mercoledì 25 febbraio 2009

L'ennesimo regalo ai cugini francesi


Sarkozy punta sui fondi pubblici italiani per sostenere l'industria nucleare francese e convince Berlusconi a firmare uno scellerato accordo-quadro sul nucleare che conviene solo Oltralpe, perché è molto costoso e dovrà essere coperto dai fondi pubblici,  è scientificamente inconsistente, in contraddizione con gli impegni europei e, soprattutto, in netto contrasto con il referendum popolare del 1987.

Il patto italo-francese. Al vertice di Villa Madama, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno firmato l'accordo quadro sul nucleare, che getta le basi per "un'ampia collaborazione in tutti settori della filiera, ricerca, produzione e stoccaggio". Il documento definisce le linee direttrici per lo sviluppo in Italia della tecnologia Epr, ovvero quella del reattore di terza generazione che ricalca il modello francese. Inoltre, Enel dovrebbe entrare con una quota del 12,5% nel progetto per la costruzione di un secondo reattore nucleare in Francia a tecnologia Epr.
In conferenza stampa il titolare dell'Eliseo ha definito "storico" l'accordo e ha affermato che se l'Italia dovesse confermare l'intenzione di aprire al nucleare, la Francia "propone una partnership illimitata".

Per il presidente del Consiglio il summit ha confermato che tra Roma e Parigi "c'è una visione comune su tanti problemi, su come devono essere cambiate le regole e sul modo in cui deve cambiare l'Unione europea", Al centro dei lavori la cooperazione nel settore energetico, la crisi economica globale, l'impegno militare in Afghanistan e in Medio Oriente, la lotta alla pirateria e la Torino-Lione.

I nuovi impianti sono più pericolosi. Le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose, in caso di incidente, degli impianti che dovrebbero sostituire. Lo afferma un'inchiesta del quotidiano britannico "The Independent", secondo il quale alcuni documenti di natura industriale proverebbero come, in caso di incidente, la fuoriuscita di radiazioni da queste centrali sarebbe notevolmente più consistente e pericolosa che non in passato. Documenti che provengono anche dalla francese Edf.

Si tratta di prove, scrive il quotidiano, "ben sepolte tra le carte della stessa industria nucleare" e che "mettono in dubbio le ripetute affermazioni secondo le quali i nuovi Epr (European Pressurised Reactors) sarebbero più sicuri delle vecchie installazioni". Semmai sarebbe vero il contrario: "Pare che un incidente ad un reattore o al sistema di smaltimento delle scorie, sebbene più difficile da verificarsi, potrebbe avere conseguenze ancor più devastanti in futuro". 
In particolare, tra gli studi esaminati, " ce n'è uno che suggerisce che le perdite umane stimate potrebbero essere doppie" rispetto al passato.

Un impianto della generazione Epr è già stato realizzato in Finlandia, due sono in fase di realizzazione o progettazione in Normandia. Quattro verrebbero realizzati dalla Edf in Gran Bretagna. L'India è interessata a costruirne sei.
"Finora questo tipo di centrali è stato generalmente considerato meno pericoloso di quelli attualmente in funzione", continua il giornale britannico, "solitamente perché dotato di maggiori misure di sicurezza e in grado di produrre meno scorie. Ma le informazioni contenute nei documenti da noi consultati dimostrano che in effetti producono una quantità di isotopi radioattivi di gran lunga maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di rilascio immediato'  proprio perché fuoriescono facilmente dopo un incidente".

Inoltre "i dati contenuti in un rapporto fornito dalla Edf suggeriscono l'idea che la quantità di particelle radioattive di rubidio, bromo, cesio e iodio sarebbero il quadruplo che con i reattori attualmente in uso". Un secondo rapporto, questa volta della Posiva Oy, una compagnia specializzata nel trattamento delle scorie nucleari e che è di proprietà di due ditte specializzate nella costruzione di centrali, "lascia intendere che la produzione di iodio 129 sarebbe addirittura sette volte superiore".

