mercoledì 18 febbraio 2009

Gli effetti sociali del terremoto economico in atto



Un grido d'allarme si leva per l'ondata di manifestazioni scatenata dagli effetti sociali del terremoto economico in atto. Dai cortei italiani e francesi alle insurrezioni studentesche in Grecia, dall'amaro risveglio nei paesi neofiti del capitalismo in Europa orientale al protezionismo salariale britannico, la conflittualità riesplode, ma quello che è cambiato davvero è la nuova paura dei «decisori».
«La perdita dei posti di lavoro minaccia la stabilità in tutto il mondo» titolava in prima pagina il New York Times di domenica. È un grido d'allarme che riflette l'ansia con cui finanzieri e industriali - o, più pudicamente, «i mercati» - monitorizzano gli effetti politici e sociali della recessione in atto.
La domanda è: quanto è giustificato questo allarme dalle proteste in corso, e quanto invece riflette il timore per quanto deve ancora avvenire? Abbiamo ancora negli occhi l'imponente corteo della Cgil di venerdì scorso a Roma. E certo, il riepilogo offerto dalla Reuters delle proteste scoppiate in giro per l'Europa non può non colpirci.
Particolarmente inquieti sono i nostri vicini greci, a giudicare non solo dai blocchi stradali organizzati a gennaio dagli agricoltori (ancora in questo mese la polizia ha represso manifestazioni contadine a Creta), ma soprattutto dalle insurrezioni studentesche di dicembre, alimentate tanto dall'ottusa repressione governativa quanto dall'altissimo tasso di disoccupazione giovanile.
Né sono più tranquilli i nostri vicini occidentali: a gennaio più di 2,5 milioni di francesi sono scesi in piazza per protestare contro la (non) risposta alla crisi data dal presidente Nicholas Sarkozy. Ma forse è sfuggito a molti che le proteste più violente si sono scatenate non sul territorio metropolitano francese, ma in quella parte di Francia che è situata nei Carabi, nell'isola di Guadalupe, paralizzata per tre settimane da uno sciopero generale contro l'alto costo della vita: i protestanti hanno bloccato strade, supermercati, pompe di benzina.
Il malcontento serpeggia anche in Germania, come è dimostrato dal recente sciopero del settore pubblico e dagli avvisi di sciopero depositati nelle ferrovie (e a Lufthansa).
Gli italiani hanno poi seguito con inquietudine le azioni degli operai inglesi che protestavano contro l'azienda francese Total che aveva assunto lavoratori italiani e portoghesi per ampliare una propria raffineria nel Lincolnshire: per la prima volta da anni è emerso qui un protezionismo non mercantile, ma salariale, un «protezionismo operaio». Per quanto il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna (del 6,1%) sia ancora tra i più bassi in Europa, il suo aumento rappresenta una brusca inversione di tendenza rispetto al boom degli anni (1997-2007). E nella City la situazione è ancora peggiore, visti i licenziamenti a raffica del settore finanziario: martedì scorso i bancari hanno dimostrato di fronte a Whitehall.
Interessante è il caso dell'Islanda: questa piccolissima nazione (286.000 abitanti) era assurta a perno della finanza mondiale, un ruolo spropositato con le sue risorse. Il crollo dell'autunno scorso ne ha fatto esplodere la bolla speculativa, e a gennaio l'isola dei ghiacci è stata scossa da manifestazioni, alcune insolitamente violente, tanto che il primo ministro Geir Haarde si è dovuto dimettere, sostituito da una coalizione di centrosinistra.
Ma dove l'impatto si è rivelato più duro e il risveglio più amaro, è stato nei paesi neofiti, appena convertiti al capitalismo. In Bulgaria, dopo che il mese scorso una sommossa aveva già sconvolto Sofia, la settimana scorsa sono stati i poliziotti a protestare per ottenere un aumento salariale, mentre i contadini bulgari bloccavano l'unico ponte sul Danubio che collega con la Romania. In Montenegro, gli operai di un'impresa di alluminio di proprietà russa hanno chiesto a Podgorica la riapertura della fabbrica chiusa per la crisi, appoggiati dai coltivatori di tabacco e dai siderurgici di Niksic. Inverno caldo anche nelle repubbliche baltiche: a gennaio in Lituania la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro dimostranti che tiravano pietre contro il parlamento (80 arresti e 20 feriti), mentre anche nella vicina Lettonia 10.000 manifestanti affrontavano la polizia per protestare contro gli annunciati tagli salariali. Anche i contadini hanno lanciato una serie di azioni sfociate il 3 febbraio con le dimissioni del ministro dell'agricoltura lettone.
La lista può continuare: la protesta a Banja Luka dei metallurgici bosniaci della fabbrica di alluminio Birac; la sequela di proteste che dal mese scorso scoppiano un po' in tutte le città russe e la persistente agitazione degli importatori di auto usate a Vladivostok.
Insomma, sembrerebbe davvero che la brace sta covando sotto una lunga cenere, che la recessione stia scuotendo inerzie decennali. Ma è davvero così? Per il momento è troppo presto per dirlo. Anzi, a scorrere le passate cronache degli scioperi nei vari paesi, si potrebbe persino sostenere che per il momento il livello di conflittualità non è più alto del solito: scioperi e proteste scoppiano ogni mese in qualche parte d'Europa e del mondo.
Quel che è radicalmente cambiato è il livello di attenzione prestato dalle classi dirigenti alle azioni salariali. L'impressione è che i «decisori» (per usare il brutto termine coniato dagli eurocrati) si stiano impaurendo per le conseguenze di una crisi di cui non avevano misurato l'ampiezza. Come è noto, i «mercati» hanno un'idiosincrasia per la piena occupazione, quando la forza lavoro ha più margini di contrattazione e dispone di leve più forti, tant'è che a ogni aumento della disoccupazione le borse registravano storicamente un rialzo. Ma una cosa è l'occupazione «non-piena», altra cosa è il dilagare della disoccupazione di massa che si delinea all'orizzonte. Tanto più che continuano a piombare pessime notizie, come il crollo dell'economia giapponese il cui Pil è sceso del 12% in un solo anno, il calo peggiore dalla seconda guerra mondiale. O come i 20 milioni di immigrati nelle città che in Cina hanno dovuto riprendere la via delle campagne perché licenziati. Nell'ansia con cui trepidano gli organi di stampa del gran capitale s'intralegge anche un altro timore: quello di aver esagerato, di aver tirato troppo la corda (quella dello sfruttamento), di aver tanto lesinato sulle retribuzioni da distruggere ogni domanda al consumo.
di Marco d'Eramo

