sabato 7 marzo 2009

Dal Sudan all´Angola, la rete delle nuove alleanze cinesi



Hu Jintao ha inaugurato il 2009 con una visita in Senegal, Tanzania, Mali e Mauritius.
L'interscambio tra il colosso asiatico e il continente nero è decuplicato negli ultimi 10 anni.
Per difendere il dittatore del Sudan accusato di crimini di guerra, la Cina mette in campo il suo peso politico ed economico, nonché lo status speciale di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Il prezzo d´immagine che Pechino sa di pagare - l´indignazione dell´opinione pubblica occidentale - è poca cosa in confronto ai dividendi di questa operazione.
Interessi economici, influenza politica, espansionismo militare: tutta la strategia neo-imperiale della Repubblica Popolare è visibile nella tragedia del Sudan. La Cina compra i due terzi del petrolio del Sudan, in cambio dà generose forniture di armi al regime di Omar al-Bashir. Dal Sudan orientale parte un´oleodotto di 1.500 km che arriva al Mar Rosso, dove una processione costante di superpetroliere cinesi fa la spola con i porti di Hong Kong e Shanghai, i petrolchimici e le fabbriche del Guangdong. Nessuna campagna umanitaria - neppure la minaccia di boicottaggio delle Olimpiadi l´anno scorso - ha incrinato il suo rapporto preferenziale con un prezioso fornitore di energia.

La partita sudanese racchiude interessi ramificati per la leadership di Pechino. 
Sul fronte diplomatico i dirigenti comunisti cinesi sanno che la loro posizione, invisa all´Occidente, è popolare fra i regimi illiberali del Terzo mondo: una folta constituency che è pronta a ricambiare il favore.

Pechino fa sbarramento contro il diritto d´ingerenza umanitaria in nome della «non interferenza negli affari interni» degli Stati sovrani. In cambio la Cina mobilita un ampio fronte di solidarietà tra i Paesi emergenti ogni volta che i suoi abusi contro i diritti umani finiscono sotto accusa, per esempio sul Tibet. 
Quando il mese scorso il Consiglio per i diritti umani dell´Onu ha passato in rassegna il dossier di Pechino, le timide critiche occidentali sono state sommerse da un coro filo-cinese di alleati africani, asiatici, latinoamericani.

La recessione non distrae i dirigenti cinesi dai loro obiettivi strategici di lungo termine: l´accesso a tutte le aree del pianeta ricche di energia, materie prime e raccolti agricoli; la conquista di nuovi mercati; il potenziamento di un dispositivo militare capace di proiettarsi a largo raggio in tutte le aree vitali per gli interessi della Cina. Le riserve petrolifere del Sudan insieme con tutto il Corno d´Africa sono nel mirino dell´espansione cinese. 
È visibile il ruolo della marina cinese nelle operazioni anti-pirateria al largo della Somalia: vi opera il contingente navale dell´ammiraglio Du Jingchen, che dal Golfo di Aden presidia le rotte cruciali fra l´Oceano Indiano e il Mediterraneo, insidiando un´area storicamente importante per l´America e l´Europa.

Il Sudan è un tassello nel vasto mosaico che è la "sinizzazione" dell´Africa. Via via che l´influenza occidentale si è indebolita nel continente nero, Pechino ha colto ogni opportunità per sostituirla in tutti i campi: commercio estero, investimenti per la costruzione di infrastrutture, aiuti finanziari, forniture militari. L´interscambio tra il colosso asiatico e i suoi partner africani è cresciuto del 1.000% in un decennio. Punte di lancia della penetrazione in Africa sono dei potenti conglomerati di Stato legati a doppio filo all´Esercito Popolare di Liberazione, come Norinco e Poly Group. La conquista dell´economia africana viene celebrata in nome dell´aiuto allo sviluppo, dell´amicizia fra i popoli: la Cina si presenta come un modello di modernizzazione autoritaria che seduce le dittature del Terzo mondo. 
Da anni è tradizione che il presidente cinese subito dopo il Capodanno lunare parta per una tournée diplomatica africana.
Non fa eccezione l´Anno del Bue: Hu Jintao ha inaugurato il 2009 con una visita in Arabia saudita subito seguita da quattro tappe africane, Senegal, Mali, Tanzania e Mauritius. Simultaneamente il ministro degli Esteri Yang Jiechi visitava Uganda, Ruanda, Sudafrica e Malawi. 
In Tanzania l´ultimo affare messo a segno dai cinesi è l´acquisizione del 50% della compagnia aerea di Stato. Il veicolo finanziario usato da Pechino per questo investimento è un protagonista importante dell´espansionismo cinese: Sonangol International, una joint-venture tra la Repubblica Popolare e l´Angola, altro fornitore di petrolio. Nella Repubblica democratica del Congo il governo cinese ha lanciato un "piano Marshall" da 9 miliardi di dollari: il Paese controlla il 10% di tutto il rame mondiale e un terzo delle risorse planetarie di cobalto.
di Federico Rampini  da «la Repubblica»
Federico Rampini (Genova, 25 marzo 1956) è un giornalista e scrittore italiano. Attualmente è il corrispondente de «la Repubblica» da Pechino.
Tratto da: «la Repubblica»