Non basta: "un terzo dossier, redatto dalla Swiss National Co-operative for the Disposal of Radioactive Waste, lascia concludere che il cesio 135 ed il cesio 137 sarebbero maggiori di 11 volte".
Tanta disparità nei possibili effetti di un incidente è dovuta proprio all'idea attorno alla quale sono impostati i reattori di nuova generazione, che bruciano il loro combustibile nucleare ad una velocità doppia rispetto agli attuali".

La Areva, l'azienda che progetta gli Epr, ha puntualizzato, una volta interpellata dall'Independent, "che la radioattività complessiva delle scorie in realtà aumenta solo in misura leggera". Inoltre "queste centrali sono state progettate esattamente per bloccare ogni fuga radioattiva".
Il quotidiano, però, ha fatto analizzare i dati ad alcuni esperti di propria fiducia. Conclusione: "il motivo di preoccupazione è comunque la grande quantità di materiale radioattivo che può fuoriuscire", perché "nessun sistema da' la certezza matematica della sicurezza". A riguardo il commento della Edf è lapidario: "Siamo fiduciosi che i nuovi impianti possano essere costruiti e gestiti in assoluta sicurezza".

L'aspetto economico. Senza il sostegno pubblico, l'attuale nucleare non è competitivo nei paesi occidentali, a maggior ragione in un momento di crisi in cui sarebbe di gran lunga meglio puntare su misure che danno risultati a breve termine, sostengono e rendono più competitiva l'economia e l'aumento occupazionale. Per il nostro paese questo vuol dire puntare sul risparmio energetico, sulle fonti rinnovabili, sul recupero energetico del patrimonio edilizio esistente, sul ricambio dei beni durevoli orientato su base ambientale.
Per quanto riguarda il nucleare, inoltre,  è necessario potenziare la ricerca su quello di quarta generazione, che diminuisce i rischi, la produzione di scorie, rompe la catena della proliferazione nucleare. Se si finanziasse la ricerca scientifica, in questo campo l'Italia avrebbe tutte le capacità per poter dire la sua.

Le reazioni politiche. Per Francesco Ferrante (PD), dell'esecutivo nazionale Ecodem si tratta "dell'ennesimo regalo, dopo la vicenda Alitalia, ai cugini francesi". 
"Oggi il governo firma un accordo con la Francia sul nucleare che conviene solo ai francesi - spiega Ferrante - , e intanto in queste settimane sta perdendo tempo e occasioni per rilanciare il settore delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, in campi su cui invece investono tutti gli altri paesi europei e gli Stati Uniti di Barack Obama". 
Per Ferrante "è ovviamente comprensibile l'interesse di Sarkozy di trovare nuovi mercati alla sua industria nucleare in difficoltà per mancanza di ordini sufficienti a livello mondiale". Viceversa, "non si capisce quale può essere l'interesse italiano nell'importare tecnologia, indirizzare gli investimenti privati in un settore incerto e poco conveniente economicamente come il nucleare e prevedere inevitabilmente, anche se negandolo formalmente, stanziamenti pubblici per sostenere una produzione energetica altrimenti insostenibile". Inoltre, continua Ferrante, "Berlusconi si è distinto a livello europeo per una battaglia di retroguardia contro il pacchetto clima (il '20-20-20') ed ha provato a cancellare gli incentivi del 55% per il risparmio energetico nell'edilizia introdotti dal precedente governo Prodi".

L'esponente Ecodem ricorda infine come "lo stesso centrodestra, quando si è trattato di estendere gli incentivi per gli elettrodomestici, prima non ha specificato che erano destinati solo per quelli ad alta efficienza e successivamente li ha comunque previsti in maniera ridicola solo per coloro che devono ristrutturare la propria abitazione". Non va poi dimenticato che "lo stesso governo ha infine inserito nottetempo un comma nel decreto 'milleproroghe' che ha posticipato di un anno l'obbligo per i regolamenti edilizi comunali di prevedere che i nuovi edifici fossero alimentati almeno in parte da fonti energetiche rinnovabili". Per l'ecologista democrat "è quindi palese che questo esecutivo per quanto riguarda le politiche energetiche è saldamente ancorato al secolo scorso". E questo perché il nostro paese punta al nucleare "mentre gli Stati Uniti cancellano tutti gli incentivi previsti per nucleare e carbone puntando, come la Germania, sulle fonti rinnovabili". Il mondo, conclude Ferrante, "va avanti e noi restiamo al palo".  

