martedì 3 marzo 2009

L'impresentabile sistema di potere del Sindaco "nero" di Roma


Dal picchiatore Lucarelli al generale Mori fino ai discussi Kappler e Bonifati. Tracciamo per la prima volta la mappa degli uomini piazzati da Alemanno nei posti chiave della capitale. Un sistema di potere che mostra il vero volto del sindaco nero di Roma.

Avrebbe dovuto rivoluzionare e mutare lo scacchiere di potere che controllava Roma da un quindicennio. Aveva assicurato tutti in campagna elettorale: «Questa è la pioggia che è venuta a bagnare Roma, per lavare la capitale dall'affarismo e dai gruppi di potere». Voleva destrutturare il feudo prima rutelliano e poi veltroniano contro i palazzinari per una città sicura. Gianni Alemanno voleva. Ma dopo i suoi primi otto mesi da sindaco è già possibile tracciare la mappa di un impresentabile sistema di potere. Punto per punto, vediamo quali sono temi e personaggi caldi.

ACQUA, RIFIUTI E BOTTE

Subito definito Retromanno, per le altalenanti scelte e dichiarazioni, su un punto il sindaco è stato fulmineo: le nomine. Ha dimissionato 31 dirigenti dell'era veltroniana imbarcandone 33: «un contentino per tutti i fedelissimi di An - ringhiano gli avversari - sembra la prima repubblica, sarà l'influenza del suo vice Mauro Cutrufo, democrazia cristiana per le autonomie».

Alla presidenza di Acea, multinazionale dell'acqua, che gestisce i processi di privatizzazione dell'oro blu e affari milionari dalla Campania fino all'Honduras, Alemanno ha messo un palazzinaro, Giancarlo Cremonesi, che in campagna elettorale non si perdeva una cena con l'amico Gianni. Toccherà a Cremonesi, ex presidente dell'Acer, l'azienda che riunisce tutti i costruttori romani, gestire il cambio di assetto societario in Acea, con la possibilità dell'aumento di quote azionarie da parte dei soggetti forti. Un processo di privatizzazione che potrebbe sottrarre al comune la quota di maggioranza, oggi al 51%. Due i colossi privati in campo: la francese Suez Gaz e il gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone.

Giorgio Cremonesi mantiene però il suo ruolo nella discussa Sviluppo Lazio, alla cui guida siede il piduista Giancarlo Elia Valori. Acea intanto ha esteso il suo raggio d'azione ai rifiuti. Alemanno ha chiesto e ottenuto la proroga della discarica di Malagrotta, un'autentica bomba ecologica per gli ambientalisti del Lazio. Ma l'ennesimo affare per un altro potente fan del sindaco "nero", il re del sacchetto Manlio Cerroni. Il Consorzio Coemo, targato Cerroni, è già pronto a costruire un inceneritore ad Albano. A capo del dipartimento che vigila sul delicato settore rifiuti Alemanno ha piazzato Paolo Togni. Un passato al ministero dell'Ambiente tra grane e inchieste giudiziarie, nel 2006 Togni era stato coinvolto in una indagine su affari e massoneria.

Accanto a sé il sindaco sceriffo ha voluto poi un fascistone della prima ora come Antonio Lucarelli, ex base autonoma, protagonista dell'occupazione del primo centro sociale di destra "porte aperte", un cuore nero che lo ha condotto a Forza Nuova di Roberto Fiore. Lucarelli nel 2000 guidava i camerati alla rivolta contro il gay pride, gonfiando il petto: «Impediremo fisicamente agli omosessuali di arrivare l'8 luglio al Colosseo». Qualche anno dopo Fn con manifesti in tutta la città chiarirà il suo pensiero: «No more gay, basta froci». Lucarelli, transitato in An, ha fatto il grande salto: ora in Campidoglio è a capo della segreteria politica di Alemanno. Doveva essere un "segnale concreto" a tutti coloro che si aspettavano, col cambio di amministrazione, una svolta sul terreno a rischio della sicurezza. E invece? «Da quando è sindaco sono aumentati le aggressioni verbali, ma anche fisiche - denuncia Fabrizio Marrazzo, presidente dell'Arcigay Roma - in questi mesi le segnalazioni sono cresciute del 30 per cento».

Del resto Alemanno, che aveva vinto le elezioni battendo il tasto della sicurezza e cavalcando l'onda dell'indignazione per lo stupro-omicidio della signora Reggiani, quando si era trattato di condonare tre anni a malfattori di ogni genere, nel 2006, non ci aveva pensato su due volte, votando l'indulto contro la linea del suo stesso partito. All'epoca era anche indagato nell'affaire Parmalat: aveva ricevuto, secondo l'accusa, finanziamenti da Calisto Tanzi prima del crac. Diventato primo cittadino dell'Urbe ha capito che con gli annunci non si va da nessuna parte e ha dovuto portare fiori a destra e a manca, dopo i ripetuti casi di violenze e stupri.

