mercoledì 11 marzo 2009

L'esempio Ucraina e l'espansione della Nato ad Est


In una recente intervista concessa all’agenzia russa Interfax, il Sottosegretario statunitense per gli Affari Politici William Burns torna sulla questione dell’adesione di Ucraina e Georgia alla NATO, ribadendo la tradizionale posizione USA, secondo cui “anche Ucraina e Georgia hanno il diritto di essere membri NATO” dal momento che “ogni nazione sovrana ha diritto di prendere la propria decisione e di scegliere i propri alleati”.

Allo stesso tempo però, Burns precisa che al momento “l’Ucraina e la Georgia non sono pronte per entrare a far parte della NATO”, subordinando la decisione definitiva in merito alla richiesta di adesione al fatto che “tutti i membri della NATO siano d’accordo, e che i cittadini di quel paese appoggino la decisione”.

Non sfugge certamente che la relativa prudenza dei più recenti approcci “ufficiali” alla questione dell’ulteriore allargamento della NATO ad est, che si coglie, oltre che in quella di Burns, anche in altre recenti dichiarazioni di politici e diplomatici statunitensi, è in larga parte dovuta agli esiti “disastrosi” per l’amministrazione USA della crisi caucasica della scorsa estate, conclusasi con il rovescio della provocazione georgiana alle frontiere della Russia, in seguito alla dura e vittoriosa reazione armata del Cremlino.

E’ in particolare a partire da quel momento, che gli approcci USA all’allargamento della NATO hanno dovuto ovviamente tener conto (come, afferma Burns nella sua intervista) del fatto che evidentemente non tutti i partner europei della NATO (in particolare, Germania, Francia e la stessa Italia, che hanno svolto un ruolo relativamente autonomo nella ricerca di una composizione della crisi tra Russia e Georgia) appaiono disponibili ad acuire gli elementi di tensione con Mosca nell’attuale momento di profonda crisi economica che attraversa il “vecchio Continente” e in una situazione di acuta dipendenza dalle risorse energetiche del mercato russo.

Ma tutte queste considerazioni ci permettono di affermare con sicurezza che ci troviamo di fronte a una frenata o, addirittura, al definitivo arresto dei piani di allargamento ad Est del sistema di alleanze militari e politiche imperialiste, che ebbero proprio in esperti e potenti sostenitori delle amministrazioni democratiche USA passate e presente (Brzezinski, Soros, Albright) i principali ispiratori e strateghi?

Uno sguardo più attento all’evolversi della situazione nelle aree interessate, dovrebbe indurre a maggiore prudenza molti entusiasti sostenitori di una presunta “vocazione” della nuova amministrazione USA alla composizione dei conflitti tuttora in corso con la Russia e con altri protagonisti della scena internazionale, i quali danno per scontata la sua accettazione incondizionata di un nuovo orizzonte multipolare delle relazioni internazionali, in cui non ci sia posto per le scelte avventurose che hanno caratterizzato la precedente presidenza Bush.

Se ci limitiamo, ad esempio, ad esaminare alcuni sviluppi degli avvenimenti in Ucraina, il grande paese europeo considerato da sempre strategico per gli interessi USA e oggetto, da lunghi anni, di pressioni e condizionamenti esterni, possiamo trarre la conclusione che il tentativo di “forzare i tempi” della sua integrazione nell’orbita occidentale non si è certo definitivamente arrestato, che le speranze di un’accelerazione dei progetti di “colonizzazione” e asservimento militare a suo tempo intrapresi continuano ad essere coltivate, approfittando anche della profonda crisi economica in cui versa l’ex repubblica sovietica, sull’orlo della bancarotta.

