venerdì 27 febbraio 2009

Balcani, uno spinoso contenzioso di confine marittimo


Il premier sloveno Borut Pahor e il suo omologo croato Ivo Sanader si sono incontrati ieri a Mokrice, in Slovenia, per lo spinoso contenzioso di confine marittimo tra Slovenia e Croazia rispetto al golfo di Pirano, una striscia di 30 chilometri nel Mar Adriatico conteso tra le due repubbliche della ex Jugoslavia.
Disputa di confine. ''Colloqui di carattere informativo per iniziare a comunicare'', secondo quanto scritto in una nota diffusa dallo staff dei due primi ministri. L'incontro, però, si è risolto con un nulla di fatto. I due primi ministri si sono scambiati la promessa di un nuovo incontro, ma nessun passo avanti è stato fatto per l'oggetto dell'incontro. La richiesta della Slovenia è nota: spostare di un chilometro e mezzo la linea di confine che attraversa il golfo in modo da garantire a Lubjana un accesso diretto, e sovrano, al mare. Oggi le imbarcazioni slovene passano per le acque territoriali italiane o croate. Secondo la posizione slovena non si tratterebbe di una concessione croata, ma di un diritto. Qualora venisse infatti riconosciuta la sovranità territoriale della Slovenia su alcuni minuscoli villaggi istriani che sono oggi in territorio croato, la direzione del confine in uscita dalla foce del fiume Dragogna risulterebbe modificata come vuole il governo sloveno. Ma la Croazia non ci sta e, anzi, sottolinea come avrebbe da rivendicare la ricostruzione della situazione antecedente la nascita della Jugoslavia, quando la foce del fiume venne modificata a suo svantaggio. Fin qui sembra una banale e non troppo importante contesa sui confini della ex Jugoslavia, ma nella questione restano invischiati attori importanti, come l'Unione europea e la Nato.
L'Ue alla finestra. Per la disputa sul golfo di Pirano, infatti, la Slovenia ha posto il veto sull'apertura dei negoziati di adesione della Croazia all'Unione europea. Non un veto da poco, visto che per Zagabria l'ingresso nell'Ue è un fattore strategico. A metà dicembre sembrava fatta per la Croazia, solo che la Slovenia (unico Paese tra i 27 membri Ue) ha, come detto, posto il veto. Il calendario stilato a Bruxelles, che prevedeva il completamento delle trattative di adesione entro il 2009 e l'adesione per l'anno dopo o per il 2011, è stata paralizzato. Poco mancava che si bloccasse anche la ratifica del protocollo di adesione alla Nato della Croazia, l'11 febbraio scorso. Alla fine, dopo una turbolenta seduta, il Parlamento di Lubjana l'ha ratificato, ma resta lo spettro del passaggio del testo alla Camera alta dell'Assemblea che potrebbe non ratificare l'accordo. La questione, per certi versi, ricorda la disputa tra Macedonia e Grecia sul nome che la repubblica della ex Jugoslavia ha scelto dopo l'indipendenza. Dal punto di vista di Atene, 'l'appropriazione indebita' è sufficiente a remare contro l'ingresso di Skopje nella Nato e nell'Ue. Almeno fino a quando la Macedonia non cambia nome 'restituendo' alla Grecia il copyright della regione. Che succederà adesso? La Croazia ritiene che la diatriba sia bilaterale e vuole tenerla nettamente separata dai negoziati Ue. Zagabria chiede che a risolvere la questione del golfo di Pirano sia la Corte Internazionale delle Nazioni Unite all'Aja. La Slovenia, invece, propone una mediazione internazionale che, se accettata, sbloccherebbe subito i negoziati. Il tempo passa e l'Ue, come nel caso della Macedonia, scopre che nei Balcani il tempo scorre più lentamente degli interessi commerciali dei paesi membri.
di Christian Elia
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G. Zagrebelsky: senza opposizione,a rischio l’intero sistema


L’ex presidente della Consulta Zagrebelsky prepara la Biennale di Torino. “Se non ci sono argini il potere è portato a espandersi e corrompersi”

In Italia c’è qualcosa che si può definire «disagio democratico»? Stiamo scivolando verso il populismo, la demagogia o l’oligarchia, come molti dicono? La crisi del Partito Democratico è una questione interna alla sinistra o investe l’intero quadro della democrazia? C’è materia sufficiente per rimettersi a ragionare sui principi. È quello che si propone di fare Biennale Democrazia che si svolgerà a Torino dal 22 al 26 aprile, alla quale Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista ed ex presidente della Consulta, sta lavorando con un gruppo di giuristi, filosofi e sociologi torinesi.

