lunedì 2 marzo 2009

L'atomo iraniano sotto l'ombrello di Mosca


Sono giunti segnali contrastanti negli ultimi mesi e settimane sui rapporti tra Occidente ed Iran. Dalle caute aperture di Barack Obama tendenti alla normalizzazione dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, si è passati all'allarme lanciato, per la prima volta, dall'Onu attraverso l'Agenzia atomica secondo cui l'Iran sarebbe arrivato ad arricchire uranio sufficiente per dotarsi di un ordigno nucleare, posizione ripresa dal comandante delle Forze armate statunitensi, ammiraglio Mike Mullen, che rispondendo ad una domanda della CNN sulla bomba iraniana ha dichiarato: "Francamente, credo che ce l'abbiano". 
Ma l'esternazione dell'ammiraglio Mullen è stata prontamente contrastata dal ministro della Difesa Robert Gates, secondo cui l'Iran non sarebbe affatto in possesso dell'atomica, non ancora almeno. Lo scambio ha evidenziato in maniera esemplare la spaccatura esistente nell'Amministrazione americana sul caso Iran. 
Da un lato la componente filo-sionista che ha la sua direzione nel Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton e che sembra intenzionata a proseguire, almeno sullo scenario mediorientale, la politica aggressiva dei neo-con; dall'altra un'alleanza fra la vecchia guardia repubblicana, di cui Robert Gates è espressione, un folto gruppo di cosiddetti "generali ribelli" coagulati attorno alla figura del generale Brent Scowcroft che vedono con allarme l'avventura di allargare il conflitto all'Iran, e alcuni grandi geostrateghi del campo democratico, come Zbigniew Brzezinski, interessanti a confrontarsi direttamente con la rinascente forza della Russia, in una sorta di riedizione della guerra fredda, nel cui quadro l'Iran può essere visto piuttosto come un possibile alleato che un nemico.
Non è un caso che negli ultimi due anni dell'Amministrazione Bush, il calo di attenzione verso l'Iran, culminato con un rapporto ufficiale dei servizi di sicurezza decisamente rassicurante sui piani nucleari degli Ayatollah, e il gelo nei rapporti con la Russia determinato dal piano americano di scudo anti-missile in Europa orientale, sia coinciso proprio con l'avvento di Robert Gates al Pentagono in sostituzione di Donald Rumsfeld.
In questo contesto può risultare decisivo l'atteggiamento di Israele. È chiaro che per Tel Aviv è Teheran il nemico strategico, e fu proprio Ariel Sharon a dichiararlo apertamente già nel 2002 quando si parlava di un imminente attacco americano all'Iraq: va bene andare a Baghdad ma subito dopo l'obiettivo dovrà essere l'Iran. 
E l'intera riconfigurazione di Medio Oriente e Asia centrale partita dall' 11 settembre può essere per l'appunto vista come una operazione di larghissimo respiro che, dopo la "balcanizzazione" di Afghanistan e Iraq, perfettamente riuscite, vedeva il suo approdo finale in un approccio aggressivo contro l'Iran.
Ora Israele, vedendo uno stato di impasse ed indecisione nel gendarme americano, potrebbe essere tentato di forzare la mano all'ala meno favorevole alle proprie politiche in seno all'Amministrazione Obama, con un colpo di mano unilaterale contro gli iraniani. 
Dopo le elezioni in Israele si profila l'alternativa tra due governi: uno di unità nazionale a guida Netanyahu, e l'altro addirittura di ultra-destra con all'interno i nazionalisti radicali e i partiti religiosi fondamentalisti ebraici; in entrambi i casi (e in maniera esplosiva nella seconda ipotesi) significherebbe un radicalizzarsi dei già tesissimi rapporti tra Tel Aviv e Teheran.
Sullo scacchiere diplomatico la risposta iraniana sembra indirizzarsi ad un avvicinamento verso la Russia, quasi a voler sfruttare la congiuntura geopolitica per porsi sotto l'ombrello di Mosca, rimescolando così le carte nel campo nemico ed alzando la posta di un eventuale scontro.