MEMENTO MORI

Così Alemanno ha pensato bene di affidare l'ufficio extradipartimentale per la sicurezza a un generale e a metà luglio ha incaricato Mario Mori di assumere questo ruolo. Spesa per i contribuenti: circa 150 mila euro all'anno. Esclusa la parcella del Capitano Ultimo (al secolo, Sergio Di Caprio), giunto in Campidoglio al seguito di Mori. Lo stesso tandem di investigatori che avrebbe dovuto sorvegliare il covo palermitano di Totò Riina, svaligiato e ritinteggiato dai boss, ma soprattutto ripulito del maxi elenco (tremila nomi di personalità colluse con la mafia) al quale fa esplicito riferimento lo stesso Ultimo nel corso di un'udienza dibattimentale al tribunale di Milano.

Insieme a Mario Obinu, suo ex braccio destro, il generale Mori è a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia nell'ambito di un processo che si svolge a Palermo. Per i pm, avrebbe favorito la latitanza di Bernando Provenzano. Grande accusatore al processo è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, oggi in pensione. Sotto i riflettori, in aula, il mancato blitz di Mezzojuso, nel palermitano, che nel 1995 avrebbe potuto portare, in base alle indicazioni del boss Luigi Ilardo, confidate a Riccio, all'arresto di Provenzano. Tra un'udienza e l'altra Mori si occupa di garantire la sicurezza nella capitale.

MODELLO NETTUNO

In campagna elettorale Alemanno aveva più volte attaccato società «nate dal nulla» come Risorse per Roma. Diventato primo cittadino ha cambiato idea e parla di «un uso diverso dell'azienda». Era partito con l'idea di liquidarla, poi ha deciso di arrivare alla ricapitalizzazione e naturalmente a nuove nomine.

Risorse per Roma, a un passo dal tracollo finanziario prima della ricapitalizzazione, è una spa che si occupa della gestione degli immobili di proprietà del comune. Suo presidente è Domenico Kappler, ex senatore di An, ingegnere civile. Nel 2005 fu coinvolto nello scioglimento per mafia del comune di Nettuno, feudo elettorale di destra. Kappler, che a Nettuno era presidente del consiglio comunale, di quella zona è considerato il ras politico. Troppe le evidenze, confermate anche dalla sentenza del consiglio di stato. C'era tutto a Nettuno: società controllate come la Nettuno Servizi, cariche di debiti e gestite per spartire nomine e assunzioni, amicizie pericolose, abusivismo edilizio. Al centro spiccava la figura di Frank D'Agapiti, narcotrafficante, che gestiva la vita amministrativa dell'ente. Nelle intercettazioni dell'inchiesta della Procura di Tivoli, Frank D'Agapiti parlava di Kappler. Scrive il gip di Velletri Gilberto Muscolo: «era evidente che "Frank" D'Agapiti [boss ritenuto vicino alla famiglia dei Gallace, una delle più potenti della Calabria, ndr) raccoglieva voti per An e Kappler». Troppo per l'allora segretario del partito: Gianfranco Fini mostrò il pugno di ferro e Kappler, che si sentì tradito, espresse «delusione, amarezza per il comportamento di Fini. In Sicilia An difende a spada tratta il presidente Cuffaro, mi aspettavo lo stesso per Nettuno, per noi e per me». In seguito a quella bufera Kappler fu costretto alle dimissioni e a qualche anno di purgatorio.

Ma il tempo passa, nel paese dalla memoria corta. Kappler è tornato dalla porta principale e a metà dicembre ha accolto anche l'ex premier spagnolo José Maria Aznar che ha presentato a Roma il suo nuovo libro. L'evento è stato organizzato da Imago, un centro studi di cui Kappler è socio fondatore, inaugurato nell'ottobre scorso alla presenza del capogruppo Pdl Maurizio Gasparri. Presidente del Centro è Francesco Aracri, deputato del pdl e coordinatore regionale di An per il Lazio. Un passato in Regione Lazio, per Aracri, travolto dallo scandalo quando si scoprì che la figlia era stata assunta senza concorso nella società regionale Astrai, che dipendeva dall'assessorato ai lavori pubblici. Retto da suo padre...

PALAZZINARI IN PISTA

Ma Alemanno ha a cuore anche le sorti dei costruttori romani. A Risorse per Roma ha scelto infatti come nuovo amministratore delegato l'architetto Maurizio Bonifati. Un nome, una dinasty. Fratello di Maurizio è Enzo Bonifati, costruttore insieme alla moglie, Paola Santarelli, protagonista delle grandi operazioni immobiliari di questi anni. Ultimo il progetto nell'area dell'ex Fiera di Roma. «Della cordata fanno parte - denunciava l'architetto Francesca Barelli a Report - anche Francesco Gaetano Caltagirone, Salvatore Ligresti e Pierluigi Toti». Con la sua Cogesan la Santarelli è entrata in Sator, la società finanziaria di Matteo Arpe, ex Capitalia. Ma troviamo la signora anche nel consiglio di amministrazione del Medio Credito Centrale, il cui presidente è l'ex sindaco di Roma Franco Carraro (anche lui impegnato in mega business immobiliari nella capitale).

Nel 1991 i Bonifati erano soci nella Meridiana, una merchant bank per il sud, nata dal grembo dell'lri, che doveva finanziare progetti e imprese per lo sviluppo del sud. Dopo tre armi tutti a casa, società liquidata. Presidente di quella merchant bank era l'ex ministro Antonio Marzano, che oggi guida la commissione "Attali de noaltri", voluta proprio da Alemanno. Soci dei Bonifati in Meridiana erano big del mattone e non solo, dai Ciarrapico ai Gavio ai Matarrese.

