sabato 21 febbraio 2009

Il Governo della Mafia


Il governo modifica la destinazione dei beni sottratti alle mafie. Non tornano più alla società civile, ma sono dirottati ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. Si tratta di una norma frettolosa e incoerente sotto il profilo giuridico. E' inefficiente dal punto di vista economico e amplia l'area di illegalità perché incentiva i mafiosi a cercare prestanomi in ambienti sempre più allargati. E i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi. La logica sembra quella di sottrarre sequestri penali e misure di prevenzione al controllo del giudice.L’aggressione ai patrimoni mafiosi è sicuramente il percorso vincente per la lotta alla criminalità organizzata. Ma colpire le organizzazioni criminali nella loro principale ragione d’essere - i redditi e i patrimoni - suscita il loro interesse, nel tentativo di appropriarsene nuovamente tramite i curcuiti collusivi e di prestanomi di cui queste organizzazioni si servono.Questa considerazione, unita all’idea di restituire le risorse alla società civile a cui erano state tolte, ha per anni costituito la base della scelta di destinare alla comunità i beni sottratti alle mafie. Lo stesso ministero della Giustizia afferma: “In effetti la elevata concentrazione di beni oggetto dei sequestri e delle confische perché nelle disponibilità di appartenenti alle organizzazioni criminali nelle aree dell'Obiettivo 1 ha posto in evidenza come la sicurezza, intesa come condizione ed insieme effetto dello sviluppo economico e sociale, sia strettamente legata alla percezione sociale della effettiva pratica della legalità. In tal senso il valore anche simbolico dell'immediato uso sociale dei beni stessi, reso possibile dalla sistemazione dei loro elementi identificativi, diventa elemento cruciale nella affermazione di una nuova cultura libera da sudditanze rispetto alle ideologie criminali”. (1)Recenti interventi dell’esecutivo, per motivi di bilancio o per togliere giurisdizionalità al sequestro di beni in generale, hanno di fatto delegittimato l’impianto dell’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali faticosamente costruito.

IL FONDO UNICO GIUSTIZIA

Come si è arrivati al “Fondo unico giustizia”? E di che cosa si tratta? Il 27.10.2005 viene costituita Equitalia spa partecipata da Agenzia delle Entrate, cioè ministero dell’Economia, e altri. La società effettua la riscossione a livello nazionale di ogni forma di tributo, imposta, contributo: gestisce in regime privatistico fiumi di risorse finanziarie pubbliche. Il 28.4.2008 viene costituita Equitalia Giustizia spa, con Equitalia come socio unico. Gestisce in regime privatistico, fra l’altro, tutte le risorse afferenti al cosidetto “Fondo unico giustizia”: sono  tutte le somme liquide o comunque investite sotto qualsiasi forma in prodotti bancari o finanziari sui quali è stato pronunciato un sequestro penale o per misure di prevenzione o che siano state sottoposte a confisca nei medesimi procedimenti,e addirittura le somme confiscate a società a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti le violazioni in materia di modelli organizzativi aziendali (responsabilità penale dell’impresa). Viene disposto che ciascun terzo delle risorse finanziarie intestate al “Fondo unico giustizia” vengano destinate al ministero dell’Interno, al ministero della Giustizia e all’entrata del bilancio dello Stato. (2)