Anche il notevole sviluppo del movimento anti-NATO (per iniziativa, in particolare, del Partito Comunista di Ucraina e di altre forze di sinistra), a cui si è assistito in questi ultimi giorni, con grandi manifestazioni in diverse parti del paese (in particolare in Crimea, scenario potenziale di un pericoloso scontro tra le forze navali di Mosca e di Washington), sta lì a dimostrare che la consapevolezza del pericolo di definitivo assoggettamento al “carro americano” è ben presente in larghi strati dell’opinione pubblica ucraina, che non ha certo abbassato la guardia, neppure dopo l’avvento di Obama alla presidenza.

Rivelatrice dell’incertezza di un futuro di “distensione” della politica USA in quest’area, appare, ad esempio, l’intervista al quotidiano francese Le Figaro, in cui, nei giorni scorsi, il principale ispiratore della politica estera “democratica” verso il mondo ex sovietico, Zbigniew Brzezinski, si è espresso per l’apertura di “sedi di dialogo” con Mosca, ma ha anche precisato che l’approccio negoziale deve avvenire nel contesto di una concezione delle relazioni con la Russia e gli stati dell’ex URSS, che non lascia spazio a dubbi interpretativi: “L’inizio del dialogo con la Russia non può avvenire a costo di limitare le aspirazioni di quei paesi che vogliono aderire alla NATO – come l’Ucraina e la Georgia – soprattutto perché l’Ucraina, in quanto membro della NATO, spianerebbe la strada alla democratizzazione della Russia”. Ancora una volta, Ucraina, Georgia (e altri stati dell’ex URSS) dirette da elite fedeli ai valori di “missione di civiltà” della potenza USA, integrate militarmente nel blocco imperialista, e garanti degli interessi USA contro una Russia ricondotta a più miti consigli e disposta a trattare (o meglio, a collaborare) alle condizioni imposte. E’, tra l’altro, non privo di significato che l’intervista sia stata diffusa contemporaneamente al diffondersi di voci circa la nomina del figlio dello stesso Brzezinski ad ambasciatore a Varsavia, capitale di un paese che da secoli nutre velleità egemoniche sugli stati slavi europei limitrofi alla Russia (Bielorussia e Ucraina) e che, più di tutti, ha operato, negli ultimi anni, a favore di una politica aggressiva nei confronti dell’amministrazione russa, in perfetta sintonia con gli orientamenti della politica estera USA.

A metà febbraio, nel corso di una visita in Georgia, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, pur con toni meno aggressivi di quelli che caratterizzavano l’era Bush, richiesto di un parere circa un possibile cambiamento dell’atteggiamento della nuova amministrazione Obama nei confronti dell’adesione di Georgia e Ucraina all’Alleanza Atlantica, ha risposto che gli Stati Uniti “sono ancora impegnati nel migliorare e rafforzare le relazioni della NATO” con i due paesi. E ha concluso: “a quanto ne so, non c’è stato alcun cambiamento della posizione rispetto alla dichiarazione di Bucarest (dei leader della NATO, in aprile 2008): è evidente che questi due paesi saranno membri della NATO”.

Un altro segnale che le manovre tendenti ad integrare l’Ucraina nella NATO non stiano subendo rallentamenti viene dalla recente visita (21 febbraio) del vice ministro degli esteri ucraino Volodymyr Handogyi in Romania per consultazioni in merito alle modalità che facilitino l’accesso all’Alleanza Atlantica e la definizione dell’agenda di impegni relativi alla realizzazione delle decisioni assunte nel vertice di Bucarest in relazione all’adesione di Kiev.

Nel frattempo, prosegue incessante la stretta collaborazione degli USA con il governo di Kiev (peraltro alle prese con una drammatica crisi di credibilità presso l’opinione pubblica del proprio paese) per garantire, come sottolinea il 21 febbraio l’analista politico ucraino Viktor Pirozhenko nel sito russo del “Fondo di Cultura Strategica” (http://www.fondsk.ru/article.php?id=1936), “un’adesione silenziosa, non formale alla NATO dell’Ucraina”, che viene considerata “membro de facto dell’alleanza, anche in assenza di una formalizzazione giuridica”. A tal scopo, sottolinea Pirozhenko, è previsto un drastico incremento del numero degli osservatori statunitensi e una sostanziosa crescita dell’appoggio finanziario da parte USA a innumerevoli organizzazioni non governative ucraine (quelle, tanto per intendersi, che hanno svolto un ruolo decisivo nella vittoria della “rivoluzione arancione” alla fine del 2004).

