mercoledì 4 marzo 2009

Ungheria, la tensione di una società sempre più in ginocchio


A vent'anni dalla caduta del regime si fanno i bilanci e la situazione in cui si trova oggi l'Ungheria è molto delicata. Da qualche tempo a questa parte l'economia del Paese non funziona come dovrebbe e il malcontento sociale è palpabile. Con la pesante crisi finanziaria abbattutasi dappertutto le cose si sono complicate. Alla fine dell'anno scorso lo Stato danubiano ha ottenuto un prestito di venti miliardi di euro dall'Ue, dall'Fmi e dal Birs (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo), fino al 2010. Secondo alcuni analisti si tratta di uno degli ultimi tentativi di salvare l'economia ungherese che da un po' di tempo a questa parte non gode più tanto della fiducia degli investitori stranieri, delle banche e degli stessi cittadini magiari. Sono già sei anni che il governo lotta contro il deficit pubblico, il problema, a parere di diversi esperti, è che finora Budapest non è riuscita ad adottare misure veramente efficaci e a realizzare la riforma del sistema fiscale. Il credito concesso al Paese dalle tre organizzazioni internazionali è quasi il doppio della cifra inizialmente prevista, e questo ha turbato l'opinione pubblica. Le spiegazioni sul perché di questa somma così alta sono sostanzialmente due: secondo i sostenitori dell'esecutivo il prestito ha lo scopo di dimostrare che l'Ungheria non rasenta affatto la bancarotta anzi, ha dalla sua tutte le carte in regola per uscire dalla crisi. L'opposizione di destra vede le cose in modo diverso: a suo parere questi venti miliardi di euro provano la gravità della situazione economica e finirà col provocare il superindebitamento del Paese.
Il malcontento popolare, si diceva all'inizio, è tangibile. Alla fine del 2006 ci sono state diverse manifestazioni di protesta nei confronti della stretta economica decisa da un esecutivo divenuto sempre più impopolare. Oggi l'Ungheria è guidata da un governo di minoranza formato solo dai socialisti che lo scorso primo aprile hanno subito l'abbandono della coalizione da parte dei liberaldemocratici (Szdsz) a seguito della decisione del premier di congedare Agnes Horváth, membro del partito alleato. In realtà le due forze politiche erano impegnate da tempo in un rapporto conflittuale e anche i sindacati hanno spesso lamentato la tendenza socialista a ignorare la trattativa con gli alleati e con le parti sociali. Oggi la situazione è tesa, la gente perde le certezze residue e ha paura del domani. Chi ha un posto di lavoro se lo tiene ben stretto anche perché è tempo di licenziamenti. A gennaio sono stati soppressi circa 30.000 posti di lavoro e sono previsti a breve altri 10.000 provvedimenti del genere da parte delle aziende. Le proiezioni sul numero dei licenziamenti che si verificheranno entro la fine del 2009 sono diverse, c'è chi parla di 50.000 persone destinate a perdere il posto di lavoro, chi dice che la cifra è da moltiplicare per due. 
Le imprese riescono a disfarsi senza troppi problemi soprattutto degli interinali che possono essere licenziati nel giro di qualche giorno, allorché un impiegato fisso riesce a beneficiare di un mese di preavviso. Secondo il direttore dell'istituto di ricerche e sondaggi Kopint-Tárki, Attila Bartha, le diseguaglianze sociali aumenteranno e la classe media si assottiglierà ulteriormente. Péter Akos Bod, ministro dell'industria e del commercio nel primo governo postcomunista, presidente della Banca Nazionale d'Ungheria dal 1991 al 1994 e attualmente capo del dipartimento di politica economica dell'Università Corvinus di Budapest (ex Karl Marx), sostiene che la situazione magiara è particolarmente delicata in quanto l'Ungheria è stata un fiasco per l'Unione europea. «Il deficit di bilancio del Paese è stato colossale tra il 2004 e il 2007 - fa notare Bod - ma malgrado questo e pur violando più volte il patto di stabilità e di crescita, Budapest ha avuto accesso ai crediti supplementari a buone condizioni, di fatto, però, questo aspetto si è rivelato una lama a doppio taglio perché ha generato un grave indebitamento». L'esperto aggiunge che l'Unione ha avviato una procedura contro l'Ungheria nel 2004 ma ha previsto delle sanzioni concrete solo due anni dopo. Per Bod i dirigenti dell'Ue hanno sbagliato perché non hanno controllato e scoraggiato le cattive tendenze che si stavano affermando nello Stato danubiano e non si sono resi conto che gli uomini politici magiari non avevano imparato niente dai loro errori. Vent'anni dopo la caduta del regime non c'è molto da festeggiare. La tensione sociale non è mai stata così alta e l'incertezza del futuro pesa notevolmente sul morale delle persone. È evidente che qualcosa non ha funzionato, si rivela poi deleteria la combinazione fatta di liberismo scriteriato e cattiva gestione della cosa pubblica.
di Massimo Congiu

Instabilità e destabilizzazione in Guinea Bissau


Joao Bernardo Viera, presidente della Guinea Bissau, è stato assassinato nella sua casa da un gruppo di soldati, che con tutta probabilità hanno vendicato l'uccisione del capo dell'esercito Tagme Na Wai, avvenuta poche ore prima.
E' stato un portavoce dei militari ad annunciare l'accaduto: "Il presidente Viera è stato ucciso dall'esercito mentre cercava di fuggire dalla sua casa, attaccata da un gruppo di soldati vicini al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Tagme Na Wai". Durante l'assalto, l'abitazione è stata in gran parte distrutta e saccheggiata, mentre la moglie e i familiari del presidente sono stati portati presso la sede locale dell'ONU.
Il generale Tagme aveva perso la vita domenica sera, in seguito a una forte esplosione presso il quartier generale dell'esercito. Le forze armate avevano immediatamente interrotto le trasmissioni di due radio private locali, annunciando la loro imminente vendetta contro i responsabili dell'attentato. Ora però, in una dichiarazione rilasciata alla radio pubblica subito dopo la morte di Viera, i militari hanno spiegato che non è in corso nessun colpo di stato. Al contrario, l'esercito rispetterà l'ordine costituzionale, secondo cui il capo del parlamento deve sostituire il presidente in caso di decesso.
Le tensioni tra Viera e Tagme duravano da mesi, e lo scorso novembre il palazzo presidenziale era già stato attaccato senza successo da alcuni soldati ribelli, subito dopo i risultati delle elezioni. In seguito a quell'episodio, al presidente fu assegnata una milizia personale di 400 uomini per la sua protezione; ma a gennaio la stessa milizia fu sciolta, perché accusata di attentare alla vita del capo dell'esercito.
La Guinea Bissau è tormentata da colpi di stato ed instabilità politica fin dal 1974, quando ottenne l'indipendenza dal Portogallo. Lo stesso Viera è un personaggio ricorrente nella storia politica del paese: figura chiave del movimento di liberazione dal regime coloniale, nel 1980 giunse al potere con un golpe incruento e nel 1994 vinse le prime elezioni multipartitiche del paese. Costretto all'esilio nel 1999 in seguito a una rivolta dell'esercito, tornò in Guinea Bissau nel 2005 per vincere di nuovo le elezioni presidenziali. 
Il paese dell'Africa occidentale, importante punto di transito per la cocaina proveniente dal Sud America e diretta in Europa, è destabilizzato anche dagli effetti di questo traffico di droga, che pare coinvolga anche alcuni ufficiali dell'esercito.
di Marco Menchi

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