giovedì 12 febbraio 2009

Afghanistan, italiani al fronte senza limiti



"Obama ha chiesto a gli alleati di dare una mano agli Stati Uniti in Afghanistan e noi non ci tireremo indietro", ha dichiarato oggi Berlusconi spiegando di aver confermato al presidente Usa il rispetto degli impegni presi con il suo predecessore Bush. Alcuni giornali, riprendendo una notizia diffusa dal quotidiano britannico The Guardian, hanno parlato di altri 800 soldati, e oggi il ministro degli Esteri Frattini ha confermato la rimozione completa dei caveat che limitano l'impiego dei nostri soldati.

Rinforzi in arrivo. L'aumento del contingente da 2.300 a 2.800 era già stato autorizzato con un decreto legge lo scorso 18 dicembre (dopo la visita a Roma del capo del Comando centrale Usa, generale David Petraeus), consentendo l'invio di rinforzi (500 alpini della Brigata 'Julia') per la creazione, già prevista da mesi, di un secondo Battle Group da dislocare sul fronte di guerra sud-occidentale di Farah. Le nuove truppe da combattimento stanno affluendo in questi giorni nella nuova base italiana 'Tobruk' di Bala Buluk (inaugurata pochi giorni fa) e ancora più a sud, nell'avamposto di Delaram (che già ospitava le nostre forze speciali della Task Force 45). 
Il contingente italiano potrebbe effettivamente crescere di ulteriori 300 uomini rispetto alla quota di 2.800 autorizzata a dicembre quando tra due mesi arriveranno i paracadutisti della Brigata 'Folgore' a dare il cambio agli alpini e almeno altri sei elicotteri da guerra con i rispettivi piloti e tecnici.

Mani libere. Per quanto riguarda invece la rimozione completa delle limitazioni che finora impedivano ai soldati italiani di compiere azioni offensive - decisa anch'essa a dicembre durante l'incontro romano tra il premier Berlusconi e il generale Usa Petraeus - non è altro che la conseguenza logica dell'invio dell'invio al fronte delle nostre truppe, che d'ora in avanti non spareranno più solo per difendersi ma condurranno anche attacchi. Il limite potrebbe cadere anche per i quattro caccia-bombradieri italiani Tornado schierati in Afghanistan, che finora ha sparato 'solo' con i doppi cannoni mitragliatori Mauser Bk-27 (da cinquanta proiettili 27mm al secondo) e che d'ora in poi potrebbero anche sganciare bombe.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14207/Italiani+al+fronte

Lo spettro di Africom si aggira in Congo


Lo spettro del Comando per le operazioni USA in Africa, Africom, si aggira nel sanguinoso teatro di guerra della Repubblica Democratica del Congo. Un lungo articolo apparso il 6 febbraio sul New York Times, ha rivelato che l’offensiva scatenata a metà dicembre nel nord del paese dalle forze armate ugandesi contro i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (ERS), è stata pianificata e finanziata dal Comando Africom di Stoccarda (Germania). L’intervento contro le basi realizzate all’interno del parco nazionale di Garamba, sarebbe stato del tutto fallimentare: le milizie, uscite illese dai bombardamenti, si sarebbero poi vendicate contro la popolazione civile, massacrando più di 900 persone, in buona parte donne e bambini. 
Stando al 
New York Times, la richiesta di appoggio al blitz contro le bande controllate da Joseph Kony, è stata fatta nell’autunno 2008 dal governo dell’Uganda all’ambasciata USA di Kampala. Il mese successivo sarebbe giunta l’autorizzazione personale del presidente George W. Bush. Diciassette consiglieri ed analisti militari sono stati così inviati in Uganda dal Comando di Africom “per lavorare a stretto contatto con gli ufficiali locali, fornendo un milione di dollari di rifornimenti, intelligence e riprese satellitari” sui luoghi in cui si nascondevano i miliziani dell’ERS. I consiglieri statunitensi avrebbero pure contribuito a pianificare le operazioni di bombardamento degli accampamenti in Congo, e il contemporaneo intervento via terra di oltre 6.000 militari delle forze armate di Uganda e Repubblica Democratica del Congo. 
Secondo quanto dichiarato al 
New York Times da un anonimo ufficiale USA, il 13 dicembre, giorno prima dell’attacco, alcuni militari statunitensi si sarebbero trasferiti in un sito protetto al confine tra Uganda e Congo per un “meeting finale di coordinamento” con il comando delle forze armate ugandesi, “senza tuttavia partecipare direttamente alle operazioni di combattimento”. “Una densa nebbia ritardò l’attacco di alcune ore, e si perse l’effetto sorpresa”, ha aggiunto l’ufficiale. “Quando gli elicotteri ugandesi bombardarono il rifugio di Mr. Kony, questo era vuoto. Le forze terrestri penetrarono diverse miglia nella foresta, ma arrivarono parecchi giorni e trovarono solo un paio di telefoni satellitari e alcuni fucili”. 

