giovedì 5 marzo 2009

Il generale Omar Suleiman all'ombra delle piramidi



Tra i primi a ricevere la notizia del recente attacco terroristico al Cairo (l’attentato del 22 febbraio nel quartiere di Khan el Khalili, che ha ucciso una giovane turista francese (N.d.T.) ) è stata una superspia con 23 anni di permanenza in servizio, che silenziosamente è divenuta uno dei personaggi più importanti del Medio Oriente. Il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani, è pressoché sconosciuto al di fuori del suo paese. Tuttavia, egli è uno dei più potenti capi dello spionaggio, nonché un esperto nella risoluzione di casi complessi.

Tutte le questioni più delicate riguardanti il Medio Oriente passano per la sua scrivania, nel suo ufficio del Cairo. Al momento, egli è impegnato nella mediazione per il cessate il fuoco a Gaza, obiettivo per il quale deve cercare di aggiudicarsi la fiducia sia di Israele che di Hamas. Questi nemici irriducibili si rifiutano di parlare l’uno con l’altro, ma entrambi accettano di trattare con il generale Suleiman. Nel corso di una sola settimana nel mese di febbraio, Suleiman si è abilmente destreggiato tra il “dossier Gaza” e missioni diplomatiche in Sudan, Libia ed Arabia Saudita.

Egli è anche un attore cruciale in quella che ormai nessuno più chiama “la guerra al terrorismo”. Quest’uomo alto e leggermente curvo, che preferisce i completi “blu marino” ed ha un paio di baffi color grigio ferro nello stile di un colonnello britannico degli anni ’40, è un esperto nello sconfiggere l’estremismo islamico. Egli è probabilmente l’unico dirigente di intelligence ancora in servizio che può affermare di essere quasi riuscito a portare a termine questo obiettivo nel proprio paese.

Ben presto il generale Suleiman potrebbe uscire allo scoperto per diventare il nuovo leader dell’Egitto. Il presidente Hosni Mubarak, che ha dominato il paese più popoloso del mondo arabo per quasi 28 anni, compirà 81 anni a maggio. Egli si fida di pochissime persone, e fa affidamento su un circolo ristretto di fedelissimi. Il generale Suleiman è certamente il membro più importante di questo manipolo di persone privilegiate. Un diplomatico occidentale di stanza al Cairo ha giudicato “l’influenza, il potere e le connessioni” di quest’uomo semplicemente “incredibili”. Hisham Kassem, un commentatore egiziano che ha contribuito a fondare il primo quotidiano indipendente del paese, lo ha definito “il secondo uomo più potente dopo Mubarak” ed ha affermato che si tratta dell’unico vero concorrente alla carica presidenziale.

Suleiman è anche un partner stimato del governo britannico. Qualunque ministro britannico di passaggio per il Cairo farà sempre richiesta di incontrarlo. Il suo dipartimento, l’Egyptian General Intelligence Service (EGIS) – mantiene stretti rapporti con il Secret Intelligence Service (SIS) britannico – il cosiddetto MI6 – ed ha una particolare esperienza nelle azioni antiterrorismo. Lo stesso diplomatico ha descritto questa organizzazione egiziana come “impressionante”, “dotata di risorse” e a capo di “una fitta rete di presenze all’estero grazie alle loro ambasciate”.

Gran parte di tutto ciò ruota attorno alla personalità del generale Suleiman stesso. La sua storia personale si intreccia con quella della lotta contro l’estremismo di matrice islamica, la quale, a sua volta, ha uno stretto legame con quella dell’Egitto. I pensatori che diedero vita alle moderne tendenze del fondamentalismo, Sayid Qutb in primis, erano egiziani. Inoltre, la Fratellanza Musulmana – la forza politica chiave dietro a questa ideologia – è emersa nella sale da tè del Cairo.

Suleiman nacque nel 1935 a Qena, un povero villaggio sul Nilo, nell’Alto Egitto. Nel 1954 il diciannovenne Omar Suleiman arrivò all’Accademia Militare nella capitale. A quel tempo, entrare a far parte dell’esercito rappresentava uno dei mezzi per sfuggire alla povertà.

Quando Suleiman aveva 21 anni, Gamal Abdel Nasser abbatté l’ultimo pilastro del controllo britannico in Egitto, nazionalizzando la Società del Canale di Suez nel 1956. Sicuramente egli prestò servizio durante l’episodio noto come la Crisi di Suez, e in seguito combatté nelle guerre del 1967 e del 1973.