Ma oggi Maurizio Bonifati rassicura tutti: «è evidente che il ruolo da me assunto in Risorse per Roma comporterà per la mia famiglia la rinuncia a qualsiasi attività economica nella quale sarà presente la società». Intanto, mentre per la capitale si prepara la costruzione di due nuovi stadi, sull'agro romano il sindaco ha calato l'asso: un invito pubblico per reperire aree. L'obiettivo è costruire, in housing sociale, alloggi popolari. Il sogno dei piccoli costruttori, la battaglia dell’Acer da sempre. Colate di cemento su quel che resta dell'area agricola intorno alla città. «Con Walter Veltroni - taglia corto l'urbanista Alessandro Sotgia - lavoravano i grandi palazzinari, ora tocca anche ai più piccoli, ma non cambia la sostanza: rendite e mattone continuano a divorare Roma».

di Nello Trocchia-La voce delle voci - 09/02/2009

Comparso su http://www.contropiano.org/

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Marzo09/01-03-09GianniCollaterali.htm

Il Mercato della paura e delle boccette a Ponte Felcino


Da quasi due anni, si trovano in carcere Mustafa el-Korchi, imam della frazione di Ponte Felcino a Perugia, e altri due cittadini stranieri residenti in Italia. 

Essi sono accusati, finora primo caso al mondo, di violazione dell''art. 270 quinquies c.p., che punisce con una pena da cinque a dieci anni"l'addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale": non badate bene, l'associazione per compiere atti terroristici - gli imputati non sono accusati di aver progettato alcuna azione concreta.

Dopo due anni di indagini in cui ogni loro movimento, conversazione privata, navigazione su internet e sussurro sono stati controllati, gli imputati - e in particolare el-Korchi - sono accusati:

- di aver visitato numerosi siti liberamente accessibili su Internet, da cui avrebbero potuto imparare, ad esempio, a "pilotare un aereo Boeing 747", nonché di aver consultato mappe dell'Iraq in rete;

- di aver usato comuni programmi di anonimizzazione, come Thor, durante a loro navigazione in rete; 

- di aver fatto saltuariamente allenamenti informali di arti marziali; 

- di aver consigliato a un bambino marocchino vittima di bullismo a scuola di reagire ai suoi compagni italiani;

- di aver espresso opinioni "antioccidentali" in privato;
 
- di aver compiuto un esorcismo allo scopo di rendere più mansueto un marocchino che aveva picchiato la moglie.

Questa è la sostanza dell'accusa, come compare nell'ordine di cattura, e segna una nuova frontiera nell'abolizione dei diritti umani in Occidente, che dovrebbe preoccupare tutti. E ovviamente non preoccupa quasi nessuno.

Solo dopo l'arresto, e le conseguenti perquisizioni, si è aggiunta un'altra prova: a casa di el-Korchi sono state trovate ottanta boccette di prodotti chimici.

El-Korchi sostiene di aver trovato le boccette abbandonate davanti a un cassonetto di rifiuti e di essersele portate a casa sperando di usarle come solventi nel suo lavoro di muratore. Trattandosi di rifiuti speciali provenienti da un laboratorio, si è potuto avere la conferma dalla ditta incaricata del ritiro, che non aveva trovato il materiale.

Per quattro anni, le boccette sono state conservate in cantina da el-Korchi, assieme a un gran numero di altri oggetti potenzialmente utili, da pezzi di ricambio di lavatrici a parti di biciclette.

La cosa più strana è che le boccette sono anche state viste dalle forze dell'ordine nel corso di ben tre perquisizioni. 

La perizia dell'accusa è stata condotta da due esperti dell'FBI, che sostengono che le sostanze contenute in dieci delle boccette potrebbero essere utili come ingredienti secondari per fare un esplosivo, se combinate con altre sostanze di cui però non sono state trovate traccia; le rimanenti settanta boccette conterrebbero sostanzedel tutto innocue.

I quotidiani locali hanno trasformato queste dubbie scoperte in clamorose conferme del Pericolo Terrorismo.

Alle loro affermazioni, hanno risposto gli avvocati della difesa, Carlo Corbucci e Giovanni Destito, con questo articolo che pubblico volentieri.



Scoprire che la C.I.A. e l’F.B.I. hanno basi logistiche e centri di potere in tutto il mondo, Italia compresa, non è una gran scoperta; vedere però che certe influenze si esercitano in modo diretto ed invasivo su giornali che reclamano già nel titolo un’identità “nazionale”, è quanto meno “sorprendente”. Ma “sorprendente” non già perché la cosa abbia un’importanza  particolare visto che siamo ormai abituati a ben altre sorprese in questa nostra odierna “civiltà occidentale”, quanto perché, ormai, non c’è più neppure la prudenza ed il pudore di nascondere certe cose.  Sarà perché ormai un certo potere si è abituato a considerare “gregge” le popolazioni imbottite sino all’ebetismo di telenovelas, di “grandi fratelli” e di tecnologie  supersofisticate al passo della moda.

In due occasioni si è manifestata ultimamente questa invadenza ed è avvenuta in quel di Perugia dove, forse per una funzione di turno, sono in atto due significativi processi: quello dei presunti terroristi islamici, aspiranti avvelenatori del Tevere e “docenti-alunni” di una scuola di terrorismo per “corrispondenza telematica” protesa ad apprendere tecniche di confezionamento di ordigni esplosivi e di agenti chimici di distruzione di massa, della natura delle armi chimiche e biologiche detenute dall’Iraq prima della liberazione dal regime di Saddam Hussain e quello Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati della terribile morte della giovane Meredith Kercher.

