martedì 10 febbraio 2009

I ragazzi di «Afghanistan camp» all'assalto dei tir della speranza


Il sorriso del ragazzo azaro è incorniciato tra due sbarre di ferro della recinzione, che separa il porto di Patrasso dal resto della città. Altri sorrisi e altri occhi guardano, più in là, i traghetti verso l’Italia. Dieci, venti, cinquanta... cento. Chi arrampicato sulla recinzione, chi seduto davanti a un bar, chi cammina in cerca di un varco. Non si contano i ragazzi di «Afghanistan camp» che passano le loro giornate lì davanti nel tentativo di infilarsi in qualche camion dopo aver scavalcato barriere, filo spinato, evitato i controlli della polizia portuale e le manganellate degli agenti. 
Tutto il giorno dall’alba al tramonto. Alla luce del sole, nell’indifferenza della città che continua la sua vita che ha imparato a convivere con questa situazione che dura da anni. Ed è qui che inizia l’ultimo atto del viaggio verso l’Europa dei diritti di questi disperati. Viaggio cominciato ottomila chilometri prima.
Sono gli stessi ragazzi che all’arrivo dei traghetti a Venezia vengono trovati sotto ai camion, dentro ai cassoni, nei trailer frigo semiassiderati, svenuti e altre volte morti. 
Quei ragazzi aggrappati al filo spinato, quei sorrisi sono il biglietto da visita del Peloponneso di chi sbarca a Patrasso. La città europea della cultura di tre anni fa. Una città che secondo l’organizzazione per i diritti dei migranti Kinissis ospita nelle sue pieghe più nascoste quattromila disperati: afghani, tagichi, uzbechi, magrebini, sudanesi, somali e palestinesi. 
Millecinquanta di questi solo ad «Afghanistan camp», una baraccopoli sorta spontaneamente a due chilometri dal porto, a Ekso Aghia sui resti di una bidonville, lasciata dai curdi profughi scappati dalle stragi di Saddam Hussein 12 anni.
E’ un villaggio organizzato, «Afghanistan camp». Ci sono centocinquanta baracche, una moschea, le docce, il barbiere, un bazar, un caffè, un ristorante, un calzolaio e le latrine. Tutto ospitato in baracche di legno, plastica, tende. Gli allacciamenti sono stati fatti dagli stessi ragazzi. In questo momento il più giovane ha 8 anni, il più vecchio 25. 
Lì dentro trovi ragazzi che sanno cucire, tagliare capelli, saldare, aggiustare scarpe, cucinare e vendere. Erano barbieri, saldatori, cuochi, calzolai prima di scappare dal loro Paese o dll’Iran dove erano scappati con le famiglie o da soli dopo l’arrivo del Talebani. Qui pastun e azari si prendono per mano come è in uso nel paesi musulmani tra amici. Le mani dei padroni s’intrecciano con quelle dei servi.
Qui sono tutti uguali nella disperazione, nella voglia di continuare il proprio viaggio, di raggiungere «l’Europa dei diritti», come la chiamano loro. Il sogno che li ha messi in movimento, che ha fatto pagare allle loro famiglie, sei, sette e anche diecimila euro per arrivare in Grecia. Ma qui «l’Europa dei diritti» è lontana. Qui l’asilo per motivi umanitari non esiste. Qui la legge sulla tutela dei minori esiste solo sulla carta se almeno duecento dei ragazzi che sono ospiti nel campo non hanno sedici anni e solo al porto di Venezia a gennaio sono arrivati 25 minori. E sono solo quelli scoperti durante i controlli. Il popolo di questi disperati è in crescita esponenziale. Nel 2006 in Grecia ne sono arrivati 12.500, l’anno dopo 25.113 e al 30 agosto dello scorso anno già 29.500. 
L’85 per cento arriva in Italia per raggiungere i Paesi europei in particolare del nord e centro Europa e la Gran Bretagna. Per la legge dei numeri è impossibile fermarli. Per di più loro non vogliono rimanere in Grecia. Quindi per le autorità elleniche è un problema marginale e non conviene bloccarli. Sarebbe un costo troppo elevato. Ecco allora che a fronte di quattromila migranti che ogni giorno premono alle entrate del porto per infiltrarsi in qualche camion, ci sono una decina di poliziotti destinati al controllo esterno nelle 24 ore, cinque della polizia portuale e una manciata di soldati all’interno. E sempre per la legge dei numeri passano dopo un lungo rincorrersi tra loro e i guardiani. E’ una sorta di rodeo tra i ragazzi del campo e i poliziotti.
I primi lasciano le loro baracche al mattino. Lasciano lì tutto quello che hanno, l’amicizia degli altri. C’è chi ha giacconi, chi delle magliette, chi indossa sandali, chi scarpe. Il telefonino però ce l’hanno in molti. Sanno quando è il momento, quando partono i sette traghetti che quotidianamente partono per l’Italia. Quando sono davanti al porto iniziano a camminare lungo la recinzione di ferro e filo spinato e costeggiata da binari. E’ un lungo peregrinare, il loro. Un chilometro avanti e indietro in continuazione. A gruppetti di sei o sette, nella spasmodica ricerca di un varco, di un tratto di filo spinato rotto, di un attimo di disattanzione dei guardiani. E poi ecco il primo parte: si arrampica sulle sbarre, oltrepassa il filo spinato e salta giù. Poco più in là altri fanno lo stesso. E poi come quando a Kabul, a Herat o nel nord del loro paese chini correvano per schivare pallottole o schegge di bombe, vanno verso i camion in attesa dell’imbarco. S’infila tra gli assi. 
Qualcuno cerca di aprire camion frigo. Non fa in tempo inizia il rodeo, arriva la polizia. Agenti in auto, in moto, in motorino e come mandriani che radunano il bestiame si mettono all’inseguimento dei disperati rimasti senza nascondiglio. Stridore di gomme. Colpi di sirena e clacson e il gruppetto di disperati radunato viene rispedito oltre al filo spinato. Se ci sono occhi indiscreti tutto finisce qui, altrimenti i manganelli, i calci e i pugni fanno la loro parte. Di mani e braccia spaccate ai ragazzini basta chiedere ai medici di «Medici senza frontiere» che lavorano ad «Afghanistan camp». Il rodeo finisce col controllo dei camion dove vengono trovati gli altri. E così per tutto il giorno senza tregua. Chi stanco della battaglia mattutina torna al campo viene rimpiazzato in «prima linea» da altri ragazzini. E si riparte con il rodeo che termina solo verso mezzanotte quando parte l’ultimo traghetto. Solo allora il campo torna tranquillo. 
Ci sono dei posti letto vuoti. Qualcuno forse ce l’ha fatta. Il suo sogno continua. O forse è andato incontro alla morte come Zaher, il bambino poeta schiacciato dal tir sotto al quale viaggiava. Per gli altri il sogno si riaccende all’alba.
di Carlo Mion-da La Nuova Venezia del 5 febbraio 2009