In effetti, pur non essendo formalmente membro della NATO, con la presidenza di Juschenko, l’Ucraina assolve praticamente agli stessi obblighi previsti per i membri a pieno titolo dell’alleanza militare. Ad esempio, lo spiegamento ai confini della Russia di parte consistente delle formazioni militari di Kiev, ha rappresentato, come ha dichiarato, nel dicembre 2008, il Capo di Stato Maggiore S. Kirichenko, “il rafforzamento delle frontiere della NATO, fino alla linea di confine ucraino-russa”. Un altro passo che sancisce l’adesione di fatto alla NATO si è registrato con l’accordo, siglato dal ministro della difesa Jekanurov, che permette il transito e la dislocazione delle forze e del personale dell’alleanza su tutto il territorio nazionale.

Un altro esempio viene dalla ratifica, il 18 febbraio, da parte del parlamento ucraino dei “protocolli aggiuntivi” al “Memorandum di intesa” siglato dal governo e dalla NATO, che prevede l’installazione di un “Centro di Informazione e Documentazione della NATO” e la dislocazione in tutto il paese di ufficiali di collegamento del blocco militare.

“Se l’Ucraina continuerà ad adempiere fedelmente agli obblighi previsti per tutti i paesi membri della NATO, pur continuando a stare fuori dall’alleanza” – conclude l’analisi di Pirozhenko – “alla fine, i partners europei (riluttanti) degli Stati Uniti si convinceranno che l’Ucraina dovrà essere ammessa, senza osservare le procedure normalmente richieste, ma semplicemente legittimando la situazione esistente”.

di Mauro Gemma

Fonte: www.lernesto.it

Comparso su http://www.contropiano.org/

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Marzo09/05-03-09EspansioneNato.htm

Il docile strumento della NATO


Il Tribunale dell’AIA, strumento docile nelle mani della NATO, già responsabile della morte del presidente serbo Milosevic, spicca un mandato d'arresto per il presidente sudanese Bashir E' già un caso diplomatico. Contrari Cina, Russia, Lega araba e Unione africana. Una forma moderna di neo-colonialismo. Nel decennale della guerra della NATO contro la Juogoslavia, si prepara una nuova “guerra umanitaria”?

Il mandato d'arresto emesso dal Tribunale penale internazionale per il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir per crimini contro l'umanità e crimini di guerra in Darfur è già diventato un caso diplomatico di vasta portata

Secondo l’Onu dal 2003 nel Darfur ci sono stati circa 300mila morti e 2,7 milioni di profughi, soprattutto civili.

Alcune delle forze ribelli della regione che combattono da anni contro il governo sudanese sono apertamente e militarmente armate e sostenute dagli Stati Uniti, da alcuni governi dell’Unione europea e , intensamente, da Israele, che le addestra militarmente.

La Corte dell'Aia non dispone di una propria forza di polizia e la responsabilità di arrestare e trasferire il presidente spetterebbe agli Stati (e qui evidentemente qualcuno si prepara ad una qualche “guerra umanitaria”, come già nella ex Jugoslavia). La Corte dovrà trasmettere «immediatamente» la richiesta di arresto al Sudan e agli Stati membri della Corte e ai membri del consiglio di sicurezza dell'Onu. Il vice ministro della Giustizia sudanese ha immediatamente fatto sapere che «il Sudan non consegnerà nessuno».

