venerdì 13 febbraio 2009

Fidel Castro:contraddizioni tra la politica di Obama e l'etica


Parecchi giorni fa ho segnalato alcune idee di Obama che indicano il suo ruolo all'interno di un sistema che è la negazione di qualsiasi giusto pensiero.

C'è chi si straccia le vesti se si esprime una qualsiasi opinione critica sull'importante personaggio, sebbene sia fatta con decenza e rispetto. S'accompagna sempre a sottili, o non tanto sottili, frecciate di coloro che possiedono i mezzi per divulgarle e lo trasformano in componenti del terrore mediatico che impongono ai popoli per sostenere l'insostenibile.

Qualsiasi mia critica è qualificata senza nessuna eccezione come un attacco, un'accusa ed altri sostantivi simili, che riflettono la sconsideratezza e la scortesia nei confronti della persone a cui vanno dirette.

È necessario porsi in questa alcune domande che il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrebbe rispondere, tra le molte che possono essere formulate.

Per esempio, le seguenti:

Rinuncia o no alla prerogativa quale Presidente degli Stati Uniti, di coloro che con pochissime eccezioni esercitarono lo stesso incarico come un diritto proprio, alla facoltà d'ordinare l'assassinio di un avversario politico straniero, che risulta essere sempre di un paese sottosviluppato?

Per caso qualcuno dei suoi vari collaboratori lo hanno informato qualche volta delle tenebrose attività che i presidenti, da Eisenhower in poi, hanno realizzato negli anni 1960, ‘61, ‘62, ‘63, ‘64, ‘65, ‘66 e ‘67 contro Cuba, compresa l'invasione mercenaria della Baia dei Porci, delle campagne terroristiche, dell’introduzione di moltissime armi ed esplosivi nel nostro territorio ed altre attività simili?

Non pretendo incolpare l’attuale Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per fatti che i suoi predecessori presidenziali realizzarono quando non era ancora nato o era solo un bambino di 6 anni, nato alle Hawaii, di padre keniano, musulmano e nero, e madre nordamericana, bianca e cristiana. Quello, al contrario, costituisce nella società degli Stati Uniti, un merito eccezionale, che sono il primo a riconoscere.

Conosce il Presidente Obama che il nostro paese, per decenni è stato vittima dell'introduzione di virus e batteri portatori di malattie ed epidemie che hanno colpito persone, animali e piante, alcune delle quali, come il Dengue Emorragico si sono trasformati successivamente in flagelli che sono costati la vita a migliaia di bambini in America Latina ed in piaghe che colpiscono l'economia dei paesi dei Caraibi e del resto del continente, come danni collaterali che non hanno potuto essere eliminati?

Sapeva che in queste attività terroristiche ed economicamente dannose parteciparono diversi paesi latinoamericani politicamente subordinati, oggi vergognosi dei danni provocati?

Perché si impone al nostro paese, unico caso al mondo, una sconvolgente Legge di Aggiustamento Cubano che promuove il traffico di esseri umani e fatti che sono costati la vita di persone, fondamentalmente donne e bambini?

Era giusto applicare al nostro paese un blocco economico che è durato quasi 50 anni?

Era corretta l'arbitrarietà d’esigere al mondo il carattere extraterritoriale di questo blocco economico che può generare solamente fame e scarsità per qualsiasi popolo?

Gli Stati Uniti non possono soddisfare le loro necessità vitali senza l'estrazione d’enormi risorse minerali da numerosissimi paesi che si vedono limitati nell'esportazione degli stessi, in molti casi senza processi intermedi di raffinazione, attività che generalmente, se conviene agli interessi dell'impero, sono commercializzate da grandi imprese multinazionali con capitale yankee.

Rinuncerà quel paese a tali privilegi?

È per caso compatibile tale misura col sistema capitalista sviluppato?

Quando il signor Obama promette d’investire considerabili somme per rifornirsi da soli di petrolio, nonostante costituisca oggi il maggiore mercato del mondo, che cosa faranno coloro i cui introiti fondamentali provengono dall'esportazione di quell'energia, molti dei quali senza un'altra importante fonte d’ entrata?

Quando la concorrenza e la lotta per i mercati e le fonti d’impiego torni a scatenarsi dopo ogni crisi tra coloro che in modo migliore e più efficace monopolizzino quella tecnologia con sofisticati mezzi di produzione, che possibilità rimangono ai paesi non sviluppati che sognano di industrializzarsi?