Non dissimili le critiche che provengono dagli esponenti delle sinistre. 
Umberto Guidoni (Unire la sinistra) denuncia come il governo italiano stia facendo gli interessi della Francia e dei grandi gruppi industriali, non del nostro paese:  "Il governo Berlusconi è come al solito contraddittorio: da un lato considera troppo costoso il "pacchetto climatico" dell'Unione europea, dall'altro fa accordi con la Francia per il nucleare, puntando su una fonte di energia che costerà alle tasche degli italiani tantissimi soldi e di cui beneficeranno solo grandi gruppi industriali". 
"Il nucleare - ha concluso Guidoni - è una fonte di energia non solo pericolosa, ma estremamente costosa e che non contribuisce a soddisfare il fabbisogno di energia del nostro paese in quanto riguarda solamente l'energia elettrica. La decisione di costruire centrali nucleari riporta il paese indietro di 20 anni. Mentre Obama e l'Unione europea guardano al futuro e puntano sulla riconversione "verde" dell'economia, il governo Berlusconi firma accordi che penalizzano l'Italia e che favoriscono la Francia".  

"Un ritorno al nucleare è scientificamente inconsistente, molto costoso e contraddice gli impegni europei e il referendum popolare del 1987". Questo il commento di Maria Campese, della segreteria nazionale del Prc e responsabile dell'area Ambiente, territorio e beni comuni. L'esponente del Prc spiega infatti che l'energia nucleare non è né abbondante né pulita perché dosi comunque piccole di radiazioni, sommandosi al fondo naturale di radioattività, possono causare eventi sanitari gravi (tumori, leucemie, effetti sulle generazioni future) ai lavoratori e alle popolazioni. Il governo dimentica inoltre di dire come eventualmente risolverà il problema delle scorie  radioattive e "mente quando parla di risparmi, perché l'energia nucleare non è a basso costo: la complessità del ciclo del combustibile, i dispositivi sempre più impegnativi per mitigare l'impatto sanitario degli impianti, sono alla base della lievitazione del costo dell'energia prodotta e della situazione di stallo nei Paesi più avanzati, che pure avevano perseguito con decisione nel passato questa produzione di energia anche per l'intreccio essenziale con la produzione degli armamenti nucleari". "Serve  invece - conclude Campese - il rispetto della democrazia (si pensi alla scelta del 1987) e della salute dei cittadini ed è necessario optare per una politica energetica che si fondi sulle rinnovabili, energie pulite da cui potranno scaturire anche nuove possibilità occupazionali".