Essere schiacciati dalla violenza e dall'Italia a Patrasso


Arriviamo al campo la mattina e sembra che ci stiano aspettando. Hanno ancora moltissime cose da dirci, da farci vedere. Un uomo è senza una gamba e in una mano sono rimaste solo due dita e un pezzetto. A molti hanno strappato le unghie dei piedi. Succede in Afghanistan, a chi non vuole fare la guerra dei talebani, che oggi sono più forti che mai, oppure accade al confine tra l’Iran e la Turchia, dove alcune bande curde fermano i migranti in transito. Ad un ragazzo afghano di ventitre anni è nato un figlio proprio in Iran, otto mesi fa. 
“tutti pensano che ho più di trent’anni, mi dice. Perché nella vita sono stato schiacciato dalla violenza”. Tira fuori pezzetto per pezzetto quello che era il suo documento di espulsione dalla Grecia. mentre cerca di ricomporlo dice che anche lui si sente come quel pezzo di carta.

Alì ha dodici anni. Al confine tra Iran e Turchia hanno rapito suo fratello maggiore. Lui invece in Turchia ci è arrivato, e ha lavorato per mesi come piccolo schiavo nella casa dei contrabbandieri. Con altri due ragazzini ha tentato anche lui la strada che da Patrasso porta all’Italia. È stato respinto da Ancona quando la polizia lo ha trovato dentro il camion in cui si era nascosto. Alì piangeva ma non diceva niente perché al suo amico che urlava di essere minorenne e che in Grecia, al campo, non ci voleva tornare, avevano già dato un pugno sullo sterno. Alì è alto un metro e cinquanta, è un bambino.

Samir invece ha perso una falange della mano destra. Quel che resta del dito è rattoppato alla meno peggio. I grumi di sangue sono ancora freschi. Panos, un ragazzo greco dell’associazione Kinisi che sta aiutando la nostra delegazione, ci racconta di averlo accompagnato in questura, di avere cercato di fare denuncia, di averlo aiutato anche a rilasciare un’intervista in televisione. Ma non è servito a niente. Dicono che è troppo difficile identificare il poliziotto greco che al porto di Patrasso gli ha fatto saltare il dito a colpi di manganello. Samir, però, lo descrive nei minimi dettagli.

I cellulari degli afghani sono pieni di immagini di sangue. Fanno paura le foto della gente picchiata dalla polizia greca. I commandos, li chiamano loro, perché hanno le tute militari e i manganelli sempre spianati.

Tutta la giornata va via così. Ferite e moncherini. Storie di violenza mai punita che si assomiglia tutta, dall’Afghanistan all’Italia passando per Patrasso.

Anche i poliziotti italiani picchiano, a sentire le voci dei ragazzi del campo. E te lo dicono come fosse una cosa normale. Non sono pagati per questo?

Scopriamo molte cose, in queste giornate, le storie che ci raccontano compongono un puzzle sempre più nitido. La prima tappa della fuga è l’Iran, dove gli afghani hanno anche cercato di rimanere per molti anni. Da qualche mese, però, la polizia iraniana ha iniziato dei rastrellamenti per trovarli e rimpatriarli, e in massa sono dovuti fuggire. Moltissimi, rimandati indietro, sono andati incontro alla morte. La seconda tappa è la Turchia, quasi sempre Istanbul, dove i contrabbandieri nascondono i profughi per settimane dentro case sottoterra. Se la polizia turca trova gli afghani li rimanda direttamente in patria. La terza tappa è il nord della Turchia, sulla costa di fronte alla Grecia. Lì sta una striscia di mare dove la polizia turca e quella greca giocano a rimandarsi a vicenda le piccole barche che tentano di attraversarla. Non di rado, come succede nel Mediterraneo, qualcuno si tuffa tra le onde per sfuggire i controlli e muore annegato sotto gli occhi dei suoi compagni di viaggio.

Questo tragitto costa svariate migliaia di dollari. Chi non può pagare subisce ogni forma di violenza.

Solo dopo avere oltrepassato tutte queste frontiere, quindi, si arriva in Grecia, consapevoli che non è neppure quello un luogo dove potersi fermare e trovare un po’ di pace. A Mitilene, dove sbarcano la maggior parte dei profughi provenienti dalla Turchia c’è un centro di detenzione che tutti qui dipingono come un girone dell’inferno. Molte isole greche ne hanno uno e le descrizioni sono quasi identiche. In questi centri stanno centinaia di persone con un solo bagno rotto. Tutti raccontano di essere stati picchiati quotidianamente dalla polizia mentre erano in fila per un pezzo di pane o cercavano di distrarsi parlando tra loro. Anche il piccolo Alì è passato in uno di questi centri, ed è stato picchiato perché aveva caldo e ha cercato di aprire una finestra per respirare. Qualcuno ci è rimasto un mese, qualcuno dodici giorni. Tutti, alla fine, sono stati mandati per strada con l’espulsione in mano a ingrossare le fila dei migranti irregolari che non hanno altra scelta che restare tali. “Stessa faccia, stessa razza”, si usa dire qui in Grecia, non a caso, quando si parla dell’Italia.

Dopo il centro di detenzione si parte alla volta di Patrasso, senza un soldo in tasca e nulla da mangiare. Qualcuno si ferma ad Atene e prova a chiedere asilo in questura. Ottiene solo che scambino l’espulsione data a Mitilene o in un’altra isola con una fresca di giornata degli uffici della capitale. È successo anche ai bambini, anche agli uomini in carrozzella, anche a quelli senza gambe.

Partire per l’Italia non è una scelta. È l’unica speranza. Del resto queste persone rischiano la loro vita da quando sono nate. Nonostante sia sempre più difficile continuano a provarci. Hanno sentito parlare del centro per rifugiati del Comune di Venezia. Lo sognano. Un ragazzo che adesso è al campo c’è anche stato per qualche mese. Ad un certo punto però, la questura si è accorta che si trattava di un ‘caso Dublino’ e lo ha rimandato in Grecia. Parla italiano, ci da una mano a capire, ci chiede cosa possiamo fare per lui. Nel suo documento c’è scritto che l’Italia riconosce la sua necessità di chiedere asilo politico ma che la Grecia è il paese deputato a farlo. Quel documento qui è carta straccia. Anche altri ne hanno uno identico in mano e raccontano a chi non le ha mai viste le meraviglie dell’Italia che li ha sbattuti fuori.

L’Italia dovrebbe sospendere la convenzione di Dublino quando si tratta di rimandare richiedenti asilo in Grecia. Qui vengono picchiati, qui non esiste l’asilo. Da qui vengono rispediti direttamente nel paese da cui sono fuggiti per sopravvivere. Ma la maggior parte delle volte la Convenzione di Dublino non c’entra nulla. I profughi che arrivano alle frontiere dell’Adriatico vengono rimandati indietro senza nessuna base giuridica. E infatti non hanno in mano nulla, come se loro non avessero mai toccato il suolo di Venezia o di Ancona, come se non avessero mai incontrato la polizia delle frontiere dell’Adriatico.

Scopriamo che quando le navi tornano dall’Italia con il loro carico di profughi respinti a bordo, sanno benissimo che devono fermarsi prima a Igoumenitsa per scaricare i curdi, mentre gli afghani devono arrivare fino a Patrasso, dove la polizia greca avrà buona cura di loro. Scopriamo che i migranti fanno il viaggio a ritroso chiusi dentro un bagno della nave dove arrivano spesso con le mani legate dietro la schiena, e che se battono contro i muri per avere cibo e acqua a volte arriva qualcuno che li picchia con un bastone.

E quando tornano a Patrasso e vengono fatti sbarcare, a seconda dell’umore della polizia greca vengono picchiati e lasciati liberi, oppure sbattuti dentro un container di tre metri quadri al gate 6 del porto, per giorni. Verso sera, quando andiamo via , il campo è un po’ più vuoto. Tanti sono già andati a provare il gioco di nascondersi sotto i tir in attesa al porto. Rimangono comunque centinaia di persone mentre alcune piccole luci si accendono e si alternano ai fuochi accesi per scaldarsi o per cucinare.

Stamattina nel centro di Patrasso c’è stato un presidio dell’associazione Kinisi per chiedere asilo per i profughi e un luogo decente dove possano vivere. C’era poca gente. Non c’erano neppure gli afghani perché non hanno più la forza di credere che le cose qui, per loro, possano cambiare.

di Alessandra Sciurba

Link: http://www.meltingpot.org/articolo13978.html

Berlusconi e la sua Terza Repubblica


Berlusconi sta cercando di fondare la Terza Repubblica: la sua.
L'«operazione Eluana» è un atto apertamente eversivo dell'ordine costituzionale ancora, nonostante tutto, esistente.
Il capo del governo italiano, che ha giurato fedeltà alla Costituzione, annuncia - rispondendo al Capo dello Stato, che, in nome della Costituzione, non firma un decreto illegale - di avere intenzione di «modificare la Costituzione».
Non c'è dunque il minimo equivoco circa quello che sta accadendo: si tratta di un tentativo di colpo di stato, di un atto eversivo che il capo del potere esecutivo annuncia contro entrambi gli altri poteri dello stato di diritto, il Parlamento e l'Ordine Giudiziario. E contro il garante della divisione dei poteri, cioè il Presidente della Repubblica.
Ammette dunque, il fellone, di star facendo una cosa illegale.
Ma la fa ugualmente.
Non sappiamo se già, a questo punto della disputa, si possa parlare di reati del rango dell’alto tradimento e dell’attentato alla Costituzione. Ma sospettiamo che siamo già molto vicini a questa soglia. Sicuramente ci stiamo avviando all'uscita dal terreno della disputa democratica e all'ingresso sul terreno degli atti di forza.
Prepariamoci a resistere, in tutte le forme lecite, incluse quelle legali, certamente chiamando a raccolta tutte le forze disponibili.
Resta solo una notazione a margine: questo è il punto terminale di uno scivolamento durato 19 anni. Con questo figuro, eversore e piduista fin dai suoi primi vagiti politici, la sinistra ha dialogato, accreditandolo come un interlocutore. Adesso dovrebbe essere chiaro che si è introdotto nel corpo democratico del paese un cavallo di Troia che con la nostra democrazia non aveva intenzione di convivere.
Vorremo sperare che questa prova decisiva aiuti tutti a capire che chiunque dialoghi con l'eversione diventa complice di essa. 

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