sabato 28 febbraio 2009

Assad e lo sdoganamento internazionale di Damasco


La visita a Damasco di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Deputati statunitense, nell'aprile 2007, aveva segnato una svolta importante nei rapporti tra Washington e Siria. Ma all'epoca il presidente Usa era ancora George W. Bush che, non ha caso, aveva aspramente condannato l'iniziativa della deputata del Partito Democratico. Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama e, come in molti sperano, la politica Usa in Medio Oriente sta cambiando.
Il dialogo al posto del pugno di ferro.Obama lo aveva promesso in campagna elettorale. I colloqui di oggi a Washington tra l'ambasciatore siriano negli Usa Imad Moustapha e Jeffrey Feltman, il più importante diplomatico del Dipartimento di Stato Usa che si occupa di Medio Oriente, rappresentano un vero e proprio salto di qualità nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Siria. Washington, infatti, aveva chiuso ogni relazione diplomatica con Damasco dopo l'omicidio a Beirut dell'ex premier libanese Rafiq Hariri, nel febbraio 2005. L'amministrazione Bush ha sempre ritenuto il regime di Assad, il presidente siriano, gravemente compromesso con l'omicidio, per l'ingerenza della Siria nella politica del Libano. Inoltre, per gli Stati Uniti, la Siria è uno di quegli stati canaglia sponsor del terrorismo internazionale, retrovia sicura per i guerriglieri che attaccavano le truppe Usa in Iraq e con ambizioni nucleari. Gli avvertimenti alla Siria non sono mancati: a settembre 2007 l'aviazione israeliana bombardava un presunto sito nucleare in territorio siriano, a ottobre dello scorso anno elicotteri da combattimento Usa compirono un raid in Siria contro un presunto rifugio di terroristi. Due attacchi pesanti, ma Assad ha saputo mantenere il sangue freddo, senza reagire. Sentiva che il vento stava cambiando.
Prove di disgelo. ''L'incontro è stato davvero costruttivo'', ha detto Moustapha alla fine del colloquio con Feltman. Il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha poi raffreddato gli animi, dichiarando che è ''troppo presto per sapere cosa accadrà in futuro'', anche perché il rapporto annuale del Dipartimento Usa sulle violazioni dei diritti umani del 2009 non è stata tenero con il regime di Assad. Qualcosa si muove, però. I primi segnali di disgelo della posizione internazionale della Siria erano arrivati a luglio dello scorso anno, in occasione della nascita dell'Unione per il Mediterraneo voluta dal presidente francese Sarkozy che aveva trattato Assad con i guanti bianchi. Il presidente siriano è cosciente di dover fare delle concessioni, in particolare sul fronte della democrazia interna, ma la sensazione è che abbia deciso di sfruttare fino in fondo la situazione per rientrare a pieno titolo nella comunità internazionale. Magari ottenendo uno 'sconto' dal tribunale delle Nazioni Unite che si appresta a indagare sulla morte di Hariri e sul ruolo avuto dal governo di Damasco. Sconto che varrebbe un allontanamento dall'Iran, da sempre principale alleato di Damasco. Molti governi guardano con timore alla crescente influenza iraniana come grande potenza regionale. Riuscire a portare la Siria 'dall'altra parte' sarebbe un bel colpo. Per Usa, Ue e per molti paesi arabi sunniti che non amano l'Iran e l'idea di una superpotenza sciita. In questo senso è da interpretare la visita ufficiale del ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, in Arabia Saudita due giorni fa. La famiglia reale saudita è l'antagonista naturale dell'Iran e l'apertura del dialogo con Damasco lancia un messaggio forte a Teheran. Assad, alla fine, potrebbe vincere la guerra, dopo aver perso qualche battaglia, soprattutto se otterrà anche una dichiarazione di pace con Israele e la soluzione della contesa sulle alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967.
di Christian Elia

Articoli sulla Siria comparsi di recente su Nuovediscussioni

Come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative?