La nuova normativa impone alcune riflessioni.
In primo luogo, appare formulata in maniera assai frettolosa tenuto conto non solo delle molte 
imprecisioni e improprietà nella terminologia adottata. In particolare, si rileva un’inconcepibile confusione nell’accostamento o accomunamento fra l’istituto del sequestro e quello della confisca. Il provvedimento di sequestro, sia esso per misure di prevenzione o penale, ha natura temporanea e conclude la sua vita solamente a seguito della pronuncia definitiva dell’autorità giudiziaria competente che vi ha dato luogo. La confisca invece, se coperta da giudicato, assume il carattere della definitività da cui consegue il diritto dell’Erario di appropriarsi del bene.
Inoltre, il trasferimento delle disponibilità in sequestro al “Fondo unico giustizia” in costanza di sequestro determinerebbe una considerevole incoerenza giuridica, ancorché la norma preveda la possibilità di rimborso nel caso in cui il sequestro debba concludersi con la sua revoca. Ciò produrrà un ingente 
contenzioso con richieste di onerosi risarcimenti per il danno subito. Inoltre, la norma appare nettamente in contrasto con l’articolo 2 ter legge 575/65: l’amministratore giudiziario deve amministrare i beni in sequestro, ivi comprese le somme di disponibilità finanziarie, incrementandone il patrimonio e il loro rendimento. Tutto ciò non potrà avvenire se le disponibilità verranno sottratte alla gestione dell’amministratore giudiziario.
La norma presenta anche profili di 
incostituzionalità. E infatti proprio per effetto della confusione concettuale e terminologica tra sequestro e confisca, al legislatore è sfuggito che, fino al provvedimento che in via definitiva disponga la confisca, il soggetto destinatario del sequestro penale o per misura di prevenzione, non è affatto espropriato dei beni ma solamente spossessato; è quindi in netto contrasto con l’articolo 42 della Costituzione la norma che azzera il diritto di proprietà al di fuori di un provvedimento giurisdizionale avente autorità di giudicato (la confisca definitiva) senza neppure la previsione dell’indennizzo.
L’amministratore giudiziario molto spesso utilizza le disponibilità liquide ottenute con il sequestro e quelle derivanti dalla locazione degli immobili pure sotto sequestro, per provvedere a opere di 
manutenzione o per il pagamento delle tasse e imposte dovute, come Ici, Irpef, Imposta registro. Nel caso di trasferimento delle somme, le imposte rimarranno non pagate e gli immobili non vedranno crescere il loro valore patrimoniale per effetto della mancata manutenzione.
Ancora più grave è la questione del trasferimento al “Fondo unico giustizia” delle disponibilità finanziarie relative ad 
aziende in piena attività. In questo caso, risulta di fatto impossibile mantenere in vita l’azienda, con danno per gli occupati e per il mercato privato di una parte dell’attività economica costituita dall’azienda in sequestro che, benché possa essere il frutto di illeciti arricchimenti, in prospettiva, esercitate tutte le attività di bonifica aziendale, potrà entrare di diritto nell’economia sana del territorio. L’applicazione della normativa porterà inevitabilmente al fallimento della società amministrata per insolvenza procurata dalla privazione delle proprie finanze. Nel migliore dei casi, ove il valore dei beni aziendali sia sufficiente a coprire il passivo, le aziende potranno essere poste in liquidazione. Ma sorge sempre il dubbio che, nel corso della fase liquidatoria, il “Fondo unico giustizia” possa pretendere che le somme rinvenienti dalla vendita dei beni e destinate al pagamento dei debiti, vengano trasferite anch’esse. Anche in questi casi l’eventualità che il sequestro venga revocato, cosa che si verifica non di rado, non potrà che arrecare grave danno al legittimo titolare dell’azienda, che nel frattempo sarà stata dichiarata fallita o avrà concluso la propria liquidazione.

