mercoledì 11 febbraio 2009

Israele e il fascista


Nella foto: Avigdor Lieberman, leader del partito razzista Yisrael Beiteinu.

Il suo nome è Avigdor Lieberman e ci si aspetta ampiamente che sia la maggiore sorpresa delle elezioni israeliane programmate per il 10 febbraio. 

Molti intellettuali israeliani indicano Lieberman come l'equivalente attuale di Meir Kahana, il defunto fondatore del gruppo terroristico Kach che invocava la pulizia etnica genocida dei non ebrei in Israele-Palestina. Kahana fu assassinato a Manhattan, New York, nel 1990, poco dopo avere pronunciato un discorso in cui chiedeva l'annichilazione ed espulsione dei palestinesi dalla "Terra di Israele". 

Secondo molti sondaggi il partito di Lieberman, Yisrael Beiteinu, o "Israele è Casa Nostra", potrebbe vincere 16-17 posti alla Knesset sui 120 che compongono il Parlamento israeliano. Ciò permetterebbe a Yisrael Beiteinu di superare il Partito Laburista, guidato dal ministro della difesa Ehud Barak, e di diventare il terzo maggiore partito nel sistema politico israeliano, dopo i partiti Likud e Kadima. Il partito di Lieberman sarà probabilmente un importante partner di coalizione nel prossimo governo israeliano.

Yisrael Beiteinu non è un partito di politici marginali o di paria. Pochi mesi fa diversi politici di alto profilo sono entrati nel partito, tra cui l'ex ambasciatore israeliano negli Usa Danny Ayalon e Uzi Landau, un ex ministro israeliano ed importante figura del Likud per molti anni. 

Alcuni osservatori si aspettano che l'amministrazione Obama e i circoli internazionali ebraici facciano pressioni su Benjamin Netanyahu, che ci si aspetta formerà il prossimo governo, perché escluda Lieberman dal governo in modo da evitare ramificazioni negative sulle relazioni con gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Però non è certo che Netanyahu ceda a tali pressioni, dato il suo rapporto con Lieberman. Lieberman è stato il direttore generale dell'ufficio del primo ministro quando Netanyahu era premier nel 1996-1998. Egli ha poi assunto ruoli chiave, tra cui quello di vice Primo Ministro, Ministro degli Affari Strategici e Ministro delle Infrastrutture.

Lieberman è nato in Moldova, nell'ex Unione Sovietica, nel 1958. Nel 1978, all'età di vent'anni, è emigrato in Israele e ha ricevuto automaticamente la cittadinanza in base alla legge israeliana del ritorno. Oggi vive nell'insediamento di Nokdi in Cisgiordania. Buttafuori di nightclub trasformatosi in politico, Lieberman ha formato il partito Yisrael Beiteinu nel 1999 quando è stato per la prima volta eletto alla Knesset. Senza controversie le idee politiche e sociali di Lieberman possono essere descritte come razziste, persino genocide. Nelle recenti settimane è stato citato per avere suggerito che Israele utilizzi armi nucleari contro la striscia di Gaza. 

Nel 2002 Lieberman chiese al governo israeliano di Ariel Sharon di bombardare a tappeto i centri abitati palestinesi in modo da costringere i palestinesi a scappare in Giordania. Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha riferito che Lieberman avrebbe detto durante un incontro di governo che ai palestinesi dovrebbe essere dato un ultimatum: " alle otto di mattina bombarderemo tutti i centri commerciali... a mezzogiorno bombarderemo le loro pompe di benzina... alle due di pomeriggio bombarderemo le loro banche... mentre terremo aperti i ponti". 

Nel 1998 chiese che l'Egitto venisse allagato bombardando la diga di Aswan. Nel 2001, come ministro delle infrastrutture nazionali, Lieberman propose che la Cisgiordania fosse divisa in quattro cantoni, senza alcun governo centrale palestinese e nessuna possibilità per i palestinesi di viaggiare tra i cantoni. Nel 2003 il quotidiano israeliano Haaretz riferì che Lieberman aveva chiesto che migliaia di prigionieri palestinesi detenuti da Israele venissero affogati nel Mar Morto e si offrì di fornire autobus per portarveli. 

Inoltre Lieberman ha proposto che un "test di lealtà" venga applicato a quegli "arabi" che desiderano rimanere in Israele. Coloro impegnati a rendere Israele uno Stato di tutti i suoi cittadini, compresa la minoranza palestinese, sarebbero privati del loro diritto di voto. Nell'aprile 2002 Lieberman ha affermato che non c'era "nulla di non democratico nel trasferimento [forzato]". 

Nel maggio 2004 Lieberman ha detto che il 90% del milione e duecentomila cittadini palestinesi di Israele dovrebbero "trovarsi una nuova entità araba" in cui vivere al di fuori dei confini di Israele. "Non c'è posto per loro qui. Possono prendere i loro bagagli e far perdere le loro tracce". 

Nel maggio 2006 Lieberman chiese l'uccisione dei membri arabi del Parlamento israeliano che si erano incontrati con i membri dell'Autorità Palestinese allora guidata da Hamas. 

Nei mesi recenti Lieberman ha esortato a radere al suolo Tehran se l'Iran fosse andato avanti con il suo presunto programma di armi nucleari. Egli avrebbe detto agli ascoltatori del Radio Persian Service di Israele: "Pagherete un caro prezzo; voi, buoni cittadini iraniani, pagherete per le azioni dei vostri leader". 

Secondo il giornalista israeliano Gideon Samet, la crescita della stella di Lieberman in Israele non dovrebbe essere accantonata come uno sviluppo anomalo, affermando che "le idee di Lieberman stanno penetrando profondamente nella società israeliana". Samet ritiene che ci si debba aspettare che la classe politica in Israele si adatti alla realtà di Lieberman. 

"Netanyahu non dirà apertamente che non siederà al governo con Lieberman. Dopotutto, tanto Kadima che il Partito Laburista sono stati al governo con lui in precedenza", ha scritto Samet su Maariv. 

Nelle recenti settimane un grande numero di intellettuali israeliani, compresi presunti membri della sinistra, hanno parlato in favore dell'idea di scatenare una guerra genocida contro i palestinesi. Una personalità televisiva vicina alla sinistra, Yaron London, ha sorpreso molti durante il recente blitz a Gaza spingendo per una campagna "senza regole" contro i civili palestinesi. London ha presentato le sue idee in un articolo su Yediot Aharonot e le ha poi elaborate in una serie di interviste pubblicate sui giornali ebraici. 

"E' venuto il momento di scioccare la popolazione di Gaza con azioni che sino ad oggi ci hanno nauseato--azioni come uccidere la leadership politica, causare fame e sete a Gaza, bloccare le risorse energetiche, causare ampia distruzione ed essere meno discriminanti nell'uccisione di civili. Non c'è altra scelta" ha scritto. 

Rispondendo alle domande London ha ulteriormente argomentato che l'uccisione di civili era un atto giustificato. "Mi riferisco tanto alla popolazione che alla loro leadership; sono la stessa cosa perché la popolazione ha votato per Hamas. Non posso fare distinzioni tra uno che ha votato per Hamas e un leader di Hamas". 

Questa mentalità chiaramente criminale non rimane senza risposta, ma sta guadagnando popolarità. L'ex presentatore televisivo Haim Yavin ha messo in guardia contro l'inclusione di Lieberman e di quelli come lui nel prossimo governo israeliano. "Kahana potrà essere morto, ma il Kahanismo è vivo e vegeto; c'è troppo 'morte agli arabi' e odio per gli arabi", ha detto Yavin durante un'intervista ad Haaretz questa settimana. 

La cosa allarmante è che Yavin rappresenta una minoranza in graduale diminuzione in una società che si sta spostando velocemente verso il fascismo. 
Titolo originale: "If not fascism, what is?"
di KHALED AMAYREH
Al-Ahram Weakly
Fonte: http://weekly.ahram.org.eg

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Crisi spagnola, allarme disoccupazione


Il ministero del lavoro spagnolo ha diffuso dei dati allarmanti sulla disoccupazione in Spagna. Nel mese di Gennaio le persone senza lavoro sono aumentate di 200.000 unità raggiungendo la cifra globale di 3,3 milioni e la percentuale del 14,4%.
La situazione è così preoccupante che c'è chi parla di spagnoli che stanno cercando opportunità lavorative in altri paesi mentre il flusso migratorio in ingresso potrebbe rivolgersi verso altre nazioni.
Nel 2008 ben un milione di persone sono rimaste senza lavoro e le previsioni per il futuro sono tutt'altro che incoraggianti. Secondo la commissione europea, infatti, il tasso di disoccupazione nel 2010 arriverà al 16,1% e addirittura al 18,7% nel 2011.
Fino a poco tempo fa la Spagna era, con l'Irlanda, il paese europeo che cresceva maggiormente, ma la crisi finanziaria internazionale ha avuto un effetto distruttivo soprattutto nel settore immobiliare che poi era il comparto che aveva maggiormente contribuito al boom economico spagnolo.
Probabilmente torna di moda il vecchio detto che, quando la crescita è troppo veloce altrettanto rapida e devastante può essere la caduta.
Il governo ha annunciato numerosi programmi di investimento nelle infrastrutture per rilanciare l'occupazione, ma non c'è grande ottimismo che sortisca effetti immediati.
Di questi giorni anche il dato della vendita delle auto diminuita del 41,6% rispetto allo scorso anno.
di Pablo Barcel

Israele, "la battaglia demografica"

Fin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, la scena mondiale ha cominciato a evolvere verso un ritorno del “fattore religioso”, in coincidenza con un arretramento delle ideologie laiche, nazionaliste e socialiste. Ciò ha determinato la nascita di un nuovo mondo – sia dal punto di vista politico che da quello intellettuale e culturale – le cui caratteristiche continuano ad essere dominanti ancora oggi. In questo contesto, il mondo ha nuovamente rivendicato l’autorità delle religioni rivelate. L’Occidente ha cominciato a insistere sull’eredità cristiana, Israele sull’eredità ebraica, i movimenti islamici sull’eredità islamica. L’identità religiosa è salita in cima alle preoccupazioni del mondo, contribuendo ad accelerare il crollo delle ideologie laiche. Questa visione religiosa delle cose è stata confermata da una serie di intellettuali, primi fra tutti Francis Fukuyama e Samuel Huntington. Si è fatto ricorso alla religione non in base ad una convinzione riguardante il suo ruolo spirituale, quanto piuttosto nel tentativo di legittimare le nuove politiche egemoniche a livello mondiale.

Sebbene in passato la religione non fosse una componente rilevante dell’identità, essa è emersa in una veste nuova determinando un ulteriore aspetto problematico nella questione palestinese, che ne rende più difficile la soluzione. Malgrado tutti gli sforzi fatti, un compromesso definitivo fra palestinesi e israeliani è infatti un obiettivo difficile da raggiungere. La “diversità” razziale implicita nell’idea di “stato ebraico”, definito attraverso la cosiddetta “nazionalità ebraica”, è un concetto che non assomiglia in alcun modo al concetto di “cittadinanza”. In questo contesto, possiamo concentrarci sull’importante articolo proposto dal professor Raja Kamal, preside per lo sviluppo delle risorse presso la Harris School for Public Policy Studies dell’Università di Chicago – articolo intitolato “Israel’s demographic concern” (apparso originariamente sul Chicago Tribune del 24 marzo 2008, l’articolo è stato ripubblicato da numerosi giornali arabi, fra cui il libanese Daily Star, da cui vi abbiamo proposto la traduzione italiana, intitolata: “Israele/Palestina: troppa religione rende la pace meno probabile” (N.d.T.) ). In tale articolo il professor Kamal sostiene che “sia i palestinesi che gli israeliani adottano sempre più i principi religiosi come movente per le politiche che ciascuna delle due parti porta avanti nei confronti dell’altra”. Ma a destare preoccupazione è soprattutto il fatto che questo entusiasmo religioso potrebbe essere connesso ai cambiamenti demografici in atto all’interno di Israele. Tali cambiamenti potrebbero rappresentare la sfida maggiore per coloro che vogliono trovare una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese. Aggiunge Kamal: “In Israele sono due i fattori demografici che influenzano le politiche del governo: la crescita delle fasce ultra-ortodosse della popolazione e l’emigrazione di scienziati, studiosi e ricercatori”.

Secondo le statistiche del governo israeliano, il tasso di natalità estremamente elevato fra gli ebrei ultra-ortodossi raggiunge i 7,6 figli per donna, pari a tre volte il tasso di crescita media della popolazione all’interno dello stato ebraico. In una società politicamente divisa come quella di Israele – rileva Kamal – ciò fa sì che piccoli partiti religiosi siano in grado di “esercitare forti pressioni su un governo relativamente debole”. Ciò appare in maniera evidente nella politica israeliana degli insediamenti, che viene portata avanti malgrado la condanna internazionale.

Un’inchiesta pubblicata dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth afferma che sono due i fattori principali che spingono i maggiori scienziati e accademici a lasciare Israele per l’America: il primo è il fatto che il sogno sionista è divenuto poco attraente rispetto all’entità degli stipendi in dollari americani, il secondo è che la vita all’interno di Israele è caratterizzata da un continuo stato di tensione dovuto all’assenza di sicurezza. Per questa ragione Israele, “che non vorrebbe perdere un solo uomo, qualunque sia il suo grado di istruzione”, deve riconoscere in questo fenomeno di emigrazione una dimostrazione del fallimento della politica sionista tradizionale che si prefigge di convincere gli ebrei del mondo a migrare in Israele, e non il contrario. Tuttavia, l’altro dato importante è che “la perdita di queste persone avviene in coincidenza con la crescita della destra estrema, e meno pronta a fare concessioni”. A ciò si accompagnano i timori che Israele nutre per “l’identità ebraica dello stato”, alla luce dell’aumento della popolazione costituita dai cosiddetti “palestinesi del ‘48”. Cosicché il conflitto, in sostanza, viene ad essere il risultato dei timori riguardanti i cambiamenti demografici.

Un numero sempre maggiore di osservatori ritiene che Israele stia perdendo la “battaglia demografica” con i palestinesi, i quali sono destinati a diventare la maggioranza man mano che si riduce l’immigrazione ebraica verso Israele. Sergio Della Pergola, noto esperto di demografia israeliana, ritiene che la tendenza sia chiarissima: “ Entro la fine di questo decennio, gli ebrei diventeranno minoranza all’interno dei territori che comprendono Israele, la Cisgiordania e Gaza”. Egli ha aggiunto che “gli ebrei, oggi, rappresentano solo di poco la maggioranza, tra il mar Mediterraneo ed il fiume Giordano”. Basandosi esclusivamente sulle previsioni demografiche, Della Pergola – insieme ad alcune personalità politiche – sostiene che “non sarà possibile per Israele rimanere uno stato ebraico e democratico se continuerà ad occupare i territori palestinesi”. E’ utile ricordare che il movimento sionista aveva deciso, fin dalla sua nascita, che la “sciagura” dell’assimilazione degli ebrei all’interno di società estese, e le crisi economiche e le persecuzioni che li avevano travolti, erano originate dal fatto che essi si trovavano “in esilio”. L’unica soluzione era pertanto quella di abbandonare del tutto questo esilio. Tuttavia, dopo che sono trascorsi 60 anni dalla fondazione dello stato di Israele, i due terzi degli ebrei del mondo continuano a vivere al di fuori di questo stato.

La tendenza religiosa di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo non riguarda soltanto Israele. Negli Stati Uniti, ad esempio, vi sono i neocon che continuano ad appellarsi all’eredità giudaico-cristiana. Da noi in Palestina vi sono Hamas e la Jihad Islamica. Vicino a noi, in Libano, vi è Hezbollah. Vi è poi il movimento dei Fratelli Musulmani, che è diffuso in tutto il mondo arabo. Altre manifestazioni di fondamentalismo religioso si trovano nella maggior parte dei paesi islamici. Nel resto del mondo vi sono numerosi movimenti religiosi, che molto spesso mescolano la religione alla politica. Consapevolmente o inconsapevolmente, gli Stati Uniti hanno dato nuovo impulso a questi orientamenti religiosi nell’era del presidente Bush, tentando di diffondere la cosiddetta tradizione giudaico-cristiana sotto le vesti dell’ideologia neocon, e nella persona stessa di George W. Bush, il “cristiano rinato”.

Il fondamentalismo religioso ed estremista in Israele si è trasformato in una barriera di divisione fra gli ebrei stessi (e rispetto ai palestinesi ed agli altri arabi), accompagnata da un perenne sensazione di pericolo, dopo che lo “stato” non è riuscito ad affermare un’idea “nazionale” basata sulla cittadinanza, sull’uguaglianza e sulla partecipazione, sulla democrazia e sul pluralismo (compreso il pluralismo religioso), in cui fossero messi al primo posto gli interessi nazionali ed economici condivisi, ed i legami culturali, storici e linguistici comuni, al fine di creare una “appartenenza” condivisa ed una “identità” condivisa. Di conseguenza, il fattore demografico è, e resterà, un elemento determinante in ogni soluzione di compromesso fra palestinesi e israeliani. Articolo correlato su Nuovediscussioni

di Asaad Abdel Rahman

Asaad Abdel Rahman è uno scrittore e politico palestinese; è membro del comitato esecutivo dell’OLP; è autore di numerosi libri sulla questione palestinese e sul movimento sionista

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/05/07/“dal-mare-al-fiume”-le-trasformazioni-demografiche-in-palestina/

Titolo originale:

حديث البحر للنهر…والتحولات الديموغرافية

Zagrebelsky:"Dialogo sull'etica è impossibile con lo scontro tra dogmi"


L'Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha definito Beppino Englaro "un boia". Credo che debba partire da qui, da un insulto atroce, il colloquio con Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale

Beppino Englaro, "un boia"?" 
In un caso controverso dove sono in gioco dati della vita così legati alla tragicità della condizione umana è fuori luogo usare un linguaggio violento, così impietoso, così incontrollato, così ingiusto. Non ho ascoltato, sul versante opposto, che vi sia chi ragiona dell'esistenza di un "partito della crudeltà" opposto a "un partito della pietà". Credo che in vicende così dolorose debbano trovare espressione parole più adeguate e controllate, più cristiane".

E tuttavia, presidente, i toni accusatori, le accuse così aggressive e definitive sembrano indicare che cosa è in gioco o a contrasto nel caso di Eluana Englaro. I valori contro i principi, la verità contro il dubbio. Questioni da sempre aperte nelle riflessioni dei dotti che avevano trovato, per così dire, una sistemazione condivisa nella Costituzione italiana. Che cosa è accaduto? Perché quell'equilibrio viene oggi messo di nuovo in discussione dopo appena sessant'anni? 
"Le posizioni in tema di etica possono essere prese in due modi. In nome della verità e del dogma, con regole generali e astratte; oppure in nome della carità e della com-passione, con atteggiamenti e comportamenti concreti. Nella Chiesa cattolica, ovviamente, ci sono entrambe queste posizioni. Nelle piccole cerchie, prevale la carità; nelle grandi, la verità. Quando le prime comunità cristiane erano costituite da esseri umani in rapporto gli uni con gli altri, la carità del Cristo informava i loro rapporti. La "verità" cristiana non è una dottrina, una filosofia, una ideologia. Lo è diventata dopo. Gesù di Nazareth dice: io sono la verità. La verità non è il dogma, è un atteggiamento vitale. Quando la Chiesa è diventata una grande organizzazione, un'organizzazione "cattolica" che governa esseri umani senza entrare in contatto con loro, con la loro particolare, individuale esperienza umana, ha avuto la necessità di parlare in generale e in astratto. È diventata, - cosa in origine del tutto impensabile - una istituzione giuridica che, per far valere la sua "verità", ha bisogno di autorità e l'autorità si esercita in leggi: leggi che possono entrare in conflitto con quelle che si dà la società. Chi pensa e crede diversamente, può solo piegarsi o opporsi. Un terreno d'incontro non esiste. ". 
Che ne sarà allora dell'invito del capo dello Stato a una "riflessione comune" ora che il parlamento affronterà la discussione sulle legge di "fine vita"?  " Una legge comune è possibile solo se si abbandonano i dogmi, se si affrontano i problemi non brandendo quella verità che consente a qualcuno di parlare di "omicidio" e "boia", ma in una prospettiva di carità. La carità è una virtù umana, che trascende di gran lunga le divisioni delle ideologie e dei credi religiosi o filosofici. La carità non ha bisogno né di potere, né di dogmi, né di condanne, ma si nutre di libertà e responsabilità. Dico la stessa cosa in altro modo: un approdo comune sarà possibile soltanto se prevarrà l'amore cristiano contro la verità cattolica".  Lo ritiene possibile?  "Giovanni Botero nella sua Della Ragione di Stato del 1589 scriveva, a proposito dei Modi di propagandar la religione: "Tra tutte le leggi, non ve n'è alcuna più favorevole a' Prencipi, che la Christiana: perché questa sottomette loro, non solamente i corpi e le facoltà de'sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora e i pensieri". Botero era uomo della controriforma. Purtroppo, c'è chi pensa ancora così, tra i nostri moderni "prencipi". Essi potrebbero far loro il motto di un discepolo di Botero che scriveva: "questa è la ragion di stato, fratel mio, obbedire alla Chiesa cattolica". Ora, se l'obbedienza alla Chiesa cattolica è la ragion di stato, è chiaro che i laici non troveranno mai un approdo comune con costoro.  Dobbiamo allora credere che il conflitto di oggi tra mondo laico e mondo cattolico, che ha accompagnato il calvario di Eluana, segnali soprattutto la fine della riflessione del Concilio Vaticano II e, per quel che ci riguarda, la crisi di quella "disposizione costituzionale" che è consistita, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella Costituzione, e per la Chiesa nella distinzione tra religione e politica?  "Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la tradizione della Chiesa come potere alleato dello Stato, ha voluto liberarla da questo legame tutt'altro che evangelico. Non si propose di proteggere o conservare i suoi privilegi, ancorché legittimamente ricevuti, e invitò i cattolici a un impegno responsabile nella società, uomini con gli altri uomini, con la fiducia riposta nel libero esercizio delle virtù cristiane e nell'incontro con gli "uomini di buona volontà", senza distinzione di fedi. Fu "religione delle persone" e non surrogato di una religione civile. Il cattolicesimo-religione civile sembra invece, oggi, essere assai gradito per i vantaggi immediati che possono derivare sia agli uomini di Chiesa che a quelli di Stato".  