Per efficienti che siano i nuovi veicoli che l'industria automobilistica produca, saranno per caso quelle le procedure che l'ecologia richiede per proteggere l'Umanità dal crescente deterioramento del clima?

Potrà la filosofia cieca del mercato sostituire quello che solo la razionalità potrebbe promuovere?

Obama promette investire enormi quantità di denaro nella ricerca di tecnologie che risparmino il consumo di fonti d’energia rinnovabile e non inquinanti.

Tra le fonti d’energia che promette di sviluppare velocemente comprende gli impianti nucleari che hanno già numerosi oppositori, dovuto ai gravi rischi d’incidenti con effetti disastrosi per la vita, l'atmosfera e l'alimentazione umana. È assolutamente impossibile garantire che questo tipo d’incidenti non avvengano.

Senza alcun bisogno di quei disastri accidentali, l'industria moderna ha inquinato con le sue esalazioni tossiche tutti i mari del pianeta.

È corretto promettere la conciliazione d’interessi così contraddittori ed antagonistici senza trasgredire l'etica?

Per compiacere i sindacati che l’hanno sostenuto nella campagna, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, dominata dai democratici, ha stabilito la consegna del "comprate i prodotti statunitensi", eccessivamente protezionistica e che manda a picco un principio fondamentale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, dato che tutte le nazioni del mondo, grandi o piccole, basano i i loro sogni di sviluppo sullo scambio di beni e servizi, per cui solo i più grandi e con ricchezze naturali hanno il privilegio di sopravvivere.

I repubblicani degli Stati Uniti, battuti dal discredito a cui li ha condotti l’assurdo governo di Bush, senza tanto pensarci hanno sostenuto Obama con i suoi alleati sindacali. Così si scialacqua il credito che gli elettori hanno concesso al nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Come vecchio politico e combattente non commetto nessun peccato esponendo modestamente queste idee.

Si potrebbero formulare tutti i giorni domande senza facili risposte, mentre si pubblicano centinaia di notizie provenienti dal mondo politico, scientifico e tecnologico, che giungono da qualsiasi paese.

di Fidel Castro Ruz

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Febbraio09/10-02-09ContraddizioniObama.htm

Il Colonnello Gheddafi e i fondi sovrani libici


Non può certo passare inosservato l’annuncio che i fondi libici hanno acquistato un’ulteriore quota di partecipazione all’interno del gruppo bancario italiano Unicredit. La Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro, circa la metà dell'importo rimasto scoperto dopo la rinuncia della Fondazione Cariverona. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano, che si trova in un momento di evidente difficoltà finanziaria, ritenendo così necessario l’aumento di capitale.  Muovendo questa pedina,  il Premier libico Muammar Gheddafi, e gli investitori che si celano dietro la Banca Centrale della Libia, possono contare su una partecipazione all’interno di uno dei più grandi gruppi bancari europei - che tra l’altro non è stato ancora decimato dalla crisi finanziaria anglo-americana - che gli dà diritto decisionale. Il Gruppo italiano, pur avendo le sue contraddizioni interne, può contare ancora sulla fiducia di un azionariato vario e diffuso, nonché sulla sua presenza in molti Paesi del Sud Est Europeo che, nonostante la recessione e la crisi, godono ancora del supporto delle istituzioni finanziarie internazionali e rappresentano pur sempre un importante gruppo di nuovi consumatori.
La notizia dell’aumento di capitale della Libia in Unicredit, ha fatto subito il giro di tutti i media europei, che hanno rilanciato le rispettive ripercussioni all’interno dei mercati finanziari locali, dove il gruppo italiano detiene una porzione rilevante del mercato interno. Infatti il Gruppo Unicredit si estende in Italia con oltre 180 filiali, e all’estero con finanziarie e collegate, avendo portato avanti in questi ultimi un’aggressiva politica di acquisizione e privatizzazione delle banche dei Paesi del SEE. Secondo i dati riportati dalla stessa società UniCredit Group è presente in 23 nazioni e un network internazionale in più di 50 paesi, "è la seconda banca in Italia con il 16% di quota di mercato, la prima in Austria con il 19% di quota di mercato e la terza in Germania con il 5% di quota di mercato". "In Europa Centro-Orientale, UniCredit Group opera con un network di 3.200 uffici in 20 nazioni e 25 milioni di clienti. UniCredit è presente nelle seguenti nazioni europee: Azerbaigian, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Kazakhstan, Kyrgistan, Latvia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Tajikistan, Turchia, Ucraina e Ungheria". Considerando che la UniCredit è anche proprietario di maggioranza di molte banche presenti nei Balcani e nel Sud Est Europeo,  l'investimento  nella Banca italiana, rende il fondo sovrano libico  azionista indiretto di tutte le sedi estere.
Per quanto riguarda l’Italia, l’aumento della partecipazione della Banca libica non desta particolare preoccupazione, vista la inverosimile "amicizia" che lega Roma a Tripoli. Non dimentichiamo che il fondo sovrano libico da tempo è in trattativa con Telecom Italia per l'acquisto di una quota nel gruppo che vale 13 miliardi di euro, per ottenere così il 10% della società di telecomunicazioni. Gli investimenti sono perfettamente in linea con l'accordo di cooperazione siglato lo scorso 30 agosto, in occasione del quale Gheddafi ha affermato che "la Libia darà la priorità all'Italia per il 90% dei suoi investimenti all'estero'’, direzionando i propri fondi in imprese italiane piccole, medie e grandi di tanti settori. Come dichiarato dall’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre per il Sole24ore, "dopo il Trattato del 30 agosto si prospetta una nuova era negli scambi finanziari", considerando che "In Italia affluiscono (o stanno per arrivare) una buona parte dei sette miliardi di euro che erano depositati in Svizzera e che sono stati tolti dalle banche dopo la sostanziale rottura dei rapporti diplomatici". L’ambasciatore ha infatti previsti che fondi libici "non andranno solo nelle banche commerciali italiane, ma anche nella Banca d'Italia attraverso la banca centrale", in attuazione di una politica di cooperazione tra i singoli Governi. Come rilevato dallo stesso quotidiano, il Governo di Gheddafi cerca sempre di più di accreditare le proprie scelte di investimento come una decisione pragmatica, puramente dettata da ragioni economiche e giustificate da un rapporto politico-diplomatico pre-esistente. Tuttavia non bisogna sottovalutare che la "scelta economica" possa influenzare anche la posizione politica tra i due contraenti, e dunque che lo stesso Colonnello Gheddafi utilizzi i fondi sovrani libici come strumento di diplomazia "super partes" .
di Fulvia Novellino