LA SOCIETÀ CIVILE PERDE TRE VOLTE

L’esecutivo ha scelto di modificare la destinazione dei beni sottratti alle mafie, orientandoli ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. E' chiaro che gli stessi meccanismi con cui i mafiosi si aggiudicano appalti pubblici sono utilizzati anche in questi casi per riappropriarsi di “propri” beni sequestrati. Emergono alcune considerazioni da questa scelta di nuova destinazione di beni sequestrati o confiscati. In primo luogo, la comunità ha subito tre tipi di perdite sullo stesso bene: 1. sottrazione del bene alla economia legale, 2. costi di indagini - umani, materiali e di tempo - per recuperarlo e mantenerlo, 3. (con l’ultima scelta dell’Esecutivo) costi di nuove indagini per recuperare nuovamente tale bene. Quindi, abbandonare uno dei principi che aveva guidato il ritorno alla comunità dei beni sottratti ai mafiosi non sembra una scelta particolarmente efficiente né favorevole alla “rule of law”. In secondo luogo, questa scelta incentiva i mafiosi a cercare ulteriori prestanomi in ambienti (fisici o relazionali) sempre meno vicini a quelli originari del mafioso, i cui contatti usuali sono presumibilmente già stati individuati nelle indagini che hanno portato alla prima confisca o al primo sequestro: si favorisce così un ampliamento dell’area di illegalità. In terzo luogo, gli accordi illegali o gli atteggiamenti collusivi dei mafiosi con prestanomi fanno sì che la stessa asta non porti alla massimizzazione del ricavo per l’offerente, come è usuale nell’asta all’inglese, anzi si può facilmente prevedere che le offerte porteranno alla minimizzazione dell’esborso per i prestanome dei mafiosi. Ne segue che i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi, prossimi ai prezzi di riserva, se questi sono stati posti, oppure a cifre quasi nulle in caso di prezzo di riserva pari a zero. Infine, questo supplemento di operazioni a parità di risorse degli organismi di contrasto non può che ridurne l’efficienza complessiva, a meno di un proporzionale aumento di produttività di tutti i pezzi della macchina repressiva alla stessa velocità con cui tali norme vengono introdotte; il che pare improbabile visto che fautore di tale miglioramento dovrebbe essere lo stesso esecutivo (inistero della Giustizia), che è responsabile della scadente gestione della macchina amministrativa della giustizia.

Non è dunque comprensibile lo spirito con il quale il governo abbia affrontato l’argomento. C’è da ipotizzare che abbia voluto porre in essere il primo tassello per togliere giurisdizionalità ai sequestri penali o per misure di prevenzione, sottraendoli al controllo del giudice per porli invece sotto il controllo del governo medesimo.

di Marco Arnone Elio Collovà

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000960.html

(1)Ministero della Giustizia: http://www.giustizia.it/ministero/struttura/sippi_bis.htm
(2)Il ministero della Giustizia ha diramato le istruzioni operative per l’applicazione della riforma e indicazioni procedurali e organizzative relative a tutte le risorse che devono affluire al “Fondo unico giustizia”. Nelle stesse si fa riferimento alle somme che dovranno eventualmente essere restituite agli aventi diritto anche nel caso di revoca di sequestro: “La riforma normativa prevede che affluiscano a tale fondo, tra l’altro, le somme di denaro sequestrate e i proventi derivanti dai beni confiscati nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione, che saranno gestiti e successivamente riversati agli aventi diritto o allo Stato dalla società Equitalia Giustizia”. Dunque, nel caso in cui il provvedimento di sequestro, dovesse concludersi nel merito con una revoca, Equitalia Giustizia dovrà farsi carico di restituire (sic!) agli aventi diritto le somme a suo tempo incamerate. Non è dato di sapere come e in che misura verranno restituiti anche gli interessi che ne sarebbero derivati e di cui non si può negare il diritto a riceverli da parte dei legittimi titolari, che tali sono in quanto affrancati da decreto coperto da giudicato definitivo.

Israele, un ritorno al passato


Votando a destra l'elettorato israeliano aveva già scelto la sua via. Ora, come se il tempo si fosse fermato per quattordici anni, si ricomincia da Netanyahu che fu primo ministro dal 1996 al ‘99. Il presidente Peres ha infatti affidato a lui l'incarico di formare il nuovo esecutivo dopo il rifiuto del partito Kadima di entrare in un governo apertamente di destra. Colpita nell'orgoglio di carriera Tzipi Livni ha detto no alla proposta di affiancarsi, ma su uno scranno minore, all'ex playboy che si dipinge come l'ennesimo politico forte d'Israele. Lei, che sa di esserlo di più, come ha dimostrato col ‘Piombo fuso' di Gaza, esprime una maggiore flessibilità e nella fase attuale sostiene la ripresa del dialogo di pace coi palestinesi. Un approccio reso impossibile dalla chiusura e dalla vaghezza dei progetti del Likud che per bocca del suo leader - e futuro premier - giudica prematuro il ristabilimento di negoziati su questioni delicate come lo status di Gerusalemme: la proposta che la parte est della città occupata possa diventare la capitale dello Stato palestinese viene esclusa a priori. Né vuole parlare della questione dei confini e del ritorno dei profughi. Nessuna parvenza d'apertura.

