domenica 15 febbraio 2009

Il nuovo Kissinger e la guerra globale per l'energia

Sommerso dagli squilli di fanfare nazionali ed internazionali che hanno accompagnato l’assunzione dei pieni poteri da parte del 44.esimo Presidente degli Stati Uniti, è passato inosservato l’incarico assegnato alla persona designata a diventare il prossimo più importante architetto ed esecutore della politica estera Statunitense, il Generale a riposo dei Marine USA James Jones.

Con una quasi identica fraseologia, che non può essere costruita né casualmente e nemmeno senza fondamento, il Washington Post del 22 novembre 2008 riferiva sull’allora imminente scelta di  Jones come Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA in questi termini:

“Fonti ben informate sulle decisioni importanti hanno riferito che Osama sta considerando di allargare il raggio di azione dell’incarico al consigliere, in modo da conferirgli l’autorità della stessa natura esercitata da potenti personalità, come, ad esempio, Henry A. Kissinger.”

E l’Israeliano Ha’aretz del giorno seguente scriveva:

“Ci si attende che giuochi un ruolo chiave nell’amministrazione Obama. Secondo notizie di stampa dagli Stati Uniti, egli sarà potente tanto quanto Henry Kissinger, l’onnipotente consigliere per la sicurezza nazionale sotto la Presidenza di Richard Nixon.”

L’analogia viene fatta con il ruolo di Henry Kissinger come Consigliere per la Sicurezza Nazionale durante la prima e la seconda amministrazione Nixon (1969-1977, continuando anche con Ford alla Casa Bianca) e durante il secondo periodo sia come Consigliere per la Sicurezza Nazionale sia come Segretario di Stato; quindi attore con un’influenza senza precedenti nel determinare la politica estera degli USA.

Un raffronto consimile può essere fatto con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Carter, Zbigniew Brzezinski, la vera potenza in politica estera che stava dietro al trono nel periodo 1977-1981, con Segretari di Stato Cyrus Vance e, per breve tempo, Edmund Muskie, assolutamente uomini di paglia rispetto a lui.

Ora, James Jones è il primo ufficiale militare di carriera ad assumere il posto di reaponsabile del Consiglio per la Sicurezza Nazionale USA dal tempo del generale a riposo Colin Powell, che aveva gestito questo incarico durante la seconda Amministrazione Reagan, ed è il primo ex Comandante Supremo dell’Alleanza NATO a farlo.

Jones era stato designato nella NATO all’incarico di Comandante Supremo Alleato in Europa  (SACEUR) e quello in sovrapposizione, e sostanzialmente contemporaneo, di Comandante del Settore Europeo per gli Stati Uniti (COMUSEUCOM) nel primo periodo Bush, e attualmente fa parte del triumvirato per la politica estera dell’Amministrazione Obama – il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Segretario di Stato, il Ministro della Difesa – struttura ereditata dalla precedente Amministrazione. Un altro “triumviro” è il Ministro della Difesa Robert Gates, che come Jones è un laureato della Georgetown University, con un dottorato in Sovietologia e studi sulla Russia.  

Come Comandante del Comando Europeo del Pentagono (EUCOM), Jones è stato il responsabile militare della più vasta area nella storia del mondo, sui 20 milioni di miglia quadrate, che comprendeva 92 delle 192 nazioni del mondo.

E come Comandante Supremo dell’Alleanza NATO in Europa  è stato responsabile di un blocco militare in continua espansione, costituito da ventisei membri a pieno titolo, da due nuovi candidati e da ventitré Consociati per la Pace, sei del Mediterranean Dialogue, sei del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo, e che assortiva altri partner militari nel Sud Asiatico e nell’Asia Orientale e nel Sud Pacifico, complessivamente in cinque continenti.

Mentre rivestiva entrambi gli incarichi fra loro intrecciati, Jones diventava il maggior artefice di quello che lo scorso 1 ottobre veniva ufficialmente avviato come il primo nuovo comando militare da oltre mezzo secolo, l’Africa Command (AFRICOM), la cui area abilitata di operazioni comprende cinquantatre nazioni.

(Nota del traduttore: si raccomanda la lettura del testo al piede***)

Quasi tre anni fa, i precedenti storici dell’AFRICOM venivano così commentati da una fonte di notizie del Ghana:

“Il generale dei Marine James L. Jones, Capo del Comando Europeo USA…ha dichiarato che il Pentagono sta cercando di acquisire il diritto di accesso su due tipi di basi in Senegal, Ghana, Mali e Kenya e in altri paesi dell’Africa.