L'Italia di Berlusconi,la devastazione di ogni speranza


Vista da vicino l’Italia del 2009 fa paura. 
Dopo aver condotto un attacco forsennato contro i lavoratori, dopo aver portato a termine la banditesca operazione Alitalia con l’aiuto dell’opposizione di sua Maestà, dopo aver tentato e parzialmente realizzato un attacco mortale contro quello che resta della scuola pubblica, ora – con il pacchetto sicurezza – il governo Berlusconi imbocca decisamente la strada della violenza autoritaria.
Cosa possiamo immaginare a questo punto? Possiamo immaginare che questo governo duri per altri quattro anni devastando per sempre ogni speranza di vita civile in un paese che non ha mai raggiunto la maturità della democrazia politica. Oppure possiamo immaginare che la situazione precipiti, verso il bagno di sangue, verso la guerra civile interetnica, verso la catastrofe civile dolorosa.
Oppure che altro?
Se guardiamo la situazione da vicino, se proviamo a guardarla da Roma, dove un manipolo di fascisti si è impadronito del Municipio, o da Milano, dove l’Expo 2015 diventa l’occasione per chiudere ogni luogo di incontro libero dei lavoratori precari e della cultura dissidente, come le squadracce del 1922 chiusero le associazioni sindacali operaie, e presto sarà l’occasione per un assalto immobiliare devastante – non c’è speranza. Italia è una parola che non potremo più pronunciare senza vergogna.
Ma non è da vicino che dobbiamo guardare quello che accade in questo paese, non è da Roma né da Milano. Proviamo a spostare il nostro punto di osservazione, e a guardare l’Italia dal mondo. Allora capiremo meglio, e ci libereremo dell’angoscia.