di Carla Ronga

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11152


Al più famoso capo indiano del XIX secolo



La camera dei Rappresentanti Usa rende omaggio alla memoria del leggendario capo degli indiani Apache, a 100 anni dalla morte.
In una risoluzione si afferma che il centesimo anniversario ‘‘deve offrire un'opportunità di riflessione e l'avvio di una riconciliazione con il popolo Apache''. Il più famoso capo indiano del XIX secolo trascorse gli ultimi 20 anni della sua vita in carcere a Fort Sill, Oklahoma, dove morì nel 1909 all'età di 90 anni. Fu nel periodo della reclusione che il grande capo indiano raccontò le memorie personali e quelle del popolo Apache, che permettono di ricostruire e ricordare un importante pezzo di storia. Per la pubblicazione dell'autobiografia fu necessaria l'autorizzazione personale dell'allora presidente in carica Theodore Roosevelt. Geronimo naque con il nome di Goyathlay nel 1829, vicino alle sorgenti del fiume Gila, Arizona. Furono i messicani a conferirgli il soprannome di Hieronymus (Geronimo), ma i soldati statunitensi lo conoscevano anche con il nome di Victorio Old Vic e Old Jerome. Trascorse una gioventù spensierata con i fratelli, lavorando le fertili terre che abitavano gli Apache Bedonkohe che all'epoca avevano pochi contatti con i bianchi. Divenne membro del consiglio dei guerrieri, si sposò all'età di 17 anni ed ebbe tre figli. Nel 1858 avvenne però il fatto che cambiò la vita di Hieronymus: mentre prese parte ad una spedizione per affari sul confine con il Messico, il campo fu duramente attaccato dai soldati messicati che uccisero donne e bambini senza pietà. Tutti i figli e la madre di Geronimo morirono nel massacro. ‘‘ Nel campo non vi era una sola luce, così mi allontanai, senza essere riconosciuto, e andai al fiume. Non so quanto tempo rimasi là, ma quando vidi che i guerrieri si radunavano per il consiglio, presi il mio posto''. L'evento trasformò radicalmente il pacifico uomo che, assetato di vendetta, coinvolse la sua tribù in una sanguinosa guerra contro gli assassini della sua famiglia. La forza che sostenne Geronimo durante l'aspra battaglia nella città di Arispe, gli valse la nomina di capo e il suo nome cominciò a divenire molto noto. Durante la guerra di secessione gli indiani furono vittime di razzie e gli Apache continuarono la loro lotta contro americani e messicani. Catturato con l'inganno poiché gli americani gli fecero credere di voler trattare con lui, fu catturato nel 1877 e rimase in prigione per 4 mesi. Dopo un periodo di esilio volontario in Messico, il popolo Apache ritornò nel 1882 negli Stati Uniti dove ricominciarono le aspre battaglie contro l'esercito americano e contro i messicani.
Stanchi di combattere e fiduciosi nelle capacità diplomatiche di Geronimo, gli Apache accettarono di vivere in varie riserve tra la Florida e l'Oklahoma, formalmente come prigionieri di guerra. Le famiglie furono divise dai guerrieri, nonostante fu promesso il contrario, con grande nostalgia delle loro terre originarie nel sud-ovest. Geronimo rivolse quindi una petizione al presidente T. Roosevelt dichiarandosi disposto ad ‘imparare a condurre una vita simile a quella dei bianchi e rispettando le leggi degli Stati Uniti, paese che ci appartiene per diritto divino' e purchè vivendo e coltivando la terra natale ‘che l'Onnipotente ha creato per gli Apache'. A Fort Sill geronimo diventò un pacifico contadino e grande attrazione per i visitatori incantati dai racconti delle imprese eroiche del capo indiano. Il 17 febbraio 1909 morì in una piccola capanna vicino all'ospedale di Fort sill per una forte polmonite che prese poco prima durante una cavalcata. Poco prima di morire, fece mettere il basto e imbrigliare il suo cavallo. Alla sua morte il cavallo fu ucciso. Le sue spoglie furono sepolte nel cimitero apache a Cache Creek, la sua tomba è sormontata da un'aquila.
di Giacomo Corticelli

Javier Solana, campione della “lingua di legno”