E' necessario guardare al continente latinoamericano


C’è un legame, una forma di proporzionalità inversa, non soltanto simbolica, tra quanto sta avvenendo in America Latina e in Europa, tra il trionfo (l’ennesimo) di Chavez e la scomparsa della sinistra europea, tra il socialismo del XXI secolo e l’ondata xenofoba e securitaria che investe il vecchio continente. Alla crisi di egemonia del capitale e delle sue politiche neoliberiste, che alla fine degli anni ‘90 portò alla ribalta mondiale il cosiddetto “movimento dei movimenti”, la sinistra latinoamericana ha saputo dare risposte concrete che si sono via via trasformate in progetti di società. In quell’altro mondo possibile di cui tanto si dibatteva nei forum sociali mondiali. Mentre da noi quell’enorme accumulo di forze, o come direbbe un fisico, di energia potenziale, è stato malamente dissipato, tanto che oggi sembra passata un’era geologica dalla giornate di Praga, Napoli, Genova… Com’è successo? A nostro avviso la divaricazione è stata prima teorica e poi, di conseguenza, pratica. Un intero movimento è stato affabulato da analisi tanto suggestive quanto scollate dalla realtà. L’inattualità della legge del valore e la conseguente fine del lavoro, la scomparsa delle classi sostituite da un’indistinta “moltitudine”, la fine dell’imperialismo per il sopraggiungere dell’impero, l’illusione di poter trasformare il mondo senza prendere il potere… e chi più ne ha più ne metta. I fatti, diceva un vecchietto di Treviri, hanno la testa dura e si sono presi la briga di dimostrare quanto inadatte a interpretare il mondo fossero queste “nuove” categorie e i risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti. Il conflitto, acuito dalla crisi, ha difatto smesso di essere “verticale” (tra le classi) e si è fatto “orizzontale” (nella classe). Proletari italiani messi contro lavoratori stranieri. Quello che sta avvenendo in questi giorni a Roma è paradigmatico, la bestialità di qualche individuo viene presa a pretesto per pogrom razzisti. Lo straniero diviene il comodo capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità e i costi della crisi; e mentre le organizzazioni fasciste cercano di rappresentare l’estremizzazione di un senso (troppo) comune, la borghesia italiana, per mezzo del governo, vara decreti e pacchetti sicurezza che hanno come unico scopo quello di spingere milioni di proletari immigrati nell’illegalità. Aumentandone così la precarietà e diminuendone la forza contrattuale, facendone insomma una massa di manovra da utilizzare per contrarre ulteriormente salari e diritti dei lavoratori italiani. Crediamo che il compito dei comunisti, in questa fase, sia dunque quello di riconnettere i diversi segmenti in cui è stata frammentata la classe ricostruendo quella coscienza soggettiva che è una condizione necessaria affinchè i propositi di trasformazione dell’esistente non si trasformino in enunciati triti e ritriti o in proclami velleitari. E per fare questo sarà sempre più necessario guardare, scevri da ogni pregiudizio eurocentrico, a quanto avviene nel continente latinoamericano. Esperienze da cui abbiamo tantissimo da imparare.
di Militant
Ripreso da Contropiano