Teheran ha infatti annunciato di aver stipulato un accordo con Rosatom, l'industria nazionale russa per l'energia atomica, in base al quale Mosca fornirà, per almeno i prossimi dieci anni, il combustibile nucleare per le centrali iraniane. Serghei Kirienko, direttore generale di Rosatom, parteciperà all'inaugurazione della centrale di Busher, la prima centrale atomica iraniana, che, secondo le indiscrezioni, dovrebbe cominciare a produrre energia entro la fine dell'anno. 
La costruzione del reattore di Busher ha avuto una storia travagliatissima: iniziata nel lontano 1975 dalla Germania, si interruppe con la rivoluzione khomeinista e l'embargo decretato dagli Stati Uniti. Nel 1995 i russi si offrirono (in realtà dietro compenso miliardario) di portare a termine l'opera. Ora, secondo Kirienko, dopo vari problemi tecnici, i lavori sono giunti al 95% e l'impianto sarebbe pronto per il lancio di prova.
Ancora più importante la notizia secondo cui il ministro degli esteri iraniano Mottaki avrebbe inoltrato la candidatura per l'ingresso del suo paese alla Organizzazione di Cooperazione di Shangai (SCO) che verrà discussa nella prossima riunione di giugno ad Ekaterimburg, in Russia.
Finora l'Iran era stato invitato solo come osservatore ai lavori della SCO, una organizzazione asiatica che raggruppa Russia, Cina, ed alcuni paesi centro-asiatici tra cui Kazakistan ed Uzbekistan, e che mira ad una più intensa cooperazione economica e militare tra i partecipanti. L'ingresso a pieno titolo dell'Iran (mentre altre potenze regionali come India e Pakistan restano con lo status di osservatori) significherebbe la creazione di un blocco asiatico significativo per il supporto militare (tra Russia e Cina si sono già avute, nel recente passato, imponenti esercitazioni comuni) ma soprattutto di straordinaria importanza nel contesto economico attuale, soprattutto per il mercato energetico. La SCO vedrebbe insieme, infatti, sia i più importanti detentori di riserve di gas e petrolio a livello mondiale (Russia, Iran, Kazakistan) sia la Cina, destinata a diventare il più importante cliente energetico. Non sfugge che la SCO avrebbe con l'Iran il proprio baricentro sul bacino del Mar Caspio, considerato il nuovo eldorado energetico che potrebbe rivaleggiare, ed anzi soppiantare, il tradizionale fulcro mediorientale arabico.
Del resto nemmeno i rapporti tra Russia e Iran sono mai stati lineari, anzi piuttosto segnati da diffidenza pur nella reciproca attenzione. Storicamente l'area persiana è stata usata dall'imperialismo anglosassone per contenere e intaccare da sud il potere russo. In epoca recente è stato un alternarsi di tentazioni di partnership quanto di misurarsi come concorrenti, in entrambi i casi nell'ambito energetico essendo i due paesi i maggiori detentori di riserve di gas al mondo. 
Non a caso la Russia, pur con atteggiamento guardingo e bilanciato, ha in questi anni sempre finito per votare, in seno al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, le risoluzioni tendenti a imporre sanzioni all'Iran. E più volte ha proposto agli iraniani di trasferire il loro programma nucleare in territorio russo, così da farsene garante di fronte alla comunità internazionale, e al tempo stesso ottenendo il grande vantaggio strategico di avere la mano sulla chiave di accesso all'atomo da parte di Teheran, che da parte sua ha sempre rifiutato l'offerta.
Pertanto non necessariamente la Russia potrebbe vedere con ostilità un ridimensionamento del vicino Iran, ma al contempo teme che un suo smembramento politico o addirittura territoriale potrebbe fare da vettore a forze interessate a destabilizzare le Repubbliche centro-asiatiche che già fecero parte dell'Unione sovietica.
La situazione rimane dunque perfettamente fluida con tantissime variabili in gioco. Non da ultima la crisi economica globale che potrebbe avere un ruolo decisivo per la partita che può decidere il prossimo futuro del pianeta: pace o guerra in Medio Oriente?
di Sonia Karpova e Simone Santini