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Guantanamo, essere corresponsabili di un inferno


Chi se la sentirebbe di stare con le mani in mano sapendo, con certezza, che una persona è incarcerata ma innocente? Tanto più scomoda sarebbe la sua posizione, si presume, se costui sapesse che è in qualche misura corresponsabile della carcerazione di un innocente. Ebbene noi europei (e noi italiani) siamo esattamente in questa situazione. Barack Obama ha detto di voler chiudere Guantanamo. Ma non gli è così facile. Chiudere non vuol dire semplicemente liberare i prigionieri. Dei 241 che sono ancora in quell’inferno, solo una quarantina sono quelli su cui pendono accuse connesse con il terrorismo.
Primo problema: nel momento in cui Obama annulla i tribunali militari speciali, quale corte americana dovrà processarli? Non è chiaro. Né è chiaro che uso potrà essere fatto delle indagini fatte dai giudici militari, spesso usando la tortura. Ora si sa che dei circa 800 disgraziati finiti dentro Guantanamo circa 360 sono stati venduti agli americani dalla polizia o dai servizi segreti pachistani (dati forniti dal Center for Constitutional Rights di New York). Un metodo come un altro per fare soldi, ma non c’era niente contro di loro. Adesso almeno 62 prigionieri sono stati scagionati da ogni accusa dalle stesse corti militari Usa. Dovrebbero tornare a casa. Ma 50 tra loro sono cittadini di Paesi «ad alto rischio»: non li si può rimandare in luoghi dove potrebbero essere arrestati, torturati, uccisi. È già accaduto a molti ex detenuti di Guantanamo, espulsi dopo anni di detenzione senza mai essere stati incolpati di qualche crimine e senza neppure essere stati dichiarati «non perseguibili».
L’Europa - l’ha accertato la Commissione Parlamentare Speciale sulle extraordinary renditions nel 2007 - ha partecipato al programma americano di caccia all’uomo. Violando - molti Paesi membri l’hanno fatto, inclusa l’Italia - tutte le norme internazionali e la difesa dei diritti umani fondamentali. Dunque ha una responsabilità. E, almeno formalmente, l’ha riconosciuta. Una delegazione europea, guidata dal commissario alla Giustizia e agli Interni Jacques Barrot, si recherà a Washington il 15 marzo per chiedere alle autorità americane informazioni dettagliate sui 62 prigionieri scagionati. Il governo americano deve dire tutto quello che sa su queste persone divenute, senza colpa, le sue vittime. Ma, una volta ottenute le informazioni, dovremo farcene carico anche noi.
C’è in Europa chi dice che chi ha fatto la frittata se la deve mangiare e, visto che sono innocenti, e che non possono essere rimandati nei Paesi d’origine, devono restare, liberi, negli Stati Uniti. Ma anche noi abbiamo tenuto bordone. E 9 «detenuti senza colpa» - 8 egiziani e un tunisino - hanno chiesto alle organizzazioni per i diritti umani di poter venire ad abitare in Italia, perché vi hanno vissuto, vi hanno parenti e pensano di essere al sicuro (auguri). Sono persone - dice l’avvocato Zachary Katznelson, dell’organizzazione Reprieve, che ne difende 31 - che non rappresentano alcun pericolo. E noi siamo in debito con loro. Almeno morale, perché gli aerei segreti della Cia che li portarono a Guantanamo passarono anche dai nostri aeroporti. Finora solo la Gran Bretagna ne ha accolto qualcuno. Albania e Svizzera si sono dichiarate disponibili. Portogallo e Lituania hanno già deciso in senso positivo. Irlanda, Spagna, Francia, Germania e Lettonia sono orientate a fare la loro parte. Austria, Olanda, Repubblica Ceca sono nettamente ostili. E l’Italia? Per ora tace.
di Giulietto Chiesa
Tratto da: La Stampa

Una Colombia illegalmente "intelligente"


Bogotà. A una settimana dall'esplosione dello scandalo del Das (servizio d'intelligence civile che dipende direttamente dal presidente) le polemiche non si placano.
Non si sa ancora chi ci sia dietro questa nuova ondata d'intercettazioni illegali eseguite dall'organo d'intelligence, ma sembra chiaro che gli intercettati si possono suddividere in due grandi gruppi.
Da una parte tutti coloro che sono, o sono stati, critici del governo Uribe: magistrati incaricati delle indagini sulla Parapolitica, politici dell'opposizione, pre-candidati presidenziali, giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione e giudici della corte suprema di giustizia; dall'altra alcuni membri del governo.

