venerdì 13 marzo 2009

L'ennesima "via del gas" russa


In una prospettiva di lungo termine, solo tre paesi avranno la possibilità di garantire la fornitura di gas al mondo, e questi sono la Russia, l'Iran e il Qatar. Lo ha affermato il Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione "Gazprom"   Aleksandar Medvedev, in occasione delle negoziazioni con la  società francese "GDF-Suez" sulla sua potenziale  partecipazione alla realizzazione del progetto "Nord Stream".  Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia si prepara ad utilizzare l'ennesima "via del gas"  come  uno strumento nelle mani di Mosca per rafforzare la sua posizione e accentrare sempre più la sua figura di "coordinamento" per lo sviluppo del settore del gas. Infatti Mosca diventa sempre più promotore dei progetti "partecipati" per la distribuzione del gas, invitando gli stessi partner europei a contribuire alla realizzazione degli stessi, al fine di creare un sistema energetico integrato.  Un quadro che viene a delinearsi sempre più, con l'estensione dei negoziati alle fasi di estrazione, della produzione e dello stoccaggio, verso nuovi Paesi partner.  La recente crisi con l'Ucraina ha dimostrato proprio l'inaffidabilità dei  Paesi di transito laddove non vi è reale compartecipazione dei Paesi partner, oltre ad una mera strumentalizzazione politica. Usando queste motivazioni come leitmotiv, Mosca sta cercando di fare cerchio con i partner strategici, isolando coloro che sembrano dei sabotatori, in quanto mossi da motivazioni politiche anziché economiche, considerando che quest'ultime assicurano una certa stabilità nel rispetto dei contratti. 

È chiaro che le principali contro-parti ambigue restano Polonia e Ucraina, le quali hanno più volte lanciato segnali  negativi, inducendo così la Russia ad un programma strategico alternativo per rispettare la tabella di marcia imposta per la ripresa economica e il consolidamento con leader della Federazione Russa. I piani alternativi si chiamano proprio Nord Stream e South Stream, ma si chiamano anche "Iran" e "Qatar", due improbabili alleati con cui stringere un patto di non concorrenza e monopolizzare il mercato del gas dall'Adriatico al Mar Baltico, sino all'estremità dei Perenei.  Seguendo le rotte dell'energia, è facile individuare, dunque, anche il percorso logico delle ultime trattative politiche, ossia la riapertura del dialogo con gli Stati Uniti per una cooperazione all'interno della Nato, l'annullamento del progetto dello scudo missilistico in Polonia, ma anche l'intermediazione con l'Iran e la falsa partenza del nucleare civile con il parziale avvio della centrale di Bouchehr. La Russia, in cambio, ha chiesto che Europa e Stati Uniti cambino i loro toni nei confronti di Georgia, Polonia e Ucraina, in maniera tale da assecondare il suo gioco-forza  volto a fare arretrare determinate posizioni.  I Paesi dell'Unione Europea stanno seguendo, a modo loro, questa linea diplomatica e rispondono positivamente al dialogo, nonché alla partecipazione ai progetti energetici.

 Il cambiamento di rotta europeo, lo si può notare con la proposta della francese 
GDF-Suez a partecipare al progetto del gasdotto del Nord, che raggiunge l'Europa Centrale attraverso il Baltico, aggirando (non a caso) proprio la Polonia. Il presidente della GDF Suez, Jean-François Cirelli, per la prima volta ha ufficialmente riconosciuto che la società francese è interessata ad acquisire una quota di minoranza del Nord Stream AG.  Un alto responsabile di  Gazprom Export ha detto che la Russia sta effettivamente seguendo delle trattative per  la vendita di circa il 9% del capitale sociale del Nord Stream AG, alla società francese, che potrebbe essere firmato entro la fine di marzo. Le stesse fonti  Gazprom affermano che, per consentire l'ingresso dei partner francesi,  la BASF e E-On sarebbero risposti a cedere il 4,5% alla Francia, riducendo la loro quota al 15,5%.  È da notare che le trattative con i francesi giungono all'indomani della trasmissione  al Ministero dell'Ambiente di Russia, Germania,  Svezia, Finlandia e Danimarca, dell'intero rapporto sull'impatto ambientale del gasdotto,  per "esorcizzare" le polemiche scatenate dai Governi dei Paesi baltici sui rischi di inquinamento del Gasdotto.  Dopo aver speso oltre 100 milioni di euro per gli studi ambientali, la Nord Stream AG (51% di proprietà della Gazprom) la società ha chiesto che il processo di risoluzione dopo tre mesi di consultazioni con i cinque paesi della zona del Nord Stream, giungano alla fine per poter raggiungere un accordo sulla sicurezza energetica e sul rischio del progetto.  La relazione doveva essere completata un anno fa, ma   Finlandia,   Danimarca e  Svezia hanno chiesto un cambiamento di rotta del gasdotto, che ha richiesto la correzione dell'intero progetto. 