 I metodi di approccio a questi due processi da parte della stampa ma in particolare dell’edizione umbra di questi giornali sono sconcertanti per l’apparente approssimazione, per l’apparente l’ignoranza e per l’apparente provincialismo.

Apparente perchè, se il provincialismo e l’ignoranza sono senz’altro presente in molti destinatari locali dell’informazione che assorbono senza alcuna reazione o apporto critico i commenti di articolisti che sono più cronisti che giornalisti veri, non può essere la stessa cosa per che, attraverso quelle apparenze, mira invece a disinformare sulla reale natura delle cose, dei fatti e delle vicende processuali.

Non ci soffermeremo su un processo che non ci coinvolge e non ci riguarda, com’è il caso Amanda, se non per rilevare la diversa impostazione dell’informazione ed il diverso atteggiamento rispetto al caso Korchi, l’Imam di Ponte Felcino e i due suoi coimputati.

Nel caso Amanda, dagli Stati Uniti è potuta arrivare una sorta di “intima” a consegnare la cittadina americana perché i giudici italiani (nel caso specifico si dice di Perugia) sono assolutamente incompetenti ed ignoranti e peraltro “…gli investigatori italiani applicano la tortura”.  La cosa avrebbe dovuto far sorridere; e invece la stampa non solo non l’ha ridicolizzata ma ha captato il messaggio ed ha imbastito intorno a quel processo un alone di dubbio, di “simpatia”, di condizionamento che probabilmente vuole preparare il clima che deve favorire una certa sentenza.  La cosa è evidente: il processo interessa a quella stessa Amministrazione americana e questo basta per spiegare tutto.

Altrettanto fortemente interessa a quell’Amministrazione, il processo Korchi ma per esiti e finalità completamente opposte; e questo spiega il ben diverso atteggiamento della stampa mirato non soltanto a non voler sapere ma, letteralmente, ad “inquinare” con esagerazioni, con notizie false e con apprezzamenti che sanno più di tentativi di “sgusciate ruffiane” verso la Pubblica Accusa, la Presidenza e la Corte, quasi ad incoraggiarne sottilmente una gradita condanna che non una serena valutazione, la realtà processuale che sta emergendo nel corso del giudizio.

Non diversamente si spiega il silenzio che è calato sul processo in ordine a dichiarazioni fatte dalle difese dal momento in cui i due avvocati di Roma, l’avv. Carlo Corbucci e Giovanni Destito, sono subentrati a colleghi del posto; dichiarazioni che, ad esempio, avevano cura di far chiarire come non fosse affatto vero ciò che era stato scritto, che i difensori locali avevano rinunciato al mandato (chissà per quale occulta ragione… di colpevolezza) ma erano stati revocati per ragioni legate al fatto che il patrocinio gratuito cui hanno avuto accesso gli imputati, prevede un solo difensore ciascuno e pertanto hanno dovuto fare una scelta obbligata trattenendo soltanto quelli che ritenevano più addentrati nei processi di “terrorismo islamico” per averne patrocinati molti altri in tutta Italia.

Non diversamente si spiegano i commenti delle ultime udienze allorché sono stati interrogati operanti e, addirittura, due presunti supereperti della F.B.I. in materia di esplosivi ed armi chimiche.[1]

Chi ha partecipato a quelle udienze  non può nascondere che i due “super-esperti” hanno letteralmente fatto una figura marrone.  E la ragione è semplicissima: perché non hanno potuto dire assolutamente niente di più di quello che avevano già detto migliori esperti italiani. ANZI, hanno detto di meno, evidenziando addirittura di non sapere quasi le formule di composti chimici.

Non sarebbe sfuggito ad uno smaliziato giornalista (forse soltanto a qualche cronista) desideroso di far conoscere alla gente la realtà oltre le coperture), che la presenza dei due doveva giocare soltanto un ruolo altamente suggestivo. Pensate, si mormorerà fra le montagne dell’Umbria, è venuta addirittura la F.B.I.!

Come se questa fosse una referenza in processi pieni di inquinamenti operati proprio dai “servi segreti” statunitensi ed israeliani. Certe ingenuità possono forse funzionare soltanto a Perugia visto che da nessun’altra parte è mai stata giocata una simile carta.

La cosa avrebbe dovuto apparire già ridicola di per se stessa ma, se si considera che non hanno detto proprio nulla in più e di diverso (ma molto di meno) di quanto non avessero già fatto i ben più preparati esperti italiani interpellati, la cosa dovrebbe portare addirittura allo sdegno.

E invece, incredibile a dirsi, ne è seguita la lode. Una lode sbrodolona fatta dal cronista al quale erano addirittura affidate due pagine intere nel numero di giovedì 19 febbraio – cronaca di Perugia.

L’evidente imbarazzo dei due “superesperti” incapaci infine di dire qualcosa di interessante, ha dovuto trovare un “recupero” nella battuta del cronista che nell’articolo rileva… “..un po’ spiazzato di fronte ad alcune domande poco pertinenti degli avvocati Carlo Corbucci e Giovanni Destito, alcune neanche accolte dal Presidente”.