La nuova strategia degli USA è stata impostata sulle conclusioni del documento del maggio 2001 del gruppo per lo Sviluppo delle Politiche Energetiche Nazionali del Presidente, presieduto dal Vice Presidente Richard Cheney, e noto come rapporto Cheney.” (Ghana Web, 23 febbraio 2006)

E, l’anno successivo, da un commentatore Nigeriano:

“[Nel gennaio 2002 il Gruppo per le Iniziative sulle Politiche Petrolifere in Africa] consigliava che dopo l’11 settembre il problema relativo al petrolio Africano venisse trattato prioritariamente come un problema di sicurezza nazionale, che il governo degli Stati Uniti dichiarasse il Golfo di Guinea “area di interesse vitale”, e che venisse costituita nella regione una struttura di sotto-comando per le forze USA. Nel settembre 2002, l’allora Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, formulava la proposta di insediare una Forza di Risposta Rapida della NATO (NRF), che veniva approvata dai ministri della difesa della NATO a Brussels nel giugno 2003 e veniva inaugurata nell’ottobre 2003.” (Leadership, 22 novembre 2007)

Per ritornare all’argomento iniziale, dopo la sua formale elezione alla fine dell’anno scorso come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jones faceva conoscere che“come comandante della NATO, mi ero preoccupato immediatamente di come proteggere le strutture energetiche e di procurare reti stradali in siti lontani, in Africa,  nel Golfo Persico e nel Mar Caspio.” (Agenzia France-Presse, 30 novembre 2008)

In seguito, anche un quotidiano degli Stati Uniti dava enfasi a questo:

“Durante il suo periodo di servizio 2003-2006 come comandante supremo della NATO, Jones ha sottolineato sempre il suo punto di vista, che le politiche energetiche costituivano materia cruciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dovevano essere prioritarie per procurare la sicurezza internazionale. Nello scorso anno, Jones è stato presidente e direttore generale dell’Istituto della Camera di Commercio degli USA per l’Energia nel XXI secolo. Fino al conferimento del suo incarico da parte di Obama, l’1 dicembre 2008, è stato anche membro del consiglio di amministrazione della Chevron Corp.”(Houston Chronicle, 25 dicembre 2008)

Tutto questo rispecchiava i progetti espressi in precedenza, come evidenziato da:

“ Il comandante in capo delle operazioni della NATO, il Generale Statunitense James Jones, ha riferito di considerare come potenziale ruolo per l’Alleanza la protezione di corridoi chiave come quelli attorno al Mar Nero e delle vie marittime per la fornitura di petrolio dall’Africa all’Europa.” (Reuters, 27 novembre 2006)

E poco prima di lasciare gli incarichi sia del Comando Europeo sia di Comandante della NATO, Jones, rivolgendosi ai leaders delle imprese USA, dichiarava:

“Ufficiali del Comando Europeo USA impiegano fra il 65 e il 70 per cento del loro tempo su problemi Africani…Costituendo un gruppo opportuno [una task force militare in Africa Occidentale] si potrebbe allora inviare un messaggio alle compagnie Statunitensi ‘che investire in molte aree dell’Africa è una buona idea’” (U.S. Dipartimento della Difesa USA, 18 agosto 2006)

E, con molta schiettezza, Jones e la sua corte di personale in borghese della NATO avevano affermato:  

“Gli ufficiali della NATO sono pronti ad usare le navi da guerra per rendere sicure le vie di trasporto marittimo di petrolio e di gas dall’Africa Occidentale” (Jaap de Hoop Scheffer, Segretario Generale della NATO, parlando alla sessione della commissione esteri della PACE – Assemblea Parlamentare del Consiglio di Europa).  

“Il 30 aprile, il Generale James Jones, comandante in capo della NATO in Europa, da quanto viene riferito, ribadiva che la NATO stava delineando un piano per rendere sicure le strutture industriali del petrolio e del gas: ‘A questo riguardo l’Alleanza è determinata a fornire sicurezza in quelle regioni prive di stabilità dove si produce e si trasporta petrolio e gas naturale’” (Trend News Agency, 3 maggio 2006)

Da sottolineare che, mentre parla a quelli che lui presume essere le parti interessate e complici, Jones è del tutto deciso nel muovere il suo dito sulla mappa del mondo e nell’indicare con precisione dove si presentano le priorità del… Pentagono, come da lui affermato, e non del Dipartimento di Stato, o del Ministero USA per l’Energia.   