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Sciopero, da reato a diritto e ritorno?


La Costituzione lo prevede come manifestazione di libertà ma l’attuale maggioranza lo vuole trasformare in un diritto fortemente limitato. Eppure l’esperienza storica mostra come sia uno dei cardini delle moderne democrazie post-industriali.
ROMA – Il diritto di sciopero nasce, come scrive il giurista Khan Freund, con il sorgere del conflitto industriale, in quel periodo immediatamente successivo alla seconda rivoluzione industriale (metà del XIX secolo) nel quale più forte si manifesta la contrapposizione fra lavoratori e datori di lavoro, in un contesto di scarse o nulle tutele della prestazione lavorativa. Lo sciopero emerge come l’unica arma in mano ai lavoratori per creare un rischio oggettivo ai proprietari dei mezzi di produzione, soprattutto in ordine ad una sostenibile retribuzione o ad orari di lavoro meno usuranti.
Il “reato” di sciopero
Nel 1889 fu definitivamente abrogato il delitto di sciopero. Fino a quella data una norma contenuta nel codice penale sardo, che subito dopo l’unificazione del 1861 era stato esteso a tutti i territori annessi al Regno sabaudo, ad eccezione dell’ex Granducato di Toscana, sanzionava “tutte le intese degli operai allo scopo di sospendere, ostacolare e far rincarare il lavoro senza ragionevole causa”.
Il codice penale Zanardelli del 1889 eliminò l’incriminazione penale per lo sciopero se attuato senza violenza e minaccia, anche se l’astensione del lavoratore continuava ad essere un illecito civile, cioè il datore di lavoro poteva chiedere un risarcimento per la mancata prestazione o risolvere il contratto licenziando il lavoratore.
Nel 1926, con l’introduzione dell’ordinamento corporativo fascista, si ritornò alla repressione penale e vennero delineate una serie di figure criminose che furono considerate quali delitti contro l’economia nazionale: sciopero e serrata per fini contrattuali, sciopero politico, di solidarietà, di boicottaggio, di occupazione d’azienda e, infine, di sabotaggio. Tutte queste figure furono inserite nel codice penale del 1931, agli articoli 502-508. Lo sciopero nei servizi pubblici fu invece previsto come delitto dagli articoli 330 e 333 dello stesso codice, nel quadro dei reati contro la pubblica amministrazione. Soltanto con la legge n. 146 del 1990 questi ultimi due articoli del codice penale Rocco sarebbero stati definitivamente eliminati.
L’articolo 40 della Costituzione
Nell’occuparsi del diritto di sciopero, l’Assemblea costituente decise di essere molto avara di parole. L’articolo 40, infatti, è un capolavoro di sintesi, per quanto densa di significati: “Lo sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Da un lato, si riaffermava il diritto di sciopero, dall’altro, proprio per contemperarlo con le esigenze della collettività, lo si ancorava alla necessità di una riserva di legge, cioè di norme regolatrici in grado di non sminuirne la portata e, al tempo stesso, di attutire i possibili effetti negativi che lo stesso può produrre sui cittadini in alcuni settori, come quello dei trasporti e dei servizi pubblici essenziali.
I cultori del diritto del lavoro e sindacale hanno precisato, in effetti, che si tratta di un “diritto di libertà”, nel senso che non si può emanare alcun provvedimento legislativo, amministrativo o giurisdizionale che contrasti con il diritto di sciopero (questo sosteneva, fra gli altri, Piero Calamandrei). Secondo altri, si tratterebbe di un “diritto assoluto della persona” (Luigi Mengoni) e ciò consente di ammettere la legittimità di varie forme di astensione dal lavoro (ad esempio, lo sciopero economico-politico), ovvero di un “diritto individuale ad esercizio collettivo (Gino Giugni, Ghezzi-Romagnoli, Tiziano Treu).
D’altra parte, la stessa Corte Costituzionale, in numerose sentenze, ha dichiarato la immediata “precettività” di questo diritto, a prescindere dalla mancata attuazione di una legge generale di regolamentazione.
La legge del 1990
I partiti di sinistra e i sindacati, almeno fino al 1990, si sono mostrati restii ad approvare una legge generale di regolamentazione dello sciopero, così come è avvenuto per quella di riconoscimento giuridico dei sindacati, imposta dall’articolo 39 della Costituzione, anch’essa mai emanata. Perché? Le ragioni sono molteplici e quasi tutte da ricondurre alla pericolosità di norme che possano, anche potenzialmente, intaccare o impedire del tutto l’unica arma che il lavoratore ha nei confronti del datore di lavoro: l’utilizzo delle sue braccia. Ciò però non significa che norme in materia di sciopero non esistano nel nostro ordinamento, anche se non incidono in materia diretta, almeno fino al 1990, sull’organizzazione dello sciopero. Si possono citare, fra le altre, le norme contenute nella legge n. 604 del 1966 in materia di licenziamenti individuali e quelle dello Statuto dei lavoratori (n. 300 del 1970), tutte intese a rendere effettivo il diritto di cui alla norma della Costituzione.
Nel 1990 viene approvata la prima legge di regolamentazione, anch’essa, però, parziale, in quanto destinata a disciplinare le modalità dello sciopero in alcuni servizi pubblici essenziali, che sono individuati dall’aricolo 1 e sono “quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla vita, alla salute, alla libertà e alla sicurezza, alla libertà di circolazione, all’assistenza e alla previdenza sociale, all’istruzione e alla libertà di comunicazione”. Se associamo alle norme di questa legge quelle dei codici di autoregolamentazione, possiamo in effetti asserire che esiste nel nostro ordinamento un corpo di regole scritte sullo sciopero, con le quali si pongono dei limiti alla sua effettuazione, per meglio contemperarlo con le esigenze della collettività.
Il disegno di legge governativo
I cinque articoli del disegno di legge governativo si inseriscono in questo contesto e praticamente rendono lo sciopero quasi impossibile nel settore dei trasporti e, genericamente, in altri settori considerati essenziali per la collettività (ma non specificati nel dettaglio). Si tratta di una limitazione del diritto di sciopero che confligge con il dato costituzionale e, soprattutto, con la libertà sindacale. Secondo Luciano Gallino, sociologo del lavoro, le norme che il Governo vuole introdurre prendono a pretesto i disagi ai quali va incontro la collettività a seguito di alcuni scioperi nei trasporti “per ridurre gli spazi di libertà, di protesta, di manifestazione di gran parte del mondo del lavoro”.
di Fulvio Lo Cicero - da dazebao.org