Le trattative della Russia si sono spinte sino in Spagna, dove  Dmitri Medvedev e Jose Luis Rodriguez Zapatero hanno firmato una dichiarazione di partenariato strategico, dichiarando la loro volontà a costruire rapporti analoghi a quelli che uniscono la Russia con la Germania, la Francia e l'Italia. Secondo il 
Kommersant, questo tipo di accodo, non fa altro che consolidare l'alleanza politica attraverso l'energia con la partecipazione di Gazprom,  che ancora una volta ha rappresentato il principale collegamento per lo sviluppo dei legami tra Mosca e Madrid.  Il monopolio russo sarà presto nel mercato spagnolo, probabilmente con una partnership della Repsol, interessata a partecipare alla produzione di GNL a Iamal, e con la vendita del gas naturale liquefatto del giacimento di Chtokmanv. Ma ciò che unisce Spagna e Russia, sono anche gli interessi in comune nell'America Latina, dove Mosca e Madrid potrebbero diventare partner nello sviluppo di giacimenti di idrocarburi in questa regione, in cui  Repsol ha delle grandi quote di mercato.  Infine, ultima ma non meno importante, è la cooperazione tra MOL e Gazprom, che collaboreranno (oltre che al Sud Stream) nel quadro di un accordo firmato martedì a Mosca, nella costruzione di un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas  in  Ungheria, con una capacità di 1 miliardo di metri cubi, rispondendo alla metà del fabbisogno annuale del paese del combustibile blu. 
È evidente che le antiche rivalità che dividevano Stati Uniti e Russia, ma anche la stessa Unione Europea da Mosca, si stanno lentamente colmando, e potrebbero cancellarsi del tutto quando si raggiungerà un accordo anche sull'Iran, ossia quando questa sarà consacrata gigante del gas e non del nucleare. Restano da definire i ruoli degli Stati "cuscinetto", come Ucraina e Polonia, e delle regioni di transizione, quali i Balcani e il Caucaso, sui quali potrebbero continuare a scontrarsi il blocco occidentale e quello orientale.
di Fulvia Novellino

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UPM di Sarkozy, l'Unione congelata nel Mar Mediterraneo


Il progetto dell’Unione per il Mediterraneo (UPM) è attualmente congelato. A seguito della guerra di Gaza, l’Egitto ha chiesto la sospensione di tutti gli incontri nell’ambito dell’UPM. Se quest’anno non si concretizzerà un vero e proprio sforzo guidato dagli Stati Uniti per risolvere il conflitto arabo-israeliano, l’Unione per il Mediterraneo di Sarkozy rimarrà una chimera – afferma il giornalista inglese Patrick Seale.

Non c’è dubbio che il grandioso progetto del presidente Nicolas Sarkozy di dar vita ad una Unione per il Mediterraneo (UPM) è incappato in seri problemi. Lanciato con squilli di tromba a Parigi lo scorso 13 luglio in presenza di quarantatre capi di Stato, il progetto ha dovuto affrontare continui problemi politici.

Il più serio di questi problemi, di fatto un ostacolo al progetto, è rappresentato dall’infuocato conflitto arabo-israeliano che ha avuto una nuova esplosione tra dicembre e gennaio, quando Israele ha lanciato il proprio attacco totale su Gaza. Questa guerra ha spinto l’Egitto a richiedere una sospensione formale di tutti gli incontri nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo. Nessun incontro, infatti, si è tenuto dallo scorso dicembre. Almeno per il momento, il mondo arabo non vuole avere a che fare con Israele. Il progetto dell’UPM è stato congelato, e molto probabilmente rimarrà in questo stato, a meno che i capi di stato arabi, che si incontreranno ad un vertice in Qatar alla fine del mese, non decideranno di rianimarlo.