Cina, Russia, Egitto, Unione africana, Conferenza islamica e Lega araba hanno manifestato contrarietà e preoccupazione che in questo modo si possa mettere a repentaglio il delicato processo di pace nel paese del Sudan occidentale, destabilizzare ulteriormente la regione e provocare una recrudescenza del conflitto.

Il governo di Pechino, uno dei maggiori partner commerciali del Sudan, si è dichiarato «dispiaciuto e preoccupato» per il provvedimento della Cpi e ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di sospendere il processo contro il capo di Stato sudanese. Analoga richiesta è stata espressa dalla Russia e dal ministro degli Esteri egiziano Abul Gheit, che ha chiesto una riunione urgente dell'organo dell'Onu per ottenere l'applicazione dell'articolo 16 dello statuto della Cpi, secondo il quale il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può congelare un mandato di arresto del Tribunale per un periodo di 12 mesi rinnovabili.

Intanto a Khartoum, subito dopo la notizia del mandato d'arresto, migliaia di persone si sono radunate in piazza dei Martiri per esprimere il sostegno a Bashir che si è unito alla folla e ha lanciato accuse pesanti contro «i veri criminali» ovvero «i leader di Stati Uniti e dei Paesi europei» e accusato le organizzazioni internazionali di «neocolonialismo» per aver sfruttato la guerra del Darfur.

Cina e Russia sono tra i principali partner economici del Sudan, paese ricco di petrolio. Proprio tale cooperazione è all’origine delle inquietudini e della ostilità degli Stati Uniti, dell’Unione europea e della NATO nei confronti del governo islamico sudanese e del presidente Bashir: ma la religione non c’entra…. Intorno alla vicenda del Sudan si combatte una guerra e una competizione globale tra le grandi potenze imperialiste e neo-coloniali, da un lato, ed una schieramento composito e articolato di forze che svolgono oggi una funzione obbiettivamente antimperialista.

di Mauro Gemma

Fonte: www.lernesto.it

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Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Marzo09/09-03-09TribunaleAia.htm