E, come citato in precedenza, queste priorità si presentano all’immediato in tre delle cinque aree del mondo dove finora sono situati massicci giacimenti di petrolio e di gas naturale non ancora sfruttati o poco sfruttati: il Golfo di Guinea in Africa, il Mar Nero e il Mar Caspio, e il Golgo Persico.

Le altre due zone fatte oggetto di competizione, e già attualmente campi di contesa tra Occidente e Russia ed altre nazioni emergenti su questo versante, sono il Circolo Polare Artico e la parte settentrionale dell’America del Sud e i Caraibi. Anche il Sud-Est Asiatico può rientrare in questa categoria. 

Quindi, l’iniziativa in Africa, dal nord del Mediterraneo fino al suo estremo Sud Africa e all’Antartico, e nei mari che la circondano (la sesta pedina chiave dell’energia mondiale), e dal suo nord-est devastato dalla guerra alla zona occidentale sull’Atlantico ricca di petrolio, è integralmente vincolata alla concomitante espansione militare USA e NATO nelle regioni del Mar Nero, del Mar Caspio e del Golfo Persico. 

Attenzione, questa non è una “guerra per il petrolio” limitata, riduzionista; piuttosto, tutto ciò costituisce una strategia internazionale dichiarata da un consorzio di potenze Occidentali in declino, sotto l’egida della NATO, per impadronirsi e dominare le risorse energetiche mondiali e i corridoi del trasporto petrolifero, e quindi conservare ed espandere la loro egemonia economica e politica globale. (Infatti, le due nazioni che si trovano al centro dei piani Occidentali per i progetti di trasporto trans-Euroasiatico del petrolio, l’Azerbaijan e la Georgia, hanno fatto registrare, per quel che concerne le spese militari nel mondo negli ultimi cinque anni, gli aumenti più cospicui pro capite e in percentuale – un caso di “petrolio per la guerra” più che il contrario!)

Il curriculum di Jones come comandante militare al vertice, sia del Comando Europeo USA, sia della NATO, gli assegnava, e tuttora gli assegna, un ruolo centrale in quella che il Dipartimento di Stato di Condoleezza Rice (anche lei con un dottorato in Sovietologia e in studi sulla Russia) ha definito per anni “l’offensiva ad est e al sud”.

Così, un anno e mezzo fa, il foglio notiziario delle forze armate degli Stati Uniti “Stars and Stripes”  riportava:

“Cinque anni fa, l’allora Ministro della Difesa Donald Rumsfeld inviava il ruolino di marcia al Generale dei Marine Gen. James L. Jones, raccomandandogli che il Comando Europeo USA aveva necessità  di una revisione per affrontare le sole sfide importanti del XXI secolo. Quindi, il piano di Jones, a partire dal 2002, prevedeva il movimento di truppe verso l’Europa dell’Est e il trasferimento di migliaia di uomini dall’Europa verso gli Stati Uniti, per un loro successivo impiego nei siti operativi in Africa.”   

Nel frattempo quello che è avvenuto rispetto alla prima direttiva, la spinta verso est, è che il Pentagono e la NATO hanno selezionato sette basi militari in Bulgaria e Romania, dopo l’ultimo ingresso nella NATO dei due paesi nel 2004, come “piattaforme” per forze di terra, di mare e dell’aria sul Mar Nero per operazioni nel Caucaso, in Ucraina, nell’Asia Centrale e Meridionale, nel Mediterraneo Orientale e nel Golfo Persico.

Allo stesso modo, gli USA e le loro coorti dell’Alleanza hanno indotto dalla loro parte un’altra nazione dell’area Mar Nero - Caucaso, la Georgia, posta su un corridoio strategico dal punto di vista militare ed energetico, diretto sia ad est che a sud.  Infatti la Georgia costituisce il punto di collegamento centrale in quello che per anni i funzionari Occidentali hanno reclamizzato come “il progetto del secolo”: l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) per il trasporto del petrolio dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo.

