lunedì 9 febbraio 2009

GUSTAVO ZAGREBELSKY:un regime al veleno nichilista


Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare. Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale. Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire - secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera - "modo di reggimento politico" e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c'è "il regime". Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante. 
Alla certezza - viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari - non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l'immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l'intima natura e per prendere posizione. 
Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell'unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna. 
Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d'un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un'illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l'orma del suo piede. La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là. 
Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un'essenza - giusti o sbagliati che siano - si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l'essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c'è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile. 
A meno di credere a parole d'ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa - libertà, identità nazionale, difesa dell'Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere - il fine non si vede affatto, forse perché non c'è. O, più precisamente, il fine c'è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi. Una constatazione davvero sbalorditiva: un'aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d'essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere. 
A parte forse l'autore della massima "il potere logora chi non ce l'ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. "Il fine giustifica i mezzi" è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se "i mezzi giustificano i mezzi"? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica. 
Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all'occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso. 
Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l'uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l'uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch'egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là. 
Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un'idea, ma anche un'altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l'uomo "di circostanza" in ogni senso dell'espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario. 
Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d'arresto può essere l'inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo. 
La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell'essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L'uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria). 
Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L'abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l'ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse. Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d'essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano. 

La fondazione Clinton e i suoi donatori


Quando il presidente eletto Obama ha nominato Hillary Clinton Segretario di Stato, i Clintons hanno acconsentito a rendere pubblica la lista dei donatori della Fondazione Clinton, l'ente caritatevole globale creato dall'ex presidente. I Clintons hanno quindi acconsentito a lavare i panni in pubblico, a seguito di un accordo con la nuova amministrazione Obama. La lista dei donatori e' estremamente rivelatrice e non solo per il fatto di essere, secondo la definizione data dal Wall Street Journal, "il chi e' chi dei ricconi planetari" . 

La lista altresi' mostra che la Fondazione e' sostenuta economicamente da persone, governi e aziende che contribuiscono a creare i problemi di cui che l'ente caritatevole si fa carico. Ad esempio lo sviluppo. La Fondazione ha tra le priorita', donazioni indulgenti finalizzate allo sviluppo economico ed ha recentemente intrapreso l'iniziativa nell'incoraggiare la filantropia nei paesi del Medio Oriente ed Africa. Tuttavia uno dei piu' grossi donatori della Fondazione che ha contribuito con oltre 10 milioni di dollari, e' il Monarca dell'Arabia Saudita. Oltre ai monarchi, anche amici e sostenitori dell'Arabia Saudita hanno dato ulteriori milioni in piu'. Insomma, la famiglia Reale Saudita sta facendo beneficenza alle masse sofferenti del Medio Oriente.

Ma beneficenza con gli occhi bendati. Secondo un recente rapporto di BusinessWeek, la censura Saudita e' tra le piu' restrittive nel mondo, la quale oscura ampie porzioni di Internet, dai siti pornografici agli appelli rivoluzionari antigovernativi. Ed a ben guardare, la popolazione Saudita potrebbe avere numerose ragioni per liberarsi della Famiglia Reale, considerando ad esempio la decisione nel 2007 del Ministro della Giustizia che ha condannato la vittima di uno stupro di gruppo, a 200 frustate e sei mesi di prigione. La ragione di tale sentenza e' da attribuirsi a due cause. Primo, la donna era in auto con un uomo non appartenente al circolo famigliare prima dello stupro, secondo, ella ha osato appellare la sentenza originaria di 90 frustate. Tali fatti hanno costituito quindi delle aggravanti e la corte ha deciso di inasprire la pena, aggiungendovi la prigione, adducendo ai tentativi della donna di influenzare la giuria attraverso l'uso dei media.

Comunque, la situazione in Arabia saudita non puo' essere poi cosi' male, del resto il Re Fahd ha finalmente approvato una commissione di vigilanza per i diritti civili, ma con i membri scelti solo dal governo e solo dopo aver ritirato l'approvazione per la realizzazione di un gruppo cittadino. I media commerciali descrivono la possibilita' che un siffatto gruppo democratico potrebbe pubblicamente imbarazzare la Monarchia, bollandola come "non credibile". Conseguentemente la Famiglia reale cerca di mitigare il suo operato domestico, buttando qualche decina di milioni della sua fortuna petrolifera nella Fondazione Clinton, che accetta tali fondi per finanziare programmi di sostegno alla popolazione impoverita della monarchia stessa. Se la famiglia reale si sentisse realmente generosa, potrebbe concedere ai propri sudditi il diritto di voto.