Professor Zagrebelsky, com’è nata e cos’è la Biennale?
«È nata dall’idea di Pietro Marcenaro di proseguire ciò che si fece con le “Lezioni Bobbio” nel 2004, una serie di incontri su grandi temi di etica pubblica e filosofia della politica che si svolse tra la primavera e l’autunno del 2004. Il successo fu straordinario, al di là delle previsioni».

Perché Biennale? E perché Democrazia?
«Perché si ripeterà ogni due anni e tratterà dei grandi temi della democrazia, a incominciare dalle sue “promesse non mantenute”, secondo la formula di Bobbio. Il tema è altamente “politico” ma le iniziative previste non saranno in alcun modo passerelle per “i politici”. Questa è una pre-condizione per evitare strumentalizzazioni e preservarne il carattere esclusivamente scientifico».

Ma il fatto stesso di porsi il problema dello stato della democrazia non è già prendere una posizione politica?
«La democrazia è un regime sempre problematico. È un insieme di diritti, regole e procedure che mirano a un ideale, l’autogoverno consapevole dei cittadini. È un ideale di convivenza da perseguire e nessuno mai potrà dire che esso è raggiunto definitivamente».

Un ideale sempre in bilico, dunque?
«Forze nemiche della democrazia sono sempre all’opera per il suo svuotamento. Per esempio, una condizione di successo della democrazia è l’uguaglianza delle posizioni. Ora le nostre società sono un continuo produrre disuguaglianza: nelle condizioni economiche e culturali, nell’accesso alle informazioni, nella partecipazione alle deliberazioni pubbliche. La democrazia non è solo voto e elezioni. Voto e elezioni possono anche essere inganni, se non si nutrono di presupposti sostanziali».

Dunque, c’è un pericolo per la democrazia?
«In un certo senso, un pericolo c’è sempre. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, la democrazia sembrava essere il regime politico acquisito per sempre. Oggi, questa fede ingenua in un movimento naturale della storia, come storia di emancipazione dei popoli dall’oppressione, non esiste. Tutto si è complicato, nulla è sicuro».

Ma lei crede che vi sia un «caso italiano»?
«Vi sono segni che non si possono non vedere. Toccano il modo di scegliere i rappresentanti e quindi la legittimità della sede principale della democrazia, il Parlamento. Il nostro sistema elettorale è così complesso che il cittadino elettore non ha la minima idea di come il suo voto viene poi “macinato” nella macchina elettorale, non sa nemmeno per chi vota, perché la scelta è fatta dai vertici dei partiti che detengono il monopolio delle candidature. Si conoscono solo le facce dei capi e queste facce trascinano i consensi per i loro adepti. E ci stupiamo se si parla di disagio democratico?».

Il disagio non è solo italiano, però.
«Certo, vi sono ragioni che vanno ben al di là. Per esempio, il fatto che la gran parte delle decisioni pubbliche presentano caratteristiche tecnico-scientifiche, fuori della competenza dei comuni cittadini. La potenza della tecnocrazia dipende da questo. Come coinvolgere i cittadini in modo consapevole - parlo di una questione ritornata d’attualità - nella politica dell’energia nucleare. La vita pubblica è sempre più determinata dalla scienza».
Come insegnano la vicenda Englaro e, in genere, le questioni bio-politiche. 
«Certo. La tecno-crazia insidia la demo-crazia. Il destino sembra segnato da forze che si sono rese indipendenti, ineluttabili».

Ma questo non è sempre stato vero?
«Non nella misura odierna. Viviamo un’epoca in cui sembra che il corso degli eventi sociali non possa che essere così com’è. La politica ha perso in gran parte la sua funzione direttiva. Si risolve semplicemente nel correre dietro alle cose per tamponare le difficoltà, nei momenti di crisi. Sembra che il movimento sia imposto da fuori».

Da chi?
«Direi piuttosto: da che cosa? Da potenze immateriali che tutto muovono, che sembrano inesorabili. Per esempio, lo sviluppo, l’innovazione, il consumo: tre cose quantitative e non qualitative, che si legano e spingono tutte nella stessa direzione. Di fronte alla crisi dell’economia mondiale e alle sue conseguenze non si discute di alternative, che collochino sul terreno del possibile altri modi di vivere o di consumare».