Il Padrone si combatte sul suo terreno


«Governa l'Italia un pirata, re d'affari: ateo come tutti i caimani, veste livrea clericale; da trent'anni spaccia oppio televisivo e aborre l'intelligenza, ma non sbaglia un colpo nei calcoli del tornaconto; sostenuto dai preti, occuperà i rimasugli dello Stato; perciò voleva scardinare la res judicata imponendo il nutrimento coatto con norme penali decretate d'urgenza. Dal Quirinale arriva un avviso: l'eventuale decreto non sarebbe pubblicato; e lui minaccia rendiconti plebiscitari. Ventiquattr'ore dopo insulta il padre d'E.E. spiegando a milioni di italiani che vuol disfarsi della figlia scomoda (l'aveva già detto un monsignore); la proclama idonea a gravidanza e parto; farfuglia torvo d'una Carta da riscrivere; vuol legiferare da solo, mediante decreti, in una corte dei miracoli tra asini che dicono sì muovendo la testa»
Franco Cordero«La Repubblica», Sabato 14 Febbraio 2009
Un anno fa, quando un manipolo di giornalisti e intellettuali si riunì a Roma per lanciare l'idea di Pandora TV, parlammo di "emergenza democratica".
Indicammo la Costituzione come il più probabile bersaglio dell'offensiva rivoluzionaria del Padrone di questo paese.
Le cose avvengono in fretta, più velocemente di quanto molti si sarebbero aspettati. Purtroppo avevamo ragione.
Ma il Padrone non si combatte con appelli. Di appelli ci siamo stufati, specie di quelli che vengono promossi da coloro che hanno legittimato il Padrone mentre diventava tale.
Il Padrone si combatte solo sul terreno dove ha vinto e dove continua a vincere: sull'informazione e sulla comunicazione. Prima che l'Italia, come dice Cordero, si trasformi in una corte di asini consenzienti. Ancora non lo è, per nostra fortuna e speranza.
di Giulietto Chiesa

Il futuro "diviso" e "sprofondato" del Pd


Le elezioni sarde sono state vinte dalla coalizione raccolta intorno al simbolo che urlava “Berlusconi Presidente”. Quello sardo è un altro scudetto per lo specialista in campagne elettorali, affrontate ogni volta con risorse virtualmente illimitate in grado di saturare la sfera del dibattito pubblico con la forza soverchiante del suo apparato. Il centrosinistra ha perso, il Pd è sprofondato, e la china è quella che lo porterà giù fino alle europee, forse un capolinea.
In questo contesto Renato Soru ha intercettato molti più voti del sistema dei partiti a lui legato. Mentre la somma dei partiti di centrosinistra veniva surclassata di 14 punti percentuali, il candidato alla presidenza ha portato in dote abbastanza voti da ridurre il distacco a 9 punti dall’avversario Ugo Cappellacci, troppi comunque. Segno che - per questo centrosinistra in rotta - una personalità che indica temi forti riesce a migliorarne le sorti, ma certo non abbastanza da rovesciarle. Non basta, perché questo sistema di partiti rimasto a sinistra di Berlusconi ha consumato fino in fondo i suoi insediamenti sociali tradizionali, e perché il terreno della comunicazione è presidiato ferramente dal sistema di potere legato al Cavaliere insaziabile, che intanto ha sistemato un altro tassello per il passaggio alla sua Terza Repubblica. L’emergenza democratica si acuisce.