Certo nessuno a Perugia ha detto e mai diranno alla gente:

a) che i campioncini delle uniche sostanze (meno di 10 in tutto di cui però soltanto 2  definite più indicative) indicate come suscettibili di poter essere usati come componenti per confezionare esplosivi non lo sono “in se stessi” ma debbono essere miscelati insieme a molti altri componenti, più essenziali, che il Korchi non possedeva;

 b) che esse sono inutilizzabili senza la combinazione miscellanea con quegli altri ingredienti che non erano in possesso del Korchi;

c) che i componenti mancanti sono proprio quelli essenziali e non certamente zucchero come indicato dai “superesperti” (su domanda peraltro della difesa) e sui quali le difese hanno dovuto lavorare alacremente per riuscire a farlo ammettere.

Ma evidentemente i “superesperti”, abituati ad essere ricevuti con tutti gli onori quali emissari dell’”Impero”, non immaginavano che alcuni “vassalli” osassero dubitare di loro o pretendere di più che una domanda di conferma, pura e semplice, sul fatto che le sostanze in possesso del Korchi sono esplosivi o, come in altri casi, che l’Iraq di Saddam Hussein riforniva alcuni terroristi sotto processo dinnanzi alle varie Corti, di sostanze e di armi di istruzione di massa.

d) che i dieci campioncini sono la percentuale minima di una serie di ben 80 bottigline di identico volume, contenenti moltissime altre sostanze inerti non utilizzabili per alcuna combinazione ne’ venefica ne’ esplosiva.  Se il Korchi è un esperto che deve usare quelle sostanze a fini didattici per apprendere ed insegnare come si confezionano ordigni, cosa teneva a fare 70 componenti inutili tra i soli 10 (anzi per l’esattezza 2) utili?

 e) che quella esagerata serie di 80 bottigline non è il prodotto di una ricerca, di un acquisto, di una collezione, consapevole e cosciente, fatta dal Korchi (il che, è ovvio, che sarebbe stato ben strano) bensì (ma la gente di quel di Perugina non deve saperlo…) l’ingenuo prelevamento effettuato ben 4 anni prima del loro rinvenimento nella cantina del Korchi dal cassonetto dei rifiuti industriali dove erano stati apposti in attesa di essere ritirati dal servizio di smaltimento.  Un cassonetto ubicato all’interno del cantiere nel quale il Korchi lavorava come manovale; raccolte in una scatola che le conteneva tutte indistintamente in eleganti boccette, senza etichetta ne’ qualifica.

La confezione si presentava così allettante per un manovale abituato ad usare solventi ed a comprarli a caro prezzo per utilizzarli nei lavori che la sua ditta individuale edile regolarmente iscritta tra le imprese svolgeva; ma anche per un extracomunitario che, al contrario dei consumistici europei che insieme alle cose nuove passate di moda buttano nei cassonetti anche i figli ed i resti delle loro orge, non butta nulla; anzi recupera ed accumula; mira al risparmio anziché allo spreco.

Ma cosa può saperne di questo la gente comune? Soprattutto quando è cura di certi giornali non farlo neppure sospettare.    

f) Che, guarda caso…. guarda caso, su quelle dieci bottigline contenenti le uniche sostanze che potrebbero essere utili, insieme alle altre mancanti, al confezionamento di esplosivi, NON CI SONO LE IMPRONTE DI KORCHI.

Però durante i quattro anni che sono rimaste nella cantina dello stesso, ubicata in un cortile condominiale, con una porta di legno scassata senza chiave ed aperta a tutti, è stata visitata almeno tre volte in precedenti perquisizioni da agenti per operazioni in corso nei confronti di conoscenti del Korchi; visionata fino a due mesi prima da due agenti dei “servizi segreti” dei quali conosciamo nomi, cognomi e numeri di telefono (ma che sono rimasti assenti dagli atti processuali) che hanno frequentato “familiarmente” più volte la casa del Korchi  proponendogli collaborazioni premiali in cambio di una disponibilità a dire più di quel che potesse sapere; ed infine “rovistata” da “ignoti” qualche giorno prima dell’arresto, allorquando, insieme alle numerose bottigline sono state trovate anche quelle dieci (anzi due) compromettenti (del resto relativamente ma, a quanto sembra ritenere l’accusa, molto significativamente…) delle quali il Korchi non è in grado di riferire e ricordare di averle mai viste.

Tutto questo ci ricorda tanto il caso del processo dei “Tre kamikaze di Anzio” e l’altro degli “aspiranti avvelenatori dell’Ambasciata americana di Roma” nei quali, le sentenze definitive, danno atto che è stato portato da altri nelle loro abitazioni, il materiale ivi trovato: tritolo, cinta da kamikaze, pistola e proiettili, ferricianuro, pacchi di soggiorni in bianco, mappa con presunti obiettivi da colpire…

Ma in quei processi le Corti vollero approfondire i dubbi delle difese e si disposero fin dall’inizio a conoscere la verità fino in  fondo per quanto scabrosa ed incredibile potesse apparire all’inizio. E la verità, sconcertante, emerse.

g) Che la quantità contenuta nei campioncini è di volume tale che, ammesso e non concesso che avesse potuto essere mischiata con le altre sostanze assenti e non in possesso del Korchi sarebbe stata utile a creare un petardo di capodanno. E questo esclude, se non altro, un utilizzo a scopo terroristico e limita l’ipotesi al solo scopo didattico nell’ottica accusatoria dell’addestramento.

e) che le sostanze che debbono essere aggiunte alle dieci (anzi due) sostanze trovate sono quelle essenziali senza le quali, esse sono inerti in se stesse ed insufficienti. Vale a dire che è più immediato, completo, attuale, utilizzabile e letale, un litro di benzina o una bombola del gas facilmente reperibili.

 E NON E’ TUTTO DI CUI DISPONE LA DIFESA.

 Seguono poi, nel giornale in questione, notizie ridicole oltre che false, sul genere che alcune delle sostanze fatte rinvenire in possesso del Korchi sarebbero addirittura basi di esplosivi, “basta solo la ricetta”; che il tritolo sarebbe un esplosivo che non ha bisogno di innesco ed è un innesco esso stesso! Che esisterebbe una “enciclopedia in tre volumi” sulla Jihad ad uso di terroristi islamici… però scritta e messa in rete in… inglese dove sono riportare le tecniche di composizione degli esplosivi, rintracciabili in qualunque libro universitario in libera circolazione e libera vendita!

E tutto questo, secondo il giornale, avrebbe spezzato “le deboli difese degli imputati”… sempre puntualmente messe in crisi dalle efficaci risposte dei… superesperti!

Il Presidente della Corte viene definito (come del resto condividiamo anche noi ma per ragioni più serie) uomo attento e preciso ma non certo per il banale riferimento giornalistico delle “…battute irresistibili” e per aver scherzato sulle suocere!  Il P.M., poi, avrebbe svolto  “marcate strette” verso i difensori “…ai quali non concede neppure un centimetro” consistite nell’opporsi alle liste testi delle difese per questioni di forma, dove peraltro venivano indicati persino testi della stessa polizia giudiziaria e degli stessi consulenti dell’Accusa in tal modo rendendo, di fatto, alla difesa ed alla Corte, più arduo l’accertamento della verità oggettiva! Infine, la difesa avrebbe fatto  “…domande poco pertinenti” (!?) e via dicendo.

Noi per la verità riteniamo di fare miglior giustizia estendendo lo stesso giudizio di serietà anche al giudice a latere ed alla Corte tutta, che i giornali sembrano invece trascurare.

No, decisamente sorge il dubbio che non si tratti di crassa ignoranza; forse in chi leggendo ci crede sì, ma riguardo a chi scrive sorge il legittimo dubbio che possa esserci qualcos’altro di più inquietante.

Per chi non l’avesse ancora capito, nel processo di Perugia si gioca una partita dove il laboratorio non è quello inesistente di Korchi ma la Corte stessa che rappresenta qui il crogiuolo nel quale si sta tentando di TESTARE per la prima volta l’art. 270 quinquies e di TASTARE il polso alla gente per verificare il grado di capacità di comprensione e di reazione della stessa, prima di procedere, con un ulteriore affondo da parte di un certo potere, sulla pelle dell’intera popolazione già da tempo resa ormai oggetto di ogni sorta di attenzioni limitatrici e liberticide in vista di un’omologazione e di una lobotomizzazione totale e globale. 

A questo progetto lavorano forze e componenti coscienti ma il ruolo principale spetta alla massa degli “utili idioti” che, come alcuni cronisti, si prestano senza alcuna competenza tecnica e senza nulla capire di ciò che avviene intorno a loro e del loro stesso ruolo. Diversamente da alcuni giornalisti seri che pur si impegnano da tempo per rendere al massimo trasparente ed obiettiva la divulgazione di certe notizie, consapevoli del loro ruolo di vigilanza nell’interesse della libertà non disgiunta alla verità.
 

                                                  
Carlo Corbucci             Giovanni Destito


[1] Non staremo qui a spiegarci quanta poca fiducia ci sarebbe da riporre nell’F.B.I. per quel che sappiamo in ordine ai molti coinvolgimenti della stessa (addirittura più della C.I.A.) nelle oscure trame del cosiddetto “terrorismo islamico”,  però quel che non può tacersi è che da molto tempo essa ha attivato un vera e propria “mercato della paura” nel quale ha tentato di far credere le cose più assurde; dalla detenzione di bombe atomiche sporche da parte di gruppi islamici, alle armi di distruzione di massa dell’Iraq, agli esplosivi fatti con  celebri e costosi profumi e con i fertilizzanti e così via. Il tutto per rendere realistica e credibile la suggestione dell’imminenza e del realismo del pericolo.  Una, due, tre lunghe guerre di invasione non si giustificano senza niente; senza “casus belli”… senza far si che qualcosa del paventato pericolo… si realizzi.   

di Miguel Martinez

UE, in 27 su una nave che affonda nel mare della crisi


Non sappiamo se l’Europa del “Trattato di Lisbona” sia finita in questi giorni al vertice europeo straordinario di Bruxelles, se era già finita prima, o se dovremo fissare un’altra data in un futuro ravvicinato. Poco importa, sono convenzioni, che si intrecciano con l’imprevedibilità delle costruzioni giuridiche europee e soprattutto con l’imprevedibilità della loro possibile decostruzione. Sappiamo però che tutto l’impianto su cui si era fondato l’allargamento europeo sta precipitando a una velocità spaventosa nel gorgo della più grande depressione economica mai vista.
Dico mai vista, pensando perfino ai ritmi dell’altra Grande Depressione. Nel 1931 la produzione industriale europea calava del 5%. Oggi il calo è tre volte più intenso. Con la differenza che a quel tempo la bolla bancaria e parabancaria non si misurava in 
multipli del prodotto interno lordo dei singoli paesi, come oggi vediamo per i paesi della Vecchia Europa (non dà conto parlare di quelli della Nuova Europa, sull’orlo della bancarotta ). 
La controglobalizzazione galoppa sulle ali degli attuali e dei prossimi fallimenti di banche, da soli in grado di innescare il default di interi stati.
Colpisce l’impotenza dei protagonisti politici dei vari paesi europei. Non c’è neanche il tempo di godersi lo svanimento repentino di certe sfrontatezze dei governanti di Polonia, Repubblica Ceca o Ucraina, che avevano giocato a fare i campioni dell’americanismo e oggi sono con il cappello in mano, a chiedere soccorso dove pure piove a dirotto. Perfino la fine catastrofica di quell’arroganza mi sgomenta, perché è il segno di come ora possano essere annichiliti in un istante tanti punti di riferimento, negativi e positivi.
Le classi dirigenti adesso in campo non sono state selezionate dalla crisi, ma dal suo esatto contrario. Vengono da un sistema che non riusciva più nemmeno a contemplare qualcosa di diverso da una molle espansione indefinita. Com’è che recitava il mantra del Consiglio europeo di Lisbona? Diventare entro il 2010 «l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.»
Riascoltate tutte queste parole una per una, e guardate come ormai invece i governi puntino solo a salvare il salvabile, senza sapere come farlo, con quali priorità, con quali effetti a catena. Nel marasma, si ritorna entro perimetri più domestici, tanto nelle scelte dei governi, quanto negli orientamenti popolari. Gli aiuti nazionali alle banche scontano l’enorme prezzo di lasciare a se stesse le economie estere in cui quelle banche avevano investito, per concentrare la speranza di far ripartire il credito alle imprese, quelle che rimarranno, dentro il proprio paese. La controglobalizzazione, appunto.
A questo punto sarebbe abbastanza azzardato fare qualsiasi previsione su quel che accadrà in questo anno terribile. Nella testa dei governanti risuonano parole d’ordine senza più significato, ancora legate alla fase dell’egemonia neoliberista angloamericana. La sinistra europea è parimenti spiazzata. Qui e lì si cerca di ristudiare in fretta e furia una qualche forma di intervento statale.
Gli USA di Obama cercano di raggiungere un’enorme massa critica d’intervento pubblico in grado di deviare il corso delle cose. Contano sulla residua affidabilità della loro capacità d’indebitarsi senza fallire, coperti dallo status garante della superpotenza. Il gioco reggerà finché i buoni del tesoro USA saranno acquistati. Una scommessa che vinceranno o perderanno quest’anno. E se vincono sarà a scapito di altri soggetti che emetteranno debito.
Altrettanta massa critica non si vede ancora nell’intervento europeo. L’Europa non permetterà il default dell’Est, perché sarebbe davvero una catastrofe. Ma ignora ancora come impedirlo. Gli automatismi e le rigidità eurocratiche sono comunque in rapido declino. Se nascerà un intervento coordinato dal peso autenticamente continentale, certo non passerà per la Commissione ma per il Consiglio europeo. Se fra qualche anno ci sarà ancora l’Euro a far da scudo, certo avverrà per una disponibilità al sacrificio dei paesi meno a rischio default, solo che oggi non la danno a vedere. Sono tanti i “se” che queste classi dirigenti vissute in tempi molli non sanno dipanare nei tempi duri.
di Pino Cabras - Megachip

Medioriente, la fine della pace e l'emergere di due forme di autoritarismo


La fine del processo di pace israelo-palestinese, avvenuta in realtà già nel 2000, ha segnato l’inizio del disfacimento dei rispettivi sistemi politici in Israele e nei territori palestinesi. In ambito palestinese ciò ha determinato il disfacimento dell’ANP e l’affermazione della resistenza armata, mentre in Israele ha portato all’emergere di due forme di autoritarismo che si stanno sviluppando nel paese – sostiene il direttore dei programmi dell’AIC Sergio Yahni.

Sebbene si continui a parlare del “processo di pace” israelo-palestinese come di un processo ancora in corso, anche se al momento in una situazione di stallo, in realtà questo processo si è concluso già otto anni fa, precisamente il 29 settembre del 2000, quando, confermando il fallimento dei negoziati di Camp David, iniziò l’offensiva israeliana contro il popolo palestinese. Da allora, tutti i tentativi della comunità internazionale di riprendere il processo, compresa l’iniziativa araba, sono falliti.

La controffensiva delle “organizzazioni non governative armate” palestinesi, contraddistinta da attacchi suicidi, insieme all’invasione israeliana delle aree della Cisgiordania controllate dall’Autorità Palestinese (ANP) ed al conseguente screditamento della già limitata sovranità di quest’ultima, hanno portato al disfacimento di tutti gli elementi più significativi del sistema politico palestinese.

Le organizzazioni islamiche, invece, considerandosi organizzazioni di resistenza, e non parte del processo di costruzione del paese, erano meglio preparate ad affrontare la violenza della repressione israeliana. Sono quindi riuscite a sopravvivere all’offensiva israeliana ed a mantenere la loro struttura politica.

Anche il sistema politico israeliano ha attraversato un processo di disgregazione. Nonostante l’apparente stabilità, esso è infatti gradualmente crollato in pezzi, a causa di successivi governi di breve periodo, che non sono riusciti a trovare una soluzione alla questione della sovranità dei territori palestinesi occupati.

Di conseguenza, il popolo israeliano ha quasi completamente perso la fiducia nel sistema politico. Tutti i maggiori partiti hanno perso la loro storica rappresentanza parlamentare. Il popolo israeliano si è infatti orientato, in un primo momento, verso alternative non politiche, ed ultimamente verso partiti autoritari. Inoltre, sia in Palestina, sia in Israele, la burocrazia militare sta assumendo sempre di più le caratteristiche di un partito politico, o comunque di una lobby politica influente. Nel caso palestinese, questo processo è stato il risultato quasi intenzionale della riforma delle forze di sicurezza palestinesi, avvenuta sotto la direzione del Pentagono americano. In Israele, invece, questo processo si è evoluto in modo non intenzionale.

Senza gli elementi essenziali della sovranità, il futuro dell’ANP è probabilmente irrilevante per comprendere come si evolveranno le politiche regionali sul lungo periodo. L’offensiva israeliana l’ha infatti trasformata in un’istituzione che a stento riesce a gestire la vita della popolazione palestinese sotto l’occupazione israeliana. Stando così le cose, più che altro essa aiuta Israele a ridurre i costi dell’occupazione. E’ invece la relazione tra Israele e la resistenza palestinese quella che determinerà il futuro della regione. La resistenza palestinese non è stata infatti sconfitta dall’offensiva israeliana contro i palestinesi a Gaza, né è stata danneggiata in modo serio, nonostante la distruzione generale delle infrastrutture ed il gran numero di morti tra i civili che essa ha provocato. Al contrario, proprio grazie all’offensiva, la resistenza ha addirittura aumentato la propria capacità di dettare le condizioni a Israele e all’Egitto.

Israele potrebbe scegliere di ignorare queste condizioni, ma a quel punto sarebbe costretta a scontrarsi con la propria opinione pubblica, che insiste nel chiedere la liberazione del soldato israeliano ancora nelle mani della resistenza. Inoltre, ignorando le richieste della resistenza di aprire i valichi di confine, e quindi riconoscendo, di fatto, l’esistenza di un territorio sovrano liberatosi grazie alla lotta armata, creerebbe un clima permanente di scontento nella regione, che metterebbe in pericolo i suoi alleati: l’Egitto, la Giordania e l’Autorità Palestinese. D’altra parte, accettando invece le richieste della resistenza palestinese, Israele riconoscerebbe la lotta armata come la miglior via per assicurare la liberazione del popolo palestinese.

Due forme di autoritarismo si stanno sviluppando sulla scena politica israeliana: una militare ed una civile. L’obiettivo dell’autoritarismo militare è quello di mantenere le attuali deboli strutture governative di Israele, che gli assicurano un ampio raggio d’azione, senza però dover governare direttamente il paese. Questo esclude quindi l’eventualità di un colpo di stato. Invece la forma di autoritarismo civile aspira a cambiare l’attuale regime. I politici che lo sostengono, come Avigdor Lieberman il cui partito Yisrael Beiteinu ha ottenuto 15 seggi alle ultime elezioni nazionali, mirano a concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo e, di conseguenza, a ridurre le competenze del potere legislativo e di quello giudiziario. Mentre questi politici sostengono le loro riforme con discorsi populisti anti-arabi, il loro maggiore obiettivo è quello di rimuovere l’attuale legislazione anti-corruzione.

Il crollo della sinistra israeliana alle ultime elezioni segna la fine del sistema parlamentare che essa aveva creato, sebbene il sistema forse sopravviverà ancora qualche anno. Il movimento laburista è riuscito a creare uno stato, però la sua strategia del “Muro di Ferro” per legittimarlo con la forza è fallita. Né i palestinesi né paesi arabi erano infatti disposti ad accettare la continua espansione dello stato israeliano e la sua violenta politica di supremazia.

Le caratteristiche del regime che sta ora emergendo in Israele sembrano essere ancora più autoritarie; ad ogni modo sembra difficile che esso avrà il potere necessario per richiedere ai cittadini israeliani i sacrifici indispensabili per implementare le sue politiche. D’altra parte, in parallelo alle caratteristiche autoritarie del regime emergente, stiamo assistendo alla nascita di nuove “dissidenze”, spogliate della fedeltà al sionismo. E’ qui, all’interno di questi movimenti, che risiede ogni eventuale possibilità di un significativo cambiamento all’interno di Israele.

di Sergio Yahni

Sergio Yahni è direttore dei programmi dell’Alternative Information Center (AIC), con sede a Gerusalemme

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/03/la-fine-del-“processo-di-pace”-e-la-dissoluzione-dei-regimi-politici-storici-in-israele-e-palestina/

Titolo originale:

The End of the “Peace Process,” and Dissolution of the Historical Political Regimes in Israel and Palestine

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