Campione della “lingua di legno”, Javier Solana si è presentato al Parlamento Europeo per farsi impallinare, questa volta, praticamente da tutti, sinistra, destra, centro. 
Tema: la politica europea verso il dramma palestinese, prima, durante e dopo (cioè ora) al massacro di Gaza. Quello realizzato dal governo (uscente) di Olmert, con il consenso plebiscitario dell'opinione pubblica israeliana. 
La quale, affinché venga completato lo «schiacciamento degli scarafaggi» palestinesi, ha portato subito dopo al governo Netanyhau e Lieberman, cioè una destra fascista e razzista che, con ogni verosimiglianza, completerà l'opera. O proverà a farlo, mettendo nei pasticci molti suoi sempiterni alleati. Come, appunto, Javier Solana, ma anche Piero-Fassino-cuore-delicato e Walter-Veltroni-chiuso-per-fine-esercizio. Sugli scarafaggi tornerò più avanti. 
Tutti, sia detto qui per inciso e senza malizia alcuna, molto socialisti e socialdemocratici, come quel Barak Ehud, ministro della difesa, organizzatore del bombardamento del ghetto di Gaza. 
Ma torniamo a Solana, alto rappresentante della politica estera di un'Europa dimezzata, lui stesso dimezzato e bypassato da tutti (salvo che da Tony Blair, a sua volta nominato inviato speciale del Consiglio per il Medio Oriente, ma che non ha trovato il tempo nemmeno di andare a Gaza a dare un'occhiata alle 25 mila case distrutte, ovviamente per errore, dall'aviazione israeliana).
Solana, dunque, ha parlato come se non si fosse accorto di niente. E ha ritirato fuori dal cassetto la solita giaculatoria dei due Stati, spiegando in tre lingue, per meglio mischiare le carte, che lo Stato Palestinese dovrà essere guidato da Abu Mazen, fedele alleato di Israele, e vigilato dalla polizia di Al Fatah, al soldo dei servizi segreti americani e del Mossad, che l'hanno formata e armata. 
A diversi deputati è saltato il ghiribizzo di chiedere: che ne facciamo di Hamas, che ha vinto le elezioni in modo democraticamente ineccepibile, sia a Gaza che in Cisgiordania (elezioni volute, organizzate e pagate dall'Europa) ? Qui la lingua di legno di Solana ha emesso suoni sordi e quasi impercettibili, mettendo in difficoltà gl'interpreti: ma non sapete? Hamas è un'organizzazione terroristica. E, pensateci bene, non solo non riconosce l'esistenza dello Stato d'Israele, ma la minaccia. 
Non era una novità, ma sentirla dire dopo l'operazione Piombo Fuso è parso strano perfino al capogruppo liberal democratico, Graham Watson, persona di solito molto compassata e dal forbito parlare. Ma scusi, signor Solana, che va dicendo? Noi europei stiamo andando a discutere con un nuovo governo di destra che dichiara di non riconoscere alcun diritto ai palestinesi, che cioè ci fa sapere che non consentirà la creazione di alcuno Stato palestinese, e che ha tra i suoi ministri gente che si propone addirittura di espellere da Israele gli arabi israeliani. Per giunta abbiamo ottimi rapporti con un governo che ha praticato sotto i nostri occhi il terrorismo contro la popolazione civile. E lei ci viene a dire che non possiamo dialogare con Hamas? 
Questo il succo di Watson. Poi è venuta la gragnuola degli altri, a partire da Francis Wurtz, capogruppo comunisti e verdi nordici: «Ma non c'è proprio nessuno capace di dire a Israele che il troppo è troppo?» In questo caso c'è stato e la cosa stupisce un po', non essendo quel consesso un insieme di campioni di moralità oltre che di logica.Martin Schulz, che guida i socialisti, ha fatto il conto dei chilometri quadrati dei nuovi insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Ma quale Stato palestinese potrebbe ormai insediarsi su quel misero 20% di territorio che resta – si fa per dire – a disposizione di tre milioni di palestinesi? E c'è qualche segno, che Israele abbia intenzione di disoccupare ciò che occupa illegalmente dal 1967? E cosa ha ottenuto il popolo palestinese da quella formula “pace in cambio di terra”? Il risultato è stato niente terra, meno terra e niente pace. Senza tenere conto che i posti di blocco israeliani che trapuntano l'intera Cisgiordania sono oltre 660. 
E non sono stati messi lì per cerimonia. Servono a “filtrare i terroristi”, ma in realtà sono tappi che chiudono le arterie della vita palestinese, come si fa con le sorgenti d'acqua che sono tutte in mano israeliana. Il figlio che va dal padre deve chiedere il permesso, e può essere costretto ad aspettare ore o giorni. Come le merci da vendere o appena comprate, che vengono fermate anch'esse. Con il colmo di perfidia dei posti di blocco attraverso cui si può passare solo a piedi. Il carico, quale che sia, deve essere spezzettato per poter viaggiare sulle spalle, a mano, su piccole carriole. 
