domenica 8 febbraio 2009

Da dove veniva la pistola che uccise la Politkovskaja?


Certo che a Mosca si fa davvero di tutto per rendere poco credibile la giustizia. L’ultima novità, davvero sconcertante, uscita dal processo per l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja (la fonte, citata dall’agenzia Novosti, è un anonimo personaggio “vicino ai giudici”) è che la pistola usata per ucciderla era ben nota alla polizia già da prima: anzi, era proprio in possesso degli organi di sicurezza, depositata presso la Procura, in quanto usata in precedenza in un altro crimine, il tentato omicidio di un tal Omarov, in Dagestan, nel 2002. Non è chiaro come abbia fatto l’arma a uscire dagli uffici della procura e a finire nelle mani di Sergej Khadzhikurbanov, uno degli imputati nel processo in corso, il quale l’avrebbe poi passata al presunto killer (attualmente al largo, all’estero), Rustam Makhmudov. Dagli atti dell’istruttoria, l’imputato sostiene di aver comprato la pistola in Dagestan, ma non si sa né da chi né quando…
di Astrit Dakli

In Italia la Chiesa è la Corte di Cassazione


Il Vaticano e i vescovi italiani non si arrendono e a Giorgio Napoliatano chiedono di ripensarci. Che firmi, il nostro presidente della Reppubblica, quel decreto che secondo le migliori intenzioni di Silvio Berlusconi dovrebbe tenere in vita Eluana Englaro. Contro la sentenza della Cassazione e la volontà di papà Beppino. Oggi Benedetto XVI, pur senza mai citare Eluana Englaro, ha riaffermato «con vigore», in un messaggio per la 17/esima Giornata del Malato, «l'assoluta e suprema dignità di ogni vita umana», anche «quando è debole e avvolta nel mistero della sofferenza». Su Eluana è intervenuto anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Angelo Bagnasco. Suo un editoriale, pubblicato sull' "Avvenire" solo con nome e cognome ma senza qualifica che parla di "omicidio" e di "eutanasia mentre il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, nega qualsiaisi «ingerenza» vaticana negli affari interni dello stato italiano. 
Uscito un po' a pezzi dal caso dei vescovi lefebvriani, il Vaticano torna a ringalluzzirsi sulla vicenda di Eluana Englaro. E si dichiara prima entusiasta del decreto emanato dal governo, quindi deluso dalla ferma risposta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che cassa il decreto in nome della Costituzione. È costernato il cardinal Martino, presidente di «Giustizia e pace», che il decreto approvato dal consiglio dei ministri vedeva in perfetta armonia con il dettato costituzionale. Costernato e disorientato: ma come, «la Repubblica nelle sue leggi tutela la vita umana fino alla fine naturale. Che cosa vuol dire adesso? Che la Repubblica quella vita non la tutela più?». E sullo stato attuale di Eluana Englaro cui i medici hanno cominciato a ridurre l'alimentazione, sinistre suonano le parole di Martino: «Si fa morire una persona assetata e affamata, questo non è umano». 
Pieno sostegno della Santa Sede anche all'ipotesi, prospettata da Berlusconi, di varare entro tre giorni una legge sul testamento biologico mettendo mano alla Carta Costituzionale: «Tutto quello che si può fare - sostiene ancora il cardinal Martino - per salvare una vita e non introdurre per vie traverse l'eutanasia in Italia va fatto». 
Ora sulle dichiarazioni che arrivano dalla Santa Sede e dintorni si potrebbe continuare per ore ma ciò che veramente colpisce - oltre all'inaccettabile ed ennesima ingerenza del Vaticano nelle questioni dello stato italiano - è il protagonismo con cui la Santa Sede pretende di blandire i temi della vita e della morte, dell'etica e della bioetica. Detto in altri termini, l'impegno del magistero cattolico ad acquisire su questi temi competenza esclusiva.
C'è da chiedersi se tutto ciò sia merito del Vaticano o demerito di una classe politica, quella italiana, sempre più silente e reticente nel prendere di petto e affrontare nelle sedi istituzionali le suddette questioni sopra le quali - prima di tutte - svetta quella della laicità dello stato. Si ha l'impressione che tanto la sinistra radicale quanto quella moderata considerino questo un problema secondario. 
Non è, del resto, un fatto nuovo. Fa parte della tradizione di una certa sinistra e dello stesso Pci. Non fu Palmiro Togliatti a caldeggiare l'approvazione dell'articolo 7 della Costituzione - «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani e i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi» - sperando così di evitare lo scontro con la Chiesa? Ma a che servì quella decisione? Non certo a fermare la mobilitazione sanfedista del '48 quando il clero scese in piazza contro la Repubblica italiana. 
Questo per quanto riguarda la storia mentre la cronaca ci parla di una sinistra moderata - chiamiamo così il Partito democratico di Walter Veltroni - sempre più ostaggio della corrente teodem di Paola Binetti. Eppure la laicità non è estranea a quel partito come dimostrano le posizioni di Rosi Bindi o di Ignazio Marino.
Eppure la Chiesa di papa Ratzinger di quelle posizioni non ha bisogno come non ha bisogno dell'eredità del Concilio Vaticano II che, invece, cerca di mettere in mora. Lo dimostra il caso dei vescovi lefebvriani riabilitati eppur negazionisti. Lo dimostra il caso di Eluana Englaro che vede la Chiesa intervenire sui temi etici ora perché connessi con la chiesa stessa ora perché - al contrario e paradossalmente - per niente confessionali.
Quella intrapresa è una brutta strada. È la strada che al dialogo religioso, come lo stesso pontefice Benedetto XVI ha avuto modo di affermare, preferisce quello più semplicemente «culturale».
di Iaia Vantaggiato

