosissima operazione di marketing in cui consistono le elezioni americane, Obama ha puntato sul famoso slogan “Yes We Can”, che significa anche: “Siamo in grado di attuare i cambiamenti che il paese si aspetta ma non è detto che avremo la forza e la volontà politica di implementarli”. Ma negli Stati Uniti non esiste la cultura del saper leggere tra le righe, e quindi gli elettori hanno conferito a Obama il mandato presidenziale intendendo per “cambiamenti” il ritorno dell’America agli americani onesti. Un mandato che è anche accompagnato da una maggioranza democratica, sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato. 
Adesso tutti parlano di evento storico, tutti parlano di rinascita americana, di come la democrazia di questo paese sia capace di rigenerarsi nei suoi momenti più difficili. Ma prima di parlare di cambiamenti bisogna ricordare che la vittoria di Obama è dovuta più a uno spostamento di voti che ad una rivoluzione di consensi. In fin dei conti, ben il 46% dei votanti ha optato per McCain. 
Il fattore determinante della vittoria di Obama è stato indubbiamente l’eccellente campagna di sensibilizzazione messa in moto dal partito democratico per portare alle urne sopratutto la gente di colore. Cioè quelli che da sempre sono stati fra i più discriminati e boicottati nell’espletare il loro diritto di voto. Ed è quindi ancora presto per potere affermare se la vittoria di Obama sia un rinnovamento di facciata o un cambiamento di contenuti. 
Se ci riallacciamo ai temi della campagna elettorale allora tutti i segnali sono negativi, per quanto sia normale che le campagne elettorali siano il ricettacolo di tutte la bugie che i candidati riescono ad inventarsi. 
Nessuna apertura davvero sostanziale verso l’Iran e la Siria, con conseguente impossibilità di risolvere il problema Iraq. Niente fine del vergognoso embargo verso Cuba, ormai condannato da 175 paesi. Ma è verso la Terrasanta che ci sono stati i segnali peggiori. Ad un certo punto della campagna elettorale i due candidati, poco importa la denominazione o la colorazione politica, devono fare un pellegrinaggio obbligato, ossia il discorso davanti all’
AIPAC (American Israel Pubblic Affairs Committee).
Questa potentissima lobby è in effetti il braccio organizzativo e direttivo dei neocon e dei Likudnik e al cui programma politico militare hanno aderito anche i fondamentalisti cristiani (evangelisti) dalle cui “madrasse” incitano all’odio razziale e chiedono una guerra totale all’Islam. 

Anche nel 2008 più di 300 deputati e senatori si sono inginocchiati davanti a 700 esponenti dell’AIPAC. I due candidati Obama e McCain hanno fatto a gara per dimostrare la loro adulazione e completa sottomissione alle parole d’ordine della 
Israel Lobby

Ha vinto indubbiamente Obama con la sua dichiarazione di sostegno a Gerusalemme capitale “indivisa” dello stato ebraico. Questa affermazione è di una gravità senza precedenti. Nessun candidato e/o presidente si era mai spinto fin qui. Tutti sanno, inclusi gli israeliani, che questa è una posizione indifendibile oltre che illegale, tanto è vero che lo stesso Dipartimento di Stato statunitense non ha mai pensato di fare il disastroso passo di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. 

Così come la nomina di Rahm Emanuel a “chief of staff” della Casa Bianca è un grande impedimento alla soluzione del conflitto Israelo-Palestinese in termini equi e giusti per le due parti. Rahm Emanuel ha servito nelle forze armate israeliane ed è figlio di un noto membro del famigerato gruppo terroristico ebreo 
Irgun. Il giornale israeliano «Haaretz» lo ha definito come “il nostro uomo alla Casa Bianca”. 

È quindi troppo presto per decifrare il vero significato del motto “Yes We Can”. Forse c’è la volontà politica ma sicuramente non c’è, almeno per ora, la forza politica necessaria a cancellare la più potente ipoteca lobbistica su Washington, la capitale che non per niente è stata definita da 
Pat Buchanan – pur molto fermo sull’idea che debba esserci un “strong, independent state of Israel“ – con la temeraria iperbole di “jewish infested territory”. E dunque finché l’ipoteca degli oltranzisti filoisraeliani grava su Washington, il problema è destinato a peggiorare, chiunque sia il presidente.
di Ugo Natale

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