Quando Mubarak divenne presidente nel 1981, Suleiman era un ufficiale di successo nell’esercito, ma ancora non vi erano segnali che indicavano che egli sarebbe divenuto importante a livello nazionale. La sua ascesa iniziò nel 1986, quando egli divenne vice capo dell’intelligence militare, un incarico che lo portò a diretto contatto con il presidente Mubarak. Nel momento in cui egli venne nominato capo dell’EGIS nel 1993, due gruppi islamisti, al-Gama’a al-Islamiya ed al-Jihad, stavano conducendo una campagna di attentati e di omicidi.

Nel 1995, gli estremisti arrivarono ad un passo dall’uccidere il presidente Mubarak, quando undici assassini aprirono il fuoco contro la sua limousine nella capitale etiopica Addis Abeba. L’originario piano presidenziale prevedeva l’uso di un normale veicolo leggero. Ma il giorno prima, il generale Suleiman aveva insistito perché fosse inviata un’auto blindata in Etiopia, la quale senza dubbio riuscì a salvare la vita del presidente Mubarak. Mentre i proiettili rimbalzavano sul veicolo corazzato, il generale Suleiman sedeva dietro al suo presidente. Questa dura esperienza contribuì a rafforzare il legame di fiducia tra i due.

L’attentato alla vita di Mubarak mostrò la gravità della minaccia terroristica. Tuttavia, nel giro di tre anni, le forze di sicurezza riuscirono ad annientare entrambi i principali gruppi estremisti egiziani. Il motivo di questo successo è ancora controverso. I critici puntano il dito contro i metodi brutali utilizzati, primo tra tutti la tortura, all’interno delle prigioni egiziane. Ma gli ufficiali egiziani hanno posto l’enfasi su un programma per riabilitare i combattenti islamisti. Qualunque sia la spiegazione, l’esperienza dell’Egitto degli anni ‘90 rappresenta uno dei pochi casi recenti di annientamento di una ribellione islamista.

Ma il merito non appartiene tutto al generale Suleiman: lo State Security Directorate, ovvero l’MI5 egiziano, era ancor più direttamente coinvolto. Tuttavia, Omar Suleiman è l’unico dirigente di intelligence in servizio che ha sconfitto di persona un’insurrezione islamista. Egli potrebbe ben presto portare questa esperienza alla presidenza dell’Egitto e, se ciò accadesse, i suoi numerosi alleati in Occidente avrebbero senza dubbio di che rallegrarsi.

Tuttavia, Suleiman non ha esperienza nella conduzione dell’economia, per non parlare della gestione di scuole ed ospedali. Per qualche ragione, un uomo la cui unica esperienza è nella diplomazia, nell’intelligence e nell’anti-terrorismo, viene ritenuto in grado di guidare un paese disperatamente povero. L’ascesa del Generale Suleiman è un grave segnale di quelle che sono le priorità del mondo. 

di David Blair 

David Blair è diplomatic editor del quotidiano britannico “Daily Telegraph”; in precedenza era stato corrispondente per lo stesso giornale dal Medio Oriente e dall’Africa (in particolare dal Pakistan, dalla Palestina, dall’Iraq e dal Sudan)

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/05/il-manovratore-nell’ombra-che-potrebbe-diventare-il-prossimo-leader-dell’egitto/

Titolo originale:

