martedì 24 febbraio 2009

Colombia, l'intelligence in mani criminali


"Chi è il nostro Montesinos?" sembra chiedersi l' ex presidente Colombiano César Gaviria in una lettera ai magistrati incaricati delle indagini sul nuovo scandalo Colombiano: "quando ero segretario generale della OEA (organizzazione di stati americani) ho potuto notare in prima persona quello che accade quando l'intelligence di uno Stato cade in mani criminali; quando persone distinte dal presidente o dal suo ministro della difesa danno ordini per convertire la sicurezza dello Stato in polizia politica [...]. Il caso Peruviano è stato davvero drammatico ed è arrivato ad essere il più terribile apparato di corruzione che si conosca nella storia delle Americhe. [...] Tutto questo si è giustificato, per molti anni come parte della strategia della lotta contro il terrorismo. Spero che in Colombia non si debba arrivare a questa situazione perché sarebbe gravissimo per la conservazione del nostro stato di diritto e per la vigenza dell'ordine costituzionale."
Si riferisce, l'ex presidenze, al nuovo scandalo sulle intercettazioni illegali che travolge il Das (Departamento Administrativo de Seguridad) la principale agenzia d'intelligence del paese che risponde direttamente alla presidenza della Repubblica e si incarica anche di funzioni di polizia giudiziaria, antiterrorismo e controllo dei flussi migratori.
Mentre in Italia si discute su come limitare l'azione dei magistrati nel campo delle intercettazioni in Colombia si è scoperto che il Das stava (continuava) a spiare un po' tutti: magistrati incaricati delle indagini sulla Parapolitica, politici dell'opposizione, pre-candidati presidenziali, giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione, giudici della corte suprema di giustizia, generali e anche membri del governo.

La vita degli altri. Un'indagine della rivista semana ha rivelato che tra il 19 e il 21 di Gennaio all' undicesimo piano della sede principale dell' organismo di intelligence, sono stati distrutti migliaia di file audio, hard disk, trascrizioni di telefonate e resoconti di pedinamenti.. Tutti questi documenti confidenziali avevano in comune il fatto di essere stati ottenuti illegalmente. Questa operazione di pulizia si doveva a due ragioni: la prima è che il 22 entrava in carica in nuovo direttore del Das Felipe Muñoz Gómez, l'altra è che ormai era nota l'indagine della stessa rivista Semana che andava avanti da ormai più di sei mesi.

I precedenti. Durante la presidenza Uribe il Das si è caratterizzato per aver vissuto i più grandi scandali della sua storia e per aver bruciato ben quattro direttori, tanto che trovarne di nuovi è diventata un'impresa piuttosto ardua.
Nell'Ottobre del 2005 si è appreso che il Das era infiltrato fino al midollo dal paramilitarismo e anzi ne era praticamente al servizio. L'ex direttore del tempo Jorge Noguera è stato accusato, tra le altre cose, di essere il mandante di 24 omicidi e di aver usato l'istituzione per operazione di riciclaggio di denaro sporco. Difeso a spada tratta dal presidente: "per Noguera metterei la mano sul fuoco" ebbe a dire , fu premiato con il consolato di Milano, prima di finire in carcere.
La nuova direttrice Maria del Pilar Hurtado si è dimessa nell'Ottobre del 2008 dopo quello che si conosce come il watergate Colombiano, una serie di scandali, incluse indagini illegali su oppositori politici del presidente.

Il Das risulta anche coinvolto nello scandalo Job dato che un alto funzionario della sezione intelligence partecipava agli incontri tra il paramilitare conosciuto come Job e alcuni esponenti del governo per screditare i magistrati della corte suprema di giustizia incaricati delle indagini della parapolitica. L'immagine del Das è quella di un organismo ormai in decomposizione in vendita al miglior offerente. Un tecnico di una delle sale d'intercettazione ha raccontato a Semana: "per mettere (sotto sorveglianza n.d.r.) il numero di un giudice costa tra 100 e 150 milioni di pesos al mese. Per intercettare un agente della polizia giudiziaria tra 50 e 80, dipende dal rango e dalle mansioni." Queste sale, attrezzate con i più moderni apparati di intercettazione venduti dagli USA nell'ambito della lotta alla droga e al terrorismo, offrivano gli stessi servigi a chiunque li richiedesse. Ad esempio il narcotrafficante "loco" Barrera ha fatto intercettare il telefono il di un suo socio per una settimana con il fine di comprovarne la fedeltà.

Una polizia politica degna di una dittatura. Un detective del Das racconta a Semana: "Qui si lavora su obiettivi e soggetti che possano essere una minaccia per la sicurezza dello Stato e del presidente. Tra questi ci sono la guerriglia, le bande criminali e alcuni narcotrafficanti. Però tra questi obiettivi c'è anche, ed è ovviamente una delle funzioni del Das, controllare alcuni personaggi e istituzioni per mantenere informata la presidenza. Ad esempio come potrebbe non essere missione del Das controllare Petro (Senatore dell' opposizione n.d.r.), che è un ex guerrigliero ed è dell'opposizione? O Piedad Cordoba (senatrice impegnata nelle liberazioni dei sequestrati delle Farc n.d.r.) per i suoi legami con Chàvez e le Farc?". Per quanto riguarda i giornalisti critici e indipendenti la fonte continua: "lì si prendono due piccioni con una fava: si sa a cosa stanno lavorando e con chi parlano." Sono già rotolate le teste del direttore dell' intelligence e del controspionaggio, ma da più parti si chiede la chiusura definitiva del Das e che il governo assuma la responsabilità politica delle intercettazioni. Il noto giornalista Daniel Coronell ha commentato "quasi tutte le persone a cui sono state intercettate le comunicazioni sono o sono stati duri critici del governo e del presidente Uribe. È molto difficile credere che qualche detective o qualche comandante era tanto interessato ad ascoltare allo stesso tempo: la Corte Suprema di Giustizia, i magistrati della parapolitica, i capi dell‘opposizione o i membri del governo per provarne la fedeltà."

di Simone Bruno

Nord est, serbatoio della Lega, il peggio parte da qui


Per anni, e fino a non poco tempo fa, le sparate della Lega sono state lette, più o meno da tutti, da politica e istituzioni in particolare, come qualcosa di folkloristico. Le chiare e inequivocabili istigazioni alla violenza e al razzismo, anziché preoccupare, anziché essere fermate con forza, determinazione, venivano liquidate con un sorriso. Il risultato? Eccolo. Le ronde padane, quelle che fecero tanto ridere più di dieci anni fa, a Jesolo e dintorni, oggi sono istituzionali, riconosciute dalla legge. Non serve dirlo a voi lettori che il fascismo iniziò con molto meno. E inutile dire che, analizzando quest’escalation, è evidente intuire dove arriveremo. Quel che più sconcerta è l’indifferenza e la rassegnazione di chi, invece di reagire urlando in piazza, se ne sta nelle stanze di partito a discutere di scemenze. Già, perché qualunque argomento, sia il nuovo segretario del Pd, sia il destino della sinistra sparita, sono sciocchezze di fronte a quel che sta accadendo sul territorio, assecondato e legalizzato da chi sta oggi al potere. E il peggio parte sempre da qui. Dal nord est, serbatoio della Lega. Le ultime isole, la provincia e il comune di Venezia, il comune di Padova, amministrate dal centro sinistra, è quasi certo cambieranno colore la prossima primavera e quella del 2010.
Una deriva che mette i brividi, ma a cui sembra impossibile fare fronte. Ma del resto ce la siamo voluta. Ridevamo, quando Gentilini diceva che bisognava vestire da leprotti gli extra comunitari, qualche magistrato, tiepidamente, ci provò, a fermare legalmente l’istigazione alla violenza, ma furono tentavi tiepidi e inutili. Oggi, siamo passati alle vie di fatto. Gentilini ha trovato emuli ben più feroci e determinati di lui, una dozzina di sindaci sparpagliati nel Veneto e privi di scrupoli. Istigano alla violenza nei loro comizi, nei loro comunicati stampa, nelle loro ordinanze. Usano un linguaggio che in qualunque altro paese fa scattare una denuncia se non le manette. E l’assuefazione a quel linguaggio è ormai dentro a tutti noi. Non ci si indigna più. Al massimo ci si rassegna. E siamo finiti in un Far West diffuso. Far West significa ovest lontano. Lo conosciamo bene, il Far West. Sta dentro il nostro immaginario, con le facce di Clint Eastwood e John Wayne, i film di Sergio Leone, i duelli sotto il sole a picco. Da quelle parti, la legge la facevano gli sceriffi, ed era una legge un po’ così, spesso improvvisata, beccavi uno, lanciavi la fune attorno al ramo del primo albero, e il tizio, poco dopo, ci pendeva sotto, appeso per il collo. Nessun processo, nessuna difesa.
Il nostro Nord Est è ben diverso dal Far West. È il suo opposto geografico, ci siamo pienamente dentro e, soprattutto, sono passati quasi un paio di secoli da quel Far West. Nel frattempo, credevamo che la società avesse fatto passi da gigante e quelle cose lì fossero relegate, appunto, a un immaginario del passato. Invece no. Ultimamente, dalle nostre parti, succedono cose che pensavi di vedere soltanto al cinema. Le ronde, ad esempio, pensavi fossero cose da ventennio fascista, da vedere, appunto, al cinema. Chi ha qualche decina d’anni più di me, quelle ronde se le ricorda bene, e dovrebbe sentirsi scorrere addosso gli stessi brividi di allora, alla sola idea. Invece, in questo paese dal nome Italia le ronde sono già una realtà. Disarmate ma pur sempre inquietanti quelle a Jesolo e dintorni, terrificanti quelle armate di spranga e altro che imperversano ed entrano in azione nelle periferie di Roma. Non si parla d’altro, dalle nostre parti, da qualche mese. Mentre il mondo sprofonda in una crisi di cui non si conoscono ancora gli esiti, mentre gli altri governi sono concentrati su ciò che di più serio esista oggi al mondo, qui si fa della demagogia. Una demagogia a uso e consumo di chi ha interesse che la gente si concentri su altro. Non solo. Perché poi tutto ciò va alimentato, la fiamma va tenuta alta e mica è facile. E allora le istituzioni, pur di ottenere il risultato prefissato, non badano a esagerazioni che travalicano ben più che il buon senso e la legge stessa. Sì, perché quando ascolti un sindaco - sedicente sceriffo - dire in pubblico che è un peccato che la polizia sia arrivata in tempo per salvare dal linciaggio un rumeno appena fermato, questa non è altro che istigazione alla violenza. E tutti sappiamo che è inconcepibile che un sindaco possa fare affermazioni del genere. Lo sappiamo, così come sappiamo anche che menti sprovvedute e incoscienti, davanti a parole simili che piovono dall’alto di un’istituzione, possono tranquillamente farsi prendere la mano con l’idea che, tanto, l’ha detto pure il sindaco. E così il Nord Est, ma anche l’Italia tutta, rischia di diventare ben peggio di quel lontano Far West. Un paese incarognito e sempre più isolato dal resto del mondo. Ma con le spranghe a portata di mano.
di Angelo Mastrandrea

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