Di fronte a sconfitte così nette le riflessioni sulle cause devono andare in più direzioni. Alcune portano lontano. Hanno pesato i limiti specifici dell’esperienza di governo di Soru. L’ex presidente della Regione Sardegna stava riorganizzando il sistema di comando secondo lo schema della “verticale del potere” che ha premiato Putin in Russia, Nazarbaev in Kazakhstan e Chavez in Venezuela. È un sistema che aumenta l’efficienza delle decisioni, ma funziona se c’è un ampio consenso di dimensioni plebiscitarie. A Mosca, Astana e Caracas il lubrificante del consenso è dato dagli idrocarburi. In Sardegna non c’è petrolio. L’unzione dei meccanismi plebiscitari è invece saldamente in mano a Silvio Berlusconi, con i suoi enormi giacimenti di comunicazione. Non è nemmeno una questione di una campagna elettorale alterata dalla sua schiacciante presenza informativa. La sua presa sulle menti non si riduce certo al minutaggio dei telegiornali. 
Faccio l’esempio di una cosa a cui ho assistito personalmente. Quando lo sconosciuto cantante cagliaritano Marco Carta ha vinto l’edizione 2008 del talent show Amici di Maria De Filippi - ‘casualmente’ in prospettiva delle elezioni sarde - si scatenò un’isteria collettiva. L’arrivo di Carta all’aeroporto di Elmas fu accolto da migliaia di ragazzine e dalle loro mamme sgomitanti, che bivaccavano da ore per accaparrarsi il posto migliore, con accenni di rissa per qualche prevaricazione nella fila. Pochi giorni dopo Mediaset organizzò in tutta fretta da Cagliari la trasmissione speciale in prima serata di un concerto di Carta, accompagnato da vari big della musica leggera italiana che consacravano l’iniziazione alla mediocrità di massa del ragazzo-che-emerge-in-tv. A parte i telespettatori, nella piazza del concerto c’erano oltre 70mila persone, molte delle quali piantonavano il loro cantuccio dalla notte prima. Non ho visto bivacchi altrettanto estesi per difendere la scuola sotto attacco. Per molti era il primo evento collettivo cui partecipavano. Una grande porzione delle nuove generazioni sarde veniva battezzata a un rito sociale Mediaset. In altri momenti e in altre forme accadeva lo stesso presso altre porzioni della società italiana. Bertinotti proprio in quei giorni consumava le sue ultime cartucce a Porta a Porta.

In Sardegna il centrodestra trionfante promette sviluppo e crescita. Parte di questa promessa si tradurrà in un tentativo di rilanciare in grande stile l’industria edile. Le rigide norme paesaggistiche imposte dal comando di Soru saranno sacrificate. Dato il contesto della Grande Crisi mondiale, il sacrificio non varrà la pena. Ammesso che la crescita sia ancora un obiettivo desiderabile, non c’è spazio per essa. Lo sboom immobiliare della Spagna oggi ci racconta quanto siano illusori certi exploit. E questo è ancora più evidente guardando al contesto italiano, in vista della “tempesta perfetta” che presto addenserà tutti gli effetti della depressione economica globale sulle debolezze strutturali del Bel Paese. Non c’è ormai dubbio che sarà questa destra a farsi carico del declino dell’Italia. Il paesaggio istituzionale, il sistema dei valori, il racconto che questo Paese farà di se stesso nei prossimi anni, tutto scaturirà dalle pulsioni contrastanti e contraddittorie tenute insieme dal titanismo berlusconiano, proprio nel momento in cui la dimensione della tempesta minaccerà la tenuta dell’insieme. Sarà una società più cattiva, direbbe Maroni.
Chi proporrà un’alternativa a tutto questo, in un momento così difficile? Ora che si avvicinano a grandi passi le elezioni europee, la domanda è un dito nella piaga.
Ho letto l’appello di Paolo Flores d’Arcais per una “lista civica nazionale” da proporre alle europee. Il fondatore di «MicroMega» coglie nel segno quando denuncia l’enorme – praticamente irreversibile - crisi di rappresentatività del Pd e quando postula l’esistenza di un elettorato che invece sta cercando qualcos’altro. Potremmo dire lo stesso dal punto di vista dell’elettorato ancora spaesato dalla disfatta delle liste dell’Arcobaleno.
Un elettorato di opposizione che percepisca la concreta possibilità di consistere in sé e per sé e difenda la Costituzione sotto scacco: questa sarebbe la sfida, sostenuta da ampie e ragionevoli basi, per chi volesse far quagliare un movimento nuovo.
Solo che questa sfida ha bisogno di tempi e gradazioni che hanno gittate non facili da prevedere. Sicuramente il tempo che ci separa dalle elezioni europee è così poco da dover spingere a non sprecare energie nell’inane tentativo di ricomporre tutto il domino, ancora a soqquadro. 
A mio modesto avviso c’è appena il tempo per scegliere pochissimi temi, purché ci sia un soprassalto di apertura e lealtà fra gli spezzoni di movimenti che vogliano intraprendere un progetto di respiro nazionale da portare avanti con una certa fermezza condivisa.