Il governo di Kampala ha tuttavia presentato l’offensiva di dicembre come un grande successo, attribuendosi la distruzione del centro di controllo e dei magazzini dell’ERS, la morte di parecchi ribelli e finanche il riscatto di un centinaio di bambini soldato. Una versione che oggi si scopre del tutto falsa ma soprattutto omissiva delle gravissime negligenze delle truppe ugandesi e congolesi, che avrebbero così abbandonato la popolazione ad una feroce rappresaglia degli uomini di Joseph Kony. “I militari hanno fatto assai poco per proteggere i villaggi vicini”, hanno denunciato i rappresentanti di alcune organizzazioni non governative congolesi. “Le truppe hanno fallito nell’isolare le vie di fuga e non hanno inviato soldati in molte cittadine vicine dove i ribelli massacravano gli abitanti. Intanto i leader ribelli sono fuggiti mentre i loro combattenti, divisisi in piccoli gruppi, hanno continuato a saccheggiare villaggio dopo villaggio nel nord-est del Congo, facendo a pezzi, bruciando e bastonando a morte chiunque incontrassero”. Testimoni oculari raccontano che i miliziani hanno sequestrato centinaia di bambini. Nell’area compresa tra le città di Doruma, Tomati e Faradje sono stati denunciati casi di stupri su bambine di 10 anni d’età e l’incendio di centinaia di abitazioni. Stime ufficiali parlano di oltre 900 vittime. 
Mostrando un certo cinismo, gli ufficiali statunitensi intervistati dal 
New York Times, hanno ammesso che l’operazione militare è stata “poco pianificata e poveramente realizzata”. “Noi avevamo detto ai nostri partner di prendere in considerazione una serie di suggerimenti ed alternative – hanno aggiunto - ma le loro scelte erano le loro scelte. Alla fine, questa non era una nostra operazione”. Una dichiarazione di auto-assoluzione analoga a quella utilizzata dal Comando di MONUC, la missione delle Nazioni Unite in Congo, anch’essa incapace di difendere la popolazione dai massacri degli uomini al soldo di Joseph Kony. Solo che nel caso di MONUC, la condivisione dell’operazione non è stata rinnegata. Il 15 ottobre 2008, quando le forze terrestri dell’Uganda si stavano concentrando alla frontiera con il Congo, il capo della missione internazionale di paecekeeping, colonnello Jean-Paul Dietrich, aveva pubblicamente offerto il “supporto logistico” della missione ONU per “questa operazione di contenimento dei ribelli dell’ERS”. 
I militari USA sono presenti in Uganda da più di un decennio, contribuendo all’addestramento, alla fornitura di armamenti e all’equipaggiamento pesante delle forze armate nazionali. Nel 1996, uno squadrone VP-16 dell’US Navy di stanza a Sigonella aveva dislocato a Kampala i suoi aerei di riconoscimento P3C-Orion per raccogliere e smistare informazioni al Tactical Support Center della base siciliana, relative ai “profughi e ai rifugiati presenti al confine con lo Zaire”, come al tempo si chiamava la Repubblica Democratica del Congo. Qualche anno più tardi fu inviato in Uganda anche un contingente della 35^ Brigata di Artiglieria Aerea USA che operava presso la base di Suwon, Corea del Sud. 
Dopo l’11 settembre 2001, le forze armate ugandesi hanno partecipato a numerose esercitazioni “anti-terrorismo” in Corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi, sotto il comando della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la 
task force che gli Stati Uniti hanno attivato presso la base di Camp Lemonier, Gibuti. A partire dal gennaio 2007, alcuni reparti d’elite si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda, operando congiuntamente con i militari locali contro l’Esercito di Resistenza del Signore. È stata accertata la presenza di uomini dell’US Army Corps of Engineers e dell’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania ed Aviano, Pordenone. 
Il 9 aprile 2008, il generale William “Kip” Ward, comandante in capo di Africom, giungeva all’aeroporto di Entebbe, una delle maggiori basi operative USA in Africa, per una visita di tre giorni ai reparti militari dislocati in Uganda. Il 10 aprile, Ward si trasferiva nel distretto settentrionale di Gulu per incontrare il personale militare della Combined Joint Task Force-Horn of Africa in un accampamento utilizzato anche dal personale dell’Agenzia per lo Sviluppo statunitense USAID. Il giorno successivo il Comandante di Africom partecipava ad un incontro con 200 cadetti del college ugandese di Jinja. Tra gli istruttori di questo istituto di formazione alla guerra, alcuni ufficiali della task force che gli USA hanno installato a Gibuti e i professori del Naval War College (NWC) di Newport, Rhode Island.