È il pensiero unico?
«È un grave pericolo il non saper più guardare le cose da diversi lati, l’aver perso l’idea stessa di alternative. È cecità che riduce la politica alla gestione dell’esistente, magari nella direzione dell’abisso, senza nemmeno accorgersene. Se così è, a che cosa si riduce la partecipazione politica?».

Torniamo al nostro Paese. La crisi del partito democratico ha a che vedere con ciò che abbiamo chiamato disagio democratico?
«Direi di sì. Nessuna democrazia vive senza opposizione, senza qualcuno che, per l’appunto, sappia “guardare le cose dall’altra parte”. Oltretutto, senza una sponda, un limite, chi dispone del potere è portato a espandersi illimitatamente. Aggiungo: ma anche a corrompersi al suo interno. Senza opposizione, le forze dissolutici interne del potere non hanno ragione di trattenersi. È l’intero sistema che è in pericolo. Per questo, c’è da augurarsi che coloro che si sono assunti il compito di rimettere in piedi l’opposizione si rendano conto della responsabilità non solo verso un partito, ma verso la democrazia».

Diceva Bobbio: gli italiani sono democratici meno per convinzione che per assuefazione. L’assuefazione può facilmente portare a una crisi di astinenza e quindi a una ripresa delle energie democratiche ma anche a una crisi di rigetto. Ciò può spianare la strada a un regime?
«Forse solo favorirà la certa tendenza al rovesciamento della piramide democratica, alla concentrazione in alto del potere: il potere che scende dall’alto e produce consenso dal basso, lo schema della demagogia».

Sta succedendo in Italia, oggi?
«Poniamo mente alla concentrazione di potere economico, culturale (editoria, televisioni) e politico, i tre poteri su cui si fondano le società umane: concentrazione al loro interno e tra loro. Sono cadute le barriere. Chi parla ancora della necessità che il mondo dell’economia non sia oggetto di incursioni da parte della politica? Chi osa porre il problema dell’autonomia della comunicazione e della cultura? Quanti tra gli intellettuali si preoccupano dell’indipendenza dal potere economico e da quello politico? Quanti nel mondo della politica ritengono che sia un loro dovere occuparsi di politica, appunto, e non di banche, finanziamenti, posti in consigli di amministrazione? È venuta meno l’etica delle distinzioni. Il potere si accentra e procede dall’alto. Demagogia significa letteralmente: popolo che “è agito”, non “che agisce”».

Siamo già alla demagogia?
«Il pericolo è antico, anzi connaturato alla democrazia. Basta leggere Tucidide o Aristofane. Nulla di nuovo sotto il sole. Oggi, il pericolo è accresciuto da un certo modo d’intendere e organizzare il bipolarismo indotto dal sistema elettorale maggioritario, un modo che ingigantisce, fino al rischio della deflagrazione, la persona dei leader. Il culto del personaggio è certo una manifestazione di degrado democratico. Il presidenzialismo all’italiana potrebbe ridursi a questo».

Quali gli antidoti?
«Non vorrei sembrar tirar l’acqua al mio mulino, ma vorrei dire: difendere la Costituzione cercando di comprenderne i suoi contenuti, di cultura politica, di ethos civile, di promozione della partecipazione e dell’assunzione delle responsabilità. La Costituzione è nata in un certo momento storico a opera di certe forze politiche. Ma, se la raffrontiamo con gli esempi migliori del costituzionalismo mondiale, possiamo constatare facilmente ch’essa non sfigura affatto».

Perché?
«Al di là di tutto, degli interessi in gioco e del conflitto sociale, mi pare che ci sia una difficoltà maggiore, che allontana dalla politica e favorisce lo svuotamento della democrazia: la tirannia del tempo, cui tutti siamo drammaticamente sottoposti. Quando il tempo manca, perché non delegare a qualcuno la nostra esistenza?».

E che propone «Biennale Democrazia»?
«Propone una parentesi di cinque giorni nella routine di ogni giorno e chiede ai cittadini di riservarsi uno spicchio del loro tempo per dedicarlo a una riflessione comune sul nostro modo d’essere cittadini in una democrazia. Chiede di ribellarsi alla schiavitù del tempo che è nemica della libertà».
di Cesare Martinetti - «La Stampa»

Altri testi di Zagrebelsky comparsi su SudTerrae:

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