Ieri mentre finiva l'esistenza di Eluana Englaro e il Paese era scosso dalle emozioni, dalla pietà e, sì, anche da una rabbia cieca, dieci milioni di italiani hanno voluto vedere il Grande Fratello. E' difficile non osservare che l'artefice della macchina spettacolare televisiva del reality e di ogni altra fantasmagorica vacuità - capace di distruggere ogni identità reale, alienare il linguaggio, espropriarci di ciò che ci è comune, di separare gli uomini da se stessi e da ciò che li unisce - è lo stesso leader politico che pretende di dire e agire in nome dell'Umanità, della Vita, addirittura della Verità e della Parola di Dio. Le appare più tragico o grottesco, questo paradosso? Come spiegarsi la dissoluzione di ogni senso critico dinanzi a questo falso indiscutibile?  "Non è questo il solo paradosso. Non è la sola contraddizione che si può cogliere in questa vicenda. Il mondo cattolico enfatizza spesso il valore della dimensione comunitaria della vita, soprattutto nella famiglia. E' la convinzione che induce la Chiesa a invocare a gran voce la cosiddetta sussidiarietà: lo Stato intervenga soltanto quando non esistono strutture sociali che possono svolgere beneficamente la loro funzione. Mi chiedo perché, quando la responsabilità, la presenza calda e diretta della famiglia, nelle tragiche circostanze vissute dalla famiglia Englaro, dovrebbero ricevere il più grande riconoscimento, la Chiesa - con una contraddizione patente - chiude alla famiglia e invoca l'intervento dello Stato; alla com-passione di chi è direttamente coinvolto in quella tragedia, preferisce i diktat della legge, dei tribunali, dei carabinieri. Sia chiaro: lo Stato deve vigilare contro gli abusi - proprio per evitare il rischio espresso dal presidente del consiglio con l'espressione, in concreto priva di compassione, "togliersi un fastidio" - ma osservo come la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte: questo è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario".  Lei è il primo firmatario di un appello che ha per titolo Rompiamo il silenzio. Vi si legge che "la democrazia è in bilico". Le chiedo: può una democrazia fragile, in bilico appunto, reggere l'urto coordinato di un potere politico invasivo e senza contrappesi e di un potere religioso che agita come una spada la verità?  "Oggi la politica è succuba della Chiesa, ma domani potrebbe accadere l'opposto. Se la politica è diventata - come mi pare - mezzo al solo fine del potere, potere per il potere, attenzione per la Chiesa! Essa, la Chiesa del dogma e della verità, può essere un alleato di un potere che oggi ha bisogno, strumentalmente, di legittimazione morale. Il compromesso convince i due poteri a cooperare. Ma domani? Il potere dell'uno, rafforzato e soddisfatto, potrebbe fare a meno dell'altra. ".  Qual è l'obiettivo del suo appello?  "'Rompiamo il silenziò è già stato sottoscritto da centosessantamila cittadini. È la dimostrazione che, per fortuna, la nostra società non è un corpo informe, conserva capacità di reazione. L'appello ha tre ragioni. E' uno sfogo liberatorio, innanzitutto: devo dire a qualcuno che non sono d'accordo. E' poi un autorappresentarsi non come singoli, ma come comunità di persone. Il terzo obiettivo è rendersi consapevoli, voler guardare le cose non in dettagli separati, è un volersi raffigurare un quadro. A volte abbiamo la tendenza a evitare di guardare le cose nel loro insieme. E' quasi un istinto di sopravvivenza distogliere lo sguardo dalla disgrazia che ci può capitare. L'appello prende posizione. Si accontenta di questo. Se mi chiede come e dove diventerà concreta questa presa di coscienza, le rispondo che ognuno ha i suoi spazi, il lavoro, la scuola, il partito, il voto. Faccia quel che deve, quel che crede debba essere fatto per sconfiggere la rassegnazione". 
di GIUSEPPE D'AVANZO