Oppure consideriamo Lakshmi Mittal, il magnate Indiano dell'acciaio, il cui conglomerato globale Arcelor-Mittal, produce il 10% della produzione acciaifera mondiale. Mittal ha costruito il suo impero industriale comprando vecchi impianti e svendite governative, con il dichiarato obbiettivo che diventando grande e potente fosse l'unica strada per profitti da peso massimo. Il programma industriale di Lakshmi fu di diventare "grande a sufficienza per poter negoziare su basi paritarie con i fornitori di minerale grezzo e carbone, nonche' con clienti quali costruttori di automobili.... Alla lunga, la visione di Lakshmi e' quella di un'industria dominata da una manciata di aziende potentissime, forti a sufficienza per poter manipolare la produzione piuttosto che spingere i prezzi al ribasso."

Questo e' cio' che gli economisti chiamano "oligopolio" ed esso non ha molto a che fare con i principali obbiettivi della Fondazione Clinton per espandere le opportunita' economiche. Nel momento in cui le aziende diventano molto grandi, ottengono vantaggi considerevoli contro i concorrenti, come decanta Mittal: " piu' diventiamo globali, piu' siamo in grado di ridurre i nostri costi su base globale. Ad esempio, negli acquisti, aggreghiamo la nostra domanda. Siamo in grado di mostrare i muscoli per negoziare con i nostri fornitori."

La scalata dell'impero acciaifeo di Mittal, turba e squilibra il mercato a sfavore dei concorrenti piu' piccoli e nel contempo mina gli obbiettivi dichiarati della Fondazione Clinton. Tuttavia, un assegno a 7 cifre per la Fondazione e' quello che serve per appianare la situazione a sufficienza e dormire sonni tranquilli. La Mano Aperta dona, e la Mano Invisibile porta via. 

Oppure consideriamo l'AIDS, spesso identificata come lo scopo fondamentale della Fondazione. Difatti la Fondazione ha recentemente negoziato consistenti riduzioni di prezzo per certi farmaci anti AIDS venduti nei paesi in via di sviluppo ed ha parzialmente supportato gli sforzi di Brasile e Thailandia di infrangere i brevetti sui farmaci terapeutici contro l'AIDS detenuti da aziende USA. Questo cambio di politica, e' stato spinto da attivisti AIDS e gruppi quali Dottori senza Confini, che hanno notato il miglioramento di migliaia di vite grazie all'utilizzo di farmaci generici economici, ottenuti in violazione dei brevetti in essere. Tuttavia e' solo recentemente che la mano della Fondazione si e' adoperata in questo senso, sulla spinta delle richieste dirette di Brasile e Thailandia, cosa che e' vista anche da osservatori conservatori quali l' Economist, come un successo nel combattere la malattia.

La stampa economica descrive la posizione del piu' autorevole attivista AIDS in Sud Afica, Zachie Achmat: " Come altri attivisti, egli crede che le aziende farmaceutiche siano state pungolate nelle loro recenti concessioni, solamente dalla terribile pubblicita' " e che " contrariamente a cio' che l'industria dice, i brevetti erano solamente un ostacolo alla produzione di farmaci a costo abbordabile." In altri articoli il Financial Times descrive le limitate concessioni o la riduzione di prezzo per certi farmaci anti AIDS quale "parte di uno sforzo di pubbliche relazioni che aziende Occidentali utilizzano per controbattere gli attacchi verso i prezzi applicati." 

Quindi, mentre la Fondazione Clinton ha gradualmente acconsentito a supportare la produzione di farmaci altamente economici per i paesi in via di sviluppo, ci e' voluta la pressione di gruppi di attivisti, combinata con la crescente indipendenza di paesi emergenti quali Brasile e Thailandia, per smuovere le acque ed ottenere sostegno e concretezza dalla Fondazione e dalle aziende coinvolte. Percio' ora alcuni farmaci possono per assurdo essere acquistati con le centinaia di migliaia di dollari donati alla Fondazione da "drug patent-mongers" ( con questo termine si intendono le aziende che hanno utilizzato o utilizzano lo spauracchio dei brevetti - quindi azioni legali, risarcimenti, diffide ecc ecc - per impedire ad altre aziende di produrre gli stessi farmaci a costi irrisori. ndt ) quali Pfizer e Ranbaxy, che rendono possibile con le loro donazioni l'acquisto di farmaci generici, utilizzati poi per combattere la malattia che le stesse aziende hanno contribuito a diffondere (tenendo i prezzi alti, quindi proibitivi per paesi poveri. ndt)

Quindi, mentre il lavoro della Fondazione si dimostra di alto valore per aiutare la gente e le comunita' disperate che serve, il punto e' che il denaro per far questo deriva da coloro che hanno pesantemente contribuito a creare il problema che si sta cercando di risolvere, dalla brutale tirannia dei Sauditi che pagano per incoraggiare lo sviluppo umano, al magnate dell'acciaio che si fa avanti per insegnare lo spirito imprenditoriale e del libero mercato, alle aziende farmaceutiche detentrici di brevetti che parsimoniosamente contribuiscono alla produzione di farmaci generici che osteggiano.