Un quadro giudicato dalla stessa Livni, che sa essere più adattabile alla diplomazia dello scacchiere internazionale, impraticabile e dannoso. L'ex Ministro degli Esteri in una lettera aperta ai suoi elettori ha esplicitamente ricordato che il voto da loro espresso non poteva finire a far da puntello a un governo di estrema destra, perciò in questo momento prevede una collocazione di Kadima all'opposizione. Nella dichiarazione d'intenti c'è da capire quanta verità Livni enunci e a quale destra estrema si riferisca, se sono vere le notizie che - nei giorni immediatamente seguenti allo spoglio delle schede - la vedevano rapportarsi al razzista Lieberman come lei fresco di successi e in cerca di collocazioni gradite nei palazzi del potere. Naturalmente la politica filo-coloniale di Israel Beiteinu, alleato ora del Likud, sarà di aperto contrasto ai negoziati con i palestinesi, come lo è quella reazionaria degli ultraortodossi di Shas e lo Yahaduth HaTorà. Probabilmente la liaison dangereuse fra le parti poteva passare attraverso il laicismo di Lieberman che per la donna della politica d'Israele diventava "il rospo da baciare" pur di trovare i numeri per un governo.  

Per ora a baciarlo ci penserà Netanyahu che dovrà servirsi dei 15 seggi di Israel Beiteinu per giungere alla maggioranza nella Knesset, se ne pronostica una minima di 61 deputati su 120. Un governo, dunque, che nasce fragilissimo e può affondare a ogni votazione. Motivo più che valido per l'ambiziosa Livni di tenersene alla larga e acquisire ulteriori consensi per future elezioni che potrebbero presentarsi anticipatissime. Dopo gli ultimi risultati del voto l'instabilità interna israeliana è palese e i tentativi del presidente Peres d'invocare un governo di tutte le grandi forze del Parlamento era rivolto proprio a evitare un rapido ritorno alle urne. Eppure i richiami del presidente incaricato ai problemi che attendono il prossimo governo - la recessione economica le cui conseguenze pesano sul piccolo Stato, la crisi politica ai suoi confini e nei Territori e il timore d'un allargamento della medesima ad antagonisti (l'Iran) già presenti come fiancheggiatori delle rivendicazioni palestinesi - non smuovono la Livni che in questa fase rinuncia al ruolo di salvatrice della patria per non finire salvatrice del Likud.

Anzi, a conferma di scaltrezza e cinismo politici, compie addirittura un'uscita idealista quando fa capire di rinunciare a tanti posti di comando (tranne quello di premier per il quale venderebbe ideali e anima) che Netanyahu le avrebbe proposto se Kadima fosse entrata nella coalizione, perché lo spirito che la muove è diverso da quello della destra (sic). Bibi dovrà consolarsi con Rabbi Ovadia Yossef, il capo dei sefarditi di Shas e qualche altro estremista che la quota minima (2%) dello sbarramento elettorale fa approdare nelle Istituzioni. Parecchi politici, oggi, non vorrebbero essere nei suoi panni.

di Enrico Campofreda

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11102

La prossima rivoluzione in Medio Oriente


Mentre si celebra il 30° anniversario della Rivoluzione iraniana, il Medio Oriente è percorso da fermenti e tensioni. I governi occidentali, accecati dai loro interessi a breve termine, insistono nel vedere le cose nella regione a loro piacimento, e non come esse stanno veramente. La verità è che tali governi sono i veri artefici della prossima rivoluzione in Medio Oriente – afferma Soumaya Ghannoushi

Trent’anni fa il mondo si risvegliò come scosso dalla Rivoluzione Islamica, che come una potente eruzione vulcanica investì l’Iran, trasformò il volto del paese e fece tremare il mondo intero. Un movimento di protesta popolare era riuscito a fare ciò che pochi avevano creduto possibile. Il regime-fortezza dello Shah aveva cessato di esistere, divenendo un semplice capitolo della lunga storia del paese.

Nonostante tutto il fervore religioso che ha caratterizzato la rivoluzione, le sue cause profonde in realtà sono più di carattere socio-politico che teologico. Dopotutto la teologia non può scatenare una rivoluzione, se le condizioni generali non sono in fermento nelle viscere della società e tra le forze politiche. I capienti serbatoi della rabbia popolare, che scoppiarono alla fine degli anni ‘70, si erano nutriti delle ingiustizie accumulatesi per anni. In primo luogo, la corruzione dilagante e il dispotismo dello Shah e del suo regime, l’emarginazione socio-culturale intensificata dal processo di falsa modernizzazione di cui soffrivano strati sempre più ampi della popolazione, e l’acquiescenza del regime nei confronti delle ingerenze straniere, in particolare statunitensi.

Molti aspetti di questa situazione dell’Iran pre-rivoluzionario potrebbero risultare familiari agli occhi di chi oggi osserva l’intera regione mediorientale. Mentre la storia moderna della regione è stata costellata da una serie ininterrotta di crisi associate alla fragile condizione post-coloniale, i suoi mali sono stati ulteriormente aggravati dalla perdita di legittimità dei regimi che ha caratterizzato gli ultimi decenni. La prima fonte di legittimità, rappresentata dalla liberazione nazionale, si prosciugò con la scomparsa della generazione che aveva portato all’indipendenza, e con l’ascesa al potere di una nuova stirpe di scialbi tecnocrati e generali.

Nel momento in cui le promesse di sviluppo e di progresso svanirono nelle nebbie delle baraccopoli, gli Stati arabi si trovarono a doversi confrontare apertamente con i propri cittadini. Privati di ogni copertura, essi degenerarono fino a divenire terribili macchine di oppressione. Quanto più la loro legittimità era consumata, tanto più essi tendevano a fare affidamento sulla polizia, sugli apparati interni d’intelligence e sul sostegno di protettori stranieri, proprio come nel caso dello Shah. La gran parte dei regimi arabi non avrebbero mai potuto sopravvivere senza fare ricorso al continuo uso della violenza diretta contro i propri cittadini ed oppositori, aiutati e favoriti in questo dai loro “amici” ed alleati.

L’Egitto rappresenta forse l’esempio più evidente di questa situazione. Nell’ultimo decennio, il suo presidente ottantenne si è preoccupato di assicurare l’ascesa del proprio figlio Gamal al vertice della repubblica. Nel frattempo il suo paese, il più popoloso del mondo arabo, sta progressivamente degenerando, la sua influenza a livello regionale sta declinando, la corruzione è dilagante, e milioni di persone sono sull’orlo della fame.

Quella a cui ci troviamo di fronte è una situazione mortalmente esplosiva. Alle soglie degli anni ‘90, con il collasso del comunismo e l’attacco di Bush padre contro l’Iraq, la maggior parte dei regimi arabi aveva raggiunto il proprio punto terminale di crisi. Grazie ai loro alleati euro-americani, sostenitori dello status quo, tali regimi vennero salvati in extremis. Ma non si vede come essi potranno sfuggire alla propria disfatta, vista la situazione di profonda crisi nella quale si trovano, e la crescente rabbia popolare che devono fronteggiare.

Chiaramente tutto ciò non significa che lo scenario iraniano si ripeterà in Egitto o in altri stati arabi, oppure che presto apparirà un nuovo Khomeini. La storia non si ripete. Ciò che è certo, tuttavia, è che molti elementi dell’esplosivo contesto iraniano si stanno agitando oggi sotto la superficie di “stabilità” imposta, proprio nel momento in cui nuove forze socio-politiche stanno entrando in scena, sulle rovine dell’elite ufficiale ormai screditata.

Quattro mesi prima che lo Shah fu costretto a fuggire, la CIA aveva pubblicato un rapporto nel quale dichiarava che il regime iraniano era stabile. Si prevedeva che lo Shah avrebbe mantenuto pieni poteri per i successivi dieci anni. Le cose non sono cambiate molto da allora: la situazione di ostinata cecità è la stessa. I governi occidentali, accecati dai loro interessi a breve termine, insistono nel vedere le cose nella regione a loro piacimento, e non come esse stanno veramente. La verità è che tali governi sono i veri artefici della rivoluzione in Medio Oriente.

di Soumaya Ghannoushi 

Soumaya Ghannoushi è un’autrice freelance; è ricercatrice all’Università di Londra, specializzatasi in Studi Orientali; l’articolo qui proposto è apparso il 13/02/2009 sul quotidiano britannico ‘Guardian?’

Terduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/20/medio-oriente-i-tempi-della-rivoluzione-sono-maturi/

Titolo originale:

Ripe for revolution

Paraguay, il segno indelebile della dittatura



Decenni passati sotto una dittatura violenta e sanguinaria hanno lasciato il segno nella popolazione paraguayana.
La strategia dell'intimidazione, del terrore e della violenza, adottata dai militari di Stroessner è rimasta indelebile come un tatuaggio nella memoria della gente.
Per questo motivo in Paraguay tutti, ancora oggi, hanno paura a schierarsi apertamente su ogni argomento e ad ogni domanda rispondono sempre sì. "Non sentirai mai un paraguayano dire no. Ad ogni tua domanda risponderanno sempre sì" racconta Alma, impiegata di Asuncion e moglie di uno dei più famosi produttori televisivi del Paese. "Questa è la conseguenza della dittatura. C'è ancora paura nella gente, anche se le cose nel paese vanno molto meglio. Ciò che è successo in passato difficilmente si cancellerà in poco tempo". 
La conferma arriva dalle parole di Soliciano, taxista argentino dal 1977 in Paraguay. "Prima di arrivare in questo paese mi hanno detto due cose: non parlare mai dei comunisti, potresti essere arrestato e torturato, e se ti chiedono se ti piace Stroessner devi rispondere sì. Solo in questo modo ho lavorato tranquillamente senza essere mai preso di mira dai militari.
Ma fai attenzione: sarà molto difficile che un paraguayano ti dica quello che pensa realmente. Ricordo come se fosse ieri. Era il 1978 più o meno le 14.30 di un pomeriggio di novembre, non posso dimenticarlo. Ero fermo con il mio taxi in una delle tante fermate che ci sono nel centro. Arriva un cliente, distinto e con gli occhiali da sole. Non era usuale avere quel tipo di oggetto in Paraguay in quegli anni. Mi chiede di accompagnarlo sulle sponde del fiume. Pochi istanti dopo inizia col farmi una domanda. Sei paraguayano? E io rispondo no sono argentino. E ancora: "perché sei qui in Paraguay? Devi scappare da qualcosa? Sei per caso comunista? Mi chiede. E io rispondo immediatamente no! Anzi i comunisti li odio. Sono in Paraguay perché in Argentina mi hanno detto che da queste parti c'è molto lavoro e che Stroessner fa vivere bene chi lavora! Dopo qualche istante il cliente mi mette una mano sulla spalla e mi dice con aria gelida: "Bene, era quello che volevo sentire". Non so cosa mi sarebbe successo se avessi risposto che parteggiavo per i comunisti o che avevo idee di sinistra. Ancora oggi me lo chiedo e penso che quella risposta data al cliente mi ha in parte salvato la vita. Non so perché ma ne sono convinto".
di Alessandro Grandi

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