Ma Sarkozy non ha alcuna intenzione di gettare la spugna. Il progetto dell’UPM è centrale per il suo sforzo di diplomazia globale. Il suo slogan è che “il futuro dell’Europa è a Sud”. Lo scorso fine settimana, due inviati di alto livello dell’Eliseo sono partiti per Monte Carlo recando con sé il messaggio che, nonostante le indubbie battute d’arresto, l’Unione per il Mediterraneo è viva e vegeta.

Gli inviati di Sarkozy si sono rivolti al Club di Monaco, un prestigioso gruppo internazionale di uomini di stato ed intellettuali, che si riuniscono una volta all’anno per discutere i problemi del Mediterraneo sotto la presidenza di Boutros Boutros-Ghali, ex segretario generale delle Nazioni Unite, e di Claude de Kémoularia, ex ambasciatore francese e banchiere. Grazie alla personalità carismatica ed instancabile di Kémoularia, il Club è divenuto negli ultimi nove anni un forum di discussione indipendente ed autorevole.

Tuttavia, la mossa dell’Egitto che richiede una sospensione di tutti gli incontri dell’Unione Mediterranea è carica di significato. Sebbene il Presidente Hosni Mubarak condivida con Sarkozy la presidenza dell’UPM, e sebbene l’Egitto stesso intrattenga relazioni pacifiche con Israele, Mubarak ha chiaramente avuto la sensazione di non avere altre opzioni all’infuori di quella di inchinarsi all’opinione pubblica egiziana, e soprattutto a quella araba, infuriate per la distruttiva guerra condotta da Israele.

Il progetto dell’UPM è un’ulteriore vittima del militarismo selvaggio e profondamente incauto di Israele, che non ha raggiunto altro risultato se non quello di distruggere Gaza e di scatenare un odio feroce nei confronti dello Stato ebraico.

Un altro ostacolo politico al progetto dell’Unione Mediterranea, di minore entità ma comunque significativo, è rappresentato dalla contesa tra Algeria e Marocco sul Sahara Occidentale. Questa contesa ha reso lettera morta l’obiettivo di una Unione del Maghreb Arabo (UMA). Il confine tra i due importanti paesi nordafricani resta chiuso. Senza una riappacificazione tra i due, non si potranno discutere in maniera seria progetti mediterranei congiunti. Christopher Ross, inviato delle Nazioni Unite ed esperto arabista, sta tentando di far avanzare lentamente i due paesi verso un compromesso, anche se l’impresa resta ardua.

Come tutti sanno, l’Unione per il Mediterraneo di Sarkozy è un tentativo di rilanciare lo sfortunato Processo di Barcellona, naufragato poiché era visto come una imposizione del Nord nei confronti del Sud. Al momento della sua inaugurazione nel 1995, la tacita agenda di Barcellona era di salvaguardare l’Europa dal terrorismo mediorientale nonché dall’immigrazione indesiderata proveniente dal Sud, e allo stesso tempo di proteggere dalla competizione l’agricoltura europea.

Questa volta la filosofia che sottende il progetto dell’UPM gode di una base di consensi più ampia. Essa consiste nel fatto che il Nord e il Sud dovrebbero cooperare in condizioni di perfetta uguaglianza, al fine di mettere in atto progetti specifici che sono di interesse vitale per entrambi, soprattutto in un momento di cambiamento climatico potenzialmente catastrofico. Lo sconvolgimento finanziario mondiale ha reso ancora più urgente il bisogno di un’azione congiunta.

I progetti in fase di discussione includono la gestione delle scarse risorse idriche, lo sviluppo dell’energia solare e di altre fonti di energia rinnovabile, la promozione dello sviluppo sostenibile, la pulizia del Mediterraneo (che si presenta fortemente inquinato), la protezione delle risorse sottomarine, la creazione di autostrade marittime, la promozione dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica, la costruzione di parchi industriali ad elevato contenuto tecnologico, e soprattutto l’identificazione di progetti specifici da parte dei differenti paesi, e la raccolta di fondi, sia pubblici che privati, necessari per implementarli.