Così si è messa in opera l'asfissia sistematica dei palestinesi, che dura da decenni, con lo scopo, non ultimo, di umiliarli. Del resto, come disse Ariel Sharon, il popolo palestinese «non esiste». E poiché non c'è, non c'è niente a restituire a nessuno. Ma che dico? Popolo? Una mia conoscente russa mi ha raccontato di essere stata al confine della striscia di Gaza nei giorni del Natale ortodosso. Era a Gerusalemme, ospite di amici ebrei emigrati dalla Russia in Israele ai tempi della perestrojka. E sono andati tutti insieme, residenti e ospiti, a vedere il bombardamento dal di fuori, a vedere il recinto infuocato dove Israele ha rinchiuso e assediato, negli ultimi dieci mesi, un milione e mezzo di “belve feroci”.
Tanta era la paura dei razzi Qassam sparati dalle belve – mi ha raccontato Nadia – che c'erano là attorno centinaia di persone a guardare lo spettacolo dei fuochi d'artificio al fosforo bianco. Certo, non tutti i particolari più raccapriccianti potevano essere goduti da quella prospettiva. Ma la soddisfazione dei cittadini di quello che «Corriere della Sera» e «Repubblica» ossessivamente ripetono essere “l'unico paese democratico del medio-oriente”, è stata grande. L'amica russa mi ha raccontato, con un certo raccapriccio, che la sera, a cena, si è rievocata con entusiasmo la fermezza con cui il socialdemocratico Barak e la “kadimista” Tzipi Livni, hanno finalmente «schiacciato gli scarafaggi palestinesi» e «bruciato il formicaio di Gaza». 
Come si vede, non c'è traccia di Hamas. L'obiettivo, coralmente perseguito, era la popolazione civile. Non è bastato per fargli vincere le elezioni. Quelli che verranno dopo di loro lo faranno con maggior determinazione. 
L'Europa di Solana, che ha lasciato fare tutto questo senza muovere un dito, senza reagire, senza chiedere spiegazioni a Israele, adesso si appresta a “ricostruire”. Ma perché la ricostruzione possa avvenire esige che non un camion di soccorsi, non un mattone, passi per Hamas, cioè per il governo legittimo del palestinesi. E gli aiuti verranno filtrati da Israele, che continua a esercitare il blocco attorno a Gaza. L'Europa si ricolloca dalla parte degli aguzzini, e l'America di Barack Obama e di Hillary Clinton fa esattamente quello che faceva l'America di Bush e Cheney. 
Le parole di Javier Solana, nella vasta sala della Plenaria di Bruxelles, rotolavano innocue, rimbalzando come palline di plastica preventivamente insonorizzate. Perfino Jean Marie Le Pen, la destra francese, faceva fatica a sopportare in silenzio. E, da pizzicagnolo qual è, ha fatto un po' di conti: «Ma perché dovremmo dare altro denaro per la ricostruzione? È come buttarlo dalla finestra, visto che presto Gaza sarà distrutta di nuovo». 
Resta la domanda che aleggiava in quella sala augusta, dove, a ogni piè sospinto, qualcuno trova il tempo di ricordare che l'Europa è il luogo dove i diritti umani sono rispettati come le cose più sacre, fondatrici addirittura della comunità di individui che si vorrebbe costruire: che ne sarà dei palestinesi? Sono stati collettivamente puniti perché hanno votato per Hamas, cioè per l'unica forza politica che ha scelto di difenderli dal sopruso e dall'eccidio. Certo non sta scritto da nessuna parte che un popolo troverà sempre la forza di difendersi. Ci sono stati popoli che sono stati conquistati, demoliti, annientati. L'Europa coloniale è stata capace di questo ed altro. È chiaro che Israele pensa di riuscirci: a cacciarli via dalla terra che i sionisti credono che sia stata loro data niente meno che da Dio in persona. E quindi non la divideranno mai con nessuno. 
Se così stanno le cose, sarebbe saggio, da parte dell'Europa, mettere in conto l'ipotesi di dover ingoiare altri massacri, sempre più feroci. Oppure cominciare a capire che bisogna dire basta a Israele, perché non potrà venire dall'interno nessun invito alla moderazione. E non si dimentichi che Netanyhau ha dichiarato, fin dal momento in cui ha ricevuto il mandato, che l'Iran costituisce la più grande minaccia all'esistenza di Israele da quando Israele esiste. È il programma di una guerra molto più grande, incomparabilmente più impegnativa che quella di schiacciare scarafaggi. Se restiamo in silenzio adesso sarà inevitabile prepararsi a quella, che ci riguarderà da vicino. 
Su Pandora TV: gli interventi dei gruppi parlamentari a Bruxelles sulla questione mediorientale durante la plenaria del 18 febbraio 2009. [vedi il video]
di Giulietto Chiesa - da Galatea European Magazine

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