La Fondazione probabilmente si potrebbe difendere sostenendo che il dono medio dei suoi contributori ammonta a circa 45 dollari, provenienti da donatori privati, i quali sono persone ammirabili e di buon cuore. Tuttavia queste donazioni non spiegano i 492 milioni di dollari che la Fondazione gestisce. Difatti Il resto viene da donatori facoltosi, quali Victor Pinchuk, l'oligarca dell'acciaio Ucraino che ha costruito il suo impero dalla svendita di stato dei beni del ex Unione Sovietica, oppure dalla Blackwater, l'azienda privata di mercenari che e' attualmente sotto sanzioni per gli omicidi in Iraq. Il denaro sporco di sangue si puo' ancora spendere evidentemente.

In un mondo di regimi tirannici, potentissime corporazioni globali, malattie che si diffondono tra i poveri, possiamo solo fare conto sull'ego ferito dei veri colpevoli che fanno andare avanti l'industria della Grande Carita'
di ROB LARSON
Counterpunch
Rob Larson sta caritatevolmente donando grucce gratuite a chiunque egli investa. E' Professore Assistente di Economia alla Ivy Tech Community College in Bloomington, Indiana e puo' essere raggiunto a rlarson2@ivytech.edu 

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/larson01282009.html
28.02.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MASSIMILIANO MANCINI

La lettera che nel 2004 la famiglia Englaro scrisse alle più alte cariche della Repubblica

Ecco il testo (dal sito www.desistenzaterapeutica.it) della lettera che Beppino Englaro e sua moglie Saturna Minuti, scrissero alle più alte cariche dello Stato compresi l'allora presidente Ciampi e l'allora premier Berlusconi nel 2004. Nella lettera spiegavano nei particolari la situazione di Eluana e chiedevano quello che per anni hanno continuato a chiedere allo Stato senza avere risposte. Solo Ciampi rispose. 

Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi 
Al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi 
Al Presidente del Senato Marcello Pera 
Al Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini 
Al Ministro della Salute Girolamo Sirchia 
Al Presidente della Federazione Nazionale Ordine dei Medici Giuseppe Del Barone 

Ci rivolgiamo a Lei, signor Presidente della Repubblica e agli altri destinatari di questa lettera aperta per portare a Vostra conoscenza quanto è accaduto, e continua ad accadere, al bene personalissimo "vita" di Eluana. 

Noi siamo i suoi genitori: Saturna e Beppino Englaro. E quel che segue è la sintesi d'una storia fatta di dolori, battaglie, illusioni, in nome di una libertà fondamentale che ci pare negata e maltrattata. 
Tutto è cominciato la mattina del 18 gennaio 1992, quando nostra figlia Eluana a bordo della sua automobile è entrata in testacoda e si è schiantata contro un muro. 

L'impatto violentissimo le ha causato un gravissimo trauma encefalico e spinale: Eluana non era più in grado di intendere e di volere e versava in uno stato di coma profondo. Dal momento in cui è giunta in queste condizioni all'Ospedale di Lecco è scattato un inarrestabile meccanismo di tutela del bene "vita" di Eluana, meccanismo che noi genitori abbiamo considerato inumano ed infernale. 

I medici dell'Unità Operativa di Rianimazione dell'Ospedale di Lecco, diretta dal professor Riccardo Massei, in assoluta ottemperanza al giuramento di Ippocrate, hanno dato inizio alla rianimazione ad oltranza di Eluana. 
Diamo atto ai medici che l'assistenza data a Eluana è corrisposta ai criteri della più evoluta letteratura scientifica internazionale e si è svolta in una struttura perfettamente adeguata, con il massimo sostegno possibile ed immaginabile da parte di tutte le persone ritenute idonee ad essere chiamate in causa per il bene di Eluana, genitori compresi. 

Il prof. Massei fu da subito molto umano, semplice e chiaro, tanto che ci disse che il sapere scientifico, per un caso grave come quello di Eluana, era di poco superiore allo zero per quanto concerneva la sua evoluzione futura. La rianimazione non poteva in alcun modo essere sospesa per volontà di nessuno al mondo, finché non fosse avvenuta la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo di Eluana, ovvero finché non fosse intervenuta la sua morte 
cerebrale. 

Eluana non è morta: è caduta in uno stato vegetativo persistente e, dopo due anni, in uno stato vegetativo permanente nel quale si trova tuttora. Oggi è in un letto d'ospedale, senza alcuna percezione del mondo intorno a sé: non vede, non sente, non parla, non soffre, non ha emozioni, insomma, è in uno stato di morte personale. Ha bisogno d'assistenza in 
tutto e per tutto: viene lavata, mossa, girata, nutrita ed idratata da una sonda supportata da una pompa. 