Regolari incontri di esperti si sono tenuti con indubbi progressi, prima della loro sospensione alla fine di dicembre. Sono in corso i preparativi per un’importante conferenza ministeriale sullo sviluppo sostenibile che dovrebbe tenersi a Monaco all’inizio di giugno. Inoltre, un segretariato dell’Unione per il Mediterraneo dovrebbe essere insediato a Barcellona, anche se il segretario non è ancora stato scelto. Un vertice dei capi di Stato dell’UPM si terrà nei primi sei mesi del 2010, durante la presidenza spagnola dell’Unione Europea. Esiste un certo consenso sul fatto che i prossimi diciotto mesi saranno cruciali per il futuro del sogno di Sarkozy.

Il problema è che la filosofia del presidente francese di avanzare di progetto in progetto ha sollevato polemiche. Alcuni vedono l’UPM come un progetto esclusivamente francese che mira a promuovere gli interessi e gli obiettivi francesi. A sostegno di questa tesi, vengono sottolineate le forti resistenze di alcuni Stati europei. Gli arabi tendono a considerare l’UPM come uno stratagemma per promuovere la normalizzazione dei rapporti con Israele, senza che quest’ultimo debba fare alcuna concessione politica. Perciò, essi preferirebbero un partenariato tra l’Unione Europea e il mondo arabo, che non coinvolga Israele fino a quando lo Stato ebraico non si impegnerà a raggiungere la pace.

Se quest’anno non si concretizzerà un vero e proprio sforzo guidato dagli Stati Uniti per risolvere il conflitto arabo-israeliano, e se i progetti in campo economico non inizieranno a mostrare alcuni benefici per la gente comune, il pericolo è che l’Unione per il Mediterraneo di Sarkozy rimarrà una chimera. Forse il più grosso ostacolo che questo progetto si trova a dover affrontare è il dominante senso di disperazione – quella disperazione che è diffusa fra popolazioni afflitte dalla povertà, oppresse dalla tirannia, o sconvolte dalle bombe, come è avvenuto a Gaza.

di Patrick Seale

Patrick Seale è un giornalista inglese specializzato in questioni mediorientali; è autore del libro “The Struggle for Syria”

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/12/lo-stallo-dell’unione-mediterranea-di-sarkozy/

Titolo originale:

Sarkozy’s Mediterranean Union on Hold

Pakistan, la lotta per il potere tra bombe e repressione


Mentre nelle Aree Tribali proseguono i bombardamenti aerei statunitensi - l'ultimo questa notte con almeno 28 morti - il Pakistan rischia di sprofondare in una nuova violenta crisi politica.

Bombe e repressione. Nelle stesse ore in cui gli aerei Predator statunitensi bombardavano il campo d'addestramento del comandante talebano Fazal Saeed nell'area tribale di Kurram (il settimo raid del 2009, il 46° in sette mesi), nelle principali città del Paese le forze di sicurezza arrestavano migliaia di avvocati e oppositori politici che stavano partendo per la 'lunga marcia' di protesa contro il governo Zardari che lunedì doveva convergere davanti al parlamento di Islamabad.
Rispolverando le vecchie leggi dell'epoca coloniale britannica, il governo ha vietato raduni e manifestazioni in tutto il Paese, ha sguinzagliato polizia e paramilitari dei 'Rangers Force' per arrestare tutti i capi della protesta e infine ha militarizzato la capitale, bloccando le principali strade d'accesso al parlamento con barriere di container.
C'è il timore che la linea dura scelta dal governo possa far precipitare la situazione.

Lotta per il potere. A guidare la protesta anti-governativa sono le associazioni di avvocati che da tre anni chiedono il reinsediamento del popolarissimo giudice-capo della Corte Suprema Iftikhar Mohammed Chaudhry, rimosso dal generale Musharraf, e il partito d'opposizione dell'ex premier Nawaz Sharif, a cui l'attuale Corte ha recentemente imposto il divieto di candidarsi a future elezioni.
Una mossa clamorosa, questa contro Sharif, orchestrata dal presidente Asif Ali Zardari proprio per evitare che il suo antagonista possa diventare premier e reinsediare un'alta Corte indipendente, che non esiterebbe ad avviare contro di lui un procedimento d'impeachment per tutti i reati di corruzione di cui Zaradari si è notoriamente macchiato. 
La lotta per il potere tra il Zardari e Sharif, iniziata in sordina subito dopo l'uscita di scena di Musharraf e di Benzair Bhutto, sta esplodendo assieme a tutte le contraddizioni di un Paese che sperava di passare dalla dittatura militare alla democrazia e che invece è rimasto impantanato in mezzo a un pericoloso guado.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14650/Pakistan+in+rivolta


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