The fixer in the shadows who may emerge as Egypt’s leader

Ricostruire la Striscia nel momento dell'ampliamento colonico israeliano





Il governo israeliano ha in programma l'ennesima fase di ampliamento delle colonie in Cisgiordania e attorno a Gerusalemme est. Lo annuncia l'organizzazione israeliana Peace Now, secondo cui le nuove case programmate sarebbero ben 73mila. Se tali progetti fossero portati a termine, la popolazione dei coloni nei territori occupati in Cisgiordania, attualmente oltre 400mila persone, raddoppierebbe. Ufficiali del governo israeliano replicano sostenendo che i piani riguardano aree potenzialmente edificabili, e aggiungono che solo una piccola parte delle nuove costruzioni è già stata approvata. 
L'annuncio, tuttavia, viene nel momento in cui la diplomazia internazionale è concentrata nel tentativo di rimettere in moto il cosiddetto processo di pace, che possa portare alla nascita di uno Stato palestinese. Lo slogan dei due Stati per due popoli è stato uno dei cavalli di battaglia del governo israeliano uscente, che però non è stato in grado di sviluppare la trattativa intavolata ad Annapolis, con la benedizione dell'ex presidente Usa George W. Bush. Già prima dell'operazione Piombo Fuso il negoziato era arenato su diversi punti, tra cui quello delle colonie che impediscono la creazione di uno stato palestinese. Oggi se possibile la via che porta a una pace duratura tra Israele e palestinesi è ancora più lunga e accidentata. Oltre alla perdurante crisi inter-palestinese, tra le fazioni di Fatah e Hamas, anche sul fronte israeliano il tempo della diplomazia sembra lontano. Il nuovo capo del governo, Benjamin Netanyahu, non ha mai preso impegni verso una soluzione a due Stati. E' fautore della linea dura con i palestinesi e, inoltre, è legato a doppio filo sia alla destra religiosa degli ultraortodossi, che ai movimenti dei coloni. Attualmente i territori palestinesi sono divisi in tre parti, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, che non sono comunicanti. In Cisgiordania le colonie occupano oltre il sessanta percento del territorio e lungo le strade che collegano tra loro le città palestinesi ci sono oltre 600 ostacoli fisici, tra check point e blocchi stradali. La nuova amministrazione Usa del presidente Obama ha promesso di cercare "aggressivamente" la pace tra israeliani e palestinesi. Ma se la nuova Segretario di Stato Hillary Clinton non sarà in grado di ottenere almeno il blocco della crescita delle colonie, anche quegli sforzi saranno vani. "Il completamento dei piani di crescita degli insediamenti renderà il progetto di uno stato palestinese totalmente irrealistico" ha commentato il leader di Peace Now, Yariv Oppenheimer. Da Ramallah, intanto, il presidente palestinese Abu Mazen ha ricordato che "Israele deve scegliere tra la pace e le colonie, ma non può avere entrambe".
Lunedì 2 marzo, nella località turistica di Sharm el Sheik, nel Sinai egiziano, i leader del mondo si sono riuniti per raccogliere fondi per la ricostruzione di Gaza. Settanta delegazioni nazionali e 16 organizzazioni internazionali hanno raccolto 4,5 miliardi di dollari, cui si aggiungono altri 700 milioni raccolti durante la precedente conferenza dei donatori a Parigi. I leader dei paesi occidentali e del mondo arabo in passerella hanno rilasciato dichiarazioni ottimistiche sulla necessità di rimettere in carreggiata il processo di pace. "Il 2009 deve essere l'anno della pace, anche imponendola" ha dichiarato il presidente francese Sarkozy, mentre il premier italiano Berlusconi parlava di un "piano Marshall" per rimettere in moto l'economia palestinese. In uno slancio visionario, Berlusconi ha persino ipotizzato una ripresa del turismo religioso e la costruzione di alberghi, in quelli che oggi sono Territori Occupati, e sigillati. Quattro miliardi e mezzo sono una cifra che evidenzia la volontà internazionale di sostenere la popolazione di Gaza, che dopo la guerra vive in uno scenario di estrema distruzione e povertà, quest'ultima provocata dalla chiusura forzata dei confini. Quello che però non accenna a cambiare è la chiusura rispetto a Hamas. Nonostante gli appelli di grandi personalità internazionali che suggericono di dialogare con il partito islamico che controlla la Striscia, anche alla conferenza di Sharm el Sheikh la delegazione di Hamas non era presente. I fondi donati, inoltre, verranno con ogni probabilità trasferiti nelle casse dell'Autorità Palestinese di Ramallah. Una scelta che potrebbe acuire le difficoltà nella riconciliazione tra i due principali partiti palestinesi in rotta dal giugno del 2007. "La conferenza di Sharm el Sheikh è stata una sceneggiata" ha commentato ieri Muhammad Nazal, un alto dirigente di Hamas. "Il problema non è quello dei soldi - ha spiegato - ma è quello della chiusura dei valichi di frontiera. Come possono arrivare quei soldi e i materiali da costruzione se continua l'embargo?". "La ricostruzione di Gaza è un'operazione umanitaria" ha aggiunto il portavoce del partito Fawzi Barthoum, "e non si possono fare speculazioni politiche". La chiusura dei confini della Striscia è stata definita "intollerabile" anche dal segretario Generale dell'Onu Ban Ki Moon, che ha chiesto di "agire ora. La popolazione di Gaza non può e non deve aspettare più a lungo".
di Naoki Tomasini

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori