giovedì 12 marzo 2009

L'Ulster e gli spettri del passato



Negli anni Settanta, due soldati britannici e un poliziotto protestante uccisi dai paramilitari cattolici nordirlandesi avrebbero faticato a trovare spazio sui giornali locali. Ma la storia dell'Ulster dell'ultimo decennio è quella di un accordo di pace che funzionava bene, per quanto tormentata è stata la sua gestazione. I due agguati degli ultimi giorni, proprio per questo, hanno sorpreso tutti. E ora l'Irlanda del Nord teme che una minoranza di irriducibili riporti indietro le lancette del tempo, strappando la regione alla normalità faticosamente conquistata.Ci sono voluti nove anni di beghe politiche, ma alla fine l'Accorco di Venerdì Santo del 1998 erano stato messo in pratica: le "sei contee", rimaste parte del Regno Unito, sono ora di fatto governate da unionisti (protestanti che vogliono mantenere il legame con Londra) e nazionalisti-repubblicani (cattolici che, con diverse sfumature, storicamente ambivano alla riunificazione con l'Eire). Ex nemici giurati, gente che non si era mai parlata, ora governa fianco a fianco. Belfast, depressa dopo trent'anni di "Troubles" e 3.500 morti, negli ultimi anni è rinata culturalmente e turisticamente. La polizia, una volta feudo dei protestanti e per questo disprezzata dai cattolici, è diventata decisamente più mista e rappresentativa. La volontà della stragrande maggioranza della popolazione sembra davvero quella di mettersi il passato alle spalle una volta per tutte.

Opinioni riflesse anche nelle parole delle istituzioni, che hanno condannato in blocco i due fatti di sangue. "Psicopatici criminali, determinati a mandare in rovina quello che il 99 percento dei nordirlandesi vuole", "nemici di tutta l'Irlanda", "un tentativo disperato ma futile di deragliare il processo di pace": i terroristi della Real Ira e della Continuity Ira - due dei tre gruppi di duri e puri staccatisi dal principale gruppo paramilitare repubblicano - sembrano rimasugli di un'altra epoca: erano passati dodici anni dagli ultimi omicidi settari di un soldato di Londra o di un poliziotto nordirlandese. Ma le loro azioni, per quanto sorprendenti, lo sono meno per le forze dell'ordine: negli ultimi mesi la minaccia di attacchi da parte di dissidenti repubblicani era stata alzata da "alta" a "grave". A fine 2008, era stata ritrovata un'autobomba con 140 chili di esplosivo."Non so chi credono di rappresentare", spiega a PeaceReporter Louise McKeown, una giovane cattolica di Belfast. "Ogni persona che conosco è arrabbiata? E' sconfortante. Questo posto stava cominciando a essere vivibile, e ora vogliono mandare all'aria tutto quello che di buono si è fatto in dodici anni davvero positivi. Se ricominciano le violenze, io e mio marito penseremo seriamente di trasferirci con nostro figlio appena nato, fuori da questo Paese rimasto indietro nel tempo", dice.

Eppure, per quanto sia sincera la rabbia, c'è anche la consapevolezza che in Irlanda del Nord basta una scintilla per far scatenare un incendio. Sacche di potenziali tensioni - come i quartieri della working class protestante e cattolica divisi fisicamente da muri - non sono sparite. La situazione è particolarmente delicata per i leader dello Sinn Fein, l'ex braccio politico dell'Ira ora parte attiva del governo convidiso con i protestanti. Le loro risposte agli attacchi sono guardate con attenzione. E non è sfuggito il fatto che, mentre l'omicidio del poliziotto è stato condannato immediatamente, sono passate 14 ore dopo l'assassinio dei due soldati britannici per ascoltare le loro prime parole: difendere la presenza dell'esercito di sua Maestà in terra irlandese, per molti repubblicani, va contro decenni di aperta ostilità, che ha portato a considerare le forze armate un obiettivo legittimo. Le parole - e le mancate parole - di Gerry Adams e Martin McGuinness, leader storici dello Sinn Fein ed ex membri dell'Ira, sono monitorate con attenzione dai loro rivali, speranzosi di coglierli in fallo. Ma anche dagli irriducibili che mettono le bombe, desiderosi di rosicchiare consensi ai loro ex compagni.Le forze dell'ordine, dietro l'ostentata sicurezza che questi attacchi non rovineranno il processo di pace, sono in realtà preoccupate. Come reagire, di fronte a un nemico che colpisce così a caso? Una rafforzata presenza militare britannica nelle strade, oppure un'ondata di arresti da parte della polizia in aree repubblicane, rischierebbe di rendere più popolari gli estremisti, facendo riesplodere vecchi rancori. Una mancata risposta potrebbe spingere queste teste calde a osare ancora di più. Se a quel punto fossero i paramilitari lealisti (protestanti) a risvegliarsi, anche solo per vendetta, il vaso di Pandora potrebbe riaprirsi. E tra una settimana c'è San Patrizio, patrono degli irlandesi: un giorno di eccessi alcolici per i giovani repubblicani, spesso a poche decine di metri da quartieri dove si canta invece "Dio salvi la Regina".


di Alessandro Ursic
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14605/Irlanda+del+Nord%2C+lo+spettro+del+passato

Pirati somali, le prime deportazioni sulla “Guantanamo galleggiante”


Dopo 25 giorni di detenzione nelle angustie celle ricavate a bordo dell’unità navale USNS Lewis and Clark, vera e propria “Guantanamo galleggiante”, la US Navy ha deportato in Kenya i sette presunti “pirati” somali catturati l’11 febbraio nel Golfo di Aden dopo un dilettantesco tentativo di abbordaggio del mercantile “Polaris”, battente bandiera delle Isole Marshall. Lo ha reso noto nel corso di un’audizione al Congresso degli Stati Uniti, il sottosegretario per la sicurezza internazionale, Stephen Mull. 