I medici sono riusciti a salvarle la vita, ma la vita che le hanno restituito è quella che lei aveva sempre definito assolutamente priva di senso e dignità. 
Eluana, sin da bambina, in più occasioni ci aveva manifestato un concetto molto definito della libertà e della dignità, che l'adolescenza e la maggiore età avevano sempre più rafforzato e reso limpido. La libertà di disporre della propria vita secondo la sua coscienza e la sua ragione era un valore irrinunciabile per Eluana, il quale non sarebbe mai potuto venir 
meno perché faceva parte, per così dire, del suo DNA. 

Il tema del bene personalissimo "vita" era stato affrontato in famiglia molte volte, anche in occasione di svariate situazioni-limite che i mezzi di comunicazione avevano portato alla ribalta pubblica. 
Era così emerso un valore di fondo molto forte ed univoco: solo la coscienza e la ragione di Eluana, di Saturna e di Beppino potevano decidere se le rispettive vite fossero da considerare ancora vite e se avessero un senso ed una dignità. 

Il caso ha voluto che la nostra famiglia approfondisse anche il tema della rianimazione senza ripresa di coscienza dopo giorni e settimane, come pure quello dell'essere tenuti in vita in stato vegetativo permanente. La sospensione dei sostegni vitali per queste due estreme condizioni, in modo da non essere tenuti in vita forzatamente oltre determinati limiti di 
tempo e così poter finalmente essere lasciati morire, era per Eluana, Saturna e Beppino la cosa più ovvia e naturale del mondo. 

L'orrore di vedere uno di noi tre privo di coscienza, tenuto in vita a tutti i costi, invaso in tutto e per tutto da mani altrui anche nelle sfere più intime, non sarebbe stato in alcun modo sopportabile e ammissibile: Eluana ha sempre considerato 
ciò una barbarie. 

Questa era la volontà di Eluana e noi genitori volevamo e vogliamo che venga rispettata. Mettere al corrente i medici della volontà di nostra figlia, purtroppo, non è stato sufficiente, perché proprio loro che avevano fatto di tutto per tenere in vita Eluana, non avevano più il potere di sospendere i trattamenti. 
Siamo stati costretti ad iniziare una lunga battaglia legale: ci siamo rivolti ai giudici affinché, nel rispetto della volontà di Eluana, autorizzassero i medici a sospendere i trattamenti di sostegno vitale. Riteniamo semplicemente contro lo spirito della nostra Costituzione venire così palesemente discriminati del diritto inviolabile alla libertà di terapia e cura fino 
alle più estreme conseguenze, possibile nella condizione personale capace di intendere e di volere, ed impossibile in quella non più capace di intendere e di volere. 

A oltre 10 anni dallo scioglimento della prognosi nel senso dell'irreversibilità delle condizioni di Eluana, la seconda sentenza della Corte d'Appello di Milano, pronunciata nel dicembre 2003, ha ritenuto inammissibile e da rigettare la richiesta di sospensione delle misure di sostegno vitale, con la quale il papà Beppino (che ne è il tutore) dà semplicemente voce 
a quanto Eluana avrebbe deciso nel caso le fosse capitato di trovarsi in una simile situazione. 

Già in seguito alla prima sentenza della Corte d'Appello di Milano, che risale al dicembre 1999, il Ministro della Salute Umberto Veronesi si era reso conto che le istituzioni avevano dei precisi doveri per arrivare al chiarimento dei problemi irrisolti e si era mosso con l'atto concreto di istituire una Commissione di studio che ha prodotto un importante documento 
pubblicato nel maggio 2001 (Gruppo di Studio Oleari). Noi genitori di Eluana ci aspettiamo che le istituzioni si muovano di nuovo in tal senso, anche dopo la seconda sentenza della Corte d'Appello di Milano, che non ha neanche ritenuto doveroso approfondire il concetto di dignità della vita che aveva Eluana. Concetto, in questo dramma, per nulla secondario. 

Competenza, chiarezza e trasparenza, documentate e documentabili da parte di tutti, non sono mai venute meno dal lontano 18 gennaio 1992 durante tutto l'iter clinico, umano e giuridico che riguarda Eluana. 

Pertanto tutti dovranno assumersi le loro responsabilità fino in fondo, senza nessuna possibilità di eluderle. Ci auguriamo che Lei, Signor Presidente, e gli altri destinatari di questa lettera, vogliano trovare gli atti opportuni per dare uno sbocco alla vicenda di nostra figlia Eluana, che da 4.430 giorni è costretta dalle istituzioni e dai medici a una non-vita. 
Chiediamo in particolare al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di essere ricevuti, per poter esporre meglio la nostra situazione. 

I nostri rispettosi saluti. 
Lecco, 4 marzo 2004 
Saturna Minuti Beppino Englaro
Ripreso da la Repubblica

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