Insieme a progetti analoghi, l’oleodotto Baku-Tbilisi-Erzurum e la rete ferroviaria Kars-Tbilisi-Baku (“dalla Cina a Londra”), l’Occidente prevede di pianificare l’esportazione di petrolio e di gas naturale tanto dall’estremo oriente che dal Kazakhistan al di là dei confini Cinesi, attorno e sotto il Mar Caspio verso il Caucaso Meridionale e da qui, a nord, verso l’Ucraina e la Polonia, verso il Mar Baltico e fino all’Europa Occidentale, e a sud lungo il Mediterraneo verso Israele, per poi trasportarlo via mare tramite navi cisterna attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso e quindi attraverso il Mare Arabico verso paesi come l’India e il Giappone.    

Se un qualche disegno geopoliticamente più importante (o grandioso) e di vasta portata rispetto a questo sia stato mai contemplato, la storia manca di registrarlo!

L’analista Cinese di cose militari Lin Zhiyuan, oltre due anni fa, ha così sintetizzato questa strategia generale:

“Nuove basi militari, aeroporti e centri di addestramento verranno insediati in Ungheria, Romania, Polonia, Bulgaria e in altre nazioni, per assicurare “corridoi e transiti” verso molte aree del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia per possibili azioni militari negli anni a venire.

Fattore più importante, gli Stati Uniti con buon esito sposteranno verso est il baricentro e la linea del fronte di difesa in Europa, andranno a rimpolpare la loro presenza militare negli stati del Baltico e nelle regioni dell’Asia centrale, ed inoltre innalzeranno le loro potenzialità di contenere la Russia ad intervenire nel “cortile dietro casa” della ex Unione Sovietica.

James L. Jones, comandante del Comando Europeo dell’esercito USA [EUCOM, vale a dire NATO], riconosceva che l’EETAF [Task Force per l’Europa Orientale] avrebbe “arricchito di molto” la capacità di coordinazione fra le forze Statunitensi e i loro alleati e le loro potenzialità di addestramento ed operative in Eurasia e nella regione Caucasica, in modo tale da essere in grado di dare risposte più immediate nelle eventuali aree di conflitto…” (People's Daily, 5 dicembre 2006)

Forse l’autore si riferiva ad una precedente dichiarazione di James Jones, quella riferita dal sito web del Dipartimento di Stato USA, il 10 marzo 2006:  

“Jones ha discusso di dare luogo a spostamenti a livello truppe, di creare in Bulgaria e in Romania  dei centri nodali di forze di pronto intervento, ed iniziative in Africa...Queste forze, pur rimanendo in Europa, saranno concentrate per essere in grado di venire prontamente impiegate sul momento in zone dell’Europa sud-orientale, in Eurasia ed in Africa.

Lungo il Mar Nero, sulla base di recenti accordi sarà concesso alle forze USA di mettersi in moto con la formazione di una Task Force per l’Europa Orientale, che “aumenterà in modo significativo” le potenzialità delle forze USA e dei loro alleati di coordinarsi e di condurre addestramenti e missioni in Eurasia e nel Caucaso...Quindi, Jones ha descritto la “Caspian Guard” [La Difesa del Caspio], un programma per accrescere le capacità militari dell’Azerbaijan e del Kazakhstan in una regione strategica che confina a nord con l’Iran.

Il vasto potenziale dell’Africa rende la stabilità Africana un imperativo strategico globale.”

Nella settimana scorsa, il comandante in capo del Comando Centrale del Pentagono, Generale David Petraeus si è recato in visita in Kazakhstan, nel Kyrgystan e nel Turkmenistan, il primo e il terzo su sponde opposte del Mar Caspio, e due dei più importanti produttori di petrolio e gas naturale dell’Asia Centrale.  

Questa è la prima applicazione del piano Jones, da lui direttamente articolato ben oltre tre anni fa: “Il comandante militare al vertice della NATO è alla ricerca di un nuovo importante ruolo per la sicurezza dell’industria privata e dei leaders delle imprese come parte di una nuova strategia sicuritaria che si focalizzerà sulle vulnerabilità economiche dei 26 paesi dell’Alleanza. 

Il Comandante Supremo dell’Alleanza, il Generale James Jones del Corpo dei Marine USA ha dichiarato mercoledì che due sono i progetti ad alta priorità ed urgenza per i funzionari della NATO da sviluppare in sinergia con l’industria privata, quello di rendere sicuri gli oleodotti che portano petrolio e gas della Russia verso l’Europa…e quello di rendere sicuri porti e le marine mercantili.

Jones ha sottolineato che un’ulteriore area di interesse della NATO per rendere sicure le forniture energetiche potrebbe essere il Golfo di Guinea, al largo della costa dell’Africa Occidentale,…

“un serio problema di sicurezza”.