Una opzione anticapitalista contro la crisi per affrontare un governo fondato sull’odio di classe



  1. Le misure contro il diritto di sciopero approvate dal Consiglio dei Ministri, intendono legare le mani ai lavoratori dei servizi strategici per impedirgli di incidere sulle soluzioni della crisi. Il governo non vuole privare solamente i lavoratori dello strumento dell’astensione organizzata dal lavoro ma vuole anche colpire le proteste come i blocchi stradali e ferroviari che sono spesso lo strumento di lotta di chi il lavoro lo ho perso o lo sta perdendo. I blocchi – come hanno ben spiegato per anni i piqueteros argentini – sono lo sciopero di chi non ha la possibilità di scioperare sul lavoro
  2. La legge antisciopero avviene parallelamente allo stravolgimento della contrattazione collettiva che punta a rendere completamente subalterno il lavoro rispetto al capitale riducendo il più possibile gli elementi di unità dei lavoratori, favorendone al contrario la frammentazione lavorativa e contrattuale
  3. Queste misure affiancano e convivono con i provvedimenti previsti dal Pacchetto Sicurezza che attraverso la repressione e il razzismo di stato alimentano fobie, prevaricazioni e razzismo “sociale”, creando così continuamente capri espiatori sui quali scaricare le frustrazioni e la rabbia delle classi subalterne sottoposte alla pressione della crisi e delle scelte antipopolari del governo. Gli immigrati – anche quando sono lavoratori e integrati nel nostro paese- sono ormai esposti e vulnerabili ad ogni campagna di odio che viene scatenata per nascondere le responsabilità di banchieri, imprenditori e ministri nel peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei lavoratori e dei settori popolari.
  4. Nel nostro paese si va configurando con un ritmo di marcia crescente una società fondata sulla lotta di classe dall’alto contro i lavoratori, la loro storia e le loro organizzazioni. E’ una società conformata da un governo reazionario e da una classe dominante che manifestano senza infingimenti il loro odio di classe. Il buon senso vorrebbe che le classi subalterne rendessero la pariglia dandosi una identità conseguente e gli strumenti di lotta per opporvisi a tutto campo.
  5. Nel nostro paese agiscono fin troppi facilitatori. Il PD, i sindacati concertativi e le forze dell’opposizione parlamentare, in nome della governabilità, del bipolarismo elettorale e della concertazione impediscono con ogni mezzo la ricostruzione di una identità di classe di tutti i segmenti del mondo del lavoro, di un punto di vista della realtà e dell’organizzazione sociale consapevoli di doversi ormai misurare con l’odio di una classe dominante follemente preoccupata dalla crisi del suo sistema ma soprattutto dall’emancipazione che può scaturire da un conflitto sociale che sveli a tutti la natura e le conseguenze della crisi stessa
  6. I padroni, i banchieri, i loro uomini e donne nel governo e nel parlamento, odiano i lavoratori e li considerano un ostacolo al loro ordine di priorità. Per questo motivo devono demolirne tutti gli strumenti di organizzazione e di emancipazione: dai sindacati di base al diritto di sciopero, dalla contrattazione collettiva all’idea stessa del conflitto sociale
  7. In questi anni una classe dominante prosperata sulla rendita e i suoi apparati politici e mediatici hanno agitato come una clava il tema della legalità su ogni aspetto della vita sociale introducendo leggi inaccettabili da ogni punto di vista.

