mercoledì 4 febbraio 2009

Tirrenia, dopo Alitalia tocca alla compagnia di bandiera del mare?


La ruggine. Il nemico del traghetto superveloce Taurus, l’orgoglio della flotta Tirrenia, non sono le onde, perché la sua prua affilata non se le ricorda nemmeno più. Al massimo gli arriva l’eco delle mareggiate che si insinua tra i moli del porto di Genova e fa oscillare la nave di qualche centimetro. Il Taurus è fermo da anni. Entrato in servizio nel 1998, dopo appena qualche stagione di gloria è stato abbandonato in un molo defilato. Una nave nuova condannata a essere mangiata dal salino. A Genova nessuno o quasi si ricorda del Taurus, perso tra traghetti in riparazione e ferrivecchi in demolizione. Una delle centinaia di navi ormeggiate nel porto, città nella città, con una superficie pari quasi a quella dell’altra Genova. 

Il Taurus doveva diventare il simbolo della Tirrenia moderna che si avviava a nuove sfide e, invece, potrebbe essere il simbolo della crisi della compagnia. E per capire gli errori e le difficoltà della Tirrenia bisogna visitare il Taurus. Ecco l’ingresso pretenzioso che accoglieva i viaggiatori: le scale mobili ferme da anni, la moquette annerita. Entrare non è difficile, «suonare il campanello» c’è scritto, ma chiunque può farsi avanti. All’interno ci si perde nei saloni che per poche stagioni hanno accolto i passeggeri. Ovunque abbandono, puzza di petrolio. Il ponte di comando, che ricorda quello di un aereo, da anni è affacciato sullo stesso orizzonte: il porto. Ogni tanto arriva un tecnico della Tirrenia e si porta via un pezzo. L’equipaggio del Taurus oggi è composto da quattro marinai: passano le giornate aggirandosi per i corridoi vuoti, accendendo i giganteschi motori, provando le luci per un viaggio immobile. Eppure sul sito internet della Tirrenia il Taurus figura tra le unità in servizio: «40 nodi di velocità, 146 metri di lunghezza», ricorda con orgoglio la compagnia. Alle tre gemelle (Aries, Scorpio e Capricorn) è capitata una sorte appena migliore: stanno ormeggiate per dieci mesi l’anno e d’estate vengono riesumate per qualche viaggio. 

Non è andata meglio allo Scatto e al Guizzo, i due traghetti veloci varati all’inizio degli anni Novanta: uno è già in disarmo. E pensare che queste navi sono costate alla Tirrenia, e quindi al contribuente, circa cinquecento miliardi di lire. Dovevano servire per dare una boccata d’ossigeno alla Fincantieri in crisi e per lanciare un nuovo modo di navigare. «Gioielli della tecnologia, peccato che si bevessero tonnellate di gasolio per fare poche miglia. Bellissimi, ma totalmente antieconomici...», allargano le braccia i marinai che ci hanno navigato. Insomma, una scelta fallimentare. Chissà che fine faranno i traghetti superveloci. Chissà a che cifra saranno svenduti. Secondo Credit Suisse, l’intera flotta Tirrenia non varrebbe più di 650 milioni. Meno dei debiti della società che ora deve essere privatizzata. Già, dopo l’Alitalia tocca alla compagnia di bandiera del mare (in tutto 90 navi). E le similitudini tra le due vicende non finiscono qui: anche Tirrenia vanta una voragine nei suoi conti con 800 milioni di debiti. 

Non basta: per Tirrenia si rischia di assistere a uno spezzatino con le linee in passivo rifilate alle regioni e quelle più redditizie (con le navi più moderne) vendute ai privati. Nonostante le ripetute sollecitazioni dell’Ue, di certezze sulla privatizzazione non ce ne sono molte. A parte l’interessamento dei privati: da Gianluigi Aponte - napoletano, emigrato in Svizzera, che guida uno dei maggiori gruppi armatoriali del mondo - a Vincenzo Onorato della rivale Moby. Ma che cosa ne sarà dei tremila dipendenti (2.400 naviganti e 600 amministrativi)? «Sarà peggio dell’Alitalia», è convinto Roberto Scotti, segretario Filt Cgil settore marittimo. Aggiunge: «Nel trasporto marittimo non sono previsti ammortizzatori sociali. Non solo: i dipendenti della Tirrenia vengono in gran parte dalla Campania, da zone con gravi problemi occupazionali e sociali». 

La soluzione? «Forse per garantire l’occupazione bisognerebbe escludere dall’asta gli armatori concorrenti che finirebbero per accorpare e tagliare posti». Ma Scotti pone altri interrogativi: «I privati si prenderanno carico delle linee meno redditizie o dei collegamenti invernali?». Ieri sera sul Genova-Olbia viaggiavano solo 106 passeggeri, sufficienti a coprire meno di un quinto dei 50mila euro di costo della traversata. «Questo - conclude Scotti - è il momento peggiore per vendere. La crisi del settore ha ridotto i prezzi a un decimo di pochi mesi fa, si rischia di svendere, magari facendo un favore a qualcuno». Di sicuro, però, c’è che a timonare Tirrenia verso la privatizzazione sarà Franco Pecorini, l’uomo che forse vanta il record mondiale di permanenza alla guida di una società. Era il 1984 quando salì sul ponte di comando. Da allora non si è mosso, ha resistito a diciotto governi: si diceva che fosse in quota socialista, ma Craxi è passato e Pecorini no. Prodi, pare, si era ripromesso di sostituirlo e non lo fece. Berlusconi, si racconta tra i moli, assicurò un avvicendamento e lo ha riconfermato. Pecorini di certo è stimato in Vaticano: qualcuno racconta dei funerali di papa Wojtyla, con il numero uno della Tirrenia accanto a Bush. E proprio Giovanni Paolo II lo nominò Gentiluomo di Sua Santità.
di Ferruccio Sansa

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