Le tessere fuori posto del domino sono davvero tante, troppe: spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi, immaturità istituzionale (che in zona Grillo dilaga), sospetti sostenuti da un pluridecennale know-how del gioco in solitario.
Flores apre una generosa linea di credito ad Antonio Di Pietro, buttandosi in uno dei terreni più accidentati che si possano immaginare nella politica italiana.

Chiunque si cimenterà con una lista di nuovo tipo dovrà tenere conto di alcune questioni di fondo. Un elemento d’identità forte e unificante dovrebbe essere una consapevolezza che oggi non ha il Pd, non hanno i rottami istituzionali dell’Arcobaleno, ma ha certamente Tremonti (scusate la mostruosa semplificazione): oggi c’è una crisi globale, un diluvio che cambia tutti i giochi e richiede alla politica di costruire ripari e mezzi di trasporto adatti. Nella rapida distruzione, i Cofferati scappano, i Veltroni urlano degli sterili “inaudito!” fino a scappare anche loro, i Fini s’inabissano; i Tremonti sono invece lì a dire: ci proviamo noi a costruire il riparo. 
Chi vorrà sfidare questo stato di cose dovrà svelare la natura del riparo offerto dai timonieri della Grande Crisi, e proporre alcune novità – una diversa idea di riparo e transizione – a difesa della società. Ad esempio sul terreno dell’economia. Su questo fronte la consapevolezza, oltre al riparo, dovrebbe alludere all’àncora: ancorare la finanza alla realtà, alla materialità insopprimibile della vera economia-ecologia.

La consapevolezza dei tempi eccezionali dovrebbe essere molto netta in tema di pace e di funzione delle organizzazioni internazionali. Un no deciso all’espansione della Nato, un no a ogni copertura della guerra afghana, un no alla costruzione di nuove infrastrutture militari offensive (a Vicenza come in Polonia), un sì alla ricerca negoziata di nuovi accordi di sicurezza collettiva che aumentino la fiducia nel teatro europeo e non solo, un sì a nuovi accordi strategici su finanza, trasferimento tecnologico, energia, trasporti, ambiente (con effetti equilibranti positivi “anticiclici” per l’economia reale in caduta e per la transizione verso un sistema produttivo meno dissipativo).

È significativo, da questo punto di vista, che il Partito democratico in Italia arranchi, mentre l’omologo giapponese ha il vento in poppa, perché ha preso di petto tutte queste faccende.

La questione è talmente importante da avere implicazioni unificanti “multidisciplinari” per varie sensibilità dei movimenti che potrebbero accostarsi alla lista. Purché se ne discuta con vera apertura.

Il precipitare della crisi mette in discussione le conquiste sociali del Novecento e gli assi culturali e politici che le sostenevano. Il “sogno europeo” è ancora vivo, ma dovrà riaversi dalle sue grandi ferite e dai suoi difetti. 

Le ferite, quelle ideologiche inflitte dalla schiacciante egemonia del neoliberismo ora vedono scomparire il feritore, che però nel frattempo ha cambiato/tagliato la testa e la struttura degli smarriti partiti di matrice riformista.  I difetti, quelli di un modello comunque affidato a una crescita indefinita che oggi non si sostiene più, pesano sulla prospettiva delle conquiste sociali. La difesa non basta. Occorre ripensare il modello economico verso un paradigma ambientale stazionario, in cui l’impatto ambientale sia autenticamente sostenibile, ispirato a uno stile di vita che si richiama a scelte di “semplicità volontaria”, sobrietà, decrescita mirata, società dei “2000 watt a testa”. È un campo di riforme che crea molto lavoro e mette ancora al centro l’homo faber, non è una resa al pauperismo. 
Oggi c’è in giro un richiamo nostalgico al Piano Delors. È molto probabile che si cercherà di lanciare qualcosa di simile in chiave keynesiana per dare una qualche risposta alla Grande Crisi, mentre incombono anche la crisi ambientale e quella energetica. I venditori di soluzioni nucleari e di alte velocità saranno della partita. Bisogna essere pronti a rivendicare un progetto europeo alternativo, altrettanto vasto e altrettanto ambizioso tecnologicamente, ma più legato al paradigma Negawatt che a quello Megawatt. 