“Le autorità keniane hanno assunto la custodia dei pirati con il fine di processarli rapidamente nel tribunale di Mombasa”, ha dichiarato Mull. “La US Navy li ha consegnati nell’ambito dell’accordo sottoscritto a gennaio tra il Dipartimento di Stato e il Kenya. Si tratta del primo tentativo della task force internazionale attivata nelle acque somale di condurre i sospettati di pirateria di fronte una corte regionale. Anche la Gran Bretagna ha un simile accordo con il Kenya”. 

Il sottosegretario Stephen Mull, auspicando la costituzione in tempi rapidi di una corte internazionale per giudicare gli autori di atti di pirateria, ha informato i congressisti sull’intenzione dell’amministrazione Obama di estendere ad altri paesi africani la richiesta di processare e incarcerare i “pirati” che verranno catturati dalle unità militari USA e della coalizione alleata che incrociano il Golfo di Aden. Un accordo simile a quello sottoscritto con il Kenya starebbe per essere firmato con la Tanzania. 

“La libertà di navigazione e la sicurezza marittima sono priorità dell’amministrazione Obama”, ha aggiunto il rappresentante del Dipartimento di Stato. “La strategia degli Stati Uniti d’America per sopprimere gli attacchi dei pirati prevede lo sviluppo della cooperazione multilaterale, lo sforzo per potenziare le autorità legali internazionali, la stretta collaborazione con le società di navigazione, il tentativo politico e diplomatico per ridare una maggiore sicurezza e stabilità alla Somalia”. 

All’audizione con i congressisti ha partecipato pure il vice-ammiraglio William Gortney che ha fornito l’elenco ufficiale dei paesi che collaborano attivamente con la Combined Task Force 151 attivata sotto il comando della 5^ Flotta dell’US Navy con base in Bahrein. Alla crociata anti-pirateria partecipano con gli Stati Uniti, le navi da guerra di Arabia Saudita, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, India, Italia, Malesia, Olanda, Regno Unito, Russia, Spagna e Turchia, “alcune delle quali operanti come membri dell’alleanza e altre in ambito Nato”. “Presto – ha aggiunto Gortney – si aggiungeranno unità militari di Svezia, Belgio, Polonia, Giappone, Giordania, Singapore, Bahrain e Corea del Sud”. 

Il Dipartimento di Stato ha fatto poi sapere che il 16 e 17 marzo si terrà in Egitto il secondo incontro del Gruppo di Contatto sulla Pirateria (GCP), costituito a New York nel gennaio 2009 e a cui partecipano una trentina di nazioni (tra cui l’Italia) e 5 organizzazioni internazionali (Segretariato dell’ONU, International Maritime Organization, NATO, Unione Africana e Unione Europea). All’ordine del giorno la pianificazione delle future strategie d’intervento politico-militare in Somalia e lo sviluppo di “nuovi meccanismi giuridici per contrastare i tentativi di assalti nelle acque somale”. Al Gruppo di Contatto, oltre ai paesi sopracitati, partecipano l’esautorato Governo di Transizione Nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Belgio, Cina, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Grecia, India, Kenya, Lega Araba, Olanda, Oman, Norvegia, Portogallo, Russia, Spagna, Svezia, Turchia e Yemen. 

I rappresentanti dell’amministrazione Obama hanno invece omesso di notificare al Congresso il rilascio avvenuto lo scorso 4 marzo di altri nove cittadini somali catturati dalla marina Usa nel Golfo di Aden a metà febbraio, perché sospettati di aver tentato l’assalto ad un mercantile indiano. Nonostante i marines avessero dichiarato di aver trovato a bordo dell’imbarcazione in cui furono fermati “armi ed equipaggiamento comunemente usato negli attacchi di pirateria”, il Comando della CTF-151 si è dovuto arrendere di fronte all’inesistenza dei pur minimi elementi di prova per giustificare l’estensione della loro detenzione nel carcere galleggiante 
USNS Lewis and Clark e una successiva deportazione in Kenya. I nove sono stati consegnati ad una motovedetta della Guardia Coste della regione nordorientale somala del Puntland, dichiaratasi unilateralmente “autonoma” da Mogadiscio. Una pessima figura per i militari USA e la coalizione “anti-pirati” su cui le grandi agenzie di stampa internazionali hanno scelto il silenzio.

di Antonio Mazzeo

fonte: a_mazzeo@yahoo.com

Comparso su http://www.pane-rose.it/files/index.php?c1:o57

Link: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o14505

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