Le reazioni di indignazione seguite all’approvazione del decreto sulle ronde, per quanto blande, sono una risposta seppur parziale dinanzi ad un provvedimento intriso di xenofobia e razzismo.
L’istituzionalizzazione delle ronde rappresenta infatti una inquietante mostruosità sociale, che però si pone su un terreno storicamente congeniale ai percorsi di autorganizzazione sociale: promuovere forme di autodifesa popolare, di controllo dal basso del territorio, di autogoverno della città, da oltre un secolo è sempre stato un terreno di sperimentazione dei movimenti popolari, dalle milizie operaie della Comune di Parigi agli Arditi del Popolo.
Ma il contesto odierno sembra molto più simile alla Germania prenazista, con le Sturmabteilungen impegnate a perseguitare dissidenti, ebrei e altri “nemici interni”, persecuzioni funzionali per lo più a occultare i disastri delle crisi sistemiche del capitalismo, come la grande depressione di allora e la crisi economica attuale: tuttavia oggi non viviamo certo in uno scenario nel quale bisogna prendere le armi per affrontare “manu militari” milizie armate di parafascisti in procinto di instaurare la dittatura.
La battaglia infatti va condotta non sul piano militare, ma sul piano culturale e sociale, facendo però attenzione, molta attenzione, a intrecciare i due piani - culturale e sociale - per non correre il rischio di rinchiudere e svilire questo terreno di battaglia all’interno di una dimensione accademica e autoreferenziale: la battaglia cioè non si gioca al chiuso di pur interessantissime e necessarie tavole rotonde sulla forza dilagante della Lega Nord, ma contendendo ad essa nelle periferie più degradate delle nostre metropoli, nei territori sempre più infettati dalla demagogia del razzismo, anche il tema delle ronde, inteso strategicamente come cessione di sovranità primaria dalle istituzioni alla società, tra l’altro sul terreno tanto delicato quanto strategico della sicurezza e della pace sociale.
Su questo o si rimane attestati sulla difesa della legalità, delegando agli apparati di controllo e repressione statuale il contenimento dell’ esondazione culturale xenofoba, invocando finanche il rafforzamento delle forze dell’ordine in nome di una loro presunta imparzialità oppure è necessario rilanciare la sfida sul terreno della costruzione di nuova legalità dal basso, di riappropriazione e rovesciamento concettuale delle stesse categorie della sicurezza e della pace sociale.
Per questo andrebbero praticate una sorta di contro-ronde (a qualcuno piacerà forse più il termine “presidi”) che intralcino il lavoro di queste milizie governative, ma soprattutto che si configurino come ronde sociali, contro il carovita - come già avviene a Roma ad opera dei compagni di Action - per denunciare gli speculatori del commercio, ronde contro il lavoro nero e il caporalato, per denunciare e sanzionare dal basso i covi più disumani dello sfruttamento, ronde contro l’omofobia, il razzismo, la precarietà, la devastazione ambientale.
Ronde cioè in grado di attivare e organizzare energie e consenso sociale per sfidare l’egemonia culturale della destra, di passare dalla difesa dello status quo alla controffensiva sociale.
Non basta dire, posate i bastoni contro gli immigrati: piuttosto bisognerebbe organizzare questa insofferenza contro coloro i quali realmente ci rendono ogni giorno la vità più insicura, precaria e insostenibile.
E’ un impresa difficile? Certo, molto più complessa degli ingegneristici assemblamenti elettorali di segmenti di ceto politico preoccupati della propria sopravvivenza - in quanto autoproclamatisi rappresentanti e altrettanto autoproclamatisi di sinistra - protesi a ribaltare di fatto i ruoli, per cui l’azione e il conflitto sociale diventano meri strumenti funzionali all’allargamento degli spazi di rappresentanza politica e non viceversa.
Ben vengano quindi non tanto gli amministratori illuminati che intralciano e boicottano la nascita delle ronde, ma anche e soprattutto coloro i quali avranno il coraggio di istituzionalizzare le ronde popolari contro il razzismo, il carovita, il lavoro nero, che però non nascono per decreto ma nella forza del radicamento sociale e nel coraggio di sporcarsi le mani.
La sfida sul terreno della tanto decantata democrazia partecipativa si gioca anche su questo terreno.
Si può anche scegliere di non intraprendere questo terreno di sfida, vuoi per una valutazione dei rapporti di forza o per un principio legalitario ancora molto radicato anche a sinistra.
Ma anche in questo caso resta il problema di come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative, tenendo presente che un’opposizione parlamentare nelle mani di Di Pietro o del PD rischia di dare semplicemente un ulteriore contributo peggiorativo in sede di conversione.
Le controronde anche su questo piano sono l’unico strumento a disposizione per smacherare, attraverso la rottura dell’unidimensionalità, la presunta neutralità dietro la quale i partiti di governo cercano di nascondere la matrice politico-xenofoba che sottende questa istituzionalizzazione, spacciandolola come “sicurezza partecipata per il bene comune”: per questo sarebbe opportuna una vera e propria opera di profanazione, direbbe Agamben, cioè inserirsi nel cuore dei meccanismi di riproduzione del dispositivo al fine di mostrarne non solo la falsità ma soprattutto la matrice intrinsecamente politica da cui scaturisce.
Potete strarne certi, dinanzi a controronde sociali saranno gli stessi benpensanti che oggi guardano le ronde con indifferenza o anche tacito consenso, ad indignarsi per questo clima da “far-west” e ad attivarsi in prima persona per smantellare ogni sorta di ronda.
In tal caso non vinceranno gli indiani, ma almeno potremmo esser soddisfatti per aver disarmato questi falliti cow-boy di provincia.
di Francesco Caruso

Ronde "mentali", il testo di legge

Il testo esatto della cosiddetta "legge sulle ronde", o meglio dell'articolo 52 del disegno di legge su: "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica."

La legge è stata approvata dal Senato, ora è alla camera - C. 2180 - c/o Commissioni riunite I Affari Costituzionali e II Giustizia in sede referente.

Art.52.
(Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio).

      1. Gli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, sono legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. Dalla presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

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