Gli elementi programmatici forti sono dunque ben rinvenibili nei movimenti che aspirano a ricostruire una politica non subalterna al sistema di potere berlusconiano. Alcune cose le ho citate. La questione ambientale legata al tema della pace è un tema essenziale per le riforme, ed è ormai uno dei punti più deboli degli pseudo riformisti del Pd, tanto che si aprono spazi enormi per chi saprà riproporla.

Altro tema forte è quello di una legalità e una giustizia da ricostruire contro l’assalto di cosche, affaristi irresponsabili e un ceto politico degradato. È un campo in cui un bacino elettorale pulito continua ad esistere. Questo bacino elettorale guarda con sgomento ai partiti d’abituale riferimento, osserva con attenzione le proposte politiche alternative (da Di Pietro a Grillo all’agitazione laica post-girotondi, così come le proposte nient’affatto sprovvedute che vengono da destra), ma non trova una vera proposta unificante con un aggancio istituzionale rappresentativo. I referendum spesso sono un vicolo cieco. 
Rimane sullo sfondo il tema di una lista che dia una sponda sicura a tutto questo. 

Comunque la giriamo, il peso del partito di Di Pietro risulta determinante e condizionante.
Istituzionalmente è sulla cresta dell’onda, grazie alla nullità del Pd. Mentre sui contenuti – impiegati con distacco a volte cinico - agisce usando la rapidità degli imprenditori: fa “affari politici“ velocemente, in modo sostanziale e spregiudicato. Così il partito stabilisce significative relazioni con intellettuali e gruppi. Lo sappiamo bene. 
Come porsi nei confronti di quest’agile “azienda del consenso”?
Una soluzione sarebbe non allearsi. Rimarrebbe una forte capacità concorrenziale autonoma del partito di Di Pietro. Il peso elettorale alternativo al Pd risultante non sarebbe enorme, ma comunque avrebbe un qualche consolidamento intorno alla macchina politica dipietrista. 

Una seconda soluzione sarebbe un’alleanza fra potenze catafratte, con i simboli elettorali affiancati, ma il timoniere dell’Italia dei Valori ha sperimentate capacità di cavillare il modo per capitalizzare la sua separatezza, come ha fatto dopo altri patti. 
Flores D’Arcais propone un’alleanza meno notarile e più capace di mescolare società civile e partito, ma il tempo di cottura a disposizione per questa pietanza sembra poco.

Infine ci sarebbe la soluzione di una lista in cui si investe un po’ di più sulla prospettiva e si mescolano meglio i colori. Questo, dopo aver ben chiaritola parte degli accordi legali: in questi tempi così è, se ci pare. Niente nomi di leader nelle liste. Punti politici? Un punto politico per l’Italia (“le buone leggi ci difendono dalla Casta”, perciò offriamo un’alternativa al farsi cooptare nel sistema di potere del longevo Re Sole). Punti politici per l’Italia in Europa: “un’economia più semplice, stabile e sicura, ancorata alla realtà”, “l’Europa delle reti pulite e del lavoro nuovo”, “dopo la politica della paura, nessuna paura della politica” (un po’ legnoso, potrebbe essere anche: “è il tempo di guadagnare dalla pace”). 
Di Pietro potrebbe esercitare la sua influenza sulla scala dei suoi mezzi in merito al primo punto, altri potrebbero legare i temi degli altri punti. 
È una cosa possibile? Servirebbero alcuni passi in avanti e alcuni passi indietro, atti di generosità politica da pronunciare in modo trasparente. Che so..  un Di Pietro che faccia un qualche atto di riparazione rispetto alle precedenti elezioni europee. Difficile. Oppure un Grillo che proclami una tregua rispetto a certe sue insofferenze istituzionali. Molto difficile. Ovvero i movimenti locali che s’impegnano con forza in una prospettiva nazionale. Arduo. 