Il giro d'affari intorno ai contractors ugandesi


Qualche mese fa il quotidiano The New Vision di Kampala ha condotto un'inchiesta sul giro d'affari che gravita intorno ai contractors ugandesi, uomini e donne disposti a tutto pur di essere spediti in Iraq come guardie private per 600 dollari al mese.
Le società, i truffatori e la speranza. Messo a confronto con gli stipendi dei colleghi statunitensi, che partono da un minimo di 4 mila per arrivare, in alcuni casi, fino a 15 mila dollari al mese, quello degli uomini d'Uganda fa ridere; ma non importa: queste persone farebbero comunque carte false per partire. Non sono pochi gli esempi di quelli che dopo solo un anno di lavoro in Iraq, considerato il Paese più pericoloso al mondo, sono ritornati in patria e hanno acquistato casa e aperto nuove attività commerciali. E' stato calcolato che sono circa 12 mila gli ugandesi, tra uomini e donne, impiegati a sorvegliare aeroporti, basi militari, cisterne di acqua e istallazioni petrolifere dislocate in Iraq. Secondo fonti governative ugandesi, il sistema delle rimesse costituisce attualmente il primo introito per lo stato, superando di 20 milioni di dollari l'esportazione del caffè che si attesta su un valore annuo di 70 milioni. 
Le quattro società di reclutamento autorizzate dal governo -Watertight, Askar, Dreshak, Gideon's Men - provvedono alla formazione "professionale". In quello che un tempo era un campo di calcio, gli istruttori insegnano a un plotone di centinaia di uomini e donne l'uso di armi automatiche, la loro manutenzione e i rudimenti per l'auto-medicazione. Non tutti quelli che si presentano avranno poi la sicurezza di guadagnare un biglietto per l'Iraq. Solo chi risulta idoneo sarà ingaggiato. Le entrate di queste società "esportatrici di manodopera", derivano principalmente dai corsi formativi e in secondo luogo da una percentuale, generalmente intorno al 10, dedotta dal primo stipendio di coloro che vengono poi impiegati in Iraq. E poi c'è l'indotto, quello illegale. Ci sono molti truffatori che riescono a farsi pagare fino a 500 dollari promettendo viaggio e lavoro in Iraq, salvo poi sparire nel nulla. Da quelle parti, dunque, l'annuncio del presidente Usa Barack Obama di voler ritirare le truppe dall'Iraq anche prima del 2011, non deve essere stato accolto di buon grado.
Il buon affare. In Uganda, parte dell'opinione pubblica si è schierata contro il governo che permette questa forma di schiavitù moderna. Inoltre, le notizie arrivate nel Paese africano secondo cui gli ugandesi verrebbero trattati dagli americani come bestie, picchiati e sodomizzati, e che le donne sarebbero usate come oggetti sessuali, non hanno fatto che inasprire la polemica. 
The Christian Science Monitor di Boston ha cercato di dare una spiegazione al boom dei contracotrs ugandesi. La guerra in Iraq, si legge in un articolo a firma di Max Delany, è il conflitto più "privtizzato" della storia. Secondo i dati forniti dal Congressional Budget Office, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha chiuso contratti con aziende private per un valore di oltre 100 miliardi di dollari. Per le multinazionali impegnate in Iraq, pescare nel bacino ugandese si è rivelato un grande affare: in quanto ex colonia della Corona, si ha a che fare con persone anglofone; la venetennale lotta con la guerriglia di Joseph Koni e la Lra (Lord's Resistence Army), rappresenta un ulteriore elemento di esperienza che gli ugandesi possono aver guadagnato sul campo. Ma soprattutto, l'elevato tasso disoccupazione e le bassissime condizioni di vita, rendono la manodopera ugandese molto conveniente. Tanto che da quando sono entrati "nel mercato", i loro stipendi hanno avuto una forza attrattiva, verso il basso, anche per gli altri. Gli indiani, per rimanere competitivi, si sono visti costretti a un taglio sui loro stipendi del 40 percento.
di Nicola Sessa

Bashir al contrattacco


Il governo del Sudan ha espulso dal paese dieci organizzazioni umanitarie, accusandole di aver fornito rapporti esagerati contro il presidente Omar al-Bashir alla Corte Penale Internazionale, che solo pochi giorni fa ha emesso un mandato di arresto contro il leader sudanese.
"Quelle organizzazioni hanno ricevuto l'autorizzazione ad operare in Sudan, ma stanno usando questa opportunità per condurre indagini e passare informazioni alla Corte," ha dichiarato Guadong Majok, l'ambasciatore sudanese in Kenya.
Si stima che i dieci enti, tra cui Oxfam, Medici Senza Frontiere e Save The Children, insieme provvedono al 70% degli aiuti umanitari nel Darfur, che comprendono acqua, assistenza medica e cibo. Le associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani ora fanno appello all'Unione Africana ed ai paesi alleati del Sudan per chiedere al governo di revocare immediatamente le espulsioni. 
Secondo Georgette Gagnon, direttrice africana di Human Rights Watch, "la reazione del presidente al-Bashir all'accusa di aver commesso crimini nel Darfur non è altro che una ritorsione verso i milioni di persone che ci vivono. Il governo sudanese dovrebbe revocare subito la decisione, o i civili in Darfur soffriranno ancora le conseguenze dei maneggi di Khartoum."
Intanto l'azione della Corte Penale Internazionale potrebbe avere ripercussioni sulla pace nella regione, perché giunge in un momento cruciale del processo di riconciliazione e democratizzazione del Sudan; il mese passato ha infatti avuto inizio un dialogo tra il governo e i ribelli del Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza. Secondo l'ONU la guerra nel Darfur in sei anni ha fatto 200mila morti, mentre secondo le cifre del governo i deceduti sarebbero solo 10mila.

di Marco Menchi

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