 I lavoratori e i democratici hanno oggi l’obbligo di opporre la giustizia a questa

 legalità, di invocare la disobbedienza politica e sociale contro l’ingiustizia, di contrapporre la dignità all’odio di classe evocato dal governo e dai suoi sostenitori. Nei prossimi mesi si potranno ancora scrivere queste cose  su un volantino, un giornale o su un sito internet? Secondo il governo non potrà essere più possibile. Spetta a tutti noi tenere aperti questi spazi di agibilità democratica sui luoghi di lavoro come nel resto della società. E’ tempo di resistenza globale.

 

Occorre produrre il massimo impegno in tutte le città per assicurare la riuscita della manifestazione nazionale del 28 marzo convocata dai sindacati di base su una piattaforma sociale e sindacale che pone al centro obiettivi sociali e politici coerenti con  una opzione anticapitalista contro la crisi e per affrontare un governo fondato sull’odio di classe


La Rete dei Comunisti

Comunicato della Rete dei Comunisti

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Marzo09/02-03-09ComunicatoRete.htm

Contro lo sfruttamento del "lusso italiano" nel mondo


Dal 5 marzo prossimo saranno in Italia per protestare contro lo sfruttamento che subiscono in Turchia nelle fabbriche che lavorano per il lusso italiano, in particolare nella ditta Desa fornitrice del prestigioso marchio Prada. Si chiamano Emine Arslan e Nuran Gulenc, sono lavoratrici dell'impresa Desa e sindacaliste turche e dal 5 marzo saranno in Italia, ospiti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean clothes campaign che da 15 anni opera in 12 Paesi coordinando oltre 250 organizzazioni per il miglioramento delle condizioni e il rafforzamento dei lavoratori nell'industria tessile globale.

Il 7 marzo 2009 la Clean Clothes Campaign (CCC) insieme al sindacato turco Deri Is organizzeranno una giornata di mobilitazione internazionale contro Prada "per denunciare la situazione di continua repressione del diritto dei lavoratori e delle lavoratrici della DESA, sua azienda fornitrice, ad organizzarsi in un sindacato libero". Le mobilitazioni avverranno contemporaneamente a Milano, Londra, Parigi, Madrid e Instanbul. Prima però, il 5 marzo, incontreranno la Commissione Etica Regionale della Regione Toscana a Firenze, per portare all'attenzione dell'organismo regionale il caso di violazione tuttora in corso. Il 6 marzo la stessa delegazione incontrerà il coordinamento delle Rsu di Prada ad Arezzo in un incontro organizzato dalle tre organizzazioni dei sindacati tessili italiani, Filtea-CGIL, Femca-CISL, Uilta-UIL, dall'inizio mobilitati in sostegno alla campagna internazionale.

44 persone della DESA sono state licenziate dopo essersi iscritte al sindacato Deri Is per cambiare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica, dati i bassissimi salari, gli orari di lavoro eccessivi e le precarie condizioni di igiene come l'assenza di servizi igienici e di acqua potabile.
Prada aveva dichiarato in una lettera alla "Campagna Abiti Puliti" che "qualora emergessero prove di violazioni di normative giuslavoristiche, comprovate dalle autorità turche" sarebbe stata pronta a prendere le misure necessarie. 
Il tribunale turco ha già emesso una sentenza che conferma le discriminazioni sindacali e ha ordinato l'immediato reintegro di Emine e di altri 7 lavoratori. Ma nessuna misura è stata intrapresa da Prada per indurre la Desa a rispettare la legge e le convenzioni internazionali.