In ogni caso ci vorrebbe un gruppo di personalità indipendenti (ma chi lo promuove, Paolo Flores, tu?) capace di farsi garante di ogni operazione di convergenza di fronte a tutti i settori di elettorato che potrebbero guardare con favore a questa ipotesi. 

Di Pietro, da solo, non solo non è in grado di catalizzarli tutti, ma non può nemmeno offrire garanzie. Dovrebbe far sapere al mondo se vuole gettare il dado per diventare parte magna di una nuova opposizione, oppure se aspetta il prossimo turno, quando il PD sarà scomparso dalla scena e ci sarà un generale rimescolamento delle carte. La prima variante ha probabilità di realizzazione minime. La seconda servirebbe solo a lui, a Di Pietro, per navigare a vista prima di essere, a sua volta, speronato dal Padrone. O comprato dallo stesso. 

Però varrebbe la pena esplorare subito la possibilità dell’operazione lista, per decidere a breve se serve spenderci del tempo, oppure se quel tempo vada adoperato meglio per attrezzarsi a un durevole viaggio, lungo un deserto vagamente fascista.
Che ne pensate?
di Pino Cabras - Megachip

Pakistan, i talebani hanno vinto


I talebani pachistani del Movimento per l'applicazione della legge di Maometto (Tehreek e-Nafaz e-Shariat e-Mohammadi, Tnsm), guidati da Maulauna Fazlullah, dopo aver resistito per sedici mesi alle ripetute offensive dell'esercito di Islamabad, hanno accettato di deporre le armi dopo aver ottenuto dal governo quello che volevano: l'imposizione della Sharia in tutto il nord del Pakistan.

Una Svizzera talebana. La legge coranica non entra in vigore nella sola Valle di Swat, come scritto da molti giornali, ma in una area assai più vasta, di estensione poco inferiore alla Svizzera. L'accordo prevede infatti che il Nizam Adal (il codice di leggi islamiche) sarà legge in tutta la provincia di Malakand, comprendente i comuni di Swat, Shangla, Chitral, Dir, Buner, Malakand, e anche nel distretto di Kohistan. Parliamo di un territorio di quasi 38 mila chilometri quadrati con oltre tre milioni di abitanti.

I firmatari dell'accordo. Il trattato è stato firmato, a nome del governo, da Amir Haider Khan Hoti: governatore della regione del Nwfp (Nort-West Frontier Province) e alto esponente del partito laico dei pashtun Anp (Awami National Party), al governo locale dalle elezioni del marzo 2008 che avevano sancito la clamorosa sconfitta del partito filo-talebano Mma (Muttahida Majlis-e-Amal). Per i talebani di Maulana Fazlullah ha firmato suo suocero Sufi Mohammed, fondatore del movimento, scarcerato dai servizi segreti pachistani nel novembre 2007 (appena iniziata la guerra tra esercito e talebani) per mediare con loro.

La gente festeggia la fine della guerra. La gente di Swat è scesa per le strade per festeggiare l'accordo, non tanto perché entusiasti della sharia (che a quanto pare dovrebbe comunque essere più blanda - soprattutto in tema di diritti femminili - rispetto alla versione in vigore nell'Afghanistan del Mullah Omar). Quanto perché questo sembra essere l'unico modo per porre fine a una guerra civile che ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati.

Hrcp: "Accordo incostituzionale". "Condanniamo questo accordo - ha dichiarato Iqbal Haider, presidente della Commissione pachistana per i diritti umani (Hrcp) - perché è illegale, incostituzionale, discriminatorio e pericoloso, in quanto rafforza e promuove il fanatismo islamico nel nostro Paese. La Costituzione pachistana non consente sistemi legali paralleli. E tutto questo non servirà nemmeno a garantire la pace perché i talebani non sono affidabili".