Fino al novembre del 2008 il ceto politico che si è rappattumato intorno a Berlusconi appariva vincente. Fino al novembre del 2008 sembrava che il re travicello e la sua teppa fossero allegramente in sella, destinati a cavalcare senza intoppi. 
Quella che i giornalisti parlamentari chiamano opposizione, il Partito democratico moribondo prima di nascere, è in realtà un’eterogenea truppa di complemento. 
I Colaninno che compongono quel partito non sono altro che soci di affari del presidente del Consiglio. I Bassolini e i Cofferati hanno contribuito a rendere odiosa quell’accozzaglia di perdenti arroganti che il povero Veltroni non riesce a governare. Partito Degliaffari, questo è il significato della sigla Pd. 
Perciò Berlusconi rideva felice, aveva vinto e non c’erano opposizioni all’orizzonte.
Poi l’atmosfera cambiò, perché tre eventi epocali mutarono l’orizzonte.
Uno: il cataclisma economico da lungo tempo annunciato e da lungo tempo ignorato sbarcò sul nuovo continente e lambì la penisola, annunciando tempeste delle quali per il momento non vediamo che i prodromi.
Due: centinaia di migliaia di studenti, insegnanti, ricercatori, lavoratori del sapere precario e dipendente occupano le scuole le università, le strade le piazze e respingono la riforma Gelmini. L’intelligenza si mobilita contro l’ignoranza e non è che l’inizio di un movimento destinato a corrodere profondamente le basi del potere oscurantista.
Tre: la vittoria di Barak Hossain Obama negli Stati Uniti d’America apre una nuova fase storica per l’intero pianeta. Non possiamo sapere quali direzioni prenderà effettivamente la nuova presidenza americana, non possiamo sapere quanto profondo sarà il cambiamento che Obama imprimerà al suo paese e al mondo intero. Ma non possiamo ignorare che il ceto criminale che ha governato il mondo nell’ultimo decennio, il ceto incompetente e criminale che ha portato il mondo alla catastrofe economica ed ecologica, è ora sconfitto, maledetto e disprezzato dagli uomini e dalle donne che iniziano la nuova storia. Dal novembre 2008, da quando il Cataclisma l’Onda e il Presidente nero hanno cambiato la direzione del mondo, i visi pallidi che stanno al potere in Italia appaiono per quello che sono: criminali incompetenti nemici della società e dell’intelligenza. 
Da quel momento sono diventati perdenti. Non per questo sono meno pericolosi, anzi lo sono di più, come dimostra il fatto che da allora hanno iniziato ad aizzare l’odio etnico, l’odio religioso, hanno iniziato a colpire la libertà di pensiero e di associazione, hanno varato leggi di sicurezza che da vicino ricordano i momenti più oscuri della storia del Novecento. Sono pericolosi perché sanno di essere destinati a scomparire con la valanga che presto li sommergerà. Si arroccano aggressivamente, mostrano il volto protervo dell’arroganza clerical-fascista e razzista. Ma hanno perso. Possono produrre molto dolore, possono provocare una guerra razziale e una guerra sociale che porterebbe il paese nel baratro.
Ma hanno perso.
Ora tocca a noi prendere l’iniziativa con calma, con lungimiranza e spirito di pace.
Tocca noi dire che non si debbono accettare i toni da crociata perché le crociate appartengono al Medioevo e per noi il Medioevo è finito. Goffredo da Buglione è morto e George W Bush è morto, e Dick Cheney è morto.
Berlusconi è destinato a seguirli presto.

Ascolto un telegiornale. Sento che Famiglia Cristiana, giornale di persone per bene che vivono la fede con carità e con rispetto, accusa il governo di fomentare l’odio razziale. Sento che il ministro Maroni, dio l’abbia in gloria, minaccia misure legali contro il giornale più letto dagli italiani che credono in dio. Poi vedo che i fascisti in parlamento si scagliano contro il corpo di una ragazza che morì diciassette anni fa, urlano improperi perché vogliono poter espropriare gli uomini e le donne del diritto a disporre del proprio corpo e della propria anima. 
Poi sento che l’Istituto di statistica ci dà le cifre della catastrofe. Nel mese di novembre la produzione industriale è crollata del 14 per cento, del 50 per cento nel settore dell’auto. Dagli Stati Uniti giunge notizia che nell’ultimo mese sono andati perduti 600.000 posti di lavoro. 
Questa è la realtà che il ceto criminale dei Berlusconi e dei Bush ha prodotto. Questa è la realtà che il ceto criminale che provvisoriamente governa l’Italia cerca di nascondere agitando croci infuocate ed urlando anatemi.
Ma per loro è finita. Dall’abisso in cui ci hanno portato dovremo rialzarci con le nostre forze e soprattutto con la nostra intelligenza.
Evitando la guerra civile a cui vogliono trascinarci. Evitando l’angoscia con cui vogliono soffocarci. Perché noi siamo l’intelligenza collettiva e l’Ignoranza privatistica non prevarrà.

di Franco Berardi

Link: http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/16524

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