Uno dei gola profonda del DasGate, racconta alla rivista Semana (che fa le veci del Washington Post nel Watergate originale): "Quello che ironicamente accade è che quelli che chiamano per chiedere favori dal palazzo finiscono con l'essere vittime della loro stessa invenzione. Sono quindi a loro volta intercettati e la ragione è molto semplice: bisogna avere un'assicurazione". Secondo questo funzionario assegnato alla sottodirezione dei servizi del Das gli intercettati del governo lo sono per aver chiesto un favore, ossia una intercettazione illegale ai servizi di intelligence.
Il ministro della difesa Juan Manuel Santos, in visita ufficiale negli Stati Uniti, indignato dopo aver appreso di essere uno degli intercettati ha dichiarato: "il Das è un paziente terminale a cui bisogna dare cristiana sepoltura". Il presidente Uribe ha però smentito il suo ministro confermando che ci sarà una profonda riforma dell'istituzione ma che non sarà smantellata. Le competenze sui flussi immigratori saranno probabilmente spostati sul ministero degli esteri, le scorte del Das saranno sospese e le intercettazioni telefoniche legali passano nelle mani della polizia. Nel Maggio del 2007 il presidente mandò in pensione anticipata ben 12 generali della polizia in un atto senza precedenti. In quei giorni si era appreso che agenti dell'intelligence della polizia intercettavano illegalmente le conversazioni di giornalisti, dirigenti dell'opposizione e anche alcuni membri del governo. Dopo l'epurazione non si seppe mai chi erano i mandanti e le intercettazioni passarono al Das.

Il perfido assessore. Se questo scandalo Colombiano ha il suo Washington Post e i suoi gola profonda ha anche un personaggio in più. Si tratta di quello che pubblicamente accusa e denuncia chiunque, quasi si sentisse in dovere di chiarire che non c'è lui dietro tutte le intercettazioni. Chissà non sia il caso di introdurre anche in Colombia quel lemma popolare che saggiamente spiega cosa faccia chi si scusa... Il personaggio in questione è Josè Obdulio Gaviria, il perfido assessore presidenziale, così come lo definisce Semana, colui che si dice sia l' ideologo dell' Uribismo. Costui è un personaggio piuttosto controverso a cominciare dalla sua famiglia, infatti, oltre ad avere un paio di fratelli dietro le sbarre negli Stati Uniti per narcotraffico (Luis Mario e Jorge Fernando) è niente meno che il cugino di Pablo Escobar, il narcotrafficante più famoso al mondo. Non bastassero queste come referenze per essere ammesso a palazzo, Obdulio è anche un prolifico revisionista capace di scrivere libri e tenere conferenze dove spiega, con dovizia di particolari, che in Colombia non esiste un conflitto armato, i paramilitari si sono estinti e il drammatico desplazamiento interno si deve a una sorta di colonialismo, quando non al turismo, certamente non al conflitto o ai paras, dato che non esistono. Anche i due candidati presidenziali, otto congressisti, 13 deputati, 70 consiglieri comunali, 11 sindaci e migliaia di militanti del partito della UP massacrati dai paramilitari, sarebbero, secondo Obdulio Gaviria, stati uccisi dalla guerriglia per far poi cadere la colpa sullo stato. Il perfido assessore ha anche causato l'espulsione di un console Colombiano in Venezuela lo scorso Novembre, dopo che è stata resa pubblica dal canale Vtv una conversazione tra i due il cui tema era la destabilizzazione del governo di Chàvez. Inoltre un anno fa, il 6 Marzo è riuscito a far scrivere una lettera di protesta a 63 congressisti Statunitensi quando ha stigmatizzato la marcia delle vittime organizzata da Ivàn Cepeda. Senza contare che le sue dichiarazioni irresponsabili sono, secondo molti attivisti, da ritenersi alla origine della serie di attentati che ha colpito i vari organizzatori regionali di quella manifestazione.
In questi giorni il cugino di Don Pablo secondo la rivista Semana: "si è dedicato a dire attraverso vari mezzi di comunicazione che questa rivista (Semana n.d.r.) compra informazioni e pregiudica le sue fonti". Secondo l'importante rivista le intenzioni di Josè Obdulio Gaviria sono di infangare le indagini, distogliere l'attenzione dallo scandalo e spaventare le fonti. 
Ci domandiamo, insieme a tanti altri: di cosa ha paura Josè Obdulio Gaviria?

di Simone Bruno

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14535/Il+Watergate+colombiano+continua

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