Jones faceva notare che già le compagnie petrolifere stanno spendendo più di un miliardo di dollari all’anno per la sicurezza in quella regione, puntualizzando la necessità per la NATO e per le compagnie di coordinarsi su ciò che concerne la sicurezza comune.” (United Press International, 13 ottobre 2005)

All’estremità occidentale di quello che il geografo e proto-geostratega Britannico Halford Mackinder denominava come “Isola del Mondo” (Africa, Asia, Europa, Medio Oriente) è situata la Costa Atlantica dell’Africa e il Golfo di Guinea.

È qui che l’allora comandante in capo dell’ EUCOM e della NATO, durante il suo duplice incarico dal 2003 al 2006, predisponeva la fondazione del futuro AFRICOM, comunque, non senza prestare attenzione al resto del continente.  

Infatti, nell’aprile 2006, Jones patrocinava quel che segue:

“Jones...prospettava l’idea che alla NATO venisse assegnato l’incarico di combattere la pirateria al largo delle coste del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea, specialmente quando vengono minacciate le rotte per i rifornimenti energetici alle nazioni Occidentali.” (Associated Press, 24 aprile 2006)

Due anni e mezzo prima che la NATO desse inizio all’operazione di interdizione “Atalanta” nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden nell’autunno 2008 (navi da Guerra della NATO venivano attraccate anche nel porto Keniano della città di Mombasa), Jones stava già predisponendo il terreno operativo per la NATO in sinergia con la missione odierna dell’Unione Europea.  

Dato che la regione del Corno d’Africa era la sola parte dell’Africa non già nell’area di responsabilità dell’EUCOM, Jones stava parlando chiaramente di un AFRICOM, che sarebbe apparso in seguito dopo 30 mesi.  

Inoltre, in aggiunta ad accordi bilaterali militari con Stati del Nord Africa, Jones, come Comandante Supremo della NATO nel 2004, al summit della NATO ad Istanbul promuoveva i sette membri al Dialogo Mediterraneo con l’Alleanza - la maggior parte dei quali erano Stati Nord-Africani (Algeria, Egitto, Mauritania, Marocco e Tunisia) – ad uno status di  partnership più valorizzato.

Per questo creava l’ala militare della “Pan Sahel Initiative” del Dipartimento di Stato USA. All’inizio del 2006, il sito web del Pentagono commentava la cosa come segue: 

“La Pan Sahel Initiative del 2002 prevedeva l’addestramento e l’equipaggiamento di almeno una compagnia di rapido intervento in ognuno dei quattro Stati del Sahel: Mali, Mauritania, Niger e Chad. L’attuale iniziativa vede coinvolti ancora questi quattro Stati ed inoltre l’Algeria, Marocco, Senegal, Tunisia e Nigeria.

Le Forze Navali USA in Europa, la componente il cui comando è alla guida in questa iniziativa, hanno sviluppato una ponderosa strategia per la sicurezza marittima ed un piano per una campagna decennale specifico per la regione del Golfo di Guinea.

Jones ha ribadito che il vasto potenziale dell’Africa rende la stabilità Africana un imperativo strategico globale.” (Defense Link, 8 marzo 2006}

L’anno seguente, un articolo Algerino, dal titolo “Le ambasciate USA in Nord Africa si trasformano in posti comando”, aggiungeva questo:

“I paesi interessati a che le ambasciate USA vengano trasformate in posti comando sono l’Algeria, il Marocco, la Tunisia, Mauritania, Niger, Mali, Chad e Senegal. L’area di maggior interesse

dell’AFRICOM sarà quella del Golfo di Guinea, con le sue enormi riserve di petrolio, in Nigeria, Guinea Equatoriale, Gabon, Angola e la Repubblica del Congo…- Già gli Stati Uniti stanno versando 500 milioni di dollari nella loro “Initiative Trans-Sahel” contro il Terrorismo, che abbraccia il Marocco, la Tunisia, e l’Algeria nel Nord Africa, e le nazioni del Sahara, Mauritania, Niger, Mali, Chad e Senegal.” (Ech Chorouk, 17 ottobre 2007}

E nel maggio 2005 la NATO dava corso alla sua prima operazione ufficiale sul continente Africano col trasportare truppe nella regione del Darfur in Sudan, dando così inizio all’intrusione militare Occidentale nel triangolo Repubblica del Centro Africa-Chad-Sudan.

Tuttora il Golfo di Guinea costituisce il punto focale dell’attenzione.  

Non più tardi del 2003, fonti di informazione Occidentali riportavano di un bacino petrolifero, che si supponeva essere di dimensioni senza precedenti, negli ex possedimenti Portoghesi di Sao Tome e Principe nel Golfo.

Immediatamente dopo veniva resa pubblica una decisione del Pentagono di stabilire una base navale a Sao Tome.

Al tempo, al Dipartimento di Stato veniva valutato che gli USA allora importavano il 15% del loro petrolio dal Golfo di Guinea e che la cifra sarebbe aumentata in pochi anni fino al 25%.  

Il petrolio dell’Africa Occidentale presenta due importanti vantaggi per gli Stati Uniti. Comparativamente è un greggio di prima qualità, e poi può essere trasportato mediante navi cisterna direttamente attraverso l’Oceano Atlantico, quindi evitando stretti, canali ed altri potenziali punti di controllo e conseguenti diritti doganali e tasse da parte di nazioni costiere.

Per tutto il periodo in cui Jones è stato comandante militare al vertice sia dell’EUCOM che della NATO, ha sempre sollecitato per una futura e permanente presenza navale degli USA e della NATO nel Golfo di Guinea.  

Nel giugno 2006, la NATO ha tenuto le sue prime manovre militari su larga scala in Africa, a nord del Golfo, nel Capo Verde, di fatto inaugurando la Forza di Risposta Rapida della NATO.

Di seguito vengono riportati resoconti sulle esercitazioni:

“Questa settimana, centinaia di uomini di truppe di elite dell’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), con l’appoggio di aerei da caccia e di navi militari, prenderanno d’assalto una piccola isola vulcanica al largo della costa Atlantica dell’Africa in una manovra che l’Alleanza Occidentale spera costituirà prova di una impressionante dimostrazione della capacità di proiettare la sua potenza in tutto il mondo.” (Associated Press, 21 giugno 2006)

“Giovedì, settecento uomini delle truppe NATO sono stati impiegati in manovre militari sull’isola dell’Oceano Atlantico di Capo Verde, e questa è l’ultima indicazione dell’aumentato interesse dell’Alleanza nel giocare un ruolo decisivo in Africa.

Le esercitazioni per terra,  aria e mare hanno costituito il primo importante dispiegamento NATO in Africa e si propongono di dimostrare che l’ex colosso della Guerra Fredda può scatenare operazioni militari a largo raggio quasi senza preavviso.

“Voi avete potuto osservare la nuova NATO, l’unica che ha la capacità di proiettare stabilità”, questo ha affermato il Segretario Generale Jaap de Hoop Scheffer ad una conferenza stampa dopo che le truppe NATO si erano scatenate su una spiaggia di una delle isole dell’arcipelago in un assalto simulato contro un fittizio campo di terroristi.  

Il Comandante Supremo dell’Alleanza NATO in Europa James Jones, il Generale incaricato delle operazioni della NATO, dichiarava di sperare che le esercitazioni di due settimane al Capo Verde avrebbero aiutato a cancellare l’immagine negativa della NATO in Africa e in altre parti.” (Reuters, 22 giugno 2006)

Jones poteva aver impressionato la Reuters con la storia dell’immagine pubblica della NATO, ma l’agenzia di informazioni rivale della Reuters andava ben oltre:

“La NATO sta sviluppando un piano particolare per mettere in sicurezza i campi petroliferi e i giacimenti di gas nella regione, questo ha ribadito il Comandante Supremo dell’Alleanza NATO in Europa, Gen. James Jones, che ha aggiunto come una manovra di addestramento avrebbe avuto corso in giugno nell’area dell’Oceano Atlantico e nell’isola di Capo Verde per evidenziare le attività di protezione dei corridoi per il trasporto del petrolio verso l’Europa Occidentale…Jones ha assicurato che l’Alleanza è preparata per mettere in sicurezza le regioni nelle quali avvengono la produzione e il trasporto del greggio.” (Associated Press, 2 maggio 2006)

Nello stesso mese, Jones si trovava nella zona nord del Golfo, in Liberia a Monrovia, la capitale di una nazione del continente che da subito si è dimostrata disponibile ad ospitare il futuro quartier generale dell’AFRICOM,  dopo che Washington aveva dato tutta l’assistenza per rovesciare il governo di Charles Taylor e per insediare al potere Ellen Johnson Sirleaf appoggiata dagli USA.

Un foglio locale riportava:

“Oggi, una delegazione militare degli Stati Uniti si è incontrata con la Presidentessa Ellen Johnson Sirleaf nel suo ufficio presso il Palazzo dell’Esecutivo a Monrovia. La delegazione era guidata dal Generale James Jones del Corpo dei Marine USA, che è anche a capo del Comando militare USA in Europa.

Ad accompagnare il Generale Jones in questa delegazione erano sette membri, tutti in alta uniforme militare dell’esercito USA.  Il Generale Jones riaffermava tutto l’appoggio del suo governo nel dare assistenza al governo della Liberia nella formazione di un esercito Liberiano di nuova concezione.  Infatti, aggiungeva che alcuni membri del suo comando presto si sarebbero recati in Liberia per dare inizio nel mese di luglio all’addestramento del nuovo esercito Liberiano”. (African News Dimension, 2 giugno 2006)

Due mesi prima, il Dipartimento di Stato USA dava notizia di un piano originale di Jones per l’Africa, “the Gulf of Guinea Maritime Security Initiative”, la Promozione della Sicurezza Marittima nel Golfo di Guinea, con cui  venivano annodati  i fili dell’arazzo Africano da parte di Washington:

“Jones ha dichiarato che, senza un opportuno controllo, l’instabilità politica in Africa potrebbe richiedere interventi reattivi e reiterati a costi enormi, come nel caso della Liberia.” (Washington File, 7 aprile 2006)

E nel mese intercorso Jones ricordava ai lettori che egli rivestiva ancora i panni di duplice comandante e che le sue energie per portare a compimento una strategia geopolitica di largo respiro erano orientate sia a sud che a est: 

“Il nostro obiettivo strategico è quello di una espansione…verso l’Europa Orientale e l’Africa…Incontestabilmente gli Stati Uniti sono alla ricerca di accrescere la loro presenza e la loro influenza in Africa.” (Stars And Stripes, 9 marzo 2006)

E questo tanto basta!

L’Occidente, ed in prima linea gli Stati Uniti, stanno impegnandosi in un incomparabile sforzo per conservare ed espandere quel dominio militare, politico ed economico e i monopoli che avevano estorto con la violenza al resto del mondo negli ultimi cinque secoli, ed il controllo delle risorse energetiche globali e il loro trasporto risultano una componente vitale di questa sconsiderata e improvvida campagna. L’Africa sta rapidamente configurandosi come il cruciale campo di battaglia di questa lotta competitiva internazionale.  

Con James Jones come nuovo responsabile della Sicurezza Nazionale USA, coadiuvato in modo complementare dalla “gentile ma potente” azione della Dr. Susan Rice, già specialista per le questioni Africane al Dipartimento di Stato, ed ora ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, la vigilanza sul continente e sul mondo non sarà sicuramente rilassata!

di Rick Rozoff

Rick Rozoff si è sempre  impegnato in quarant’anni di  attività contro la guerra e contro ogni interventismo in varie organizzazioni. Vive a Chicago, nell’ Illinois. È l’amministratore della lista e-mail internazionale Stop NATO a: http://groups.yahoo.com/group/stopnato/. Rick Rozoff è assiduo collaboratore di Global Research.

Fonte: http://www.globalresearch.ca/

Traduzione a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Ripreso da www.sottolebandieredelmarxismo.it

Link: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo.htm

Kosovo, protettorato o Stato sovrano?


Lo hanno riconosciuto 54 su 192 dei paesi dell'Onu, 22 su 27 di quelli Ue. Tutti gli altri ancora no. Poco è cambiato ad un anno dall'indipendenza e il Kosovo ancora assomiglia più ad un protettorato internazionale che ad uno stato sovrano. È trascorso un anno dal giorno della proclamazione dell’indipendenza kosovara. Un anno in cui, a dire il vero, la situazione in Kosovo non è cambiata molto. Dal 17 febbraio 2008, la neo repubblica si è dotata di una nuova costituzione, di una serie di nuove leggi e di una forza di sicurezza composta da 2500 uomini addestrati dalla Nato. Forza di sicurezza che Belgrado, per voce del ministro degli Esteri Vuk Jeremić, non ha esitato a bollare come “illegale, paramilitare, una minaccia diretta alla sicurezza nazionale della Serbia”. I rapporti tra Pristina e Belgrado restano tali quali erano in precedenza, nonostante gli appelli della comunità internazionale ad aprire uno spazio di dialogo, sulla base dell’accordo in sei punti accettato dall’Onu lo scorso novembre e riguardante dogane, magistratura, funzionamento della polizia, ecc. Accordo stretto tra Belgrado e l’Onu, ma che non è mai stato accolto da Pristina. Anche sul fronte europeo non ci sono stati rilevanti passi in avanti. Il Parlamento europeo ha approvato il 5 febbraio scorso una risoluzione con la quale si invitano tutti i membri Ue che ancora non lo hanno fatto a riconoscere il Kosovo indipendente. Risoluzione proposta dal deputato dei verdi olandesi Joost Lagendijk e votata a Strasburgo con 424 voti a favore e 133 contrari. I voti contrari, per la maggiore, sono attribuibili ai deputati dei cinque paesi Ue che non hanno riconosciuto il Kosovo indipendente: Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia. La risoluzione è stata un debole tentativo di compattare l’Unione sulla questione Kosovo. Debole, anzitutto, perché non vincolante. Tanto che la Grecia e la Slovacchia hanno subito dichiarato che non hanno alcuna intenzione di modificare la propria posizione sul Kosovo. Chiare le parole del ministro degli Esteri slovacco, Jan Škoda: “Nemmeno l’adozione della risoluzione, che non è stata appoggiata dai deputati slovacchi al Parlamento europeo, può cambiare qualcosa riguardo alla posizione della Slovacchia, che è di non riconoscere la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo”. D’altra parte – ricorda Doris Pack, responsabile al Parlamento europeo per le relazioni con il sud est Europa - “l’Ue non è un unico stato, bensì una comunità di stati in cui ogni stato può decidere in modo individuale. Non siamo gli Stati Uniti e per questo motivo non si può fare niente per cambiare le posizioni di quei membri dell’Ue che ancora non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo”. La deputata tedesca, però, non dimentica però di precisare che “una cosa è chiara: 27 paesi membri hanno appoggiato la missione Eulex in Kosovo”. Su scala più ampia sino ad ora solo 54 dei 192 paesi membri delle Nazioni Unite hanno riconosciuto il Kosovo. E se da un lato è vero che questi paesi formano complessivamente oltre il 70% del Pil mondiale, è altrettanto chiaro che il processo di riconoscimento, tanto auspicato un anno fa, ha subito un rallentamento. Decelerazione in parte dovuta anche al fatto che la Serbia ha chiesto alla Corte di giustizia internazionale un parere sulla legalità internazionale dell’atto di dichiarazione di indipendenza. Per la sentenza, anche in questo caso non vincolante, si dovrà aspettare qualche anno. Sul campo sono intanto spiegati diversi organismi internazionali: Eulex, Ico, Unmik, Kfor. Si va dalla missione europea, al rappresentante speciale europeo, alle forze di sicurezza della Nato, all’amministrazione provvisoria dell’Onu. Un intreccio di poteri e di funzioni che rende difficile capire chi decide cosa in Kosovo. Oggi il Kosovo rimane più simile ad un protettorato che ad un paese indipendente, e Peter Feith, Rappresentante speciale dell’Ue in Kosovo, ha fatto notare al Parlamento europeo che “non si sa quanto tempo dovrà trascorrere prima che il Kosovo raggiunga una piena indipendenza”. A un anno dall’indipendenza, poi il nord del Kosovo resta ancora una zona separata dal resto del territorio. Sempre Feith ha precisato che l’integrazione del nord del Kosovo in un unico sistema è “un compito pericoloso”, e per risolverlo è necessaria una politica di “buone relazioni”, solo così – secondo Feith – il Kosovo potrà raggiungere la “piena indipendenza”. Per essere più espliciti, il Kosovo non può fare a meno di una normalizzazione dei rapporti con la Serbia. Belgrado e Pristina, però, sono ancora molto distanti. A partire dalle celebrazioni. Se Pristina celebrerà il 17 febbraio come giorno dell'indipendenza, Belgrado considera tale data un “giorno nevralgico” - parole del responsabile degli Esteri Jeremic - col timore che il nord del Kosovo diventi teatro di scontri, e farà di tutto per ricordare il 17 marzo 2004, giorno delle violenze antiserbe in Kosovo. Per un'indipendenza accompagnata da sovranità effettiva si dovrà ancora attendere. 
di Luka Zanoni
Link: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10916/1/45/

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