L'ombra dell'estrema destra sulle elezioni israeliane


A pochi giorni da un voto importantissimo per Israele, previsto per martedì 10 febbraio, gli ultimi sondaggi elettorali hanno gettato scompiglio tra i dirigenti dei massimi partiti, e nonostante le incertezze siano ancora alte tra gli elettori, potrebbe configurarsi uno scenario del tutto nuovo per il governo di Tel Aviv.
Si chiama Israel Beitenu (Israele Casa Nostra) il movimento politico, populista e ultranazionalista di destra, che può rimescolare le carte e diventare l'ago della bilancia per la formazione del prossimo governo. È guidato da un leader finora considerato rozzo, pittoresco e torbido, ma il cui linguaggio diretto e non conformista sta facendo breccia presso l'opinione pubblica israeliana: Avigdor Lieberman è l'uomo nuovo di questa tornata elettorale.
Fieramente di origine russa (e non fa nulla per celare il suo evidente accento durante i discorsi pubblici), Lieberman si rivolge in particolare proprio alla sua gente, gli ebrei russi di Israele, una comunità di "ultimi arrivati" (in gran parte sono giunti nel paese venti anni fa, con la fine dell'Urss) e spesso trattati come cittadini di seconda categoria, tanto che molti lamentano una mancata integrazione se non addirittura razzismo nei loro confronti. Alcuni, specialmente giovani, se ne vanno per trovare fortuna in America o Europa, ma quelli che rimangono sono tanti e rappresentano il 20% della popolazione ebraica.
La condizione dei russi di Israele ne fa una comunità speciale, quasi a parte, in cui gli ultra quarantenni preferiscono esprimersi in russo piuttosto che in ebraico, che ha accesso solo ai lavori più umili e sottopagati malgrado molti di loro avessero avuto una istruzione superiore in Unione Sovietica. Questa comunità soffre della cosiddetta "sindrome dell'assedio", sia all'interno del paese che verso l'esterno, e identificano negli arabi il proprio nemico, sia gli arabi-israeliani, cittadini israeliani a tutti gli effetti ma di etnia araba e religione musulmana, in quanto loro concorrenti sociali diretti nella più classica delle guerre tra poveri, sia gli arabi dei Territori perché sognano che con un "Grande Israele" ci possa essere uno spazio vitale anche per loro.
Già nel 2006 il 60% della comunità di origine russa aveva votato per Avigdor Lieberman, ed ogni giorno che passa questa tendenza sembra consolidarsi. Non a caso le parole d'ordine di questa campagna elettorale sono state contro gli arabi di Israele, che specialmente durante l'ultima guerra di Gaza avevano manifestato con fermezza contro l'uso spropositato della forza dell'esercito di Tel Aviv, e dunque considerati alla stregua di traditori e quinta colonna di Hamas all'interno di Israele stesso. "Niente lealtà, niente cittadinanza" tuona Lieberman ad ogni comizio contro gli arabi col passaporto d'Israele.
Ma queste idee sono ormai dilagate nell'opinione pubblica, in un recente sondaggio il 70% della popolazione si è detta d'accordo con questo slogan ed il successo è quasi unanime tra i più giovani. I media israeliani sono arrivati addirittura a parlare di "russificazione" della campagna elettorale, intendendo una forte sterzata a destra dei sentimenti popolari e del sentire comune. 
I sondaggi, se confermati, dicono che il Likud di Netanyahu (destra conservatrice) rimane il primo partito con qualche punto di vantaggio sui centristi di Kadima guidati da Tzipi Livni, ma il cui consenso è stato fortemente eroso nelle ultime settimane proprio a vantaggio di Israele Casa Nostra che diventa il terzo partito del paese sopravanzando i Laburisti. Secondo le proiezioni Liberman potrebbe contare su quasi 20 seggi, ovvero indispensabile per la formazione di qualunque governo, a meno di ricorrere a larghe intese, un poco proponibile accordo di unità nazionale tra Likud e Kadima. 
Netanyahu è stato il primo ad accorgersi del pericolo che gli veniva da destra. Le liste del suo partito sono infatti state riempite di "falchi", ha fatto più volte riferimento ad un voto utile evocando il pericolo che disperdere i voti a destra potrebbe favorire solo Kadima, ma al tempo stesso ha rassicurato l'elettorato che in caso di vittoria metterà a disposizione di Liberman un importante ministero del suo governo. 
Ma la "russificazione" sembra ormai la parola d'ordine anche nei partiti di sinistra. Il ministro della difesa laburista, Ehud Barak, ha incentrato tutta la sua campagna elettorale sul suo passato militare di generale super decorato, sulla necessità della sicurezza per Israele, sulla fermezza e decisione dimostrata durante la recente crisi di Gaza. Ha fatto impressione una sua battuta su Lieberman, che nonostante la sua durezza verbale, tuttavia "non ha mai sparato ad un solo arabo", e rispolverando una vecchia frase di Vladimir Putin (riferita ai ceceni), Barak si è detto pronto "ad andare a stanare i terroristi anche nei cessi".
di Simone Santini

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