Uno squilibrio a destra nel futuro nebuloso di Israele



La democrazia ha un suo pilastro irrinunciabile nel processo elettorale. Solo che, a volte, non bastano le urne a dirimere i nodi gordiani che attraversano società complesse, come quella israeliana.

Squilibrio a destra. Così accade che nelle prime ore dopo la chiusura dei seggi elettorali si sentano i due principali avversari, il partito centrista Kadima guidato da Tzipi Livni e il partito di destra Likud guidato da Benyamin Netanyahu, dichiarino entrambi di essere in grado di formare una coalizione di governo. Questo perché, elemento che dovrebbe far riflettere la società israeliana, entrambi puntano al ‘patto con il diavolo' rappresentato dal partito Israel Beitenu e dal suo leader Avigdor Lieberman. Un personaggio, per intendersi, che ha scacciato i giornalisti arabi dalla sua ultima conferenza stampa. Un uomo che ha basato il suo consenso popolare sull'elettorato di origine russa ma che poco dopo si è proposto a livello nazionale. Il suo successo, se verrà confermato lo storico sorpasso al partito Laburista di Euhd Barack, è inversamente proporzionale alle speranze deluse degli accordi di Oslo del 1994. Molti israeliani, come molti palestinesi, anno dopo anno hanno visto sfumare la loro aspirazione di pace. Ne ha beneficiato un uomo come Lieberman, che non ha mai fatto mistero di ritenere la forza come unico linguaggio possibile con gli arabi.

Questo è il Medio Oriente, dove tutto è possibile. Lontani mille miglia dal patto nazionale che portò alla presidenziali francesi all'isolamento del nazionalista Le Pen, giunto a sorpresa al ballottaggio presidenziale nel 2007. Kadima e Likud, mentre ancora è in corso il conteggio delle schede, già tirano per la giacca Lieberman e i suoi potenziali 19 seggi su 120 che ne compendia la Knesset, il parlamento israeliano. Se gli exit poll verranno confermati domani, infatti, l'attuale ministro degli Esteri Livni, prima donna candidata premier in Israele dai tempi di Golda Meir, ha recuperato su Netanyahu, ottenendo più voti,, ma non abbastanza né per governare da sola né per ridar vita alla coalizione con il partito Laburista che governa il Paese dalla fallimentare guerra in Libano del 2006. Potrebbe farlo Netanyahu, se si allea con Lieberman. Ma potrebbe farlo anche la Livni, se si allea con Lieberman. Il leader xenofobo diventa, dunque, decisivo. Per questo, appena chiusi i seggi, il ministro del tesoro Roni Bar On, esponente di prima fila del partito Kadima, ha già rivolto al leader di Israel Beitenu l'invito a entrare in un'alleanza di governo col suo partito e a evitare così "il suicidio politico restando all'opposizione assieme al Likud di Benyamin Netanyahu". Allo stesso tempo, secondo il quotidiano di destra Yedioth Ahronoth, il Likud cercherà di formare assieme ai partiti di destra un blocco per impedire alla Livni di formare un governo.

Futuro nebuloso. Una democrazia, l'unica del Medio Oriente, come ricordano sempre i cittadini israeliani, che appare appesa a un personaggio come Lieberman, il quale non riconosce neanche i diritti di quel milione e passa di arabi israeliani. E i palestinesi? I primi commenti tradiscono una forte sfiducia"Indipendentemente dalla coalizione formata da qualsiasi primo ministro, il prossimo governo israeliano non potrà dare quello che serve per la pace. Se il nuovo governo continuerà a far espandere gli insediamenti, a piazzare i posti di blocco e a ostacolare una soluzione a due Stati, non ci sarà per noi nessuna scelta se non rinunciare a considerarlo un partner nel processo di pace". Questo l'amaro commento di Saeb Erekat, storico negoziatore palestinese, vicino ad Abu Mazen e al Fatah. Ancora più duro il commento di Fawzi Barhum, portavoce di Hamas: "Hanno vinto gli estremisti. Per noi Likud, Kadima o Israel Beitenu non fanno differenza. Tutti hanno sostenuto l'operazione militare a Gaza".

di Christian Elia

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14173/Svolta+all'estrema+destra

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