Washington: "Sviluppo negativo". La clamorosa vittoria politico-militare dei talebani pachistani preoccupa invece Washington, che voleva vederli invece sconfitti dall'esercito di Islamabad. Obama non ha commentato, ma il Pentagono ha parlato di "sviluppo negativo".
Alla fine dell'800, le truppe coloniali britanniche combatterono per cinquant'anni in queste stesse vallate contro i guerrieri islamici pashtun, senza mai riuscire a sconfiggerli. Alla fine ci rinunciarono.
di Enrico Piovesana

La Norimberga cambogiana



La Norimberga della Cambogia è iniziata, a trent'anni dal crollo del regime dei Khmer Rossi. Il "compagno Duch", come il 66enne Kaing Guek Eav era chiamato ai tempi, è il primo esponente di quel regime - responsabile di almeno 1,7 milioni di morti nel folle disegno di una "nuova Cambogia" agricola - a comparire davanti all'apposita corte istituita a Phnom Penh. L'udienza di oggi era procedurale, nell'attesa che il processo vero e proprio inizi tra un mese. Ma il fatto che la macchina abbia cominciato a muoversi è abbastanza per obbligare la Cambogia a ritornare su uno degli orrori peggiori della storia dell'umanità.

Il
Il responsabile del carcere di Tuol Sleng è rimasto in silenzio, protetto da lastra trasparente infrangibile per proteggerlo da potenziali attacchi dei familiari delle vittime. Scoperto per caso nel 1999 nel nord del Paese, dove lavorava come addetto turistico, il "compagno Duch" è accusato di crimini contro l'umanità, crimini di guerra, omicidio e tortura nella prigione che dirigeva, oggi diventata un memoriale per le vittime. Sotto di lui, durante il regime di Pol Pot morirono circa 16mila persone; sopravvissero solo una ventina di detenuti, risparmiati per caso o particolari competenze professionali. Dei cinque leader arrestati, per quanto abbia ribadito di aver solo eseguito degli ordini e che se non l'avesse fatto sarebbe stato ucciso lui stesso, Duch è l'unico ad aver ammesso parte della colpa. Si è convertito al cristianesimo, e l'anno scorso - durante una visita al famigerato carcere - chiese perdono in lacrime. Gli altri quattro ex Khmer Rossi - il "fratello numero due" e ideologo del regime Nuon Chea, l'ex ministro degli esteri Ieng Sary, l'ex capo di stato Khieu Sampan con la moglie Ieng Thirith - non andranno alla sbarra prima del prossimo anno.

L'imputato in una foto di trenta anni fa
Per quanto una sentenza di colpevolezza sia scontata - al massimo un ergastolo, la corte non può optare per la condanna a morte - l'esistenza del tribunale e i suoi poteri sono oggetto da anni di critiche da parte di diverse associazioni per i diritti umani ed esperti legali. Nata dopo anni di negoziati su come strutturarla, la corte è un ibrido di magistrati cambogiani e stranieri, sotto l'egida dell'Onu: molti analisti temono per la sua libertà di manovra e indipendenza di giudizio. Il primo ministro cambogiano Hun Sen, un padre-padrone del Paese al potere in sostanza dalla metà degli anni Ottanta, è - come molti politici cambogiani - un ex ufficiale dei Khmer rossi. Già lo scorso dicembre, uno dei procuratori cambogiani si è opposto alla richiesta di rinvio a giudizio di altri sei ex esponenti del regime, motivando la scelta con esigenze di "riconciliazione nazionale".

La Cambogia, intanto, segue l'intera vicenda con sentimenti contrastanti. Metà della popolazione è nata dopo quegli anni, e il Paese ancora oggi manca di una classe dirigente, completamente cancellata dalla follia di Pol Pot. Da una parte, i sopravvissuti esprimono sollievo perché intravedono più vicina la possibilità di vendicare gli orrori subiti, e si sono costituiti parte civile con la possibilità di chiedere dei risarcimenti. Ma la maggior parte del Paese appare indifferente. Lo stesso Hun Sen, una volta, ammise che la Cambogia è "un Paese che ha scavato un buco per cercare di seppellire il suo passato". L'anno scorso, una ricerca dello Human Rights Center all'università californiana di Berkeley portò alla luce il trauma ancora vivo dei cambogiani, ma anche la scarsa conoscenza dei fatti. Su mille persone intervistate, due terzi dissero di voler vedere soffrire gli ex leader del regime, mentre il quaranta percento espresse desideri di vendetta. Ma l'85 percento sapeva poco o niente del tribunale. "Questo tribunale non potrà essere un successo, anche se i processi sono giusti, finché il popolo cambogiano non saprà o capirà cosa sta succedendo", spiega Heather Ryan, portavoce della Open Society Justice Initiative, che segue la vicenda dal punto di vista legale.
di Alessandro Ursic

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