di Antonio Mazzeo

Eutanasia, il Lussemburgo non è l'Italia


Un capo di Stato che blocca una legge sul fine vita e un premier che non ci sta e decide di cambiare la Costituzione. Non siamo in Italia ma in Lussemburgo e il canovaccio della storia, per quanto possa apparire simile, lo è solo nella forma, mentre è assai diverso nella sostanza. Anche il contesto in parte è lo stesso, due paesi cattolici, a fare la differenza è la classe politica.
Il 19 febbraio del 2008 il Parlamento lussemburghese approva in prima lettura una legge che depenalizza l'eutanasia in alcune circostanze e seguendo un protocollo molto stretto. Il testo, firmato da una deputata socialista, Lydie Err, e da uno verde, Jean Huss, passa per poco, 30 voti a favore e 26 contro. Una sconfitta di misura, ma pur sempre una sconfitta per il partito socialcristiano del premier Jean Claude Juncker, contrario alla legge. Con questa norma il piccolo e cattolico Granducato del Lussemburgo va a fare compagnia alla protestante Olanda ed al cattolico Belgio nel ristretto novero dei paesi Ue che in qualche forma ammettono l'eutanasia (in entrambi i paesi dal 2002). Oltre a loro anche la Svizzera permette e regolamenta la dolce morte. O meglio andrebbe. 
Le cose non vanno infatti esattamente come previsto. Il primo dicembre scorso, prima dell'inizio della seconda lettura della legge Err/Huss, il Granduca Henri fa sapere che «per ragioni di coscienza» lui quella norma non ha intenzione di firmarla e quindi di promulgarla. Si accende la polemica (si fa per dire, i termini sono molto più civili dei nostri) anche perché il paese è effettivamente diviso sull'eutanasia e il no del Granduca riapre una ferita e materializza il solco che divide la società tra i pro e i contro della dolce morte. E si accende anche la memoria, che va immediatamente al 1990, quando il Re Baldovino del Belgio si rifiutò di firmare la legge sull'aborto, approvata a larga maggioranza dal Parlamento. Allora i vicini belgi trovarono un escamotage, nel solco del loro famoso surrealismo. Il re ottenne dal governo e dal Parlamento una dichiarazione secondo cui era «impossibilitato a regnare», la legge vide la luce senza la sua firma e poi, una volta scansato il dubbio morale, il sovrano tornò zitto zitto a fare il suo mestiere. 
Il Lussemburgo decide di percorrere un'altra strada, molto meno fantasiosa, assai più pratica e al passo con i tempi. Si profila l'idea di cambiare la Costituzione, trasformando il Granducato in una monarchia protocollare, al pari di quelle scandinave in cui il sovrano non può opinare su un atto del Parlamento, ma solo firmarlo. A lanciare la riforma in nome della difesa della legge sull'eutanasia e delle prerogative del Parlamento è Jean Claude Juncker, un premier che quella norma non l'ha votata semplicemente perché non la voleva. Detto fatto, il 12 dicembre il Parlamento quasi all'unanimità cambia le regole del gioco, chiudendo la breve crisi di regime e obbligando il sovrano a quella neutralità che la sua stirpe manteneva dal 1919. Allora era stata la Granduchessa Maria-Adelaide a mettersi di traverso al Parlamento per prendere le posizioni delle destra cattolica e difendere l'insegnamento cristiano. La crisi, all'epoca, fu dura: Maria-Adelaide abdicò, la monarchia fu messa in dubbio con un referendum popolare ma salvò le penne. Ora il clima nel Granducato è assai meno teso, tanto che anche il Granduca Henri nel suo discorso di Natale ha affermato a chiare lettere che considera «questa riforma come un passo verso una monarchia moderna». Una risposta da paese moderno, quella del Lussemburgo.
di Alberto D'Argenzio

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