Da qui la protesta internazionale, che punta ad assicurare a lavoratrici e lavoratori quattro risultati: Le richieste dei lavoratori e delle lavoratrici alla direzione della DESA sostenute dalla CCC: riassumere immediatamente e incondizionatamente tutti i lavoratori nella stessa posizione precedentemente occupata e assicurare che gli vengano corrisposti i salari per il periodo di forzato licenziamento; fornire ad ogni lavoratore una dichiarazione scritta in cui si dichiara che essi sono liberi di associarsi ad una sindacato di loro scelta; sviluppare adeguate procedure disciplinari e di denuncia; riconoscere il sindacato Deri Is come legittimo rappresentante dei suoi iscritti e assicurare ai lavoratori la libera iscrizione a sindacati indipendenti.

di Leonardo Carletti

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11214


Obama e la base americana di Bagram, in Afghanistan, nel solco delle politiche di Bush


Si prevede che la base americana di Bagram, in Afghanistan, subirà un ampliamento di un valore pari a 60 milioni di dollari, che permetterà di ospitare un numero di prigionieri 5 volte superiore rispetto a quelli che rimangono attualmente a Guantanamo. Nel frattempo l’amministrazione Obama ha deciso di proseguire per il momento nel solco delle politiche di Bush, confermando che i prigionieri militari non hanno il diritto di appellarsi contro la loro detenzione.

Meno di un mese dopo aver firmato un provvedimento esecutivo per chiudere il campo di prigionia di Guantanamo Bay, il presidente Barack Obama ha tacitamente accettato di continuare a negare il diritto ad un regolare processo ad altre centinaia di sospetti terroristi detenuti in un campo improvvisato in Afghanistan, che alcuni avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani hanno soprannominato la “Guantanamo di Obama”.

Con una risposta di una sola frase, archiviata in un tribunale di Washington, l’amministrazione americana ha deluso le speranze in una rottura immediata con le politiche dell’era Bush, le quali hanno tenuto più di 600 prigionieri in un “limbo” giuridico ed in condizioni “approssimative” nella base aerea di Bagram, a nord di Kabul.

Ora, i gruppi per la difesa dei diritti umani sembrano essere sempre più preoccupati per la possibilità che l’impiego di metodi extragiudiziari in Afghanistan venga esteso, invece che ridotto, sotto la nuova amministrazione americana. La base aerea sta per andare incontro ad un ampliamento del valore di 60 milioni di dollari che ne raddoppierà l’estensione. Ciò significa che essa potrà ospitare un numero di prigionieri 5 volte superiore rispetto a quelli che attualmente rimangono a Guantanamo.

Ad eccezione dello staff della Croce Rossa Internazionale, gli attivisti dei diritti umani ed i giornalisti non possono entrare a Bagram, dove alcuni ex prigionieri hanno detto di essere stati torturati, essendo stati incatenati al soffitto delle celle di isolamento e privati del sonno.

La base acquisì notorietà quando due detenuti afghani morirono a causa dell’impiego di tecniche di questo genere nel 2002, e sebbene le condizioni ed il trattamento dei prigionieri siano migliorati da allora, la Croce Rossa ha inoltrato una protesta formale al governo americano nel 2007 per il duro trattamento a cui sono stati sottoposti alcuni prigionieri tenuti in isolamento per mesi.

Sebbene si ritenga che la maggioranza dei circa 600 prigionieri sia di nazionalità afghana, un numero imprecisato di essi – forse svariate decine – è stato portato a Bagram da altri paesi.

Uno dei detenuti che sono passati per la prigione afghana è Binyam Mohamed, l’etiope residente in Gran Bretagna che dovrebbe ritornare nel Regno Unito questa settimana dopo il suo rilascio da Guantanamo. L’avvocato di Mohamed, Clive Stafford Smith, presidente di un’associazione legale chiamata “Reprieve”, ha definito la strategia del presidente Obama “l’adescamento di Bagram”, con il quale l’amministrazione ha sbandierato la chiusura di un campo che ospitava 242 prigionieri, mentre ampliava la base di Bagram per ospitarne altri 1.100.

“Guantanamo Bay è stata una tattica diversiva nella ‘Guerra al Terrore’”, ha detto l’avvocato. “Se si sommano i prigionieri in tutto il mondo – detenuti dagli Stati Uniti in Iraq, in Afghanistan, a Gibuti, nelle ‘navi prigione’ e nell’isola di Diego Garcia, oppure detenuti per conto degli Stati Uniti in Giordania, Egitto e Marocco – i numeri rendono insignificante Guantanamo. Vi sono ancora forse fino a 18.000 persone che si trovano in dei veri e propri “buchi neri” giuridici. Forse a Obama dovrebbe essere concesso più di un mese per rimettere ordine nella casa americana. Tuttavia, questa prima sortita da parte dell’amministrazione sottolinea un altro messaggio: è assolutamente troppo presto perché i difensori dei diritti umani salgano sul ponte della USS Abraham Lincoln ed annuncino “missione compiuta”.

Quattro detenuti non afghani a Bagram hanno intentato una causa legale a Washington affinché venga loro dato lo stesso accesso al sistema giudiziario americano che era stato concesso ai detenuti di Guantanamo da una controversa decisione della Corte Suprema l’anno scorso. L’amministrazione Bush si era opposta alla loro rivendicazione.

Due giorni dopo il suo insediamento, Obama aveva promesso di chiudere Guantanamo entro un anno, nel tentativo di ristabilire il prestigio morale degli Stati Uniti nel mondo e di proseguire la battaglia contro il terrorismo “in una maniera che sia compatibile con i nostri valori e i nostri ideali”. Ma lo stesso giorno, il magistrato del caso di Bagram disse che il provvedimento “indicava cambiamenti significativi nell’approccio del governo alla detenzione, e una revisione della detenzione di individui attualmente internati a Guantanamo Bay”, e che allo stesso modo “un approccio differente potrebbe avere conseguenze sull’analisi, da parte del tribunale, di alcune questioni centrali per la risoluzione” dei casi di Bagram. Il giudice John Bates chiese alla nuova amministrazione se voleva “perfezionare” la sua presa di posizione.

La risposta, archiviata dal Dipartimento della Giustizia alla fine di venerdì scorso, è stata un colpo durissimo per i sostenitori dei diritti umani. “Avendo considerato la questione, il governo aderisce alla sua posizione formulata in precedenza”, essa recitava.

Tina Foster, direttore esecutivo dell’International Justice Network, l’organizzazione per i diritti umani che rappresenta i detenuti ed ha sede a New York, ha ammonito la notte scorsa che “lasciando aperta la prigione di Bagram, l’amministrazione trasforma la chiusura di Guantanamo in un gesto vuoto e puramente simbolico”.

Ha detto la Foster: “Se non riconsideriamo la politica sottostante, che ha portato agli abusi di Abu Ghraib e alla detenzione a tempo indeterminato di centinaia di persone in tutti questi anni, stiamo semplicemente ritornando allo status quo. Esattamente la stessa cosa che ha provocato la levata di scudi nel mondo è andata avanti a Bagram anche prima di Guantanamo”.

“La gente è stata torturata a morte; è un grido d’allarme per coloro che si oppongono alle azioni degli Stati Uniti in Afghanistan; è una scelta priva di valore strategico per gli Stati Uniti; e, cosa ancora più importante, imprigionare delle persone a tempo indeterminato, indipendentemente dalla loro identità e dalle loro azioni, è qualcosa di completamente incompatibile con tutto quello per cui noi ci battiamo come paese”.

Il Dipartimento della Giustizia direbbe semplicemente che le direttive legali del provvedimento di Washington “parlano da sole”. Esse dicono che Bagram è un caso speciale perché, a differenza di Guantanamo, si trova in un teatro di guerra.

Obama ha rinviato all’estate prossima gli interrogativi più ampi che riguardano la politica americana sulla detenzione di sospetti terroristi e sostenitori dei Talebani in Afghanistan, ordinando un’analisi che richiederà sei mesi per essere completata.

L’amministrazione sta valutando il possibile aumento di prigionieri che potrebbe risultare da un’espansione del conflitto contro i Talebani in Afghanistan e in Pakistan, a dispetto della percezione internazionale secondo cui essa starebbe includendo le detenzioni extragiudiziarie nelle sue politiche per molti anni a venire.

di Stephen Foley 

Stephen Foley è corrispondente da New York per il quotidiano britannico “The Independent”; l’articolo qui proposto è apparso il 22/02/2009

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/02/una-nuova-guantanamo-per-obama/

Titolo originale:

Obama denies terror suspects right to trial

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